Aiuti agli incapienti? Il centro del Def è il risiko bancario. Renzi vuole aiutare gli istituti di credito

E se la vera partita del Def, e quindi della legge di stabilità autunnale fosse sul sistema bancario? I segnali in questa direzione si moltiplicano. La costruzione della Bad bank in cui far confluire tutti i “rossi” degli istituti di credito italiani è a buon punto. Se ne parla da mesi. E ora che giungono a maturazione alcuni processi parallelo occorre parlare di cifre: risiko bancario interno ed estero, supervisione Bce, flussi di denaro dal QE, “aiutini” pubblici. Sono queste le tessere sul tavolo per la ricomposizione del quadro finanziario dopo lo sconquasso della crisi. Prima della crisi le sofferenze delle banche italiane erano pari a 42 miliardi di euro, mentre ora hanno raggiunto i 183 miliardi. Ma questa cifra potrebbe diventare esattamente il doppio non appena entreranno nel conteggio quelle che oggi vengono considerate perdite “maturande”. Insomma, allo Stato servirà qualche miliardo per tentare di arginare la situazione ed evitare il pericolo che i forzieri italiani diventino prede per gli speculatori esteri. Da dove lo prenderà Renzi? Alla luce di queste riflessioni sembra chiaro che il miliardo e passa di cui si favoleggia per aiutare gli incapienti sono vere e proprie briciole date in paasto all’opinione pubblica per confondere le acque. 

Primo segnale, ieri Padoan ne ha parlato nel corso della conferenza stampa di presentazione del Documento di economia e finanza a palazzo Chigi. Aiuti di Stato travestiti? Il gioco delle tre carte sui termini è un perno fondamentale del ragionamento. E infatti l’Ue vuole vederci chiaro. “Il dialogo con la Commissione europea” su una possibile soluzione per la questione dell’elevato stockdi sofferenze bancarie “va avanti”, dice Padoan. “Sul tappeto ci sono una serie di ipotesi: da un intervento piu’ forte dello Stato con un veicolo specifico a un intervento piu’ leggero” ha aggiunto Padoan. “Sono tutte ipotesi che hanno pro e contro e le stiamo valutando molto in dettaglio, pero’ nelle prossime settimane – ha assicurato – concluderemo questa fase di dialogo per passare alla fare di disegno specifico delle misure da prendere”.

Di aiuti di Stato si può parlare senz’altro da un punto di vista politico. E’ la stessa Bankitalia, infatti, a dirci che nonostante la maggiore esposizione degli istituti di credito verso Ltro, cioè il “supporto” della Bce affinché si alzi lo stock del credito, i rubinetti si stanno chiudendo ancora di più. Insomma, sembra profilarsi un vero e proprio buco nero, che assorbe risorse e la cui entità è ancora ignota. Chi correrà ai ripari, e come?

Secondo segnale, l’Europa è convinta che le regole che in Italia, Spagna, Portogallo e Grecia consentono alle banche di iscrivere nel capitale i cosiddetti ‘deferred tax assets’ potrebbero nascondere una forma di aiuto di Stato, ed in quanto tali essere vietate dall’Unione europea. Il caso è stato sollevato da una anticipazione del Financial Times. La Commissione ha chiesto informazioni ai quattro governi precisando che al momento “non c’è un’inchiesta formale”. In Italia i rappresentanti delle banche esprimono “totale sorpresa” per la richiesta: “l’intervento del legislatore italiano”, commenta l’Abi, è stato “necessario per evitare una doppia penalizzazione delle banche che operano in Italia, la prima sotto il profilo fiscale e la seconda sotto il profilo dei requisiti patrimoniali. Appare quantomeno bizzarro che una norma che contribuisce a ristabilire un terreno di gioco livellato tra le banche europee possa essere invece interpretata alla rovescia come un aiuto di Stato”.

In gioco, nei quattro paesi, asset per un totale di molte decine di miliardi di euro. Con le principali banche spagnole e greche più inguaiate delle altre, avendo tra il 30% ed il 40% del capitale Core Tier 1 costituito appunto da ‘Dta’. Al centro della vicenda, le cosiddette “imposte anticipate” (ovvero un credito – presunto – nei confronti dello Stato) che talvolta concorrono a determinare i coefficienti patrimoniali definiti dai criteri di Basilea III. Le norme sulla qualità di capitale prevedono che i ‘Dta’ vengano completamenti cancellati dagli asset patrimoniali entro il 2019. E già cinque anni fa dopo un confronto tra Abi, ministro del Tesoro e Bankitalia, con il consenso della Bce, è stato adottato lo schema che l’Eurotower ha sostanzialmente validato inaugurando a novembre scorso la nuova stagione della supervisione bancaria centralizzata.
Ma ad essere nel mirino come possibili aiuti stato sono ora le garanzie che i governi devono offrire perché‚ le banche possano trasformare i ‘Dta’ in crediti certi e computabili. E che aprono due scenari di possibili rischi: da una parte, per le banche, quello di vedersi cancellati miliardi di capitale se gli Stati dovessero cambiare le norme fiscali; dall’altra, per gli Stati, quello di dover veramente versare le somme se le banche ne avessero improvvisamente bisogno.

Sembra di capire che siamo nel bel mezzo di un risiko bancario dalle dimensioni internazionali in cui le banche dei paesi “Pigs” rischiano grosso. E’ tutta una cors alla cannibalizzazione in previsione dell’”ora X”, ovvero della supervisione della Bce. Sul fronte interno, e siamo al terzo segnale, Bankitalia, intanto, è in allerta per il risiko delle banche popolari e Mediobanca apre ufficialmente il dossier fusioni, candidando quattro potenziali partner alla Popolare di Vicenza. Alla vigilia delle assemblee degli azionisti delle principali banche del credito cooperativo in cui il tema aggregazioni terrà banco, il Governatore, Ignazio Visco, sottolinea di fare attenzione sul futuro consolidamento bancario e sulle possibili aggregazioni. Il timore è che questa fase possa rappresentare una occasione irripetibile per un saccheggio del risparmio italiano per mano straniera.

In un’intervista a l’Avvenire, il numero uno di Palazzo Koch ha commentato: “Credo che occorra essere molto attenti nel valutare eventuali operazioni di aggregazione. E bisognerà essere molto attenti anche nella fase di definizione delle modalità attraverso cui gli aumenti di capitale andranno effettuati, laddove non ci saranno aggregazioni”. Una affermazione di un “certo peso” che arriva alla vigilia delle assemblee dei soci di alcune delle più grandi popolari già in odore di aggregazione. Sabato sono convocati gli azionisti della Banca Popolare di Milano, del Banco Popolare, della Popolare di Vicenza e del Creval; mentre la prossima settimana toccherà ad altri come la Bper. In vista di questi appuntamenti più di un gruppo come la Bpm e il Banco, che per alcuni potrebbero fondersi tra loro, hanno provveduto ad alzare il numero di deleghe per favorire una maggiore partecipazione, mentre altri istituti non quotati in Borsa come Veneto Banca e la Popolare di Vicenza, anch’esse potenziali ‘spose’, hanno proposto alle rispettive assemblee di ‘tagliare’ il valore delle azioni per recepire le indicazioni arrivate dalla Bce in seguito agli stress test e rendersi più appetibili.

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