Problemi ed esperienze organizzative nella sinistra alternativa europea

Problemi ed esperienze organizzative nella sinistra alternativa europea

Dopo il crollo dell’URSS e del socialismo reale era convinzione diffusa che in breve tempo le residue forze politiche di ispirazione comunista sarebbero scomparse dalla scena o confinate in ambiti molto marginali dei sistemi politici europei. Questa convinzione era così radicata che Massimo D’Alema dichiarò, facendo ricorso al suo abituale ma non sempre preveggente sarcasmo,  che ormai a sinistra fuori dell’Internazionale Socialista restavano solo Rifondazione Comunista e Fidel Castro e anche quest’ultimo non stava molto bene.

Da allora sono emerse le nuove esperienze latinoamericane ed anche in Europa, dove ormai si pensava che la socialdemocrazia avrebbe rafforzato ovunque il suo dominio, sì è registrata una ripresa significativa di forze politiche che si collocano alla sua sinistra.

Le ultime elezione europee hanno fatto registrare un rafforzamento del Gruppo Unitario della Sinistra (GUE/NGL) nel quale confluiscono la quasi totalità delle forze di sinistra. Complessivamente le forze della sinistra alternativa (o radicale come abitualmente viene definita nel mondo anglosassone) hanno raccolto 12.981.000 voti con un incremento di un punto percentuale sulle elezioni precedenti. Un risultato che risente ancora di una diseguale distribuzione fra i vari Paesi e dell’assenza di partiti significativi in numerosi paesi importanti come la Gran Bretagna e la Polonia.

Vi sono Paesi nei quali i partiti della sinistra alternativa  hanno sorpassato, sul piano del consenso elettorale, i partiti socialdemocratici.

Nel caso di Cipro, il locale partito comunista, AKEL, è da sempre un partito con un seguito elettorale ed un radicamento di massa, rapportato alle dimensioni e alla popolazione dell’isola, ben più forte del partito socialdemocratico. Questo primato è rimasto incontrastato anche dopo il crollo dell’Unione Sovietica, alla quale pure l’AKEL era particolarmente legato e si è confermato nelle più recenti elezioni presidenziali, nonostante la crisi di consenso che ha colpito il partito dopo la non felice esperienza della Presidenza del comunista Christofias.

In Grecia, per effetto della gravissima economica e sociale si è assistito alla quasi scomparsa dei socialdemocratici del PASOK (un tempo partito populista e radicale poi normalizzato lungo una via di centro-sinistra moderato alla Tony Blair) e all’accesso al governo di SYRIZA, partito che ha raccolto nel tempo gran parte delle forze della sinistra alternativa e radicale attorno al Synaspimos.

In Spagna, al nuovo raggruppamento Podemos sembra possibile, stando ai sondaggi, quel sorpasso che era mancato ad Izquierda Unida nella sua fase di maggior successo, quando era guidata dal popolare Julio Anguita, mentre i socialisti pagavano in termini di popolarità i numerosi scandali nei quali erano coinvolti. Le elezioni politiche si terranno alla fine del 2015 e si vedrà se l’onda di consenso popolare che si è riversata su Podemos potrà tradursi nel successo atteso.

Ma vi sono anche altri paesi nei quali il primato socialdemocratico a sinistra è messo in discussione. In Irlanda il Sinn Fein, partito nazionalista di sinistra aderente al GUE, ha raggiunto nelle elezioni europee quasi il 20%, mentre i laburisti, al governo con un partito di centro-destra, sono scesi a poco più del 5%.

In Olanda le recenti elezioni provinciali hanno registrato una forte crescita del Partito Socialista (anch’esso aderente al GUE) che diventa il primo partito di sinistra, mentre cala drasticamente il Partito Laburista (centro-sinistra) anche qui al governo con il centro-destra.

Questi dati hanno prodotto una crescente attenzione verso la sinistra alternativa europea da parte di studiosi, giornalisti e militanti e all’uscita di numerosi volumi che raccolgono studi sui singoli paesi e/o partiti. La Fondazione Rosa Luxemburg ha pubblicato, nell’arco di alcuni anni, 3 volumi di saggi che hanno fornito un quadro ampio delle principali forze politiche e della loro evoluzione. Altri studi sono stati prodotti da una fondazione democristiana tedesca e dall’Istituto di ricerca che fa capo alla Quarta Internazionale. Singoli studiosi di diverso orientamento quali Luke March e Kate Hudson (che è anche militante politica di sinistra oltre che studiosa) hanno pubblicato saggi complessivi sull’evoluzione della sinistra alternativa europea. A sancire il mutamento di atteggiamento anche da parte di ambienti anticomunisti giunge l’ultimo numero della rivista francese  Communisme, diretta da Stephane Courtois (curatore del noto e molto discusso “Libro nero del comunismo”) dedicato all”eterno ritorno” dei comunisti in Europa.

D’altra parte, Pascal Delwit, un politologo belga, piuttosto vicino al centro-sinistra ha pubblicato recentemente un articolo su Les Echo intitolato: “La socialdemocrazia europea si gioca ormai la sua sopravvivenza”. Delwit mette l’accento sui mutamenti sociali (la riduzione della classe operaia della grande industria) ma anche sulla incapacità, o non volontà, della socialdemocrazia di sostenere un’alternativa al neoliberismo. Per questo motivo, il tracollo del PASOK greco, più che costituire un caso eccezionale, potrebbe prefigurare il destino finale della socialdemocrazia europea.

La sinistra “radicale”, lungi dall’essere un fenomeno residuale, potrebbe diventare l’unica possibilità di realizzare un alternativa politica ad un’egemonia incontrastata del liberismo. Finora però l’accresciuta attenzione degli studiosi e degli analisti si è rivolta in misura limitata agli specifici aspetti organizzativi che sono l’oggetto del presente testo. Un tentativo di analisi comparata dell’organizzazione dei partiti di sinistra non può che pertanto che essere ancora molto parziale.

La forza elettorale

Prima di passare in rassegna alcuni aspetti delle modalità organizzative proprie ai partiti considerati, è opportuno provare a definire in termini quantitativi il campo della sinistra alternativa e anticapitalista in Europa, richiamando i dati elettorali ottenuti nelle più recenti elezioni politiche parlamentari nazionali (tranne per Podemos che si è presentato per la prima volta alle europee del 2014, i partiti sottolineati sono quelli che aderiscono al Partito della Sinistra Europea). In questa lista sono compresi alcuni partiti che non aderiscono al GUE per motivi diversi (il KKE ed i Socialisti Popolari, ma che vengono abitualmente considerati parte di questo campo e SEL che ha avuto quanto meno un atteggiamento oscillante tra la socialdemocrazia e la sinistra alternativa). L’elenco è disposto sulla base del numero assoluto dei voti e non della forza relativa misurabile con le percentuali che comunque vengono fornite a fianco.

Die Linke (Germania)                                                 3.756.000            8,6%

Syriza                                                                                2.246.000          36,3%

Front de Gauche (Francia)                                         1.792.000            6,9%

Izquierda Unida (Spagna)                                           1.686.000            6,9%

Podemos                                                                           1.254.000            8,0% (elezioni europee)

Sinistra Ecologia Libertà (Italia)                                 1.089.000            3,2%

Partito Socialista (Paesi Bassi)                                      910.000           9,7%

Partito Comunista Boemo-moravo                            741.000        14,91%

Rivoluzione Civile (Italia)                                            765.000             2,2%

Partito Comunista Portoghese                                    441.000             7,9%

Partito di Sinistra (Svezia)                                               356.000            5,7%

KKE                                                                                         338.000             5,5%

Partito Socialista popolare (Danimarca)                     326.000              9,2%

Blocco di Sinistra (Portogallo)                                       289.000             5,2%

Partito Comunista della Repubblica di Moldavia         279.000        17,5%

Estrema Sinistra Francese (NPA, LO, POI)                  253.000             1,0%

PTB (Belgio)                                                                           251.000             3,7%

Alleanza di sinistra (Finlandia)                                      239.000             8,1%

Lista Rosso-verde (Danimarca)                                      237.000             6,7%

Sinn Fein (Irlanda)                                                            221.000             9,9%

Sinn Fein (Irlanda del Nord – UK)                               172.000              0,6%

La Sinistra (Lussemburgo)                                             162.000             4,9%

AKEL (Cipro)                                                                        132.000        32,7%

Partito Socialista di Sinistra (Norvegia)                     116.000             4,1%

Alleanza Sinistra Unita (Irlanda)                                  57.000             2,6%

Sinistra Unita (Slovenia)                                                   52.000            6,0%

Sinistra-Verde (Islanda)                                                      21.000         10,9%

Totale                                                                                  18.181.000

Di cui membri o osservatori della SE                             11.559.000      (63,6%)

Considerando altre forze minori, qui non riportate, si può calcolare che le forze della sinistra anticapitalista e antiliberista raccolgano ben più di 18 milioni di voti nello spazio europeo (paesi dell’Unione Europea e Paesi “vicini”) escludendo da questo calcolo la Russia (dove i comunisti raccolgono 12.600.000 voti) e i paesi ex sovietici tranne la Moldavia (complessivamente 1.136.000 voti concentrati prevalentemente in Ucraina e Kazakhstan, ma in molti paesi i comunisti sono illegali o operano in condizioni molto difficili).

Per fare un confronto storico si può ricordare che i partiti comunisti dell’Europa occidentale a metà degli anni ’70 raccoglievano 23 milioni di voti. Di questi però quasi 13 milioni in Italia e quasi 6 milioni in Francia. Se si prescinde da questi 2 Paesi, e soprattutto dall’Italia, dove si sono “persi” 11 milioni di voti, per effetto dello scioglimento del PCI, in diversi Paesi dell’Europa occidentale la forza della sinistra è comparabile o superiore a quella di 40 anni fa.

Ciò che è cambiato, con un processo che appare irreversibile a livello europeo, è il peso delle forze che rivendicano un’identità comunista all’interno di una sinistra che è diventata molto più pluralista. Sulla base della tabella sopra riportata sono meno di un milione di voti in Europa Occidentale che vanno direttamente a partiti comunisti e circa 1 milione negli ex paesi socialisti. A questi si deve aggiungere una quota non facilmente identificabile di voti comunisti in liste di coalizione (Spagna, Francia, Italia) e si può ragionevolmente ipotizzare un elettorato complessivo di 4 milioni e mezzo di voti. Si tratta di circa un quarto di tutta la sinistra alternativa. Anche tra i partiti comunisti esistono però differente ideologiche, politiche, organizzative non minori di quelli che esistono tra gli altri partiti della sinistra.

Un altro aspetto che va considerato nell’analisi dei dati elettorali è la ripartizione territoriale. Sul piano dell’azione e del carattere del partito ha una notevole rilevanza se questo voto è suddiviso più o meno egualmente sul territorio nazionale oppure se ha una forte concentrazione in alcune aree geografiche. Questa diffusione del voto ha almeno due effetti. Innanzitutto accresce il peso della presenza istituzionale a livello locale, perché consente al partito in oggetti di disporre di quello che, in Francia, è stato chiamato come “comunismo municipale”.

Differenze significative in tal senso si registrano in almeno tre Paesi: Francia, Portogallo, Germania. In Francia il PCF ha potuto contare per molti anni sulle zone “rosse” che consistevano principalmente nella banlieue parigina, nelle zone operaie del Nord (dove però era forte anche una tradizione riformista operaia), in un zona centrale a base rurale (il dipartimento dell’Allier) ed in una parte ampia del sud (regione intorno a Marsiglia). Negli ultimi anni per una serie di ragioni sociali e politiche queste zone tendono a normalizzarsi, mentre il Front de Gauche ha registrato una crescita in aree dove non esisteva una forte tradizione comunista. Questo cambiamento tende a far diminuire il peso delle zone dove il partito ha un insediamento sociale di massa (anche se indebolito) e incrementare quelle nelle quali invece il voto tende a diventare tendenzialmente d’opinione.

Nel caso del Portogallo è evidente la differenza che deriva dalla comparazione del voto del PCP con quello del Blocco di Sinistra. Quest’ultimo è relativamente disperso sul territorio in modo omogeneo ed a questo corrisponde uno scarso insediamento organizzativo che si riscontra nel voto per le elezioni locali, normalmente molto più basso che nelle votazioni politiche generali. Il Partito Comunista ha invece consensi più elevati ma fortemente concentrati in alcune regioni (Beja, Evora, Setubal) dove raggiunge percentuali che vanno dal 20 al 25%. Sono ancora le zone della riforma agraria conquistata dopo la caduta del fascismo e quelle a dominante operaia della cintura di Lisbona. Pur avendo percentuali comparabili sul piano nazionale il KKE (l’altro partito della corrente comunista “ortodossa”) non dispone più di vere e proprie “zone rosse” e ha perso quasi tutte le roccaforti di “comunismo municipale”, mantiene però un insediamento organizzato soprattutto attraverso il PAME, la propria corrente sindacale di partito all’interno dei sindacati generali.

In Germania è noto il divario esistente tra la parte orientale (ex DDR) e quella occidentale, anche se il passaggio dalla PDS alla Linke, con l’afflusso di militanti provenienti dalla socialdemocrazia e dal sindacato all’Ovest, ha consentito di conquistare nuovi consensi e di entrare in diversi parlamenti regionali. In Turingia, Sassonia-Anhalt, Sassonia, Meclemburgo-Pomerania e Brandenburgo, la Sinistra tedesca raccoglie dal 20 al 24% dei voti.

Più equilibrata la suddivisione territoriale del Partito Comunista Boemo-Moravo che è però tradizionalmente più debole nella città di Praga (meno del 9,0%) e forte nella regione settentrionale di Usti nad Labem (dove supera il 20%) e ha eletto il governatore.

I collegamenti internazionali

Dopo la crisi dell’internazionalismo comunista già evidente dagli anni ’70, sono occorsi diversi anni perché potessero riattivarsi sedi di confronto internazionale. Tra gli stessi partiti comunisti sono emerse due tendenza, una favorevole a ricostruire sedi specifiche di relazione tra partiti comunisti e l’altra invece che privilegia relazione politiche con le varie forze di sinistra anticapitalista e antiliberista, a prescindere dal riferimento identitario.

A livello globale si sono sviluppate sedi di confronto che vedono protagonisti i movimenti sociali a fianco dei (e a volte in polemica con) i partiti politici, come i Social Forum, mondiali e regionali mentre manca una sede di incontro della sinistra alternativa nel suo complesso. L’idea lanciata a suo tempo da Hugo Chavez per la costituzione di una “Quinta internazionale” non ha avuto seguito. Si sono sviluppati invece alcuni Forum regionali. Quello più consolidato è il Forum di San Paolo, rivolto alla sinistra latinoamericana, nato per iniziativa congiunta del PC Cubano e del PT brasiliano. Di più recente formazione un Forum della sinistra araba, promosso soprattutto dal PC Libanese, ed un Forum della sinistra africana, animato dal PC Sudafricano e da altri partiti minori.

Esiste da tempo una rete di Partiti Comunisti, promossa inizialmente dal KKE, che organizza un incontro annuale in sedi diverse (l’ultimo in Ecuador). Ne fanno parte prevalentemente, ma non esclusivamente, i partiti di tradizione “filosovietica”. Alcuni partiti importanti come il PC Giapponese non vi hanno mai aderito. Lo stesso PRC vi ha partecipato occasionalmente ed in un ruolo defilato. Negli ultimi anni sono emerse importanti divergenze su diverse questioni tra le quali il giudizio sulla Cina, sulla sinistra latinoamericana, sulla Russia e su altri temi. In particolare i comunisti greci hanno assunto posizioni considerate settarie da molti altri partiti comunisti, tendendo a proporsi come nuovo centro ideologico Questa strategia lo ha allontanato da una serie di partiti ideologicamente affini come il PC Portoghese (al quale fa oggi riferimento anche il PCdI/PdCI).

I principali organismi di collegamento internazionale esistenti a livello europeo sono il GUE/NGL, il gruppo della sinistra nel parlamento europeo, e il Partito della Sinistra Europea. Esiste inoltre una “Iniziativa europea dei partiti comunisti ed operai”, promossa dal KKE, ed alcune aggregazioni territorialmente più limitate come la “Sinistra Verde  Nordica” e, per l’area dell’ex Unione Sovietica, l’Unione dei Partiti Comunisti- PCUS, guidata dal Partito Comunista della Federazione Russa.

Il Partito della Sinistra Europea è stato fondato nel 2004 a Roma al termine di un processo iniziato 5 anni prima con una proposta di Lothar Bisky, avanzata a Berlino nel corso di un incontro dei partiti della sinistra alternativa. I principali promotori furono la PDS tedesca (oggi confluita nella Linke), i comunisti francesi e spagnoli, Izquierda Unida, Rifondazione Comunista e il Synaspismos (il principali partito promotore di Syriza). Apertamente contrario il Partito Comunista Greco, per ragioni insieme ideologiche e politiche essendo contrario all’Unione Europea in quanto tale, mentre altri partiti pur non avendo pregiudiziali ideologiche, sono decisamente critici verso ogni forma di rafforzamento della dimensione politica europea a discapito di quella nazionale, come i socialisti olandesi e parte della sinistra scandinava.

Nel tempo il numero dei partiti aderenti ed osservatori si è allargato fino a superare la trentina, alcuni dei quali molto piccoli. Complessivamente, se si prendono i dati elettorali dei partiti di sinistra a livello europeo, la Sinistra Europea raccoglie circa i due terzi delle forze.

In occasione delle ultime elezioni europee l’SE ha deciso di presentare la candidatura di Alexis Tsipras alla carica di Presidente della Commissione europea quale strumento per costruire una convergenza unitaria delle forze ostili alle politiche di austerità. La candidatura di Tsipras venne avanzata, in sede di Partito della Sinistra Europea, dal PRC e venne poi ratificata dal Congresso di Madrid.

Il Partito Comunista Greco non è riuscito ad impedire la crescita e la stabilizzazione del Partito della Sinistra Europea nonostante un campagna di polemica molto ostile condotta da anni. Nel 2013 ha dato vita ad una propria struttura europea con il titolo di “INIZIATIVA dei Partiti Comunisti e Operai per lo studio, lo sviluppo delle questioni europee e il coordinamento delle loro attività”, un titolo prolisso quanto modesto. Ad essa hanno aderito altri 28 partiti, ma si tratta per lo più di piccoli gruppi molto marginali, in generale frutto di scissioni di altri partiti, alcune risalenti agli anni ’70 in polemica con l’eurocomunismo come il PCPE spagnolo, il PC Svedese, il Nuovo PC britannico. Altri sono frutto di scissioni più recenti come un paio di gruppi francesi, il Partito del Lavoro Austriaco ed il gruppo di Rizzo, sorto da una scissione del PdCI. Nella lista delle adesioni compaiono anche molti partiti comunisti nati nei paesi dell’est, ma nessuno di quelli che godono di un seguito elettorale e di una effettiva rappresentanza di settori significativi della società. L’unico altro partito, oltre al KKE, che dispone di una rappresentanza parlamentare è il Partito Socialista Lituano, il quale nelle ultime elezioni parlamentari del 2014, ha eletto due deputati nelle liste del partito socialdemocratico Armonia, pur senza figurare ufficialmente come partito. I due eletti sono Arturs e Raimond Rubiks, figli del presidente del partito Alfred Rubiks, ex parlamentare europeo non riconfermato nel 2014.

Altre iniziative europee sono di fatto defunte. Il Forum della Nuova Sinistra Europea sembra non essersi più riunito da diversi anni. Diversi partiti che erano impegnati nel Forum sono ora attivi nel Partito della Sinistra Europea. Pressoché defunta sembra essere anche la Conferenza della Sinistra Anticapitalista Europea che raccoglieva soprattutto partiti di orientamento trotskista. L’ultima riunione di cui si ha notizia si è tenuta a Londra nel giugno 2011. Inizialmente a questi incontri avevano partecipato anche partiti di diverso orientamento come il PRC, Synaspismos ed altri. Per lo più si trattava di partiti che avevano al proprio interno correnti aderenti alla Quarta internazionale. In calce all’ultimo documento pubblicato compaiono i nomi di 23 organizzazioni. Per lo più si tratta di gruppi che fanno riferimento a tre correnti trotskiste presenti in Europa: la Quarta Internazionale, la Tendenza Socialista Internazionale, il Comitato per un’Internazionale Operaia.

La struttura senza dubbio più attiva è il Partito della Sinistra Europea, che riunisce regolarmente sia il Comitato esecutivo, che il Consiglio dei Presidenti (i leaders dei vari partiti), pubblica regolarmente documenti e prese di posizioni sugli eventi più rilevanti della scena politica internazionale e organizza un’Università d’Estate alla quale possono partecipare anche militanti e simpatizzanti in una logica di funzionamento a rete, meno burocratica e verticistica delle strutture internazionali tradizionali.

Sono stati costituiti numerosi gruppi tematici, ma al momento sembra che solo alcuni abbiano un funzionamento reale, in particolare quello femminista (EL-FEM). Non per tutti i partiti la partecipazione alla Sinistra Europea è diventata patrimonio comune degli iscritti e militanti, e non sempre le prese di posizione dell’SE, normalmente diffuse in inglese, vengono tradotte e diffuse in altre lingue.

Il contesto delle scelte organizzative

Un’analisi comparativa delle scelte organizzative dei partiti della sinistra alternativa europea deve tener conto degli elementi di contesto. Struttura sociale e di classe, caratteri del sistema dei partiti, , tradizioni culturali ed ideologiche sono tutti elementi che influiscono sulle modalità di organizzazione dei partiti.

Il sistema istituzionale pesa in vari modi e in alcuni casi favorisce processi di unificazione. E’ il caso della Germania dove il sistema elettorale ed i vincoli legali hanno favorito il permanere del ruolo dei partiti come strumenti relativamente solidi di organizzazione della partecipazione politica. Il sistema elettorale è omogeneo a tutti i livelli elettorali e l’accesso alla rappresentanza politica viene incanalata dai partiti. La legge esclude che una coalizione di più partiti possa presentarsi alle elezioni. Un problema che la PDS ha dovuto risolvere con una formula provvisoria nelle prime elezioni nelle quali si è presentata con la WASG, quando ancora l’unificazione non era completata, ma che avrebbe potuto portare alla sua esclusione dalle elezioni.

In Grecia la scelta di trasformare Syriza da coalizione a partito è stata anche favorita dalla norma secondo la quale solo i partiti e non le coalizioni possono accedere al premio dei 50 seggi assegnati a chi ottiene la maggioranza relativa. La possibilità concreta (e poi realizzatasi nel gennaio 2015) di diventare il primo partito del Paese e di conquistare il Governo ha spinto all’unificazione.

Più complesso individuare i rapporti tra struttura sociale e forma organizzativa ed anche l’influenza che hanno le specifiche tradizioni culturali.

Si possono indicare in termini generali i seguenti fattori: il mutamento della struttura sociale (riduzione della grande impresa fordista, sviluppo del terziario, frammentazione e precarizzazione della forza lavoro), cambiamenti politici (svuotamento dei parlamenti e riduzione della sovranità nazionale, influenza dei processi di finanziarizzazione e globalizzazione, crisi della partecipazione politica, sfiducia nei partiti), cambiamenti culturali (crescita dell’individualismo e espansione dei nuovi media e delle reti sociali).

Da tutto questo non deriva però una cancellazione dei conflitti sociali né dell’aspirazione a cambiamenti politici come anche il quadro contrastato e contradditorio, ma tutt’altro che immobile, che si registra a livello europeo ed internazionale sembra confermare.

La crisi del modello unico

A partire dalla formazione dell’Internazionale Comunista e dal processo noto come “bolscevizzazione”, i partiti comunisti sono stati tenuti a conformarsi ad un modello organizzativo unico. Questo modello si basava sul riferimento al ruolo di partito di avanguardia, rappresentante della classe operaia, al “centralismo democratico” come strumento di regolazione della vita interna, al ruolo decisivo dell’apparato professionale, al controllo di una rete di organizzazioni frontiste (sindacati, organizzazioni femminili, giovanili, culturali ecc.). Questo schema è stato fortemente irrigidito dall’affermarsi dall’egemonia stalinista sul movimento comunista internazionale.

Nel dopoguerra e ancora di più dopo la crisi del 1956, i partiti comunisti (che rappresentavano la quasi totalità della sinistra anticapitalista) hanno avviato percorsi diversi che si sono rispecchiati anche nell’evoluzione dell’organizzazione interna. Per una tendenza si è continuato a ritenere essenziale salvaguardare il carattere monolitico dell’organizzazione, mentre dall’altro si è dato vita ad una forma più flessibile ed aperta di gestione del dibattito interno (parziale riconoscimento di diverse sensibilità, senza però pervenire all’accetazione delle correnti) ed anche nel rapporto con la società e con i movimenti (si veda il diverso atteggiamento nei confronti del movimento studentesco del 1968 tra PC Italiano ed il PC francese).

L’evoluzione della sinistra alternativa in Europa, già avviata in qualche caso prima del crollo del blocco sovietico (Spagna, Olanda, Danimarca, Grecia) ha portato ad una differenziazione delle forme di “strumento politico” utilizzato. Per usare una categorizzazione contenuta nelle analisi della marxista latinoamericana Marta Harnecker (che però si riferisce più alla base sociale che non alla forma organizzativa del partito) si possono individuare di tre tipologie fondamentali di strumento politico: il partito, il partito-fronte, il fronte. Nella pratica le differenze non sono sempre così nette, ma applicando questa differenziazione si possono comparare le diverse realtà europee. Il Pc francese o quello greco sono indubbiamente dei partiti (anche se il primo consente al proprio interno un’articolazione di posizioni, mentre il secondo privilegia il monolitismo), mentre Izquierda Unida può essere considerato un “partito-fronte”, perché unisce alcune competenze proprie del partito (a partire dalla presenza alle elezioni e dal controllo dei gruppi di eletti nelle varie istituzioni) al fatto di mantenere al proprio interno sia partiti strutturati che singoli aderenti. Un esempio di fronte come coalizione di soggetti politici è il Front de Gauche francese.

Gran parte dei soggetti organizzati in Europa tendono ormai ad essere il frutto della convergenza di correnti politico-ideologiche diverse all’interno di un unico “strumento politico” che a seconda delle situazioni e delle condizioni specifiche assume forme organizzative diverse spostandosi lungo l’asse di partito, partito-fronte o fronte.

Alcune esperienze sono nate dall’unione di partiti, ma hanno avviato un processo che ha dato vita ad un soggetto politico molto più ampio delle forze iniziali e questo percorso lo ha portato a trasformarsi sempre più da fronte a partito. E’ il caso, ad esempio, del Blocco di Sinistra portoghese e della Alleanza Rosso-verde danese. In quest’ultimo caso alcune delle forze politiche originarie si sono sciolte ed altre non lo hanno fatto ma, dato che l’80-90% degli iscritti attuali hanno aderito direttamente all’Alleanza, il permanere dei partiti originari non è più un fatto rilevante e riguarda in sostanza la decisione degli appartenenti a quelle forze politiche.

Il carattere dello “strumento politico” nella visione della Harnecker non è solo il frutto della valutazione critica dell’esperienza storica dei partiti marxisti e comunisti, con il rifiuto del monolitismo ideologico, della burocratizzazione degli apparati e dei rischi di rapporto paternalistico-autoritario nei confronti della classe operaia e dei movimenti sociali, che vengono denunciati come alcuni dei difetti di questi partiti, soprattutto nell’esperienza latino-americana, ma anche come risultato dei processi di scomposizione e ricomposizione e delle figure sociali.

L’obbiettivo è di riunificare soggetti sociali dispersi e frantumati, per i quali non si può dare come premessa che la condizione della base materiale favorisca di per sé questa unificazione. Vale per questo, in una certa misura, ciò che scriveva Valerio Evangelisti, all’inizio degli anni ’80, ricostruendo la storia del Partito Socialista Rivoluzionario romagnolo, una delle prime forze politiche proletarie italiane, nate dall’evoluzione dell’anarchismo:

“Dallo statuto-regolamento del P.S.R. esce complessivamente l’immagine di un partito estremamente decentrato, ma in fondo abbastanza solido (grazie al carattere vincolante del programma) e soprattutto adeguato ai compiti del momento. Solo un partito aperto era infatti in grado di raccogliere forze ancora divise e disgregate, cui era prioritario fornire scopi precisi e una linea di condotta comune. Per di più, occorreva finalmente coinvolgere nel progetto socialista i più ampi strati proletari, dando loro una coscienza di classe ed addestrandoli all’associazione e all’autogestione dei propri interessi. Non si poteva raggiungere questo obbiettivo imponendo dall’inizio schemi troppo rigidi, ma era necessario seguire con duttilità i moti spontanei del proletariato, accogliendone senza riserve le esigenze ed inquadrandole in una strategia complessiva che tenesse conto delle situazioni locali. Nasceva così un partito che era al tempo stesso un movimento, e che al primo posto metteva l’autodeterminazione e l’intelligenza dei militanti, sottolineando il concetto che, tra chi si batteva per una società egualitaria, non dovevano esistere né capi, né subalterni.” (Storia del Partito Socialista Rivoluzionario, pp. 52-53)

Mi sembra qui rilevante il richiamo fra una forma partito aperta, flessibile quasi di partito-movimento e la composizione sociale del soggetto che si vuole contribuire ad organizzare. In situazioni, com’è ovvio, molto diverse, resta il problema di quale forma debba avere uno strumento politico che cerchi di “unire ciò che il liberismo ha diviso”.

Più complesso mi sembra invece il ruolo di capi, come si diceva allora, o leaders. Alcune esperienze, come quella di Podemos, ci indica che non è affatto lineare. Podemos è infatti esplicitamente una forza politica nata dall’alto e non dal basso, anche se ha saputo cogliere l’esigenza diffusa espressa da un movimento di massa come quello degli “indignados”. In questo caso si può ritenere che valga l’analisi gramsciana secondo la quale è più facile costruire un “esercito” (per metafora un partito politico) grazie ad un nucleo ristretto ma determinato e coerente di “ufficiali” che non con una massa di “soldati” dispersi.

La presenza di forme di coalizione politica a sinistra pone anche problemi inediti e non sempre facili da risolvere. In una realtà come quella italiana la sinistra potrebbe trovarsi a dover far convivere per una fase non breve con tutti e tre le tipologie (partito, partito-fronte, fronte politico). Esperienza per altro non del tutto inedita, anche se in situazioni politiche non facilmente comparabili, come ad esempio il caso recente di Israele, dove il Partito Comunista è parte di un soggetto politico pluralista, il Fronte Democratico per l’Uguaglianza e la Pace, che a sua volta ha dato vita ad una Lista Unitaria che raccoglie uno spettro più ampio di forze.

Gli iscritti e le forme di adesione

 

Dire organizzazione politica significa necessariamente dire iscritti e militanti. A differenza di quanto accade per i voti che sono facilmente accertabili, il numero degli iscritti ed ancora di più quello degli iscritti attivi è una dato spesso difficile da calcolare. Nella tabella seguente sono elencati i principali partiti della sinistra alternativa europea con il numero degli iscritti, derivati da varie fonti. Sono dati da assumere con una certa prudenza, perché si riferiscono ad anni diversi, a volte sono indicazioni ufficiali (che potrebbero essere arrotondate per eccesso) a volte stime in presenza di partiti che non forniscono dati. In generale danno un’idea attendibile del corpo organizzato dei diversi partiti.

Podemos                                                                            368.000

Partito Comunista Francese                                         138.000 (64.000 in regola con il pagamento)

Partito Comunista Boemo-moravo                              80.000

Die Linke (Germania)                                                     61.000

Izquierda Unida (Spagna)                                              71.000

Partito Comunista Portoghese                                      60.500

Partito Socialista (Paesi Bassi)                                      46.000

Sinistra Ecologia Libertà (Italia)                                    34.000

Syriza                                                                                      30.000

KKE                                                                                         30.000

Partito Comunista della Repubblica di Moldavia       30.000

Partito Rifondazione Comunista                                     19.000

Partito Socialista Popolare (Danimarca)                     16.500

AKEL (Cipro)                                                                        15.000

Partito di Sinistra (Svezia)                                                13.000

Partito Comunista d’Italia (ex PdCI)                              12.600

Alleanza di sinistra (Finlandia)                                      10.500

Partito Socialista di Sinistra (Norvegia)                        9.500

Lista Rosso-verde (Danimarca)                                       8.000

Sinn Fein (Irlanda)                                                               7.000

PTB (Belgio)                                                                            6.800

Blocco di Sinistra (Portogallo)                                           6.700

Sinistra-Verde (Islanda)                                                      5.800

I partiti membri e osservatori della Sinistra Europea contano 460-470.000 iscritti.

Si registra un problema comune a tutte le forze politiche, comprese quelle di sinistra, che è il calo delle adesioni ai partiti come tendenza generale di tutta l’Europa. Costituisce un’evidente eccezione lo spagnolo Podemos che ha raggiunto una cifra considerevole di aderenti nell’arco di pochi mesi.

Va precisato che non per tutti i partiti l’adesione ha lo stesso significato. Alcuni mantengono una forma di selezione in entrata, per la quale occorre avere come “padrini” uno o due conoscenti già iscritti. L’iscrizione implica poi una serie di impegni alla partecipazione all’attività del partito che si può esprimere a diversi livelli (può essere quasi quotidiana o più occasionale) anche se nessuno dei partiti di una qualche consistenza della sinistra europea può essere considerato un partito di soli militanti.

Alcune forze politiche hanno previsto una doppia forma di adesione: il membro a pieno titolo oppure il simpatizzante. Quest’ultimo ha diritto ad essere informato dell’attività del partito e di partecipare delle sue attività ma, normalmente, non alle votazioni nelle quali si prendono le decisioni.

La tendenza per molti partiti è di semplificare notevolmente le modalità di adesione, sfruttando ampiamente le possibilità offerte da internet. In questi casi si tratta solo di riempire un formulario con i propri dati, accettare il programma del partito e poi garantire un sostegno finanziario che varia in modo significativo da partito a partito.

Per l’adesione alla Linke viene chiesto un contributo in proporzione al reddito. Se si dispone di un reddito netto di 1.000-1.100 euro al mese la richiesta è di un contributo di 20 euro mensili, preferibilmente attraverso il prelievo diretto dal conto bancario dell’iscritto.

Il Partito Socialista olandese, incoraggia l’adesione online, e chiede solo 20 euro di iscrizione (5 euro al trimestre). Izquierda Unida non fissa una cifra di adesione ma con l’iscrizione si dà diritto al partito di prelevare direttamente dal conto corrente il contributo deciso dall’aderente.

Il Partito Comunista Francese chiede ai propri iscritti di versare l’1% del proprio reddito e comunque non meno di 12 euro.

In Italia, SEL ha scelto di privilegiare l’adesione online che può anche non essere collegata a nessuna realtà territoriale specifica, né per essa viene richiesto alcun tipo di militanza attiva. Non richiede alcun obbligo, se non quello di condividere l’articolo uno dello statuto che definisce gli obbiettivi e le modalità di azione generali del partito. L’iscrizione diretta ad una struttura fisica è indicata come soluzione piuttosto eccezionale per coloro che non hanno dimestichezza con il computer o nel caso ci si voglia far seguire da qualcuno più esperto. La tessera prevede un minimo ordinario di 24 euro annui, dimezzato per studenti, disoccupati, pensionati.

Resta da verificare concretamente se il trasferimento del tesseramento dal contatto personale diretto al rapporto virtuale telematico possa essere una soluzione che consente di ampliare la partecipazione all’attività politica in una situazione di mutamento delle relazioni sociali oppure non si trasformi invece in una modalità che favorisce lo spostamento del potere interno in senso oligarchico.

La formazione delle decisioni ed il potere degli iscritti

Quanto sono democratici i partiti della sinistra? La risposta ovviamente è tutt’altro che semplice, anche se in generale tutti, pur avendo modalità organizzative profondamente diverse, si considerano tali. Esiste però un dilemma che, per quanto non sempre apertamente teorizzato, si ripresenta regolarmente del rapporto fra democrazia interna ed efficacia dell’azione politica.

Il “centralismo democratico”, nella versione perseguita dalla maggioranza dei partiti comunisti si proponeva come la sintesi migliore per tenere in equilibrio i due piatti della bilancia, soprattutto perché applicati a partiti che perseguendo un rovesciamento dell’ordine sociale avevano a che fare con un ambiente ostile (che si trattasse degli anni del fascismo o quelli della guerra fredda). La continua “presenza del nemico” era una delle ragioni che veniva messa in prima piano per richiamare alla disciplina e per mantenere rigorosamente all’interno delle proprie fila i conflitti e i dibattiti politici. Questo tipo di meccanismo sì è rivelato efficace soprattutto in condizioni di clandestinità e di conflitto politico-ideologico estremo, alla lunga non si è dimostrato adeguato a fronteggiare una società più frammentata e maggiormente pervasa da forme di comunicazione orizzontale (nel bene e nel male).

Oggi solo pochi partiti applicano il “centralismo democratico” così come inteso nei partiti comunisti fino agli anni ’70. Non è sempre detto però che l’abbandono di quel modello abbia determinato automaticamente una maggiore democrazia.

Verificare il tasso di democrazia di un partito è operazione assai difficile ed è più facile scomporre l’analisi in alcuni interrogativi più specifici. Ad esempio, ci si può chiedere attraverso quali processi si manifesti il potere degli iscritti? Per rispondere a questa domanda, occorre tenere conto che spesso i processi reali non sono quelli che si riscontrano esaminando gli statuti. Si tratta di documenti che in molti casi hanno un valore “programmatico”, cioè attestano ciò che un partito vorrebbe essere, piuttosto che ciò che è realmente.

Possiamo considerare come criteri per valutare le possibilità di influenza degli iscritti: l’esistenza di referendum interni, l’elezione diretta o meno degli organismi dirigenti ed in particolare del leader, la scelta dei candidati alle varie scadenze elettorali.

Il referendum è stato utilizzato in modo abituale dal Partito Comunista Francese che ha portato alla decisione degli iscritti, tra le altre, la scelta di sostenere la candidatura di Melenchon alle elezioni presidenziali, l’adesione al Partito della Sinistra Europea e, in occasione delle ultime elezioni comunali, la decisione di partecipare o meno a coalizioni di sinistra con il Partito Socialista. Mediamente a queste votazioni partecipano attorno ai 40.000 iscritti.

Diversi partiti prevedono il referendum come strumento di consultazione interna ma lo utilizzano molto di rado. Il Partito Comunista Boemo-Moravo vi ha fatto ricorso per sottoporre agli iscritti la decisione se mantenere o meno il  nome di partito comunista, con la netta prevalenze di coloro che rifiutavano un cambio di identità politica.

L’AKEL cipriota, a metà degli anni ’90, ha sottoposto a referendum la decisione di cambiare il proprio orientamento nei confronti dell’Unione Europea da quello tradizionalmente ostile dei partiti “marxisti-leninisti” ad uno più favorevole. Scelta che vide gli iscritti a larga maggioranza esprimersi a sostegno della svolta europeista (in parte rivista negli ultimi tempi, a causa ricadute sull’isola della crisi e delle politiche di austerità imposte dalla trojka).

Il ricorso a votazioni tra gli iscritti per decidere una scelta politica non è un fatto totalmente nuovo nella tradizione comunista. Il partito bolscevico decise con il voto dei propri aderenti se partecipare o meno all’elezione della Duma di San Pietroburgo qualche anno dopo il fallimento del primo tentativo rivoluzionario del 1905. Gli iscritti si divisero in modo significativo con 1200 voti a favore del boicottaggio e 800 contrari.

Un altro elemento interessante per valutare il potere degli iscritti riguarda la scelta del leader del partito. Nel modello tradizionale dei partiti comunisti, il segretario generale veniva eletto dal Comitato centrale, a sua volta eletto (in genere all’unanimità) dal Congresso. Storicamente l’affermazione del ruolo centrale del Segretario Generale nei Partiti comunisti è frutto dell’affermazione di Stalin, mentre era inesistente nel partito bolscevico di Lenin. Alcuni partiti trotskisti, per sottolineare il loro richiamo ad un leninismo più autentico di quello staliniano, hanno evitato di prevedere la carica di Segretario Generale. Questo non ha impedito la personalizzazione del conflitto interno e l’identificazione di molte correnti troskiste con una specifica personalità (per cui abbiamo “lambertisti”, “morenisti”, “grantisti” e così via).

In diversi partiti il ruolo del Segretario Generale è stato modificato, a partire dal nome (nel PCF è diventato “segretario nazionale”) per sottolineare una maggiore collegialità della direzione. Per altri partiti al vertice c’è un Coordinatore o Portavoce. Sempre nel caso del PCF questa collegialità si esprime anche in una diversa valorizzazione dei dirigenti, ad esempio le relazioni ai Consigli Nazionali (equivalente del Comitato Centrale di un tempo) sono normalmente tenute dal dirigente responsabile di un settore di lavoro e non dal Segretario. E’ interessante notare che un partito nuovo e molto lontano dal modello comunista come Podemos abbia scelto di usare la definizione di “segretario generale” per il proprio leader Pablo Iglesias.

In qualche caso si è proceduto a nominare una doppia leadership (normalmente un uomo ed una donna). Questo accade nella Linke, dove si cerca anche di tener conto della duplice sensibilità esistente tra gli iscritti dell’est e quelli dell’ovest (Katja Kipping e Bernd Riexinger). Una scelta analoga aveva compiuto anche il Blocco di Sinistra portoghese (con Joao Semedo e Catarina Martins), ma l’esperienza della doppia reggenza non è stata valutata positivamente e l’ultimo congresso ha deciso di confermare la sola Catarina Martins.

Rispetto alla tradizione molti partiti hanno modificato la platea che elegge il leader. In diversi casi si è deciso di farlo scegliere direttamente dal Congresso (o assise equivalente). Questo vale per la Linke, ma anche per partiti più tradizionali come il Partito Comunista Boemo-Moravo, che al congresso elegge anche i vice-presidenti e le altre maggiori cariche.

Izquierda Unida ha utilizzato nel tempo modalità diverse (elezione nell’organismo rappresentativo equivalente al Comitato centrale, elezione al Congresso, votazione tra gli iscritti). Nel caso più recente che ha portato alla sostituzione di Cayo Lara con Alberto Garzon, giovane economista vicino al movimento degli indignados, ha scelto la strada della votazione aperta anche ai simpatizzanti, previa semplice iscrizione anche on-line. Si sono iscritti complessivamente più di 80.000, anche se di fatto Garzon si è trovato senza competitori interni. La scelta della modalità di voto (come la decisione di sostituire Cayo Lara, che pure ha svolto un ottimo lavoro alla guida di IU) è stata indubbiamente influenzata dalla crescita esponenziale di Podemos che raccoglie consensi anche nella tradizionale area elettorale e militante di Izquierda Unida.

Seguendo la tradizione dei partiti comunisti, per la maggioranza dei partiti della sinistra alternativa il leader politico è espressione del partito e non del gruppo parlamentare che resta in funzione subordinata. Fa eccezione il Partito Socialista olandese, nel quale il leader principale guida il gruppo parlamentare, mentre il segretario generale del partito ha prevalentemente funzioni organizzative e di coordinamento operativo.

Altro ambito nel quale valutare l’esistenza di processi più o meno partecipativi riguarda la scelte delle candidature alle elezioni nei vari livelli. Alcuni partiti riconoscono l’intervento diretto degli iscritti nelle scelte dei candidati, altri li riservano in modo pressoché esclusivo agli organismi dirigenti (a volte previa contrattazione tra le correnti). La scelta è a volte legata al sistema elettorale ed alla eventuale partecipazione a coalizione più ampie che impongono di tener conto degli equilibri tra le forze che compongono l’alleanza. Sia il PCF che la Linke hanno meccanismi di selezione ampia delle candidature. Nel caso delle elezioni europee del 2014 un congresso della Linke ha deciso con il voto dei delegati il posizionamento dei candidati in una lista che non prevede l’espressione di preferenze da parte degli elettori. Chi è ai primi posti ha l’elezione assicurata, più si scende e più calano le probabilità

Le correnti e il pluralismo interno

Il problema delle correnti e dell’organizzazione del pluralismo interno resta un tema difficile per i partiti della sinistra alternativa. La caduta del blocco sovietico ha accelerato un ripensamento del modello di partito che per altro era già in corso da tempo e che aveva già portato ad alcuni cambiamenti. Le forze che hanno mantenuto un carattere anticapitalista, pur con un bilancio più o meno critico del “socialismo reale” si sono posti il problema di evitare gli elementi di direzione dall’alto che erano presenti nei partiti comunisti e quindi di consentire una maggiore libertà di dibattito interno e soprattutto la possibilità di rappresentare all’esterno le varie posizioni.

Ci sono partiti nei quali il dibattito si esprime pubblicamente e può essere seguito da tutti. Ad esempio la discussione della Linke sulla questione dell’euro, che ha visto Lafontaine schierarsi per il superamento della moneta comune e per il ritorno ad una forma di sistema monetario condiviso, è stata sollevata pubblicamente ed ha avuto risposte altrettanto pubbliche, tra cui quella di uno dei due coordinatori del partito, Bernd Riexinger.

La Linke consente la formazione di gruppi di affinità per orientamento politico-ideologico e ne regolamenta la costituzione. Prevede inoltre uno specifico finanziamento, nella stessa maniera in cui sostiene economicamente i gruppi tematici. Nel corso del 2014, sulla base del suo bilancio, la Linke ha attribuito risorse a 7 gruppi: Sinistra anticapitalista, Sinistra emancipatrice, Forum del socialismo democratico, Dialogo socialista, Piattaforma comunista, Piattaforma ecologista, Sinistra socialista. Le cifre conferite sono piuttosto modeste e vanno dagli 800 ai 7.000 euro circa ciascuno. Le correnti possono raccogliere fondi ma questi devono essere versati sul conto del partito specificando che sono destinati a quello specifico gruppo.

Queste componenti cercano di influenzare l’esito dei dibattiti congressuali ma non si procede per piattaforme contrapposte (come avvenuto in varie occasioni nel PCF, PRC, Blocco di Sinistra, Izquierda Unida).

Non è facile capire quanto pesino questi gruppi sull’attività interna del partito, sembrerebbero però che esse non controllino se non indirettamente l’elezione dei delegati ai congressi, la nomina degli organismi dirigenti e le candidature.

Nel caso del Partito Comunista Francese le correnti restano vietate, ma esistono aggregazione più o meno informali di tendenza. Nei congressi si presentano piattaforme contrapposte che vengono sottoposte al voto degli iscritti. Nella seconda fase la discussione converge solo sul documento maggioritario, anche se resta possibile presentare emendamenti. Nella formazione degli organismi dirigenti si sono presentate in diverse occasioni liste concorrenti, che pesano sulla base dei voti ricevuto dai delegati congressuali.

A parte i partiti comunisti “ortodossi” per i quali si rileva la mancanza di dibattito pubblico, per cui le differenze d’opinione restano chiuse negli organismi dirigenti ristretti e i congressi servono prevalentemente per realizzare l’unanimità degli iscritti attorno alla posizione che presentata dal gruppo dirigente, ve ne sono anche altri che pongono netti limiti a forme di organizzazione per correnti o fazioni. Tra questi il Partito Socialista olandese che, nel 2009 ha avviata una procedura di espulsione nei confronti dei militanti del gruppo entrista trotskista Offensief (sezione olandese del Comitato per un’Internazionale Operaia con sede a Londra), in quanto considerati un “partito nel partito”, ponendosi perciò in contrasto con lo statuto. Il gruppo ha dovuto abbandonare l’entrismo e dar vita ad una propria organizzazione pubblica.

Il rapporto con i movimenti e le organizzazioni sociali

Il tema è molto complesso e non consente più di qualche breve accenno. Quando si parla di “movimenti” ci si riferisce spesso a soggetti molto variegati. Il rapporto più complesso tra partiti di sinistra e forme di organizzazione o autorganizzazione sociale andrebbe analizzato in modo più differenziato. Ci sono le organizzazioni stabili (sindacato, organizzazioni di categoria economica, strutture sociali e culturali) i movimenti che pongono tematiche generali (ecologismo, femminismo, altermondialismo, pacifismo) e altri movimenti legati a conflitti specifici e localizzati. Rispetto a tutti questi diversi tipi di movimento, i singoli partiti possono avere relazioni più o meno forti e di internità o di conflitto.

Dal punto di vista teorico ed anche pratico i due poli opposti del rapporto tra partito e movimenti si sono registrati in Grecia. La vicenda che dal Synaspismos (e dallo spostamento a sinistra degli equilibri interni) ha portato alla nascita di Syriza si è intrecciata a diverse fasi di sviluppo dei movimenti conflittuali. Il primo impulso è venuto dal movimento di Genova contro il G8 e poi la spinta unitaria si è rafforzata con il successo del Social Forum Europeo di Atene, nel quale soprattutto i giovani del Synaspismos e degli altri gruppi di sinistra si sono impegnati direttamente. Il movimento giovanile del 2008, seguito all’uccisione da parte della polizia di un ragazzo ad Atene, ha visto il Synaspimos scegliere la strada del sostegno politico ma senza il tentativo di imporre un ruolo di guida. Questa idea del rapporto paritario con i movimenti sociali è diventato uno degli elementi costitutivi della strategia di Syriza.

La scelta del KKE è stata invece all’opposto di mantenere un totale distacco da tutti i movimenti non direttamente controllati dal partito. Ostile sia al Social Forum che ai movimenti giovanili del 2008 mantiene un’idea completamente gerarchizzata del rapporto partito-movimenti. Gli unici movimenti che sostiene, giovanili o sindacali sono quelli controllati direttamente dal partito.

All’interno di questa polarizzazione si riscontrano molte differenze e sfumature che devono tener conto anche di realtà sociali diverse. La Spagna è stata teatro di movimenti sociali forti rispetto ai quali Izquierda Unida ha cercato di mantenere un’interlocuzione, anche quando ha assunto a livello locale funzioni di governo. In Andalusia, prima delle recenti elezioni, IU aveva deciso di partecipare ad un governo con il PSOE (scelta contestata da una minoranza della coalizione) cercando di far passare normare che impedivano alle banche di sfrattare i cittadini che non riuscivano più a pagare i mutui. Il movimento contro i desahucio (gli sfratti) è uno dei più forti in tutta la Spagna.

Il tentativo di IU di diventare il punto di riferimento politico dei movimenti di protesta contro l’austerità, parzialmente riuscito in una prima fase, consentendo al partito di uscire da una lunga crisi, deve oggi fare i conti con la nascita di Podemos che si pone come diretta espressione di quei movimenti e soprattutto del senso comune di protesta che essi hanno generato. Il rapporto di filiazione tra Podemos e gli indignados e gli altri movimenti di massa spagnoli non è però così diretta come può sembrare, ma mediato da una elaborazione politica complessa che ha tenuto conto sia delle esperienze latino-americane che del movimento 5 stelle italiano. Podemos ha cambiato in modo significativo il rapporto della sinistra con il populismo visto, in una certa misura come uno strumento necessario per conquistare un consenso di massa in una fase di frammentazione sociale.

Alcuni partiti mantengono l’idea dell’esistenza di una rete di organizzazioni “di massa” come “cinghie di trasmissione” con la società. Questa visione è più rigida nel caso del KKE, più flessibile nell’esperienza del PC Portoghese e dell’AKEL cipriota. Per il PC Boemo-Moravo il problema è l’estrema debolezza dei movimenti ed anche l’estrema difficoltà per questo partito a costruirsi un seguito significativo tra le nuove generazioni. Anche un partito di diversa tradizione come il Partito Socialista olandese ha avuto per molto tempo un rapporto molto distaccato nei confronti dei nuovi movimenti sociali ma anche dei sindacati. Ha invece preferito costruire proprie organizzazioni di intervento nella società (ad esempio strutture sanitarie per i quartieri popolari, gruppi di azione ambientalista, ecc). Un atteggiamento che si è andato modificando con l’afflusso di nuovi aderenti e con la progressiva trasformazione da una ”setta” maoista” ad un partito con un seguito di massa.

Altri partiti sviluppano un rapporto di dialogo con i movimenti ma attribuiscono una forte centralità all’azione politica ed istituzionale, altri accompagnano questa funzione con un ruolo di integrazione e sostegno sociale, altri ancora danno maggior rilievo alla partecipazione a conflitti e lotte sociali anche radicali.

Gli apparati e gli eletti

Dopo i recenti successi elettorali nell’Alleanza Rosso-Verde danese si aperto un dibattito sul ruolo del personale politico che si dedica all’attività del partito a tempo pieno e retribuito. Complessivamente si tratta di circa 85 persone, tra cui 12 parlamentari, 25 assistenti, qualche funzionario dell’apparato centrale del partiti ed alcune figure con ruoli di amministratori a tempo pieno decentrati nel territorio. La preoccupazione espressa da alcuni è che questo incremento del personale politico professionale (al di là dei benefici che porta con sé e  che vengono comunque riconosciuti) possa portare al prevalere di una logica istituzionale. Si formerebbe in questo modo una “burocrazia” portatrice di propri interessi autonomi, divergenti da quelli degli interessi sociali che dovrebbe rappresentare e tale da condizionare in misura crescente le scelte politiche del partito.

In questo caso la preoccupazione è accentuata dal fatto che un numero consistente di questo personale politico professionale è legato all’attività parlamentare e quindi più strettamente al gioco delle relazioni politico-istituzionali che hanno una influenza propria nel senso della moderazione e dell’adattamento ai rapporti di forza esistenti.

Il tema così posto ha indubbiamente un certo fondamento, soprattutto viene sottratto a valutazioni di tipo moralistico o a personalizzazioni per venire affrontato in termini generali ed in modo sistematico. Le due proposte avanzate per evitare gli effetti negativi della crescita del personale professionale non sono certo nuove: 1) legare in un certa misura lo stipendio del personale politico a quello medio operaio, per evitare quello che in Italia è stato battezzato come l’effetto della “casta” che vive sempre più distante dai problemi e dalle condizioni materiali della gente comune (una misura analoga è già in vigore per i parlamentari del Partito Socialista olandese, che versano le retribuzioni e vengono poi pagati dal partito con un stipendio equiparato a quello medio); 2) la rotazione degli incarichi, in modo che nessun dirigente politica possa fare politica in modo professionale per più di dieci anni .

Mentre il primo punto mi sembra difficile da contestare, il secondo si è sempre rivelato problematico da applicare. Il partito che lo aveva assunto come base dei propri principi, i Grunen tedeschi, in nome di una concezione un po’ ideologica della “democrazia di base” lo ha poi abbandonato perché veniva a sottovalutare il ruolo che alcuni dirigenti di primo piano svolgono per il fatto di essere riconosciuti dall’opinione pubblica, e perché le capacità politiche dei singoli non sono equivalenti e sempre facilmente sostituibili.

Non è facile conoscere il numero delle figure che svolgono in modo permanente e professionale la loro attività nei vari partiti. Il problema, com’è noto, si è assai ridimensionato in Italia per effetto dell’esclusione di una parte delle forze di sinistra dal Parlamento e per la decisione da parte del Governo Letta di abolire il finanziamento pubblico ai partiti (mentre l’efficacia del 2xmille resta da verificare) che è invece presente in gran parte dei Paesi europei.

In generale i politici professionisti dei vari partiti rientrano in 4 categorie: i parlamentari e le altre figure istituzionali elettive, gli apparati di supporto delle figure istituzionali, i funzionari di partito, i funzionari di altre organizzazioni sulle quali il partito ha un’influenza determinante (ad esempio organizzazioni sindacali o associative). Se consideriamo i maggiori partiti di governo di diversi Paesi europei, considerato il calo progressivo degli iscritti e dei militanti, che è una tendenza generale, il rapporto tra politici di professione e cittadini politicamente attivi si è quasi certamente spostato a favore dei primi.

Alcuni partiti mantengono un apparato politico significativo (ad esempio al PC portoghese sono attribuiti circa 300 funzionari) che può equilibrare il ruolo degli eletti, evitando l’instaurarsi di una sorta di “notabilato”, ma consente anche un forte controllo del dissenso interno da parte della direzione politica.

L’informazione e la comunicazione

L’utilizzo adeguato degli strumenti di informazione e di comunicazione resta un obbiettivo perseguito da tutte le forze della sinistra alternativa, considerato che in genere la gran parte dei grandi media sono tendenzialmente ostili.

Alcune forze politiche mantengono un loro quotidiano, ma si tratta ormai di eccezioni, considerato le difficoltà enormi che si incontrano nel competere con la stampa cosiddetta “commerciale” ed i costi crescenti che richiede la sua pubblicazione.

Attualmente esistono in Europa i seguenti i quotidiani comunisti e di sinistra legati a partiti (:

L’Humanité (PCF)                                                                          43.500 copie vendute (2012)

Neues Deutschland (Linke)                                                       45.000 copie vendute (2006)

Morning Star (PC Britannico)                                                    14.000 copie vendute (2005)

Rizospastis (KKE)

Avgi (Syriza)                                                                                          2.800 copie vendute (2012)

Halo Novini (PC Boemo-Moravo)                                                 30.000 copie vendute

Zeitung vum Lëtzebuerger Vollek (PC Lussemburghese)           1.000 copie vendute (2004)

La formazione e la ricerca

Non è facile ricostruire l’attività di formazione svolta dai partiti della sinistra europea e rivolta principalmente ai propri iscritti, ma in qualche caso il sito ufficiale del partito offre delle informazioni sufficientemente esplicative dell’attività svolta in tal senso.

Il PCF dedica grande attenzione alla cosiddetta “Università estiva” che si svolge abitualmente alla fine di agosto di ogni anno, in una località di montagna. Nell’arco di 3 giorni vengono organizzati decine di incontri con intellettuali e dirigenti del partito sui più diversi argomenti di interesse politico e sociale. Gli incontri sono molto serrati, suddivisi in fasce orarie di un’ora e mezza. I partecipanti devono scegliere tra 8 o 9 incontri diversi.

Vengono organizzati periodicamente degli “stages di base” nei quali viene proposto un formato standard di incontri della durata di due giornate con relazioni sulla storia e la politica del partito, il pensiero di Marx e la crisi economica e sociale. Su tutti questi temi uno spazio specifico del sito del partito propone i testi delle lezioni, video e altri materiali. Alcuni riguardano indicazioni pratiche su come migliorare le forme di comunicazione e l’organizzazione.

I comunisti spagnoli pubblicano sul loro sito una serie di fascicoli scaricabili sulla storia del partito e sul marxismo, ma forse il testo più originale è il “manuale di base per le agrupaciones (circoli o sezioni del partito)” nel quale oltre a sintetizzare gli obbiettivi generali del partito si delinea la sua organizzazione e indicazioni pratiche su come sviluppare iniziative politiche, organizzare la partecipazione alle manifestazioni ecc.

La Linke ha dato vita ad una commissione per la formazione politica, organizza una Fhrulingsakademie simile all’Università d’estate del PCF, e pubblica regolarmente materiale sul proprio sito in uno spazio apposito. Molto spazio viene dato alla illustrazione delle ragioni della crisi economico e finanziaria anche attraverso video. Non mancano corsi dedicati alle attività di comunicazione rivolta alla stampa e ai social network.

Su un diverso piano si svolge l’attività di ricerca che viene in genera affidata a fondazioni e centri di ricerca. A livello europeo, in collaborazione con il Partito della Sinistra Europea, sì è costituita la Rete Transform che raccoglie la Rosa Luxemburg Stiftung, sicuramente la più importanti per mezzi e numero di ricercato coinvolti (oltre 100 nella sede di Berlino), Espace Marx vicina al PCF, le fondazione legate alla sinistra spagnola (Fondazione di Ricerca Marxista, Fondazione per l’Europa dei Cittadini, Fondazione Alternativa).

Il finanziamento

In quasi tutti i Paesi europei esiste una forma di finanziamento pubblico dei partiti. In alcuni Paesi al finanziamento diretto si aggiunge anche un finanziamento rivolto all’attività di strutture di ricerca. Il caso più tipico è quello tedesco che consente l’attività di importanti fondazioni legate ai partiti presenti in parlamento.

In Germania, nel 2014, la Linke ha ottenuto 9,6 milioni di euro di finanziamento statale sulla base di un calcolo che tiene conto dei voti ottenuti, ma anche dei contributi diretti che riceve dai propri iscritti e della quota versata dai parlamentari e le donazioni. Il bilancio complessivo è di 12 milioni e quindi la quota che deriva dallo Stato incide in misura decisiva.

Izquierda Unida ha una disponibilità di fondi molto minore. Secondo il bilancio 2014 i suoi introiti sono di poco inferiori ai 4 milioni di euro. Di questi 2,5 milioni derivano dal contributo statale mentre le quote per le adesioni portano circa 350.000 euro. Ben più ricco il bilancio del Partito Comunista Francese, il quale nel 2011 ha avuto ricavi per quasi 31 milioni di euro. In questo caso il contributo statale incide decisamente meno, ammontando a 3,6 milioni di euro. Significativa la quota delle iscrizioni che ammonta più di 3 milioni di euro. La voce di gran lunga più consistente riguarda i contributi degli eletti che ammontano ad oltre 14 milioni di euro.

Anche in Grecia, il sostengo pubblico ai partiti politici è molto consistente. Nel solo 2009 il Partito Comunista Greco ha ricevuto quasi 9 milione di euro.

Un’esperienza interessante per la sua novità è sicuramente quello di Podemos, il quale ha sostenuto la campagna elettorale per le elezioni europee del 2014 con un bilancio molto limitato. Alla fine del 2014 aveva introitato poco meno di un milione di euro, dei quali solo 100.000 circa come rimborso statale delle spese elettorali. Due elementi particolari vanno segnalati, il primo consiste nell’utilizzazione del crowdfunding come strumento specifico di raccolta di fondi. Non si tratta di una normale generica raccolta di fondi ma di una sollecitazione finalizzato ad una particolare spesa. In questo modo la donazione è strettamente legata ad un uso specifico. Il secondo elemento riguarda il notevole sforzo di trasparenza sull’arrivo dei fondi e sul loro utilizzo. Sul sito è possibile vedere in dettaglio le singole donazione degli europarlamentari via via che vengono effettuate, le altre donazioni (spesso anonime perché effettuate con paypal) ma anche il dettaglio delle spese. Ad esempio è elencato tutto il personale pagato per l’attività del partito e le ragioni del suo utilizzo. Per tutti i dirigenti del partito viene riportata la dichiarazione dei beni posseduti e delle attività lavorative e politiche svolte in precedenza o in corso.

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