Diritto e … rovescio internazionale nel caso jugoslavo

kosovo refugeesdi Andrea Martocchia (nell’ultimo numero di MarxVentuno rivista)

Flashback

“Il rovescio internazionale” fu l’ottimo titolo di un prezioso instant book edito da Odradek nel giugno 1999. Altrettanto azzeccato il sottotitolo: “Vademecum per la prossima guerra”. Era un volumetto di scarso ingombro fisico ma di enorme peso specifico intellettuale, costruito sull’accostamento comparativo di contributi diversi, i quali tutti – partendo da competenze e interessi tematici variegati, pur non necessariamente condivisibili in toto quando presi singolarmente – concorrevano a rappresentare un quadro tanto chiaro quanto fosco (1) della fase. “Questa [iniziata il 24 marzo di quell’anno contro la Rep. Fed. di Jugoslavia] è una GUERRA e va chiamata con questo nome. Non esiste nessun altro nome che possa sostituire la sospensione della politica e del diritto…”. Quelle pagine della Introduzione di Claudio Del Bello cortocircuitavano le dichiarazioni di note personalità… ad esempio: “Sappiamo tutti che l’ONU (…) non ha espressamente autorizzato un intervento armato in Kosovo. È anche a tutti nota la ragione per cui ciò non avviene: la ferma opposizione dei paesi con diritto di veto nel Consiglio di sicurezza. Come è noto, l’Italia si batte da anni per una riforma del Consiglio di sicurezza che lo renda più democratico e rappresentativo, ponendo le premesse per un superamento del diritto di veto…”. (2)
L’Introduzione a “Il rovescio internazionale”, distillando i contenuti dell’intera pubblicazione, li potenziava, disvelando ulteriori drammatici risvolti:

Quali archivi conterranno l’innominabile di questa guerra? La NATO ha archivi? E, soprattutto, chi disporrà delle chiavi di accesso? A quale storico le consegneranno? Esisteranno più gli storici? E quali saranno gli istituti preposti alla loro formazione? (…) Ci disponiamo allora a rilevare gli elementi più cospicui, risultato di una sorta di bradisismo semantico, che hanno funzionato da detonatore nelle coscienze. Una catastrofica e repentina inversione figura/sfondo. (…) Dopotutto la guerra non è che una parola. O innanzitutto. (…) Tema di un gioco linguistico collettivo. Un gioco elusivo o consolatorio. Di qui la valanga di contraddizioni in termini, di ossimori (‘contingente necessità’), metafore (‘varco aperto nel sacro recinto della sovranità nazionale’), eufemismi (soprattutto: ‘danni collaterali’), equilibrismi lirici (‘scommessa arbitraria sulla legittimità futura”), truismi, fino alle tautologie alla D’Alema (‘la guerra è la guerra’, cioè, ‘gli affari sono affari’) (…) Con la sovranità muoiono anche i diritti di cittadinanza, quell’insieme di acquisizioni conquistate con secoli di lotte operaie e non. Vengono sostituiti dai diritti umani. Un bel passo indietro, non c’è che dire. Capitalisticamente parlando, questi ultimi hanno il vantaggio di essere astorici, astratti, ma soprattutto gratuiti, nel senso che il loro rispetto non prevede voci di bilancio nella spesa pubblica.

Diritto, adieu

Scriviamo oggi, più di quindici anni dopo, quando da quel “varco aperto” sono oramai scappati tutti i buoi.

La fase storica post-Ottantanove, di cui la guerra del 1999 è stata il punto topico, si è caratterizzata per la inversione della tendenza, che si riteneva o si sperava fosse via via consolidata durante la Guerra Fredda, alla composizione pacifica delle controversie (“pace”) ed alla regolazione normativa condivisa dei rapporti tra gli Stati (“diritto internazionale”). I Balcani, che più di ogni altra area dell’Europa sono trattati come “territorio di conquista” dalle grandi potenze, hanno rappresentato da subito (1991) lo spazio di sperimentazione di pratiche eversive inedite. Laggiù, entrambi i pilastri del precedente ordine internazionale sono stati fatti saltare in aria con la potenza perforante delle bombe all’uranio impoverito: alla pace è stata preferita la guerra; al diritto internazionale è stata sostituita la messa in scena di pratiche pseudo-giudiziarie, ad hoc, estemporanee e fittizie, espressione della protervia dei vincitori contro i vinti.

Il caso della violazione flagrante e reiterata del diritto internazionale, e della sua sostanziale demolizione nei Balcani, merita perciò studi accurati. Oramai la casistica è assai vasta ed esiste una ampia mole di documentazione che andrebbe passata al vaglio. In questa sede, per limitazione di competenza e di spazio a disposizione, ci limitiamo a fornire solo alcuni aggiornamenti, indicando nuovi spunti di riflessione e di analisi per un quadro di devastazione che è già avvertito da molti.

La notizia più recente

Un certo risalto sui mass-media ha avuto la Sentenza della Corte Internazionale di Giustizia (CIG) dell’Aja di inizio febbraio 2015. Quella Corte, in merito alle accuse reciproche di genocidio della Croazia e Serbia per la guerra civile che ha infuriato sul territorio delle Krajine e della Slavonia occidentale nel periodo 1991–1995, ha preferito rigettare entrambe le istanze per non scontentare nessuno. A nostro avviso nessuna delle due accuse era calzante, essendo altri i soggetti di reato, e l’esito del procedimento forse non poteva essere diverso, data la simmetria delle pressioni in campo; purtuttavia è questo l’ennesimo segnale di una perfetta assenza di funzione della CIG. Si trattava infatti comunque di deliberare su fatti innegabilmente gravi, iniziati con la illegittima secessione croata, cui fecero seguito i criminali riconoscimenti internazionali; riconoscimenti che invece non furono accordati alle realtà politiche costituite dai Serbi di Croazia come poi di Bosnia, spregiatamente e riduttivamente definite “autoproclamate” dai politici e sui media. Ha fatto notare il professor Aldo Bernardini, ordinario di Diritto internazionale ed ex Rettore dell’Università di Teramo (3):

Non esiste alcun principio generale per cui le nuove entità [Slovenia, Croazia] avessero il diritto alle vecchie frontiere in quelle dello Stato estinto, perchè esse esistevano soltanto nella precedente Costituzione. Il nuovo Stato “indipendente” non nasce immediatamente ma si va formando. Si tratta di un processo costituente. Siccome non esiste uno Stato costituito, i popoli che vogliono rimanere nel vecchio Stato, o diventare autonomi, ne hanno il pieno diritto; essi lo possono realizzare. (…) Cosi la Krajina e la Repubblica Srpska (di Bosnia) avevano lo stesso diritto, ma sono state costrette a rimanere nella formazione dei nuovi Stati, malgrado le loro frontiere amministrative fossero definite nella Costituzione dello Stato al quale appartenevano, la Jugoslavia. Così nel caso della Jugoslavia abbiamo una trasgressione duplice del diritto internazionale.

La trasgressione, in Croazia, è culminata con le operazioni militari “Lampo” e “Tempesta”, ovverosia con la vera e propria pulizia etnica della popolazione serba autoctona.

Quest’ultima sentenza della CIG, alla quale non potranno essere presentati ricorsi, fa seguito ad altre “dimostrazioni di impotenza”, come il nulla di fatto nel caso “Bosnia contro Serbia” (2007) e soprattutto lo scandaloso rigetto della istanza presentata dalla Serbia contro i paesi della NATO per la aggressione del 1999:

Già il 29 aprile 1999, a bombardamenti ancora in corso, la Repubblica Federale di Jugoslavia aveva presentato un ricorso alla CIG contro i membri della NATO partecipanti alle operazioni militari, accusandoli di aver violato il diritto internazionale coll’impiego illegittimo della forza e chiedendo, come misura provvisoria, la cessazione immediata dei bombardamenti. I giudici dell’Aja furono in grado di cavarsela assai elegantemente sul rito, visto che la Jugoslavia aveva sì riconosciuto la giurisdizione obbligatoria della Corte appena tre giorni prima del ricorso (il 26 aprile 1999) ma oramai quando i fatti contro cui si reagiva erano già iniziati da un mese. (…) Tuttavia la Corte non si sottrasse da alcune considerazioni di merito (…) osservò, con un trasparente riferimento all’azione NATO, che «under present circumstances such use [cioè l’uso della forza] raises very serious issues of international law». (…) Gli è che le diplomazie degli Stati paiono tornate ad un Ottocento unilateralista che le induce a rifiutare di assoggettarsi allo scrutinio di un organo giurisdizionale internazionale per dimostrare la legittimità di un atto di guerra… (4)

Il Kosovo e la missione EULEX

Il Kosovo è una regione strappata ad uno Stato sovrano con la violenza di una guerra di aggressione di paesi terzi, che è stato trasformato in protettorato a tutti gli effetti, pur con la maschera di sovranità conferita da una illegittima dichiarazione di indipendenza (17 febbraio 2008) che nemmeno la totalità degli Stati della UE ha riconosciuto. Secondo l’esperto di diritto internazionale Enrico Milano, che alle questioni di legittimità del caso kosovaro ha dedicato articoli scientifici ed un intero libro (Milano 2013, dalle cui Conclusioni citiamo), la vicenda del Kosovo a partire dal 1998 ha visto settori influenti della comunità internazionale aggirare i vincoli giuridici costituiti da principi tradizionali del diritto internazionale generale, come quelli di non-intervento e di rispetto della sovranità degli Stati, per mettere in moto un processo graduale, ma inarrestabile, di separazione della provincia jugoslava, prima dalla RFJ, e poi dalla Serbia. La stessa CIG si è inserita in tale processo con un parere apparentemente nitido e lineare, ma che, all’osservatore più attento, non può che essere qualificato come un’abile argomentazione di “aggiramento” e evasione dai problemi giuridici sostanziali che il fenomeno della secessione pone per il diritto internazionale. (…) Il fondamento e la qualità giuridica di tali strumenti [di State-building] sono stati caratterizzati dall’opacità, dalla debolezza di fondo e dal preoccupante scollamento tra realtà effettiva e dato formale (…) Anche grazie alla retorica “tecnocratica”, assistiamo ad un processo cadenzato di cessione territoriale del nord del Kosovo, da parte della Serbia nei confronti delle autorità di Pristina, in cui il requisito procedurale della volontà popolare a sostegno della cessione territoriale stessa, a nostro modo di vedere parte del diritto internazionale contemporaneo, è stato palesemente ignorato e, con tutta probabilità, continuerà ad esserlo (…) Il parere della CIG, sancendo l’irrilevanza del diritto internazionale rispetto alla dichiarazione di indipendenza del 2008, ha ulteriormente rafforzato le ragioni delle tesi “realiste”. (…) In ultima analisi, e non senza un certo qual disagio intellettuale, dobbiamo rilevare come il caso oggetto del presente studio mostri la refrattarietà di un diritto così intimamente legato alle mutevoli vicende politiche, come il diritto internazionale, a piegarsi ai paradigmi teorico-concettuali più rigorosi e sofisticati, soprattutto quando si tratti di incidere e disciplinare ambiti di relazione della vita della comunità internazionale, come quello relativo alla formazione degli Stati, in cui gli Stati stessi preferiscono mantenere un’ampia libertà di azione.

Citiamo ancora Aldo Bernardini (ibidem):

Nel caso del Kosovo e Metohija si è arrivati a criteri assurdi ed illegali. Il Kosovo è parte integrale di uno Stato, della Serbia. Nel seno della quale aveva un’autonomia interna e non c’era nessuna discriminazione verso i cittadini. Si è venuti ad una rivolta interna sostenuta e finanziata dall’estero. Non aveva nessun diritto alla secessione, questo lo ammette anche Antonio Cassese, professore di Giurisprudenza e già presidente del Tribunale dell’Aja, che sicuramente non è orientato in senso pro serbo. (…) Il Kosovo non è uno Stato reale indipendente. Si tratta di uno Stato mafioso, di criminali. D’altronde, il Kosovo, chissà per quanto tempo ancora, rimarrà sotto l’amministrazione internazionale. Perciò esso è una finzione, l’invenzione di qualcuno che va in favore alle forze separatiste interne e di quelle esterne. Ora una missione delle Nazioni Unite viene sostituita da una europea, l’EULEX – che non ha nessuna base legale. Sul Kosovo ne abbiamo talmente tante di violazioni del diritto internazionale che non saprei più come definirle!

Era d’altronde scontato che per mettere sotto tutela occidentale, anche dal punto di vista giuridico-amministrativo, una simile creazione neo-coloniale, fosse necessario istituire organismi di controllo illegittimi e profondamente corrotti. Già nel 2008 i magistrati Luca M. Baiada e Domenico Gallo, avanzando giuste questioni di principio, ponevano un Quesito al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) ed al Consiglio della Magistratura Militare (CMM) sulla legalità della missione EULEX e sulla opportunità di inviare magistrati italiani. Essi scrivevano (5):

Il 4.2.2008 il Consiglio dell’Unione Europea ha anche istituito la European Union Rule of Law Mission in Kosovo, EULEX Kosovo (…) Con la promessa di assistenza (…) i provvedimenti dell’UE hanno oggettivamente incoraggiato il distacco del Kosovo. (…) La missione (…) non è stata concertata con la Russia, ed anzi gravi frizioni proprio con la Russia sono seguite alla dichiarazione di indipendenza del Kosovo ed al suo riconoscimento da parte di alcuni Stati europei. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu non è stato coinvolto prima della dichiarazione di indipendenza del Kosovo, e l’integrità territoriale della Serbia ha subìto un’offesa, con compromissione del diritto internazionale e delle relazioni internazionali. (…) Alla dichiarazione unilaterale di indipendenza sono seguiti riconoscimenti di alcuni Stati, fra cui quello dell’Italia, ma non di altri, ed è stata esasperata una conflittualità locale già esistente, creando contrasti internazionali più vasti. La creazione o l’esasperazione di conflitti è ormai da anni il percorso con cui si giunge alla guerra, anche in Europa. Peace-keeping, peace-enforcing, peace-making, unilateralismo interventista (un caso di scambio fra sostantivo e aggettivo), ingerenza umanitaria, guerra umanitaria, intervento umanitario, guerra preventiva, guerra chirurgica, guerra al terrorismo, sono tra le voci più frequenti della recente tassonomia bellica. E purtroppo la dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo, come riportato da tutti gli organi d’informazione, è stata seguita da violenze, incendi, sommosse, anche con perdite di vite umane, e da prese di posizione – fra cui quelle di potenze come la Russia e la Cina – i cui toni perplessi o addirittura ostili inducono alla massima preoccupazione. (…) Appare utile che il CSM ed il CMM possano riconsiderare la richiesta formulata dal Ministero per gli affari esteri e, tenuto conto degli altri elementi qui indicati, approfondire il tema valutando se sia compatibile con la legalità internazionale la partecipazione di magistrati italiani alla missione in Kosovo.

Nessuna riconsiderazione è invece venuta dal Governo italiano e la posizione pilatesca di CSM e CMM in merito al Quesito ha consentito che anche l’Italia fornisse suoi magistrati per la missione EULEX.

Uno di questi – Francesco Florit – è adesso direttamente coinvolto nel grave scandalo che ha colpito la EULEX pochi mesi fa. Uno scandalo che non sorprende, data la natura illegittima e ipocrita della missione: il magistrato inquirente Maria Bamieh, avvocato di nazionalità inglese, ha avviato una indagine su Florit e altri suoi stessi colleghi, sospettati di corruzione e di avere insabbiato inchieste importanti perché andavano a toccare quel grumo di potere mafioso e terrorista, derivato dalla alleanza tra NATO e UCK, che vige da 16 anni in Kosovo. Il dito è stato puntato anche direttamente contro il procuratore capo di EULEX, Jaroslava Novotna, che come Florit avrebbe intascato tangenti per insabbiare almeno tre processi giudiziari riguardanti Fatmir Limaj (6), Ilir Tolaj (segretario del “Ministero della Salute” kosovaro) e persone coinvolte nel caso di una bomba esplosa in un bar di Pristina. Florit ha ammesso di aver avuto un incontro con alcuni intermediari che gli avrebbero offerto circa 300.000 euro in cambio dell’assoluzione di Tolaj, ma ha negato di aver accettato la tangente. In ogni caso, la Bamieh non ha potuto portare fino in fondo la sua azione poiché è stata impedita a tutti i livelli: addirittura, attualmente i sospettati sono rimasti inquirenti e giudici, mentre lei, dopo aver denunciato pubblicamente queste circostanze, è stata allontanata dall’incarico e da EULEX. La denuncia della Bamieh è allora ulteriormente salita di tono: nella sua incredibile intervista a Russia Today (7), l’avvocato, con il volto gonfio e la voce bassa di chi è appare sotto l’effetto di psicofarmaci, denuncia anche pratiche di mobbing sul posto di lavoro.

Le cose in realtà stanno ben peggio di quanto rivelato da Bamieh. Altri osservatori e testimoni delle azioni dell’EULEX in Kosovo da anni rivelano casi di mala giustizia, corruzione e mafia in quel contesto, ma vengono regolarmente ignorati. Andrea Lorenzo Capussela ha posto una serie di domande alla Bamieh (8), chiedendole perché lei stessa non abbia dato seguito a denunce da lui presentate in passato. In una conferenza stampa convocata a Pristina, il capo della missione Gabriele Meucci ha affermato che una prima indagine era stata già aperta nel 2013.

L’Alto Rappresentante per la PESC, Federica Mogherini, il 10 novembre 2014 ha nominato un esperto legale esterno alla missione incaricato della conduzione di ulteriori indagini: si tratta di Jean Paul Jacqué, professore di legge con oltre 40 anni di esperienza e direttore dei servizi legali del segretariato generale del Consiglio dell’UE. Entro quattro mesi Jacqué dovrebbe riferire alla Mogherini i risultati del suo lavoro e fornire eventuali raccomandazioni. “Chiarire queste accuse è nel nostro interesse, sia nel mio personale che in quello del nuovo capo della Missione, con cui ho discusso questi passi”, ha sottolineato l’Alto Rappresentante, secondo cui “la credibilità della missione merita di essere pienamente tutelata”. (9) Quale credibilità? Ennio Remondino ha fatto notare (10) che questo caso “seppellisce comunque la credibilità residua” dell’EULEX. Per una missione che è costata finora circa 750 milioni di euro di fondi comunitari, non c’è male.

Altri aspetti dello stato di illegalità in Kosovo

Già negli anni scorsi era stata lamentata l’impunità de facto garantita ai banditi veterani dell’UCK, assurti a posizioni di potere nel Kosovo colonizzato, anche per colpe EULEX oltreché per le colpe dello scandaloso Tribunale ad hoc “per i crimini commessi sul territorio della ex Jugoslavia” (TPIJ) avente sede anch’esso all’Aja. Vale la pena richiamare qualche altro caso concreto:

– Per la strage dell’autobus di linea Nis Express, avvenuta a Livadice presso Podujevo il 16 febbraio 2001, che causò 12 morti e 43 feriti, anche la trasmissione del giornalista RAI Iacona “La guerra infinita” aveva evidenziato la responsabilità di Fljorim Ejupi. Il criminale, presto catturato, fu trasferito nella base statunitense di Camp Bondsteel, e da lì nella primavera 2002… lasciato scappare. La EULEX nel marzo 2009 lo ha proclamato innocente. (11)

– Successivamente Ejupi viene coinvolto anche nell’assassinio di Zahir Zemaj, un oppositore politico di Rajmush Haradinaj. Quest’ultimo è uno storico leader dell’UCK, responsabile di gravi crimini già durante la guerra del 1999 e perciò… prosciolto dal “Tribunale ad hoc” dell’Aja. (12)

– C’è poi la patata bollente del traffico di organi gestito dai veterani dell’UCK, con responsabilità dirette da parte di Hashim Thaci detto “il serpente”, un tempo capobanda ricercato dall’Interpol e poi assurto a “premier” kosovaro grazie all’intervento della NATO. Di tale traffico parlò persino Carla Del Ponte in un suo libro… ma solo dopo avere abbandonato il suo incarico di accusatrice al TPIJ (parlarne prima era sconveniente?). In merito, dapprima il procuratore svizzero Dick Marty ha sottoposto al Consiglio d’Europa i risultati di una investigazione preliminare (2011), poi l’Unione Europea ha incaricato Clint Williamson di coordinare una Special investigative task force (SITF) che ha fatto luce ancor più in generale sui crimini commessi ai danni di serbi e rom. Il rapporto di quest’ultimo è del 2014; i responsabili individuati, a partire da Haradinaj e Thaci, sono perfettamente impuniti.

La Serbia e la Russia hanno denunciato a più riprese che strutture come l’EULEX e il “Tribunale ad hoc” dell’Aja hanno sostanzialmente garantito tale impunità per i crimini sul traffico di organi, e che la NATO ha di fatto ostacolato le indagini. (13) Il punto è: di fronte a una tale inefficacia degli organismi para-legali creati ad hoc gli scorsi anni, a cosa potrebbe oramai servire l’istituzione, annunciata per il 2015, di uno specifico, ulteriore “Tribunale speciale” per i crimini di guerra commessi dall’UCK?

D’altronde, i risvolti di illegalità nella vicenda della secessione kosovara non riguardano solamente la guerra o i crimini brutali commessi contro la popolazione civile. Molti altri aspetti andrebbero investigati, a proposito di questioni di cittadinanza e patrimoniali, che non sono meno gravi. E’ bennota ad esempio la vandalizzazione del patrimonio storico-artistico, mirata a cancellare le tracce di presenza culturale non-schipetara; ma va ricordato anche che nel Kosovo “liberato”, a giugno 1999, mentre le truppe anche italiane procedevano alla occupazione militare del territorio, bande di teppisti assaltavano uffici comunali e Catasti e ne distruggevano la documentazione, con chiari intenti. Un oggetto di contesa fondamentale sono ad esempio le risorse industriali e minerarie del territorio, a partire dalla miniera di Trepča, uno dei massimi giacimenti mondiali di zinco e piombo, della quale è ventilata la privatizzazione sin dal 1999, dopo che il controllo dell’azienda è stato strappato al legittimo proprietario, lo Stato jugoslavo.

All’epoca, assieme a gravi episodi di violenza e pulizia etnica dell’area di Trepča contro tutti i non-albanofoni, l’amministrazione serba dell’azienda fu scacciata e fu decretato un massiccio licenziamento degli operai. Con motivazioni pretestuose riguardanti problematiche di inquinamento ambientale (che avrebbero dovuto piuttosto comportare l’aumento dei posti di lavoro per le operazioni di risanamento… ILVA docet), l’allora plenipotenziario ONU – di fatto un governatore coloniale: Bernard Kouchner – bloccò le attività estrattive mettendo le basi per la liquidazione e la svendita di Trepča a capitalisti stranieri.

La questione era però troppo grossa e difficile per poterla risolvere con un mero colpo di mano. In seguito, l’attività estrattiva è parzialmente ripresa, con uno status legale-amministrativo ambiguo, allo scopo di dare lavoro a kosovari serbi e albanesi della zona di Mitrovica.

L’ex ministro del governo serbo Oliver Ivanović, influente rappresentante dei serbo-kosovari (e per questo arrestato mesi fa con accuse inconsistenti e tuttora tenuto in galera nel Kosovo “democratico”) aveva fatto appello alle “istituzioni” kosovare nel 2011 contro una eventuale privatizzazione affinché, in ogni caso, l’azienda rimanesse un bene collettivo. Più recentemente, il governo della Serbia ha invece parzialmente cambiato strategia sul problema: proprio per riaffermare la proprietà dello Stato serbo – erede della Jugoslavia su quel territorio, anche in base alla Risoluzione ONU 1244 del 1999 – il governo di Belgrado ventila adesso piuttosto una “sua” privatizzazione, i cui ricavi vadano nelle casse serbe, piuttosto che acconsentire a una illegittima nazionalizzazione da parte kosovara, cioè al vero e proprio furto del patrimonio frutto di decenni di fatiche dei lavoratori e degli investimenti dello Stato jugoslavo.

Ventilando la privatizzazione la Serbia crede forse di farsi benvolere dalle élites liberiste internazionali, dal FMI e dalla UE che pone sempre la svendita di patrimoni e sovranità statali come precondizione per l’adesione; però, in pratica, anche la finta “nazionalizzazione” da parte dello “Stato” del Kosovo prelude alla svendita al grande capitale straniero. In mezzo a questa paradossale diatriba, piena di ipocrisie e falsi ideologici, stanno presi i lavoratori di ogni “etnia”, che continuano a pagare sulla loro pelle lo squartamento dello Stato unitario jugoslavo e le brame di arricchimento delle classi dirigenti locali e internazionali.

Le prime settimane del 2015 sono trascorse tra scioperi e violente manifestazioni a Pristina, dove le frange più estreme del nazionalismo pan-albanese premono per risolvere la questione di Trepča una volta per tutte. Chiedono in sostanza di farla finita con lo status transitorio della miniera, e che lo “Stato” kosovaro se ne impossessi formalmente (“nazionalizzazione”).

Il caso Jelisić

Veniamo ora al TPIJ, istituito all’Aja sotto gli auspici di Madleine Albright e George Soros. Ha ragione Ugo Giannangeli, che nella sua Postfazione al nuovo libro “Uomini e non uomini” (Jelisić 2013) ha scritto: «Ho letto il libro di Goran Jelisić e sono rimasto allibito». “Allibito” è la parola giusta. Giustamente nella Postfazione Giannangeli parla del carattere eminentemente politico – e perciò giuridicamente obbrobrioso – del “processo” subito da Jelisić: «Non che di aberrazioni giudiziarie non ne abbia viste, ma poco sapevo del funzionamento del Tribunale dell’Aja».

Le cronache del “Tribunale penale internazionale ad hoc per i crimini commessi sul territorio della ex Jugoslavia” non possono che lasciare allibito chiunque vi si avvicini per caso e senza parzialità o preconcetti. Il problema, però, è che – tolto il libro di cui stiamo parlando – tali cronache a dir poco scarseggiano. Esistono, è vero, i servizi informativi prodotti dallo stesso “Tribunale” (14) che oltre a farsi autopropaganda pubblica le trascrizioni ufficiali e una parte dei video (su YouTube) dei dibattimenti: ma il non addetto ai lavori non sa che farsene di questa mole esorbitante di materiali. Esistono poi le sintesi informative prodotte dall’IWPR (Institute for War & Peace Reporting), agenzia di stampa creata anch’essa ad hoc per occupare a priori scrivanie e computer degli organi di informazione rendendo “superfluo” – cioè in pratica impedendo – il lavoro di presa diretta, scavo e analisi indipendente che invece il giornalista sarebbe tenuto a fare. La IWPR è nata in effetti per “coprire” mediaticamente in maniera totalitaria tutta la crisi jugoslava sin dai primi anni Novanta: chi li finanzia? Che domande: gli stessi che finanziano il “Tribunale ad hoc”! Tra questi spiccano il National Endowment for Democracy, l’Open Society Institute e la Rockefeller Family Associates (15).

Non esistono giornalisti indipendenti che abbiano seguito i lavori del TPIJ in maniera non occasionale, ed anche alcune attività di contro-informazione avviate su internet, per ovvie ragioni, non hanno retto al passare inesorabile del tempo – chi può seguire costantemente una questione per un ventennio o più su base meramente volontaria? Tantomeno tali attività hanno retto dopo alcune pesanti sconfitte subite – la più pesante fra tutte: l’assassinio di Slobodan Milošević proprio nel carcere dell’Aja, proprio mentre avviava la sua autodifesa. (16)

Con la morte di Milošević è venuta meno ogni attività di analisi e di critica delle attività del “Tribunale”. Guardiamo al nostro paese, l’Italia, che pur essendo un paese molto provinciale aveva visto svilupparsi sin dagli anni Novanta innumerevoli attività dedicate ai fatti jugoslavi: ebbene, sul “Tribunale ad hoc” è uscito un numero assolutamente esiguo di testi analitici. Pochi gli articoli, tutti copia-e-incolla dei dispacci d’agenzia venuti dall’estero, e pochissimi anche i libri. Tra questi ultimi, cronologicamente precedenti al libro di Jelisić, dobbiamo ricordare solamente “Imputato Milošević” (Nava 2002) e l’edizione critica della Autodifesa dello stesso Milošević (17).

Sarebbe a questo punto importante, a venti anni dalla creazione di tale istituzione para-legale, operare una ricognizione degli studi specifici effettuati a livello accademico, delle Testi di laurea o dottorato dedicate al “Tribunale” o che usano gli Atti del “Tribunale” come fonte di ricostruzione storica dei tragici fatti jugoslavi… Sarebbe importante, ma già viene la pelle d’oca a pensare a quali sarebbero i risultati di questa ricognizione.

Sulla vera natura del TPIJ scrivevamo nel 2005 (18): «La “giustizia” del “Tribunale ad hoc” è dunque quella di una parte in causa contro l’altra: il contrario esatto del super partes. Il TPIJ, analogamente al famigerato Tribunale Speciale dell’Italia fascista, è uno strumento politico totalmente sotto controllo dei vincitori, cioè degli aggressori, devastatori ed invasori della Jugoslavia.» Ci confortava nel giudizio la sincera dichiarazione di Jamie Shea, portavoce della NATO durante i bombardamenti sulla Jugoslavia della primavera del 1999: «La NATO è amica del Tribunale, è la NATO che detiene per conto del Tribunale i criminali di guerra sotto accusa… Sono i paesi della NATO che hanno procurato i fondi per istituire il Tribunale, noi siamo tra i più grandi finanziatori.»

Più in dettaglio, del “Tribunale ad hoc” analizzavamo i meccanismi giuridici:

Noti giuristi e commentatori hanno spiegato come, nel suo funzionamento, il TPIJ violi tutti i principi del diritto internazionale. In sostanza, esso non rispetta la separazione dei poteri, né la parità fra accusa e difesa, né tantomeno la presunzione di innocenza finché non si giunge ad una condanna: la regola 92 del TPIJ stabilisce che le confessioni siano ritenute credibili, a meno che l’accusato possa provare il contrario, mentre in qualsiasi altra parte del mondo l’accusato è ritenuto innocente fino a quando non sia provata la sua colpevolezza. Il TPIJ formula i propri regolamenti e li modifica su ordine del Presidente o del Procuratore, assegnando ad essi carattere retroattivo: attraverso una procedura totalmente ridicola, il Presidente può apportare variazioni di sua propria iniziativa e ratificarle via fax ad altri giudici (regola 6). Il regolamento stesso non contempla un giudice per le indagini preliminari che investighi sulle accuse. Il “Tribunale ad hoc” utilizza testimoni anonimi, che si possono dunque sottrarre a verifiche da parte della difesa; secreta le fonti testimoniali, che possono essere anche servizi segreti di paesi coinvolti nei fatti. Esso usa la segretezza anche sui procedimenti aperti (regola 53); ricusa o rifiuta a proprio arbitrio di ascoltare gli avvocati della difesa (regola 46), allo stesso modo dei tribunali dell’Inquisizione; può rifiutare agli avvocati di consultare documentazione probatoria (regola 66); può detenere sospetti per novanta giorni prima di formulare imputazioni, con l’evidente scopo di estorcere confessioni. Dulcis in fundo, i giudici si arrogano persino il diritto, d’accordo con la “pubblica accusa”, di revisionare la trascrizione del dibattimento, censurandola.

La gran parte di queste pratiche illegittime è puntualmente confermata nel suo libro da Goran Jelisić il quale porta quei casi esemplari che sono le sue esperienze dirette. Esperienze drammatiche, a fronte delle quali chiunque impazzirebbe. Jelisić invece raccoglie il suo dolore, i suoi shock, e riesce a farne un libro, a rivendicare semplicemente la umanità sua e dei suoi compagni di prigione, anche quelli di diverso colore politico-etnico. Di qui il titolo, poiché «esistono solo due nazioni: gli uomini e i non uomini» (p.87). E sulla base di questo spontaneo senso di umanità in carcere si fraternizza spesso (non sempre) anche con il nemico di ieri.

Jelisić spiega ulteriori discutibili prassi adottate dal “Tribunale”. Racconta casi precisi, di testimoni “imboccati” dai giudici, o del modo in cui vengono imposti gli avvocati difensori e come questi ultimi inducano l’imputato a commettere errori dei quali pagherà poi care le conseguenze. Fa alcuni esempi di materiale probatorio grossolanamente falsificato (addirittura estratti da un film di Arnold Schwarzenegger: p.223). Jelisić racconta come gli inquirenti cercarono in tutti i modi di fagli dire che a Brcko erano stati uccisi seimila musulmani: «Ero sbalordito da tale richiesta. In seguito, ogni volta che volevano spingermi a dire qualcosa, spegnevano la telecamera. Si vedeva che avevano una bella esperienza d’interrogatori nei servizi segreti o come agenti» (p.144; p.170). Jelisić spiega che di fronte a sue “ammissioni” era sempre pronto uno sconto di pena… Alcune sue presunte vittime verranno però invece ritrovate vive e vegete (p.169; p.308).

Un altro elemento interessante che emerge dalle memorie di Jelisić è la varietà delle posizioni e degli atteggiamenti anche nel seno di ciascuna parte etnico-politica. Così, ad esempio, anche tra i serbi di Brcko: Jelisić prigioniero non sempre trova tra i suoi ex commilitoni e preposti quell’aiuto che si sarebbe aspettato. Anche per qualche suo ex superiore evidentemente poteva essere lui, Jelisić, il capro espiatorio adatto a calmare le acque su altri versanti. L’opportunismo ha trasformato in “non uomini” anche qualcuno dei “suoi”.

E’ particolarmente importante l’informazione che Jelisić fornisce sulla sua vicenda “italiana”. Innanzitutto, dopo la condanna egli è stato arbitrariamente assegnato ad una prigione italiana nonostante garanzie affatto diverse che gli erano state date. In Italia è passato per sei prigioni diverse, e si trova adesso a Massa, dove deve terminare di scontare una condanna a 30 anni (fino al 2028). Sebbene abbia fatto domanda per ottenere tre anni di indulto, concessi a tutti i detenuti dello Stato italiano, questi gli sono stati rifiutati con la motivazione che avrebbe commesso il crimine di genocidio, reato da cui invece è stato assolto; i suoi ricorsi non ottengono nemmeno risposta. Gli sono stati negati anche i permessi che invece, nelle carceri estere, sono stati spesso concessi ad altri condannati dell’Aja. Dal 2006, anno d’inizio del lavoro di traduzione e riscrittura delle sue memorie, la curatrice del libro non ha mai ottenuto il permesso di incontrarlo.

Sulla morte di Milošević, che a noi risulta essere stato ucciso tramite somministrazione a sua insaputa di dosi da cavallo di Rifampicina nei pasti mensa, Jelisić espone una sua tesi un po’ diversa (p.137) ma che comunque evidenzia quantomeno arbitrii e deficit di controlli nella prigione dell’Aja (“In carcere non si può morire altro che per omicidio”, ha scritto giustamente Miriam Pellegrini Ferri). Jelisić opportunamente ricorda altre persone uccise o morte nel carcere del “Tribunale” o nelle operazioni per la loro cattura. L’elenco negli anni è diventato terribilmente lungo: Djordje Djukić, Simo Drljaca, Dragan Gagović, Janko Janjić, Slavko Dokmanović e Milan Babić (due strani suicidi nelle celle dell’Aja), Milan Kovacević, Dragomir Abazović. Sarà un caso, ma in questo elenco sono tutti serbi. Certamente la disparità di trattamento tra prigionieri delle diverse parti politiche è un dato acclarato; scriviamo “politiche” e non “nazionali” poiché in realtà anche alcuni serbi legati ai servizi segreti occidentali hanno goduto di trattamenti di favore: è il caso di Milorad Ulemek “Legija”, di Momčilo Perišić e della strana coppia Stanisić-Simatović, che hanno reso in passato i loro servigi al “Tribunale ad hoc” testimoniando contro Milošević, per poi usufruire di assoluzioni o sconti di pena.

I proscioglimenti “eccellenti” hanno riguardato tutti i personaggi di spicco, veri responsabili politico-militari, appartenenti alle parti e ai partiti secessionisti croati, musulmani e albanesi. Abbiamo già detto di Ramush Haradinaj e Hasim Thaci, che sono oggi i veri padroni della repubblichetta del Kosovo. Nel novembre 2012 il TPIJ dell’Aja ha scagionato i generali croati Ante Gotovina e Mladen Markac, pianificatori della pulizia etnica delle Krajine. Il boia Nasir Orić, comandante delle milizie musulmane che a ripetizione fecero strage di serbi nei dintorni di Srebrenica tra il 1992 e il 1994, è stato completamente assolto (sic) nel 2008 quando era già libero avendo scontato solo una pena ridicola nel carcere dell’Aja.

Una notizia recente è la liberazione dell’ex presidente della autoproclamata “Repubblica croata di Erzeg-Bosnia” Dario Kordić. In custodia dal 1997 e condannato a 25 anni nel 2004, Kordić ha scontato la pena a Graz, cioè in un paese (l’Austria) che ha in tutti i modi sostenuto il separatismo e nazionalismo croato. Mandante della strage di Ahmići, un villaggio a forte componente musulmana presso Vitez, dove un centinaio di non-croati furono liquidati il 16 aprile del 1993, Kordić è dunque potuto rientrare a Zagabria tra i festeggiamenti di rappresentanti politici e della chiesa cattolica. (19)

Per alcune delle assoluzioni di cui sopra nel 2013 scoppiò uno scandalo, presto silenziato, attorno alla figura di Theodor Meron, “presidente” del “Tribunale”, cittadino statunitense, già consigliere giuridico del governo israeliano e ambasciatore israeliano in Canada e alle Nazioni Unite. Il giudice danese Harhoff accusò Meron di avere “effettuato pressioni sui suoi colleghi” per compiacere l’establishment militare americano e israeliano. (20)

Negli anni successivi all’assassinio di Milošević sono stati chiusi i “processi” che erano già aperti, come questo di Jelisić e sono stati catturati gli ultimi ricercati. Jelisić è prigioniero in Italia da più di dieci anni, e da alcuni anni sono oramai in corso i procedimenti “eccellenti” contro Karadzić e Mladić – procedimenti che nessuno segue, né in Italia né all’estero, benché gli elementi interessanti siano moltissimi sotto il profilo della ricostruzione storica, mentre gli elementi di critica giuridica sono perfettamente analoghi a quelli già palesati nei casi precedenti… Il libro di Jelisić con grande umanità espone i fatti che sono capitati all’autore (21), ma certamente non è un singolo condannato a potersi fare carico di mettere in questione i meccanismi complessivi di funzionamento e le logiche del “Tribunale”. Jelisić quasi candidamente ci “colpisce allo stomaco” rimproverandoci la nostra disattenzione su questa problematica, e ridestandoci. Ha ragione: a questo punto sarebbe veramente necessario che qualcuno stilasse un corposo bilancio critico di tanti anni di attività di questa struttura para-legale, “utile” solamente ad assolvere a priori tutti i responsabili occidentali, per i quali è stato sempre dichiarato il non luogo a procedere, e a prosciogliere dalle accuse tutti quelli che tra i criminali locali sono amici o agenti dell’Occidente.

La magistratura come prosecuzione della guerra con altri mezzi

Rispetto al fallimento delle istituzioni internazionali preposte alla “giustizia” nei Balcani non c’è da illudersi che il trasferimento dei procedimenti in sede locale, cioè nelle nuove Repubbliche, migliori granché la situazione. La storia recente e la natura politica e statuale o para-statuale di queste impediscono molto spesso una giustizia imparziale ed effettiva.

Un esempio recentissimo è quello del gennaio 2015 (22), quando è giunta la decisione della Corte costituzionale della Croazia di annullare la sentenza contro Branimir Glavaš nei processi „Garage” e “Nastro adesivo”, che lo condannava a otto anni di carcere, pena tutto sommato già lieve rispetto ai crimini commessi contro i civili serbi a Osijek nel 1991. Il caso “Garage” riguardava la vicenda di civili condotti nei garage situati a poca distanza dall’ufficio militare di Glavaš e in seguito interrogati, torturati, bastonati, alcuni anche costretti a bere l’acido solforico delle batterie delle auto. Il caso “Nastro adesivo” era invece relativo all’assassinio di serbi, portati nella cantina di una casa nel centro di Osijek dove, dopo essere interrogati e fisicamente torturati, venivano legati col nastro adesivo e in seguito portati sulle sponde della Drava per essere uccisi con un colpo alla nuca.

La decisione della Corte costituzionale obbliga la Corte Suprema a riaprire il caso, e di conseguenza il Tribunale della contea di Zagabria potrebbe avviare un nuovo processo, oppure annullare la sua sentenza e in questo modo assolvere Glavaš da tutte le accuse. Sono state annullate anche le sentenze contro altre sei persone che hanno preso parte a quei delitti. Glavaš è stato così rilasciato in libertà dal carcere a Mostar il 21 gennaio. Il presidente della coalizione delle associazioni dei profughi serbi, vittime delle operazioni “Lampo” e “Tempesta”, Miodrag Linta, ha dichiarato che in tal modo le vittime serbe sono state offese e umiliate una ennesima volta. Linta ha invitato l’Unione europea, l’OSCE e il Consiglio d’Europa a esercitare pressioni sulla Croazia… ma quale giustizia si potrà mai ottenere in effetti dalle istituzioni europee, quando persino la Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo ha vigliaccamente rigettato istanze clamorose come quella di una cittadina di Zara, di origine serba, che assente da casa nel periodo in cui scoppiava la guerra fratricida in Jugoslavia si è vista rubare l’appartamento dalle istituzioni della nuova repubblica “indipendente”? (23) O, ancor più grave, l’istanza contro i paesi NATO sporta dai familiari delle vittime del raid sulla RTV di Serbia dell’aprile 1999, che causò 16 morti e altrettanti feriti? (24)

Il fatto è che nessuna giustizia formale su fatti specifici, connessi al disastro jugoslavo, potrà mai essere fatta se non si procede preliminarmente a processare i più alti responsabili dei crimini che sono all’origine di questa tragedia, cioè i crimini commessi contro la pace. Ricordavano sempre Baiada e Gallo nel 2008:

Lo statuto del Tribunale militare internazionale (cd. Tribunale di Norimberga) (…) prevede, oltre ai crimini di guerra ed a quelli contro l’umanità, i crimini contro la pace. Li definisce l’art. 6 (a): «Crimes against peace: namely, planning, preparation, initiation or waging of a war of aggression, or a war in violation of international treaties, agreements or assurances, or participation in a common plan or conspiracy for the accomplishment of any of the foregoing». (…) Particolare importanza, proprio a tutela della pace, hanno dunque sia il divieto di fomentare un conflitto civile in un altro Stato (civil strife), sia il divieto di ingerenza nei suoi affari interni.

Una versione ridotta di questo articolo è apparsa su “La Città Futura” il 5 dicembre 2014
http://www.lacittafutura.it/mondo/ne-pace-ne-giustizia-nei-balcani.html

NOTE:

(1) Passit l’ossimoro chiaro e fosco, da ritenersi in questo caso opportuno…
(2) Sergio Mattarella, all’epoca vicepresidente del Consiglio dei Ministri, in una Informativa urgente alla Camera sulla partecipazione dell’Italia alla aggressione armata contro la RF di Jugoslavia, 24 marzo 1999 (http://legislature.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed511/s450.htm ). In merito si veda anche la successiva polemica in Commissioni riunite, 18 marzo 2003, in occasione stavolta della aggressione contro l’Iraq:http://documenti.camera.it/Leg14/BancheDati/resoconti/audizioni/01030409/audiz2/2003/0318/s010.htm.
(3) “La Croazia è uno stato illegale”, intervista a cura di di Milica Ostojić, su “PECAT” (Belgrado), n.40/2008.
(4) “Non sempre la guerra «offre» giurisdizione extraterritoriale: l’occasione mancata del caso Bankovic”, di Giampiero Buonomo, “Diritto e Giustizia” (quotidiano giuridico online) del 2/2/2002.
(5) L.M. Baiada (giudice del Tribunale Militare) e D. Gallo (consigliere della Corte di Cassazione): “Quesito rivolto al CSM ed al CMM sulla legalità della “missione PESD” e sulla opportunità di inviare magistrati italiani”, 21 marzo 2008. Con l’acronimo PESD si intende la “Politica Europea di Sicurezza e Difesa” – nodo “militare” della più generale politica estera europea “PESC” – e dunque la “missione” oggetto di questo quesito altro non è che quella che verrà poi denominata EULEX. Il testo integrale e alcune note sugli esiti dell’interrogazione sono leggibili alla pagina http://www.cnj.it/documentazione/KOSMET/quesito.htm . Il magistrato Luca Baiada in particolare ha commentato: “Il plenum del CMM (…) ha ritenuto di avere precedentemente solo aderito ad una richiesta legittima del Ministero degli Esteri italiano, e di doversi astenere dalla valutazione di legittimità del riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo. (…) C’èda chiedersi cosa sia l’autogoverno, se l’organo di autogoverno ubbidisce al Governo. Comunque, è interessante che il Consiglio abbia scelto la cautela di non impegnarsi in un’esplicita affermazione della soggettività statale del Kosovo. A quanto pare, la questione è stata lasciata impregiudicata.”
(6) “Crimes de guerre au Kosovo : EULEX acquitte Fatmir Limaj” (2012) –http://www.cnj.it/documentazione/kosova.htm#eulex2012 .
(7) http://rt.com/shows/sophieco/206019-eu-foreign-crisis-kosovo/
(8) http://www.balcanicaucaso.org/aree/Kosovo/Scandalo-Eulex-le-rivelazioni-reticenti-156997/
(9) “Kosovo: Mogherini a gamba tesa sullo scandalo Eulex”, di Maria Ermelinda Marino, http://www.rivistaeuropae.eu (25 novembre 2014).
(10) http://www.remocontro.it/2014/11/26/eulex-in-kosovo-pendenti-accuse-sentenze-tassametro/
(11) Fonti: “La guerra infinita. Kosovo nove anni dopo”, documentario RAI a cura di Riccardo Iacona (2008)
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-9b196d7b-52e6-4ae3-8e32-a5e93488063c.html?p=0
La EULEX garantisce l’impunità ad Ejupi, responsabile della strage dell’autobus di linea Nis Express (2009)
https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/topics/6359
(12) Per le fonti si vedano: http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4071 ;http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4044 .
(13) Fonti:
West refuses to probe organ trafficking – Russian envoy (2011)
http://www.b92.net/eng/news/politics-article.php?yyyy=2011&mm=12&dd=30&nav_id=78057
Trafic d’organes au Kosovo : les principaux suspects échappent toujours à EULEX (2013)
http://balkans.courriers.info/article23867.html
Tutta la documentazione sulle inchieste relative al traffico di organi in Kosovo:http://www.cnj.it/documentazione/KOSMET/organi.htm .
(14) http://www.icty.org .
(15) http://iwpr.net/what-we-do/supporters .
(16) Da segnalare il grande lavoro svolto per anni da Andy Wilcoxson con il sito http://www.slobodan-milosevic.org . Il “processo” a Milošević fu seguito bene dalle sezioni del Comitato internazionale di diversa sorte nei diversi paesi, tra cui l’Italia: http://it.groups.yahoo.com/group/icdsm-italia/ .
(17) Milošević 2005. Online – http://www.cnj.it/documentazione/autodifesa04.htm – si accede ai due materiali più preziosi pubblicati nel testo: il nostro saggio «Processo Milošević: un “processo alle intenzioni”», unica dettagliata analisi e denuncia del funzionamento del “Tribunale” che sia apparsa finora in lingua italiana, e il testo integrale del Discorso di avvio della Autodifesa di Slobodan Milošević (31 agosto-2 settembre 2004).
(18) In «Processo Milošević: un “processo alle intenzioni”», tratto da Milošević 2005 –http://www.cnj.it/MILOS/testi.htm#intenzioni.
(19) http://balkans.courriers.info/article25063.html .
(20) https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/topics/7710 ;https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/7715
Harhoff è stato ovviamente subito silurato con un pretesto relativo al “processo” Seselj:https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/7756
(21) In occasione di una riedizione, raccomandiamo la stesura di un Indice dei Nomi ed un corredo critico, in modo che ad ogni circostanza o nome si possa associare una pagina delle trascrizioni degli Atti ufficiali del dibattimento.
(22) Fonti: Voiceofserbia.org del 13, 22 e 28 gennaio 2015. “Glavaš libero, sarà anche assolto?”, di Drago Hedl, su Balcanicaucaso.org del 30 gennaio 2015.
(23) Quello di Krstina Blecić è stato un caso esemplare di legalizzazione della pulizia etnica da parte delle istituzioni legali internazionali. Le autorità croate avviarono un procedimento per cancellare il diritto della Blecić a mantenere la propria abitazione ed assegnarono la casa in “proprietà sociale”. In primo grado (2004), il ricorso alla Corte di Strasburgo ebbe come risposta che non erano state riscontrate violazioni; in secondo grado la Grand Chamber affermò, senza entrare nel merito, che la Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo non si applicava nel caso ratione temporis, poiché la Croazia aveva aderito alla Convenzione solo nel 1997, mentre il caso era iniziato (e finito) prima. Fonte: Andrea Rossini, “Un appartamento a Zara”, su Osservatorio Balcani del 09.03.2006.
(24) Fonti:
https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/335
https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/1370
https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/1470
https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/1575
https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/3041
Sul bombardamento della RTS si veda la documentazione alle pagine:
http://www.cnj.it/24MARZO99/criminale.htm#rts
http://www.cnj.it/24MARZO99/amnesty2000.htm

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