“Da Marx al Grande Puffo. La via letteraria, ma non troppo, per dire No al potere”. Parla Elia Mangiaboschi

Da appena un anno Elia Mangiaboschi ha un blog letterario (www.eliamangiaboschi.blogspot.it). Un caso particolare, un appuntamento periodico. Spunti interessanti e confezionati per la lettura web, mai facile e sempre piena di ostacoli. “Artisti del web” parte con la sua testimonianza. Artisti del web (qui) è l’iniziativa di Controlacrisi il cui obiettivo è quello di rendere più potenti le piattaforme web che si battono per una rete relmente libera e luogo del confronto, e dello scontro, di idee e proposte. Il web non è di nessuno. Come l’acqua, scorre libero e noi con lui. Le multinazionali non la pensano così. Occorre quindi cominciare a darsi da fare per creare un argine, qualcosa in cui il valore dell’informazione come bene pubblico non sia residuale ma sovrano. Un piccolo contributo, per carità, ma anche un impegno preciso. L’impegno di http://www.controlacrisi.org è quello di contribuire a formare reti sempre più unite così che al momento del redde rationem il panorama di lotta sia meno desolante e più aggressivo.  
Il web sta lentamente scivolando nel mainstream e quindi nel mercato pubblicitario. Cosa si può fare per riappropriarcene?
Internet è un mix di cose. C’è di tutto, c’è un grande mercato ma anche un grande scambio di idee. Penso con ammirazione agli hacker, a quelli di Anonymous ad esempio o a certe esperienze passate come Indymedia. Credo che finché esiste il mercato esisterà chi specula. Viviamo nella società del consumo, è normale che internet venga usato per scopi commerciali, funziona così con tutti i mezzi di informazione: la radio e la televisione ne sono gli esempi lampanti. È altrettanto vero però che il web può essere una fonte incredibile di informazioni, basta imparare ad usarlo. Attraverso il mio blog cerco ad esempio di non impormi censure e di parlare sempre di quel che voglio. Internet è ancora oggi un mezzo che sfugge alle logiche del potere, è una delle poche forme di anarchia virtuale esistente. Anche se poi, in un modo o nell’altro, si casca nella rete del mercato. Penso all’uso di Facebook o di Twitter, entrambi soggetti alla speculazione più viscida. Bisogna quindi imparare ad appropriarsi del mezzo e riuscire a sfruttarlo. La fortuna delle nuove generazioni è proprio questa, sappiamo manovrare il web. Io non sono contro la pubblicità a prescindere, anzi. Solo che voglio usarla per le cose mie, quelle che mi servono, veicolando il mezzo. Ecco, rimodelliamo il virtuale per i nostri scopi, possono nascere esperienze interessanti.
Come hai maturato l decisione di aprire un blog?
La decisione di aprire un blog è stata mossa dal puro bisogno di scrivere. Però non sono uno di quelli che scrive per se stesso, senza voglia di essere letto, anzi, a dir la verità adoro essere letto, cioè, se uno scrive ha bisogno di sapere…. e quindi ho pensato di lanciarmi in questa impresa. Ad un certo punto bisogna superare la cerchia di famigliari e conoscenti che danno sempre giudizi benevoli e comunque filtrati.
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E cosa è successo nel tuo caso?
Nell’arco di pochissimo tempo i racconti hanno incontrato il piacere del pubblico, sono iniziati ad arrivare commenti e una gran quantità di lettori… alla fine quindi il Racconto del Martedì è diventato un appuntamento fisso.

Ora c’è un impegno verso i lettori quindi…
Sì. Calcola che quattro cinque ore a settimana le passo a scrivere. A volte è faticoso perché non ho idee o semplicemente non mi è successo niente di particolarmente esaltante da descrivere.

Una fantasia che attinge dall’immaginario collettivo di personaggi importanti dello spettacolo, e in particolare della televisione, o anche della comune cultura politica o scientifica…
Sì, attingo dal nostro immaginario collettivo ma cerco di riprendere la realtà. Il mio non è un blog ma una sorta di diario personale, tipo il diario che scrivi da ragazzino. Solo che lo faccio adesso, ora che sono adulto (o quasi, più postpostpostadolescente), quindi mi ritrovo a descrivere quel che succede ad un trentenne. Ora, non è che io abbia ‘sta gran vita sregolata, anche per questo credo un po’ le persone si riconoscano nelle robe che butto giù. Personalmente per esempio ho un impiego che è un lavoraccio: compilo ricevute e timbro pacchi, tutto il giorno, tipo catena di montaggio. Una noia infinita, una cosa mostruosa. Così comincio a fantasticare, ecco allora che gli imballatori dei pacchi che io compilo si trasformano in malefici troll o il mio collega, l’Uomo-Che-Parla-Con-La-Stampante, comincia ad amoreggiare con la stampante, simulando veri e propri amplessi degni del miglior Cronenberg. Tutti quelli che fanno un lavoro noioso e precario si possono riconoscere in questi passi, hanno colleghi strani, capi senza cuore e loschi figuri dall’aspetto inquietante. E poi sì, uso personaggi dei mass media, faccio dialogare realtà e fantasia, attingendo a pieno dall’immaginario anni ’80, cioè di quando ero ragazzino, gli albori dell’era del dominio mediatico di Berlusconi. Siamo cresciuti, noi trentenni di oggi, in una società che, giorno dopo giorno, si modificava radicalmente. Per questo siamo spaesati, troppo vecchi per certe cose, troppo giovani per altre. Insomma, mi piace lavorare con la fantasia rimanendo ben ancorato alla realtà.

Da dove deriva questo?
Mio papà era un operaio. Quando tornava a casa invece di raccontarmi la sua giornata passivamente, banalmente oserei dire, trasportava tutto in un in mondo immaginifico in cui gli operai-guerrieri cercavano di sconfiggere il mostro-padrone. Una narrazione che è andata avanti per anni. Credo di aver imparato così, universi paralleli che rappresentano il mondo in cui viviamo. Non fughe dalla realtà ma realtà alterata. Voglio dire, la quotidianità può essere una figata, basta saperla vivere.

Oggi il lavoro sembra vicino e lontano. Vicino, per il grande nodo della precarietà, lontano perché evoca un mondo legato al novecento…
Io credo che cerchino di inculcarci cose non reali, come il superamento delle ideologie (a mio avviso estremamente legato al mondo del lavoro). È la narrazione da parte del potere, conviene a loro e rende passivi noi. Secondo me però certe cose mica sono passate, proletariato e padrone ad esempio, oggi sono più attuali che mai. Solo che appaiono antichi, termini e forme ormai consumate. Fa comodo. Per questo penso che sia importante modernizzare certe riflessioni, attualizzandole.

Riappropriarsi della concretezza, facendo però il percorso della fantasia. Si ricomincia da un universo onirico. Non è troppa fatica?
Forse sì, però io non so fare in altro modo. Sono cresciuto con la fantascienza, la adoro. E adoro anche tutto ciò che travalica la realtà e a dirla tutta adoro anche quel che fa ridere, il non prendersi troppo sul serio. Serve ironia soprattutto di fronte a temi complessi come il lavoro, lo sfruttamento e la disoccupazione. Credo che se voglio parlare con un potenziale lettore che non è detto la pensi come me debba riuscirlo a fare senza essere troppo serio, eccessivamente didascalico, utilizzando parole difficili e, in fin dei conti, annoiando. Io devo colpirlo, devo farlo ridere, devo saper usare la fantasia. Così facendo casomai due domande comincia a porsele.

Fammi capire con un esempio concreto il tuo piano di realtà…
Un mio amico fino all’anno scorso lavorava in una cooperativa per disabili. Poi il progetto non è ripassato (scadeva a settembre credo) e si è trovato, a trentatré anni, senza lavoro. Sicuramente la sua non è una bella situazione e sarebbe stato molto facile descriverla in maniera triste, pesante, agghiacciante. Un piagnisteo insomma. E invece la sua infelicità deve risultare divertente. Le nostre non sono vite di stenti e privazioni, noi ci divertiamo, nonostante i lavori più insulsi, gli affitti troppo alti e la disoccupazione. Quindi perché no, se scrivo una storia faccio divertire e poi, alla fine, non è che il racconto è che esce meno drammatico eh, solo più leggibile. È seguendo questa teoria che ho fatto entrare nei raccontini Grande Puffo, Ganesh e Trotskij. Loro stanno nella mia testa tutti allo stesso modo e parlano dialogano si scontrano. Adoro far discutere ad esempio Superstellino degli Snorky con Karl Marx, hanno spesso idee radicalmente diverse.

Sempre per rimanere al lavoro, non pensi che oggi occorre rivolgere il paradigma che ci induce ad accettare il lavoro comunque.
Secondo me se fai un lavoro di merda va detto. Ormai sembra che se hai un impiego devi essere felice per forza, perché già che lavori sei fortunato. È una cazzata. Io sono un impiegato e voglio essere libero di urlare al mondo che il mio lavoro fa schifo.

Il paradigma del futuro…
Penso che ci sia più che altro un non senso. Al futuro non si pensa più, noi viviamo un eterno presente. A pensare al futuro ci viene l’ansia. Sono stati molto bravi, hanno reso la vita di due, tre generazioni precaria in tutto. Per stare tranquillo non devi pensare troppo a cosa farai tra un anno, altrimenti è la fine. Io credo ancora nella rivolta contro il potere, a mio avviso bisognerebbe lamentarsi di meno e unirsi di più. Il mio futuro è nero, perché non provare a cambiarlo? Ma per cambiarlo bisogna rovesciare radicalmente l’esistente. E questo ahimè oggi non sembra possibile.

Con i tuoi personaggi si può arrivare a una riaquisizione di senso rispetto al futuro.
Si, si può ma non basta. La letteratura e le arti in generale posso dare una spinta ma sono gli ideali che hanno sempre mosso il mondo. Per questo li hanno uccisi, gli ideali dico e li trattano come fossero peste. Serve invece l’ideale comune, senza di esso esiste solo la morte del pensiero. Impariamo ad appropriarci di ciò che ci spetta. Uniamoci. Grandi idee per sovvertire il presente, è un processo lento, molto lento, ma non è detto che sia impossibile.

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