Coalizione sociale, uscire dai bizantinismi

La discus­sione su «coa­li­zione sociale» e «coa­li­zione poli­tica», come quasi sem­pre suc­cede nel tra­va­gliato mondo della «sini­stra», rischia di avvi­lup­parsi in un intrico di bizan­ti­ni­smi ver­bali. A costo di usare l’ascia invece del bisturi cer­chiamo di sfol­tire il gro­vi­glio e far emer­gere gli ele­menti dav­vero impor­tanti di dis­senso e di consenso.

Mi sem­bra che, nono­stante il per­corso con­ti­nui a rima­nere acci­den­tato, le ragioni del con­senso stiano diven­tando pre­va­lenti rispetto a quelle del dis­senso, e che le forze (o meglio debo­lezze) che si muo­vono, abbiano matu­rato una con­sa­pe­vo­lezza lar­ga­mente comune. La con­vin­zione che, senza un deciso salto di qua­lità in tale dire­zione, qual­siasi spa­zio in cui far cre­scere un minimo di effi­ca­cia oppo­si­tiva alla ver­sione ita­liana della «nuova ragione del mondo» è desti­nato a chiu­dersi rapi­da­mente e per tempi pre­ve­di­bil­mente assai lun­ghi. La con­vin­zione che la crisi della rap­pre­sen­tanza dei subal­terni sia, come dice giu­sta­mente Revelli, «sociale e poli­tica insieme».

E che cosa è un sog­getto che si prova ad inver­tire i mec­ca­ni­smi di una crisi di tale por­tata se non un «sog­getto poli­tico»? E si può dav­vero soste­nere che la «coa­li­zione sociale» sia cosa «altra» rispetto a tale soggetto?

Torno sul punto del mio pre­ce­dente arti­colo (il mani­fe­sto 28 marzo) poi ripreso da alcuni suc­ces­sivi con­tri­buti su que­ste pagine. Sot­to­li­neavo che nella sto­ria del movi­mento ope­raio, della quale «una sini­stra che non ha il corag­gio di dichia­rarsi erede non merita di esi­stere» (Tronti), c’è un tor­nante deci­sivo: l’esperienza dell’Associazione Inter­na­zio­nale dei Lavoratori.

Natu­ral­mente il rap­porto tra le due sfere («coa­li­zione sociale» e «coa­li­zione poli­tica») non si espri­meva nei ter­mini di oggi, ma la sostanza del pro­blema riguar­dava la ten­sione tra sfera economico-sociale e le forme della poli­tica. In quel con­te­sto la «coa­li­zione sociale» era facil­mente con­fi­gu­ra­bile nell’ambito di quella parte della classe ope­raia orga­niz­zata in Unions. Nel corso della vicenda della I Inter­na­zio­nale l’ostilità di set­tori anche impor­tanti delle Unions con­tro le forme isti­tu­zio­nali della poli­tica ebbe carat­tere rilevante.

Un auto­re­vole mem­bro del Con­si­glio gene­rale dell’Internazionale, Karl Marx, nel corso di tutta quella fase si impe­gnò par­ti­co­lar­mente ad ana­liz­zare i mec­ca­ni­smi di tale ten­sione e ad indi­care i linea­menti del «sog­getto poli­tico». Egli ribadì sem­pre il carat­tere di per sé poli­tico della lotta sociale, soste­nendo che ela­bo­ra­zione intel­let­tuale e pro­po­sta poli­tica anda­vano com­pe­ne­trate, pena con­dan­narsi alla ste­ri­lità ed all’utopismo set­ta­rio. Nel con­tempo, però, si ado­però a deli­neare il sistema di rela­zioni tra tutte le diverse forme della poli­tica ed indicò espli­ci­ta­mente anche la neces­sità per le Unions di orga­niz­zarsi in «par­tito poli­tico», sot­to­li­neando che non esi­steva un solo modo per fare poli­tica, e che biso­gnava com­por­tarsi «secondo le con­di­zioni di tutti i paesi».

Il par­tito poli­tico così come Marx allora lo con­ce­piva non ha coin­ciso con le tra­di­zioni della II e della III Inter­na­zio­nale e tanto meno con i comi­tati elettoral-affaristici padroni del nostro oriz­zonte politico-istituzionale. Tutto ciò attiene, però, alla sto­ria delle diverse forme par­tito, e non al par­tito in sé, rite­nuto da Marx stru­mento essen­ziale. Ed anche quell’insieme che potremmo tra­durre come «coa­li­zione sociale» non può esser fatto coin­ci­dere con l’insieme di cui stiamo attual­mente discu­tendo. Nono­stante che anche allora Unions, cham­bre syn­di­cale, Società di mutuo soc­corso, ecc. fos­sero cose diverse, tut­ta­via erano tutte espres­sioni dell’universo Labour. Oggi evi­den­te­mente non lo sono, seb­bene le aspi­ra­zioni, i pro­getti, gli obbiet­tivi di quasi tutti i «movi­menti», pro­prio come suc­ce­deva per le forme asso­cia­tive di allora, non pos­sano che scon­trarsi con le logi­che della fase di accu­mu­la­zione capi­ta­li­stica in corso.

Viale (il mani­fe­sto 11 aprile) ha ragione quando deli­nea una sfera «sociale» non limi­tata all’universo Labour, alle sue arti­co­la­zioni sin­da­cali. Forse, però, dovrebbe riflet­tere sul fatto che si trat­tava, appunto, di un «uni­verso», fram­men­tato, estre­ma­mente com­plesso, con stra­ti­fi­ca­zioni cul­tu­rali e di lin­guag­gio assai diverse, spesso anche in con­trad­di­zione tra di loro. Ed il pro­blema della costru­zione di un «sog­getto poli­tico» si poneva certo su scala diversa, ma non in ter­mini qua­li­ta­ti­va­mente diversi rispetto a quello che ci tro­viamo ad affrontare.

Si trat­tava (e si tratta) di costruire un «sog­getto poli­tico» che non era (non è) un par­tito poli­tico, né un insieme di Unions (oggi la «coa­li­zione sociale»). Par­tito poli­tico ed Unions riman­gono strut­ture por­tanti del «sog­getto poli­tico», ma sepa­ra­ta­mente lo negano. Inol­tre nes­suna di que­ste com­po­nenti strut­tu­rali ha il mono­po­lio della dimen­sione economico-sociale o di quella poli­tica. Il sociale ed il poli­tico sono appan­nag­gio di ambe­due le sfere e il loro modo di com­bi­narsi non è deciso a priori, bensì dai per­corsi costrut­tivi del «sog­getto politico».

In que­sto senso l’esperienza della lista Tsi­pras per le ele­zioni euro­pee può con­si­de­rarsi esem­plare. Dopo la rac­colta delle firme, le com­po­nenti della lista ave­vano subito una tra­sfor­ma­zione rispetto al momento dell’inizio del per­corso: non erano più le stesse. Con­si­de­rare il momento attuale di quel per­corso come carat­te­riz­zato da «deriva buro­cra­tica e auto­ri­ta­ria» (Viale) sem­bra evo­care l’accusa rivolta, pro­prio con gli stessi ter­mini, al Con­si­glio gene­rale dell’Internazionale da parte di coloro che esau­ri­vano la poli­tica dei subal­terni nell’ambito della sfera economico-sociale. La costru­zione di un «sog­getto poli­tico» che per più di un secolo ha costi­tuito il limite alle ten­denze illi­mi­tate del modo di pro­du­zione domi­nante ha preso, però, la strada indi­cata dal Con­si­glio generale.

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