Giovanni Berlinguer, il comunista che coltivò la radice ecologista

Giovanni Berlinguer, il comunista che coltivò la radice ecologista

Negli anni ’70, quando il Pci considerava l’ambientalismo frutto della cultura borghese, Giovanni Berlinguer ne colse la novità nella critica alla produzione e al consumo

ROMA – Per quelli della mia generazione impegnati nel rinnovamento ecologista del Pci e della sinistra Italiana, Giovanni Berlinguer è stato un maestro e un punto di riferimento culturale. Senza di lui sarebbe stato molto più complicato mettere radici ecologiste nella sinistra, coltivate con la sua azione a cavallo tra i decenni ’60 e ’70. Quando arrivò dagli Usa la inedita critica dei movimenti ecologisti, pacifisti e femministi alla società del capitalismo consumistico, Giovanni Berlinguer fu uno dei primi nel Pci a cogliere la novità e l’importanza della “contraddizione ecologica” mentre a sinistra l’atteggiamento prevalente era di curiosità e di molta diffidenza.

Del resto la denuncia ecologista contro l’inquinamento della Terra era stata avanzata da Nixon nel suo Discorso sullo stato dell’Unione e, in Italia, era stata proposta contemporaneamente da Fanfani: si pensava che fosse una manovra per nascondere la vergogna della guerra Usa in Vietnam oppure una copertura degli affari delle imprese inquinanti che si offrivano ora come bonificatori (“ecoaffari”).

In molta parte della sinistra l’ecologismo era considerato un frutto della “cultura borghese”. In Italia, poi, pesava il tratto elitario delle classi alte, molto sensibili alla natura e molto meno ai bisogni sociali e alla salute dei lavoratori.
Giovanni Berlinguer fu uno dei primi a cogliere che il movimento ambientalista degli anni ’70 era qualcosa di diverso perché poneva problemi nuovi che investivano la ricerca scientifica, l’economia, i sistemi produttivi e di consumo delle società capitalistiche. Quel movimento metteva in discussione la società consumistica. Insieme ad alcuni intellettuali di sinistra, attenti ai mutamenti economici, scientifici e tecnologici, aprì tempestivamente una serissima discussione culturale e politica su alcuni interrogativi di fondo.

Nel giugno del 1970, in un articolo pubblicato da Rinascita, titolato «Inquinati e Inquinatori», propose i suoi cruciali interrogativi: l’ambientalismo era o no un diversivo tattico dell’imperialismo americano? Il capitalismo viveva o no una nuova contraddizione interna in quanto «così come rapina le ricchezze degli altri paesi, distrugge la natura e altera l’ambiente vitale nelle metropoli»? Non era, forse, da criticare la concezione tradizionale del rapporto uomo-natura fondata sul dominio predatorio e dissennato dell’uomo, presente anche nella cultura della sinistra? Le questioni ambientali dovevano o no entrare nei programmi politici e intrecciarsi strutturalmente alle riforme sociali? Si poteva accettare la scelta di passività verso l’ecologia da parte del Pci?

Nel novembre del 1971, (alcuni mesi prima della pubblicazione del «Rapporto sui limiti dello sviluppo», Club di Roma) a Frattocchie, sede dell’Istituto di formazione politica del Pci, si svolse un importante convegno sul tema «Uomo, Natura Società». I lavori furono aperti dalle relazioni di Giovanni Berlinguer e Giuseppe Prestipino. Le tesi presentate erano fortemente innovative, anche se forzatamente incardinate, per legittimarle pienamente, su una linea di continuità. Il rapporto tra l’uomo e la natura fu riconsiderato. La tradizionale necessità storica del “dominio” dell’uomo sulla natura veniva corretta con la considerazione della diversa qualità degli scopi: mentre il capitalismo era «dissipazione e putrefazione» ambientale, le forze del movimento operaio e del socialismo erano portatrici di una diversa concezione culturale del significato di dominio dell’uomo sulla natura in quanto avrebbero rispettato la natura, e con l’aiuto della scienza si sarebbe potuto debellare malattie, rimediare alla scarsità delle materie prime, rimuovere le ingiustizie.

Si cercò di riunificare ciò che i marxisti e gli economisti classici avevano separato: il processo sociale della produzione veniva saldato con le condizioni più generali della riproduzione, la natura appunto: «Secondo la concezione materialistica, il movimento determinante della storia, in ultima istanza, è la produzione e la riproduzione della vita immediata. Ma questa è a sua volta di duplice specie. Da un lato, la produzione di mezzi di sussistenza, di generi per l’alimentazione, di oggetti di vestiario, di abitazione e di strumenti necessari per queste cose; dall’altro, la produzione degli uomini stessi: la riproduzione della specie» (F. Engels, «L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato»). La citazione era indispensabile per superare il concetto di distinzione/separazione tra l’uomo e la natura, concetto che ancora oggi resiste.

Il grande merito di Giovanni Berlinguer e degli ecologisti del Pci, è stato di aver individuato uno dei nessi teorici che, in quegli anni, avrebbe potuto portare la sinistra, in modo autonomo, verso il superamento della visione della separazione tra l’uomo e la natura, tra l’economia e l’ecologia. Il Convegno propose di assumere l’ecologia come un aspetto essenziale della battaglia anticapitalista e antimperialista (altro che scienza borghese): i contenuti ecologici avrebbero dovuto essere incorporati nel processo politico reale: essendo la contaminazione ambientale una condizione dell’esistenza del capitale, rappresentava un elemento permanente del conflitto sociale.

La dimensione planetaria delle contraddizioni ecologiche, poi, poneva la necessità di un nuovo, operante internazionalismo. Anche perché le analogie fra lotta per la pace e lotta per l’ambiente erano evidenti: in gioco c’era la salvezza degli uomini, di tutta la specie umana e di tutte le specie e non solo di una singola classe sociale o di una sola specie.

Tutto ciò richiedeva di collocare la “politica ecologica” come quadro generale e non come aspetto settoriale (i problemi ambientali) delle riforme di struttura: «una cornice ed un sistema di collegamenti fra le riforme: la sanità, la casa, l’agricoltura, il Mezzogiorno, l’istruzione, le istituzioni culturali, i poteri locali, e così via». La storia della sinistra italiana.

Giovanni Berlinguer si è lanciato con generosità e spirito libero lungo molti confini non esplorati dal pensiero e dall’azione della sinistra tradizionale e questo gli va riconosciuto come un grande merito. Anche se la saldatura tra sinistra ed ecologia è ancora un problema non risolto.

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