A 70 anni dalla Liberazione

nato blooddi Andrea Catone

Editoriale per il nuovo numero della rivista MarxVentuno (PDF)

Ricorre quest’anno il 70° anniversario della Liberazione e della vittoria dei popoli sul nazifascismo. È compito dei comunisti e di tutti gli antifascisti dare il massimo risalto a questa ricorrenza. Non certo per fare un’operazione nostalgica o retorica, ma per agire sul terreno fondamentale della lotta ideologica e culturale, che necessariamente accompagna l’azione politica.

Crisi capitalistica, guerra sociale e guerra guerreggiata

Il nostro Paese e i popoli d’Europa vivono tempi particolarmente bui.

All’interno, è in atto una spietata guerra di classe condotta dalle oligarchie finanziarie dell’Unione europea contro il proletariato (preferiamo ancora ricorrere a questo termine classico, perché comprende l’insieme degli sfruttati sottoposti al giogo del capitale).
Una guerra guerreggiata è ai confini della Ue: a Sud e Sud-est, dal Mediterraneo al Vicino e Medio Oriente, dalla Libia allo Yemen, con fronti mobili e apparentemente non riconoscibili e contraddittori (qual è il nemico dell’Occidente e dei suoi alleati sauditi e israeliani: lo “Stato Islamico”, che a parole si proclama – dopo averlo lautamente foraggiato e armato – di voler combattere, oppure l’Iran, la Siria di Assad, Hezbollah?); e un fronte orientale ben definito, ai confini della Russia, contro cui, insieme con la guerra economica delle sanzioni, si ammassano gli eserciti della Nato e si programma (risoluzione a stragrande maggioranza – 348 voti favorevoli e 48 contrari – del Congresso Usa del 24 marzo) la consegna di armi ancor più “letali” alla giunta fascista di Kiev, che sta attuando una feroce repressione contro le opposizioni antifasciste, in primis i comunisti, il cui segretario Petro Simonenko è oggi messo sotto accusa – come i nazisti fecero con Georgi Dimitrov – per “atti terroristici”. Contro il palese tentativo di decapitare il movimento di sinistra in Ucraina, distruggerne l’organizzazione e trasformare la reale opposizione al regime della giunta in una “opposizione tascabile” il PCU – ricordando che proprio a partire dalla messa al bando dei comunisti la “peste bruna” del fascismo ha scatenato la carneficina della seconda guerra mondiale – fa appello “ai nostri compagni della sinistra, ai partiti comunisti e operai d’Europa, ai deputati del Parlamento Europeo, al fine di sostenere la nostra lotta per fermare la guerra in Ucraina e contro l’istituzione della dittatura fascista” [il testo è in Marx21.it 2-4-2015].

Ci troviamo di fronte, simultaneamente, alla mancata soluzione, o piuttosto all’acuirsi – al di là degli annunci propagandistici di prossima “uscita dal tunnel”, nel mese di poi e l’anno di mai … – della crisi economica “strutturale” – non contingente, non legata a un breve e “fisiologico” ciclo del capitale – del modello capitalistico occidentale (la “Triade” imperialistica di Usa, Ue e Giappone, come la chiama Samir Amin, di cui pubblichiamo in questo numero un interessante saggio) e all’estensione dei focolai di guerra guerreggiata, che, con una felice intuizione il papa Bergoglio ha definito “terza guerra mondiale” combattuta “a capitoli”, “a pezzi” (13 settembre 2014 a Redipuglia, durante la celebrazione del centenario della Grande Guerra).

Il fronte Sud Sud-est

Due anni dopo i bombardamenti su Belgrado, tappa fondamentale del rovesciamento del diritto internazionale (cfr. l’articolo di Andrea Martocchia qui pubblicato), agli annunci della “guerra infinita” e in ogni dove al “Terrore” (cfr. i documenti strategici Usa del 2001-2002) seguì l’invasione dell’Afghanistan (2001) e poi l’occupazione, saccheggio e distruzione dell’Iraq (2003), il paese arabo laico più evoluto e progredito, in cui si era mantenuto un – certo non facile, ma sostanzialmente il più avanzato possibile per le condizioni storiche date – equilibrio tra etnie e religioni (il cattolico caldeo Tareq Aziz era ministro degli esteri e vice primo ministro nel governo di Saddam Hussein). Per alcuni anni, la guerra rimase sostanzialmente circoscritta all’interno di questi due paesi, nel tentativo degli Usa e dei loro alleati subalterni occidentali di “normalizzarli”. Insieme con le più letali armi di distruzione di massa (il fosforo bianco a Fallujah nel 2004 non fu un caso isolato) fu alimentata in Iraq la guerra tra etnie e confessioni religiose – curdi, arabi sunniti, arabi sciiti – per spaccare il paese.

Con le “primavere arabe” del 2010-2011, l’aggressione della Nato alla Libia e l’attacco alla Siria si delinea una “strategia del caos” volta a destabilizzare l’intera area araba e medio-orientale.

Il regime change in Libia nel 2011 avviene secondo un copione ben sperimentato: abbondanti finanziamenti, intelligence, agenti provocatori, armi e menzogne mediatiche – la quatariana Al Jazeera brilla particolarmente nella costruzione di plateali falsi – implementano un’insurrezione armata tribale. L’intervento della Nato – formalizzato il 25 marzo 2011, dopo che già gli aerei francesi e inglesi bombardano dal 18 la Libia, grazie ad un’interpretazione molto “allargata” della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che prevede l’istituzione di una no fly zone – è risolutore: la sproporzione di forze è evidente e Gheddafi, colpevole di aver cercato di costruire uno stato libico indipendente (con il più alto indice di qualità della vita in tutto il continente africano) viene stuprato e ucciso nel modo più infame.

Dopo l’Iraq di Saddam Hussein, invaso nel 2003 dagli anglo-americani, saccheggiato e smembrato, e la distruzione della Libia, oggi precipitata nel caos e divenuta base delle milizie del sedicente “Califfato islamico”, gli unici stati del mondo islamico che possono esprimere una politica indipendente dall’Occidente rimangono Siria e Iran, già definiti “Stati-canaglia” nei documenti strategici della Casa Bianca.

Ma in Siria, di fronte all’attacco destabilizzante, con modalità simili a quelle libiche, il partito Baath, partito laico, di indipendenza nazionale e orientamento socialista, non si disfa; parte consistente della popolazione, compreso il partito comunista siriano, sostiene il governo; l’esercito tiene e contrasta l’avanzata del cosiddetto “esercito siriano libero” finanziato ampiamente dall’Occidente (da un cui troncone nascerà anche l’esercito dello “Stato Islamico dell’Iraq e del Levante-ISIS”, oggi presentato come il più pericoloso nemico); e – fattore assolutamente non secondario – Russia e Cina, dopo aver amaramente sperimentato in Libia l’uso che gli imperialisti occidentali fanno delle risoluzioni del CdS dell’ONU, si oppongono decisamente a qualsiasi intervento esterno. La Siria non è isolata, ha il sostegno dell’Iran, degli Hezbollah libanesi (che seppero infliggere una cocente sconfitta a Israele quando nell’estate del 2006 tentò di annientarli con una spedizione punitiva in Libano), ha il sostegno di Mosca, che mantiene a Tartus l’unica sua base militare nel Mediterraneo. Dopo un anno e mezzo di furiosi combattimenti (febbraio 2012-luglio 2013) l’esercito siriano riesce a riprendersi buona parte del territorio e il tentativo degli imperialisti occidentali di eliminare Assad per avere in Siria un governo ad essi prono sembra votato al fallimento. Per questo Obama, Cameron e Hollande annunciano nell’estate 2013 l’intervento militare. Ma sono costretti a fare marcia indietro, sconfitti dalla pressione internazionale di Russia, Cina, paesi latino-americani, nonché dalle divisioni interne alla Nato, dove Germania e Italia si oppongono alla soluzione militare. E sconfitti dall’abilità diplomatica di Putin, che sottrae ai guerrafondai americani il pretesto di guerra, le armi chimiche, che la Siria si impegna a distruggere (accordo Kerry-Lavrov di Ginevra del 14 settembre 2013).

Il fronte russo

Tra agosto e settembre 2013 la Russia di Putin riemerge come potenza mondiale, capace di contrapporsi agli USA e giocare un ruolo determinante nei negoziati. Non è un caso allora che il fronte di guerra si sposti ora direttamente in Europa, ai confini della Russia, per circondarla, colpirla, ridimensionarla.

Il colpo di stato del 22 febbraio 2014 porta al potere una giunta fascista (cfr. il n. 1/2014 di MarxVentuno con lo speciale Ucraina) sostenuta da Usa, Ue e Nato, che così mette a segno il colpo più grosso nella sua marcia verso Est, iniziata già all’indomani dello scioglimento del Patto di Varsavia e della dissoluzione dell’Urss (si veda in questo numero il lavoro di Manlio Dinucci). La Nato è a ridosso dei confini della Russia. Ma, a calici ancora colmi dei brindisi nel quartier generale della Nato per la conquista dell’Ucraina – rivincita per lo scacco subito alcuni mesi prima in Siria – arriva la risposta delle popolazioni antifasciste ucraine: prima in Crimea, che attua una rapida e sostanzialmente incruenta secessione da Kiev, ricongiungendosi alla Russa, da cui Chruščev inopinatamente l’aveva separata nel 1954, “donandola” all’Ucraina (ma quando l’URSS era un’Unione il cui inno iniziava con Sojuz nerušimyj respublik svobodnych: Unione indistruttibile di libere repubbliche…). E subito dopo con l’insurrezione delle regioni sud-orientali, contro cui il governo golpista di Kiev, sostenuto dalla Nato, invia esercito e squadre paramilitari del Pravyj Sektor, che si macchiano di infami massacri, come il rogo al palazzo dei sindacati di Odessa (2 maggio 2014). Nel Sud-est dell’Ucraina si svolge una vera e propria guerra che ha il suo picco più cruento tra maggio e agosto, con l’aviazione di Kiev intenta a bombardare indiscriminatamente la popolazione: interi quartieri rasi al suolo.

Contro la Russia gli Usa e i suoi satelliti europei adottano sanzioni sempre più dure, mirano ad isolarla, a spezzare ogni legame economico con la Ue (blocco del gasdotto South Stream). L’atteggiamento tenuto dagli USA e dai suoi satelliti anglosassoni al vertice del G20 in Australia (15-16 novembre 2014), è significativo. Vi è il chiaro, ostentato tentativo di isolare Putin, raffigurato come un despota guerrafondaio, non diversamente da come i media embedded presentavano Milošević, Saddam Hussein, Gheddafi, Assad. Le relazioni economiche tra Russia e Ue, i progetti di cooperazione, sembrano un lontano ricordo. Sull’anticomunismo di un tempo si innesta oggi la russofobia: la Russia è ora il nemico principale del “mondo libero”. Vi è in tutto ciò una logica precisa. La Russia di Putin dopo l’era di cedimenti indiscriminati di El’cin all’imperialismo occidentale, rappresenta oggi un serio ostacolo al mantenimento dell’egemonia unipolare USA.

L’aggressione politica, economica, militare contro la Russia non fa però che accelerare il processo, già in corso da alcuni anni, di costruzione di un’alleanza strategica con la Cina popolare e i paesi emergenti, con i paesi latino-americani che operano per emanciparsi dalla tutela ingombrante dello zio Sam, per costruire un’alternativa, anche sul piano economico-finanziario e valutario, alla triade imperialistica. In questo contesto, la Russia potrebbe riorientare anche la politica economica interna, ampliando la sfera dell’intervento pubblico e della pianificazione, sottraendo altri settori – oltre quello delle risorse energetiche – al controllo degli oligarchi privati, come suggerisce James Petras (www.voltairenet.org/article186088.html).

Una campagna di massa contro la NATO

La guerra di grandi dimensioni come sbocco della crisi capitalistica non è purtroppo un’ipotesi di scuola: il secondo conflitto mondiale fu anche l’esito della grande crisi degli anni Trenta. Occorre esserne consapevoli e mobilitarsi in modo cosciente, organizzato, unitario per contrastare i fattori di guerra. In questa direzione va l’appello perché l’Italia esca dalla Nato (lo pubblichiamo in quarta di copertina).

La lotta di classe all’interno degli stati della Ue
Attacco contestuale al salario e alla democrazia

La classe capitalistica mira ad acquisire posizioni a danno del proletariato, tanto sul terreno economico-sociale con la riduzione del salario, in tutte le sue forme di salario diretto, indiretto e differito, quanto su quello politico, con lo svuotamento dei poteri effettivi delle assemblee elettive, destinate ad essere sempre più popolate di yesman, il rafforzamento del presidenzialismo, il varo di leggi elettorali maggioritarie e iper-maggioritarie, con elevate soglie di sbarramento, che riducono, quando non inibiscono del tutto, la possibilità di rappresentanza politica del proletariato.

Il nostro Paese, che, grazie alla Resistenza e alla guerra di Liberazione, si era dato la Costituzione democratico-sociale più avanzata dell’Occidente – tanto per la forma di stato e di governo parlamentare, quanto per i contenuti economico-sociali – sembra arrivare oggi, con il governo Renzi e il percorso accelerato che esso impone alla legge di riforma costituzionale e alla legge elettorale, al punto di approdo di una lunga involuzione, che marcò nel 1993 – con l’abolizione del sistema elettorale proporzionale puro (senza sbarramenti) iscritto implicitamente nella Carta costituzionale, e la fine del sistema delle Partecipazioni statali – un pesante punto a suo favore, tanto sul terreno della democrazia politica, quanto su quello della democrazia economico-sociale. Un ventennio dopo, Jobs Act, Italicum e riforma del Senato danno un ulteriore, pesante colpo. Ad essi si accompagna un attacco alle autonomie locali, con la tendenza alla ricentralizzazione del potere decisionale su questioni di “interesse strategico nazionale” – in campo economico, politico, militare – funzionale alla situazione di un paese in guerra, nonché la riduzione della partecipazione democratica, con l’obiettivo di accrescere la distanza tra istituzioni e cittadini, di blindare il potere delle forze politiche dominanti. In questa direzione va la soppressione dei consigli provinciali eletti direttamente dai cittadini e le scandalose leggi elettorali regionali. In Puglia l’avventura della “Primavera pugliese”, avviatasi dieci anni fa con la presidenza regionale di Niki Vendola, si chiude con il varo a fine legislatura (febbraio 2015) di una ignominiosa legge elettorale che, oltre che assegnare un premio di maggioranza alla coalizione più suffragata, eleva la soglia di sbarramento all’8% (la più alta fra tutte le regioni italiane!!), con l’obiettivo evidente di scoraggiare dalla partecipazione alla competizione elettorale le forze politiche che non si riconoscono nei due principali “poli”.

No alle riforme e alle leggi elettorali anticostituzionali

Per i comunisti, per gli autentici democratici e antifascisti, commemorare la Liberazione significa ingaggiare una lotta senza quartiere contro le riforme e le leggi elettorali anticostituzionali, nella piena consapevolezza che lotta per la democrazia e lotta sociale per il salario, i contratti, i diritti dei lavoratori, contro i tagli alla spesa sociale, per una riqualificazione della spesa pubblica, sono strettamente legate, che l’una non può ignorare l’altra. Su questo, il modello della Costituzione del 1948 è cristallinamente chiaro (si veda in proposito il supplemento al n. 2/2013 di questa rivista, con il contributo fondamentale di Salvatore D’Albergo, al cui nome si intitola l’associazione che nasce il 25 aprile a Bologna).

Purtroppo, questo intimo legame non viene adeguatamente colto da chi si muove sul terreno sindacale contro il Jobs Act e le controriforme del lavoro renziane, né da quei costituzionalisti attenti all’aspetto strettamente tecnico-giuridico della forma costituzionale, né da quei compagni “critici-critici” che, sulla base degli attuali assetti di potere nella Ue, ritengono ormai inutile e superato un impegno a difesa dalla Costituzione. Perciò, l’opposizione alle controriforme costituzionali, pur avendo conosciuto alcuni momenti di mobilitazione nazionale (tra tutti: la manifestazione del 12 ottobre 2013 a Roma) ha proceduto in ordine sparso, tra incertezze e ambiguità, un passo avanti e due indietro.

Il VII Congresso del Komintern e i fronti popolari

Occorre fare del 70° della Liberazione l’occasione della ripresa di un movimento effettivo, unitario e articolato ad un tempo, per il rilancio della lotta per la difesa e attuazione della Costituzione del 1948, ricordando che quella Liberazione fu possibile grazie all’unità faticosamente raggiunta delle forze antifasciste. A tale unità aveva lavorato con determinazione, superando tendenze settarie e autoreferenziali, una forza al contempo nazionale e internazionalista, il partito comunista, che si muoveva nel grande solco tracciato dall’Internazionale comunista, nel 1935, al suo VII Congresso, che definì e articolò la politica dei fronti popolari: un 80° anniversario oggi particolarmente pregnante. La marcia in più che i comunisti avevano era data dal loro essere – all’interno di un fronte nazionale di liberazione qual era il CLN – parte di un grande fronte internazionale guidato dall’Unione Sovietica, che fu, con la sua resistenza all’invasione nazifascista e l’epica vittoria di Stalingrado, determinante nella guerra di liberazione.

La contraddizione tra centro e periferia all’interno della Ue

La configurazione della Ue è gerarchica e non paritaria. Le regole che presiedono al suo funzionamento strut-turano il rapporto tra paesi capitalistici “centrali” dominanti e paesi capitalistici “periferici”. Il saggio di Vladimiro Giacché che pubblichiamo in questo numero spiega in modo chiaro, traducendo nella lingua di Marx l’austerity, come quest’ultima sia servita a far pagare i costi della crisi di sovrapproduzione capitalistica – che non è un’invenzione dei “poteri forti” – ai paesi periferici dell’Unione. Sotto questo aspetto, dal punto di vista del modo di produzione capitalistico e della sua intima logica che richiede distruzione di capitale per riprendere il processo di accumulazione, le politiche di austerità imposte dalla “troika” (BCE, Commissione Europea, FMI) ai paesi periferici della Ue non sono state affatto un fallimento: hanno distrutto capitale, ma lo hanno fatto in modo selettivo, scaricandone il peso maggiore sui capitalismi periferici.

Nella sala gremita di compagni e bandiere rosse che il 20 dicembre 2014 battezzava a Roma l’Associazione per la ricostruzione del partito comunista, Domenico Losurdo ha posto con chiarezza la questione dei due terreni – intimamente e dialetticamente tra loro connessi – su cui si svolge la lotta di classe: quello nazionale e quello internazionale. Non può esservi emancipazione del proletariato nei paesi capitalistici avanzati senza rottura della catena imperialistica, senza liberazione dei popoli oppressi dal giogo dell’imperialismo, sia che esso operi nella forma del dominio diretto – occupazione e amministrazione coloniale del territorio, com’è stato fino alla metà del secolo scorso –, sia in quella del dominio indiretto, attraverso il governo di propri fiduciari, la borghesia compradora.

La contraddizione all’interno della Ue tra paesi capitalistici centrali e periferici – presente nelle fondamenta e nell’architettura della costruzione europea, e ben palese nel suo percorso di “allargamento” ad Est (cioè l’Anschluss dei paesi ex socialisti) – si è acuita negli ultimi anni, a partire dal manifestarsi violento della crisi economica capitalistica tra il 2007 e il 2008. I vertici dei paesi dominanti della Ue non solo hanno imposto ai paesi periferici misure pesantissime sul piano economico-sociale attraverso politiche di “austerità”, ma si sono ingeriti direttamente nella loro vita politica nazionale, in un rapporto di tipo neocoloniale, in base al quale i rappresentanti politici nazionali al governo non sono che dei fiduciari cui i paesi centrali affidano il compito di implementare le loro direttive: una “classe politica” compradora. La lotta di classe sul piano internazionale è qui lotta per il recupero della piena sovranità nazionale, contro la colonizzazione del paese da parte delle classi dominanti nei paesi centrali; sul piano interno, è lotta nazionale-popolare (nella accezione gramsciana) contro la propria borghesia compradora.

Il caso esemplare della Grecia

Alle elezioni politiche del 25 gennaio 2015 la “Coalizione della sinistra radicale” (Syriza) – confermando i sondaggi preelettorali – è la più suffragata (36,34%); con il premio di maggioranza (50 deputati) ha in parlamento 149 seggi su 300. L’astensione è stata pari al 35% (o il 37%, con i voti bianchi o nulli). Il partito comunista (KKE) con il 5,64% ottiene 15 parlamentari. Nea Dimokratia, il partito di centro-destra (aderente al partito popolare europeo) del primo ministro uscente Samaras perde un paio di punti percentuali e scende al 27,81% dal 29,66% ottenuto alle elezioni del 17 giugno 2012, mentre il suo alleato di governo, il “Movimento socialista panellenico” (Pasok), aderente al partito del socialismo europeo, prosegue la sua valanga discendente: dal 12,28% del 2012 al 4,68% attuali. Il “sorpasso” si era già verificato alle elezioni europee del 25 maggio 2014, quando Syriza confermò il 26,5% delle elezioni del 2012, mentre Nea Dimokratia passò dal 29,66% al 22,7%.

La traiettoria ascendente di Syriza corrisponde in modo quasi uniforme alla traiettoria discendente del Pasok, colpevole di aver implementato le politiche di massacro sociale imposte dalla troika: quando il Pasok va al governo con le elezioni del 4 ottobre 2009 è il primo partito (43,9% e 160 seggi); Syriza ha solo il 4,6% e 13 deputati. Tre anni dopo, il 6 maggio 2012, il Pasok crolla al 13,2%, superato da Syriza, che passa al 16,8%. Un mese dopo, il 17 giugno 2009, scende ancora al 12,28%, mentre Syriza balza al 26,89%.

Come scrive João Ferreira, parlamentare europeo del Partito comunista portoghese, «i risultati delle elezioni greche rappresentano una sconfitta dei partiti che, al servizio del grande capitale, hanno governato la Grecia e che, con l’Unione Europea, sono responsabili per la politica di disastro economico e sociale imposta al popolo greco […] Rappresentano anche una sconfitta per coloro che nel quadro dell’Unione europea hanno cercato, attraverso inaccettabili pressioni, ricatti e ingerenze, di condizionare l’espressione elettorale del profondo malcontento e della volontà di cambiamento politico del popolo greco. I risultati elettorali esprimono il rifiuto della politica imposta dai successivi “programmi di aggiustamento” accordati con la troika, di intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori, di distruzione dei diritti del lavoro e sociali, di negazione delle più elementari ed essenziali condizioni di vita, di declino economico e di rinuncia alla sovranità, sotto i dettami dell’Unione Europea e dell’euro. Il rifiuto del corso di impoverimento e di disastro economico e sociale, e la volontà di cambiamento della politica si sono tradotti nella vittoria di Syriza, che è stata la forza politica più votata» [www.marx21.it, 27-1-2015].

Il programma elettorale presentato da Syriza a Salonicco il 15 settembre 2014, confermando l’idea base di non uscire dall’euro o dalla Ue, ma di trasformarla dall’interno in senso sociale, chiedeva “un forte mandato di negoziazione con l’obiettivo di cancellare la maggior parte del valore nominale del debito pubblico in modo da renderlo sostenibile nel contesto di una Conferenza europea del debito”, come già accaduto per la Germania nel 1953; includere una clausola di crescita nel rimborso della parte restante in modo da finanziarlo con la crescita e non attraverso leggi di bilancio; una moratoria del pagamento del debito per recuperare i fondi per la crescita; escludere gli investimenti pubblici dai vincoli del Patto di Stabilità e di Crescita; un New Deal Europeo di investimenti pubblici finanziati dalla Banca europea per gli investimenti; un aiuto quantitativo da parte della Banca centrale europea con acquisti diretti di obbligazioni sovrane. “In base a questo piano, ci batteremo e garantiremo una soluzione socialmente praticabile sul problema del debito della Grecia in modo che il nostro paese sia in grado di pagare il debito residuo attraverso la creazione di nuova ricchezza e non di avanzi primari, che privano la società di reddito” [cfr. http://www.altraeuroparoma.it, 9-1-2015].

Lo scontro con i vertici Ue

Il primo round della trattativa del nuovo governo greco – sostenuto anche, in nome della comune lotta all’austerità, dal partito di centro-destra dei Greci indipendenti (ANEL) – con i vertici dei paesi centrali della Ue si chiude il 20 febbraio: non è accolta nessuna richiesta sostanziale della Grecia, cui si concede solo una dilazione di quatto mesi in cambio dell’attuazione di misure in aperto contrasto con gli impegni (forti aumenti dei salari e delle pensioni e una maggiore spesa pubblica per fare fronte al drammatico arretramento delle condizioni di vita delle classi più povere del Paese) assunti da Syriza in campagna elettorale:. Come scrive non un “estremista di sinistra”, ma Romano Prodi, “le cose non potevano andare diversamente da quando si è capito che la Grecia aveva rinunciato all’uso dell’unica efficace arma in proprio possesso, cioè l’uscita dall’Euro […] Negli ultimi giorni la forza contrattuale greca è stata ulteriormente indebolita da una posizione contraria ad ogni concessione anche da parte di Paesi che, come Spagna, Irlanda e Portogallo, avevano fortemente subito la crisi, ma ritenevano di esserne usciti per merito dei sacrifici compiuti e si opponevano a qualsiasi concessione particolare per la Grecia, come se i greci di sacrifici non ne avessero fatti a sufficienza. A Bruxelles il governo greco si è trovato quindi del tutto isolato e la Germania ha avuto gioco facile a radunare attorno a sé la sostanziale unanimità dei Paesi dell’Eurogruppo” [Il Messaggero 23-2-2015]. L’accordo scontenta anche una buona fetta del gruppo dirigente di Syriza: al comitato centrale l’emendamento della “Piattaforma di Sinistra” che respinge l’accordo raccoglie il 41% di consensi.

Un mese dopo, il 20 marzo, la Commissione europea, mette a disposizione di Atene due miliardi di euro prelevati dalla riserva di bilancio dei fondi Ue non utilizzati, riducendo il cofinanziamento greco al solo 5%. Il provvedimento viene giustificato con la “crisi umanitaria che ha bisogno di un aiuto che venga dal budget europeo”; i fondi saranno impiegati “per rafforzare l’azione a sostegno della crescita e della coesione sociale, per fronteggiare la disoccupazione giovanile” [www.ilsole24ore.com]. Ma nella decisione della Commissione europea ha pesato probabilmente – come osserva V. Giacché – la pressione di Obama, che ritiene che un’uscita della Grecia dall’euro (e contestuale suo accordo con la Russia) indebolirebbe il fronte sud-est della Nato e quindi il suo controllo su quella parte del Mediterraneo [“Fine di una leggenda”, in marx21.it 22-3-2015]. Mentre licenziamo questo editoriale, viene confermato per l’8 aprile l’incontro tra Putin e Tsipras, il quale sarà anche il 9 maggio a Mosca per il 70° della vittoria dell’Armata Rossa sul nazifascismo. Si prevede il rafforzamento della cooperazione tra i due paesi in diversi settori (energia, agricoltura, turismo, commercio), lo sviluppo del nuovo gasdotto Turkish Stream e che la Grecia diventi l’hub europeo del gas. Prende forma una relazione speciale di Atene con Mosca che preoccupa e irrita i vertici dei paesi capitalistici centrali, che vedono profilarsi una potenziale alternativa al loro dominio sui paesi periferici.

Guardare oltre la Ue per costruire l’alternativa

Scaricando i costi della crisi sui paesi periferici, le classi dominanti dei paesi centrali si assicurano una certa pace sociale: le condizioni di vita e di lavoro del proletariato e delle masse popolari dei paesi centrali hanno subito degli arretramenti, ma non così violenti come nei PIIGS. Se tracciamo un bilancio di sette anni di crisi, dovremo riconoscere che le classi dominanti dei paesi centrali sono riuscite ad evitare che la crisi si trasformasse in crisi generale e mettesse in discussione i rapporti di potere. I governi dei paesi centrali sono rimasti saldamente in mano alla borghesia e le classi subalterne sono divenute ancor più subalterne, subendo l’iniziativa dei dominanti. Ciò è dovuto certamente alla debolezza – quando non addirittura all’assenza – di una forza politica organizzata con un chiaro progetto alternativo, ma anche al fatto che, scaricando la crisi sui paesi della periferia, la borghesia è riuscita a dividere il proletariato dei paesi europei, che non ha trovato reali momenti di unità, obiettivi comuni di lotta. Pur non avendo alcun privilegio, pur essendo sfruttato ed espropriato del plusvalore prodotto, pur avendo visto arretrare le condizioni di vita e di lavoro, nella scala dello sfruttamento e della miseria il proletariato dei paesi centrali si trova, rispetto al proletariato dei paesi periferici, nella posizione di una “aristocrazia operaia”.

In Grecia si è aperta una fase nuova: è stato licenziato il governo comprador al servizio delle oligarchie Ue, è stato richiesto un deciso cambiamento nel rapporto con i paesi centrali.

All’interno della Ue la contraddizione principale è tra paesi capitalistici centrali e periferici (l’Italia si colloca in una zona intermedia tra essi). La sua soluzione richiede – a meno di rivoluzioni comuniste e internazionaliste nel cuore dei paesi centrali, che rovescino radicalmente il rapporto con i paesi periferici – il pieno recupero di sovranità politica ed economica dei paesi periferici, e quindi la rottura della gabbia della Ue e dell’euro. Ciò implica una frattura traumatica, un processo rivoluzionario di liberazione nazionale, auspicabilmente diretto e organizzato da un fronte nazionale-popolare il più ampio e articolato possibile, capace di includere le forze economico-sociali e politiche opposte alle oligarchie della Ue e alla propria borghesia compradora. Il rapporto di forze, allo stato attuale, appare nettamente sbilanciato a favore dei vertici dei paesi centrali, anche perché non c’è un’azione coordinata dei paesi periferici.

La possibilità che la lotta contro la colonizzazione e per il recupero di sovranità abbia successo nelle condizioni date – di un dominio che si esercita attraverso la morsa del debito con cui le oligarchie dominanti dei paesi centrali stritolano il paese periferico indebitato e lo “sostengono” come la corda sostiene l’impiccato – occorre, come scrive Fosco Giannini (in marx21.it 6-2-2015), sollevare lo sguardo oltre i confini della Ue e collegarsi al fronte di paesi e popoli che si stanno cimentando nell’impresa di portata storica di costruire un’alternativa sul piano economico, politico, culturale, militare, all’imperialismo della “triade”: la Repubblica Popolare Cinese, che procede lungo la via della costruzione del socialismo con caratteristiche cinesi (pubblichiamo qui un articolo del direttore del Centro Ricerche sul socialismo mondiale, Li Shenming e il report di Francesco Maringiò sul convegno tenutosi a Roma il 25 ottobre con una nutrita delegazione dell’Accademia marxista cinese); la Russia, oggi in prima linea nello scontro con l’imperialismo occidentale; i paesi latinoamericani emancipatisi dalla tutela di Washington (si veda in proposito l’ampio testo di Federico Lamattina in questo numero).

Il fronte nazionale-popolare costruito all’interno dei paesi periferici ha bisogno di collegarsi a un più ampio fronte all’esterno, il fronte di paesi e popoli che sta costruendo l’alternativa all’Occidente. Nella costruzione del fronte e nella stretta connessione tra fronte interno e fronte esterno, i comunisti, forza nazionale-popolare e internazionalista ad un tempo, possono giocare un ruolo determinante.

Per un fronte unito oggi

Il fronte di cui oggi abbiamo bisogno e che i comunisti hanno il compito di promuovere non azzera le identità politiche, ideologiche, culturali dei suoi singoli componenti, non richiede rinunzie o abiure, ma la condivisione di grandi obiettivi politici fondamentali: l’opposizione alla guerra imperialista, la difesa della Costituzione democratico-sociale del 1948, con tutto ciò che essa implica sul terreno internazionale, della forma di stato e di governo, dell’emancipazione del lavoro, del modello di sviluppo fondato sulla programmazione democratica dell’intervento pubblico in economia, e, quindi, il rovesciamento coerente e deciso, traendone tutte le conseguenze, delle politiche economiche imposte nei Trattati Ue, dal fiscal compact al pareggio di bilancio, alla struttura della Bce.

All’interno di questo fronte è essenziale la presenza autonoma di una forza politica comunista coerente e determinata, erede di quel partito comunista che dette un contributo fondamentale alla Resistenza e alla stesura della Carta costituzionale, con una linea al contempo risolutamente antisettaria e tenacemente antiopportunistica, capace di opporsi, nel corso della lotta di Liberazione, ai tentativi anglosassoni di irreggimentare il movimento partigiano in mera forza di complemento subalterna degli eserciti anglo-americani.

Alla ricostruzione di questo soggetto comunista la nostra rivista intende contribuire con la pubblicazione – a cominciare da questo numero – di un supplemento specificamente dedicato all’attività dell’Associazione per la ricostruzione del partito comunista, che sta promuovendo convegni e iniziative in tutta Italia.

La ricostruzione del soggetto politico comunista non è compito di breve durata, richiede un lavoro paziente e faticoso di recupero del miglior lascito del passato e, al contempo, di straordinaria capacità di analisi delle contraddizioni del tempo presente, dei rapporti di forza tra le forze in campo, sul piano internazionale e interno, per un progetto comunista del XXI secolo. Senza memoria non c’è futuro, ma senza sguardo al futuro, il recupero della memoria è operazione arida e inerte.

Commemoriamo in questi giorni il 70° della Liberazione. Celebriamolo ricordando al contempo il VII Congresso del Komintern, perché la politica del fronte unito nella lotta di classe interna e internazionale è oggi di estrema importanza, è la bussola che può guidare il nostro cammino.

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