DI CORSE IN BICICLETTA E RESISTENZA

Di corse in bicicletta e Resistenza

Linda Apple, “The Race bicycle art oil painting”

Rischiava di saltare proprio quest’anno, alla sua settantesima edizione, lo storico GP ciclistico Liberazione che dal 1946 si tiene ogni 25 aprile per le strade della Capitale. Tappa fissa per appassionati, dilettanti e professionisti, quest’anno il Liberazione è stato salvato dalla casa ciclistica Lazzaretti.

di Luigi Mazza

Era il 25 aprile 1946, si festeggiava il primo anniversario della Liberazione italiana dal nazi-fascismo e Roma, forse mai come a quel tempo, rappresentava specularmente l’Italia: una città e una nazione distrutte e con ancora le macerie accumulate ai bordi delle strade;  una città e una nazione che entrano nel Dopoguerra dovendo ancora fare i conti con rigurgiti fascisti, fame e criminalità e non sapendo ancora se vincerà la Repubblica o la monarchia; una città e una nazione “aperte”, sventrate, e con ferite non ancora cicatrizzate e strade e vie di comunicazione non ancora ricostruite.

Roma e l’Italia, manco a dirlo, nel dopoguerra si muovono prevalentemente in bicicletta. Il mito futurista della velocità per ora può tornarsene in cantina. Qualcuno, dunque, decide di festeggiare quel primo anniversario della Liberazione anche con una corsa ciclistica: l’Unione Velocipedista da un lato, e i partigiani, molti dei quali in bicicletta hanno fatto la Resistenza, dall’altro.

La bicicletta negli anni immediatamente successivi alla Liberazione unisce l’Italia, e non solo simbolicamente.

Fausto Coppi, il 9 giugno 1940, aveva vinto il ventottesimo Giro d’Italia battendo Bartali, il suo capitano. Ma il giorno dopo l’Italia di Mussolini entrava in guerra: il Giro  deve fermarsi per i prossimi cinque anni. Bartali, com’è noto, farà da spola con la sua bicicletta per aiutare ebrei e antifascisti; Coppi, com’è meno noto,  partirà per la guerra e resterà prigioniero della malaria prima, e degli inglesi dopo. Nel 1945 quando Coppi era in Campania, a un anno e mezzo dallo sbarco degli Alleati a Salerno, gli italiani lo avevano ormai dimenticato o dato per morto: un cronista sportivo, Gino Palumbo, lo riconobbe e lanciò un appello perché qualcuno procurasse una bici a Coppi per permettergli di allenarsi. Il falegname Giuseppe D’Avino, il cui nome non sarà famoso mai abbastanza, lesse l’annuncio e fece recapitare una Legnano – un patrimonio, per quei tempi – al giovane gregario. Che, reduce dalla guerra, dalla malaria e dalla prigionia, monta in sella e si fa il suo giro d’Italia in solitaria, pedalando da Caserta a Novi Ligure su strade praticamente inesistenti e terreni martoriati.

Nel 1946 anche la Gazzetta dello Sport ha lentamente riavviato le rotative da un anno e, con la redazione decimata, grazie a Bruno Roghi e Armando Cougnet, così come Guido Giardini e Giorgio Fattori, decide di riavviare anche la prestigiosa “Corsa Rosa”, il ventinovesimo Giro d’Italia, che spetterà a Bartali vincere.

L’Italia del primissimo dopoguerra si svela al mondo grazie al Giro: “attraverso l’Italia con la morte al nostro fianco e la speranza davanti”, scrive Orio Vegani sulle pagine del Corriere della sera. Gli italiani possono iniziare a tifare, anche politicamente, seguendo il Giro: Indro Montanelli, senza girarci troppo intorno, paragonerà Bartali al “De Gasperi del ciclismo” e Coppi al “Togliatti della strada”; il Giro del dopoguerra viene raccontato, prima di tutto, per raccontare l’Italia della fame e della ricostruzione, dei “bar sport” e dei circoli del dopolavoro, e non tanto per aggiornare la classifica e il distacco tra i corridori.

Il Gran Premio Liberazione, dicevamo. Quel 25 aprile 1946, dunque, alle Terme di Caracalla per la prima volta il plotone di ciclisti inizia a pedalare su un percorso unico al mondo che in 6 chilometri racchiude, oltre alle Terme di Caracalla, Porta Ardeatina, Porta San Paolo e Piramide; un circuito – 80 chilometri nella sua prima edizione – molto interessante, con curve impegnative, strappetti e rettilinei veloci. Il primo classificato fu Gustavo Guglielmetti, che percorse gli 80 chilometri in 2h 09′ 16” a una velocità media 37.5 km\h: non proprio una passeggiata. La gara si presenta subito  allettante per molte case che vogliono farsi conoscere o lanciare un corridore under 23 nel firmamento dei grandi. Se nelle prime edizioni prevalgono case romane (su tutte A.S. Roma, Lazio, Audace, Velodromo Appio e altre) o del Centro Italia, successivamente la competizione inizia a diventare famosa anche oltre i confini nazionali e ad attrarre corridori da tutto il mondo. Il Quirinale presto ne riconosce il valore e la sostiene; i nomi dei vincitori sono, o saranno, nomi di prestigio perché chi vince questo “mondiale di primavera” ottiene un pass per i successi futuri: Venturelli (1959), Masciarelli (1975), Bugno (1985), Konyshev (1987), Goss (2006), Modolo (2009),  Trentin (2011), Barbin, Koshevoy e Shalunov (rispettivamente 2012, 2013 e 2014). Il Liberazione è una passerella sportiva, certo, ma con un forte contenuto politico perché il primo classificato, dopo la premiazione, depone una corona d’alloro sulla lapide che, a Porta San Paolo, ricorda la lotta partigiana.

Unica e irripetibile resta la gestione organizzativa del Gruppo Sportivo de L’Unità, con nomi quali quelli di Bomboni, Mealli e Tonelli, e a cui si deve anche il Giro d’Italia femminile, che nel 1985 ha passato il testimone al Velo Club Primavera Ciclistica.

Quest’anno, dopo 69 edizioni, il GP Liberazione stava per saltare per “mancanza di fondi”. All’ultimo, ed è forse un segno dei tempi, ci ha pensato un privato a tenere in vita la competizione: lanciando un crowdfunding, la storica Cicli Lazzaretti ha garantito che la manifestazione si farà, con altre iniziative previste anche per il giorno successivo che coinvolgeranno amatori, ciclisti urbani e semplici appassionati con eventi per bambini e corse su pieghevoli e scatto fisso per gli adulti.

Alemanno ci aveva provato all’edizione numero 63 a bloccare il Liberazione dopo aver scoperto che quel giorno, il 25 aprile, la gara avrebbe coinciso con la commemorazione per la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Che coincidenza!

Quando la motivazione non è politica – e vogliamo credere che Marino sia un antifascista oltre che un ciclista urbano – è purtroppo economica: davvero il Campidoglio non riesce nemmeno più a garantire quei 20 mila euro che stanziava ogni anno per la manifestazione?

Siamo nella città e nel Paese in cui per festeggiare la Repubblica accendiamo tutti i motori che le nostre forze armate hanno a disposizione -“in cielo come in terra” -, ma non sappiamo quanti milioni di euro spendiamo per quella parata perché quei conti sono inaccessibili “per motivi attinenti alla sicurezza, alla difesa nazionale, all’esercizio della sovranità nazionale ed alla continuità e alla correttezza delle relazioni internazionali”, come  rispose 3 anni fa il Quirinale interpellato dal Codacons. In una città Medaglia d’oro alla Resistenza, e un Paese così, è semplicemente assurdo non avere i soldi per far correre delle biciclette per commemorare la Resistenza partigiana, e impedire che il Gran Premio diventi solo una parata di sponsor privati.

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