Voci dall’assedio del campo di Yarmouk

“Siamo soli, ancora una volta. Ci hanno abbandonato tutti, come a Sabra e Chatila e a Tal Al Zaatar “. Si sta probabilmente consumando in queste ore una delle pagine più nere della storia recente del popolo palestinese. Sono senza speranza i racconti della gente comune del campo profughi di Yarmouk, a pochi chilometri da Damasco. Dall’inizio di aprile, in 18 mila erano intrappolati in quella che è stata a lungo la capitale della diaspora palestinese, il simbolo del diritto al ritorno. Adesso, oltre alla fame e ai letali bombardamenti dell’artiglieria di Assad e dell’Isis (o Daesh), sopravvivere è diventatato, se possibile, ancora più arduo: gli uomini che calpestano le bandiere palestinesi per inneggiare a quelle nere controllano infatti l’ospedale e buona parte dell’intero campo. Molti di coloro che non sono riusciti a fuggire, non mangiano e non bevono da giorni. Le istituzioni palestinesi, negli anni passati quasi sempre silenziose e reticenti di fronte al regime di Assad, sostengono ancora il principio di non intervento negli “affari interni” di uno stato arabo. Promettono che visiteranno il campo ma sarà forse troppo tardi per evitare l’ennesimo disastro umano e politico. “Ci descrivono come fieri combattenti senza paura ma fa parte della loro mitologia. Noi non siamo qui per resistere, siamo intrappolati qui dentro e invece vorremmo solo vivere”, ci ha detto la gente del campo. “Non è possibile che serva la presenza di Daesh perché qualcuno si ricordi dei nostri fratelli e sorelle intrappolate a Yarmouk”, chiosa con amarezza da Ramallah l’attivista Lema Nazeeh.

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di Fouad Roueiha*

Siamo soli, ancora una volta”. Questa frase sconsolata, riferitaci da un operatore umanitario a lavoro nel campo di Yarmouk, riassume al meglio le impressioni che ci giungono parlando con la gente del campo.

Dal primo di aprile scorso i 18mila civili intrappolati dentro quella che era la capitale della diaspora palestinese, il campo profughi di Yarmouk nel sud di Damasco, devono affrontare l’assalto di Daesh (il sedicente “Stato Islamico”) oltre all’assedio che va avanti da circa tre anni e che da 200 giorni li ha privati persino dell’acqua corrente.

L’assedio che affama i palestinesi di Yarmouk e che ha causato la morte di stenti di oltre 170 persone non ha però impedito ai terroristi dalle bandiere nere di accedere al campo dal lato sud, dalla parte di Hajar Al Aswad, aiutati dagli ex commilitoni di Jabhat Al Nusra (JAN), la branca siriana di Al Qaeda da cui Daesh ha divorziato oltre un anno fa a suon di decapitazioni e sgozzamenti reciproci.

La prima ondata d’invasione di Daesh gli ha consentito di controllare quasi tutto il campo; le milizie soprattutto palestinesi presenti a Yarmouk sono riuscite in un primo momento a ricacciarle nella zona meridionale, ma già dal 3 aprile le bandiere nere hanno ripreso a sventolare su buona parte del campo e gli scontri sono stati continui, costringendo i civili a chiudersi in casa mentre ormai i bidoni di acqua potabile ed i pacchi alimentari da cui dipendono le famiglie sotto assedio sono finiti o stanno finendo.

Ad opporsi a Daesh e JAN sono soprattutto i palestinesi di Aknaf beit el Maqdes, una milizia storicamente vicina ad Hamas ma in cui in questi giorni sono confluiti i palestinesi di ogni credo politico che vogliono difendere Yarmouk, debolmente assistiti da piccole milizie vicine all’Esercito Libero Siriano come Jaish Al Ababil che, mentre scriviamo, è riuscito a riprendere il controllo del centro culturale e da lì continua a combattere sul fronte sud.

Le altre milizie rivoluzionarie o sedicenti tali attive nel sud di Damasco, pur dichiarando ufficialmente di sostenere la lotta dei palestinesi, si sono fermate sui confini del campo per evitare lo scontro aperto con JAN che impedisce loro di accedere.

“Ci hanno abbandonati tutti, come è successo a Sabra e Chatila, come a Tal Al Zaatar o nella guerra dei campi” ci ha detto un residente di Yarmouk che abbiamo raggiunto via Skype.

Parla a condizione che non si renda noto il suo nome e ci chiede di non registrare la conversazione, ha paura persino a nominare Daesh. “Ci dicono di tener duro e di resistere, nei comunicati ufficiali lodano la nostra eroica resistenza e il fatto che restiamo qui, ma la maggior parte di noi non resta qui per resistere, siamo intrappolati qui dentro. Se potessi scapperei in Europa oggi stesso. Ci descrivono come combattenti fieri e senza paura, ma questo fa parte della loro mitologia. Noi siamo gente normale, vorremmo solo vivere”.

Da tre giorni sia l’UNRWA, l’agenzia ONU dedicata ai profughi palestinesi, che le organizzazioni umanitarie come la Jafra Foundation non possono distribuire aiuti, la distribuzione sarebbe dovuta avvenire venerdì 3 per cui la gente non ha provviste.

Finora gli “arresti” compiuti da Daesh sono almeno 75, tra cui due sorelle rapite da casa propria, le “esecuzioni” almeno 7 di cui tre per decapitazione. Tra le vittime anche il coordinatore della Jafra Foundation all’interno del campo, di soli 21 anni.

Oltre a queste vittime ci sono quelle dei bombardamenti dell’artiglieria di Daesh e del regime di Asad che hanno provocato un gran numero di feriti e la morte anche di un noto mediattivista ed un altro attivista civile molto conosciuto.

Le cure mediche, già scarsissime a causa dell’assedio del regime di Damasco, sono ormai inesistenti e l’ospedale Palestina, principale avamposto medico, è sotto il controllo di Daesh e nel mirino del regime stesso che nella sola serata del 4 aprile ha sganciato almeno 7 barili bomba intorno alla struttura già martoriata da precedenti bombardamenti.

I civili non riescono a fuggire, nonostante numerosi appelli alla Croce Rossa Internazionale, all’UNRWA, all’UNHCR e all’OLP perché intervengano per spingere verso la creazione di corridoi sicuri per uscire dal campo, l’ultimo dei quali lanciato dalla Lega della Società Civile Palestinese in Siria (tradotto qui da Frontiere News).

“Alcune decine di civili sono riusciti ad uscire dal campo e li abbiamo accolti. Molti non mangiavano né bevevano da giorni, sono feriti ed in pessime condizioni. Altri che hanno provato a scappare sono stati colpiti dai cecchini o sono rimasti coinvolti nei combattimenti”, riferiva la sera del 4 aprile un altro operatore della Jafra Foundation a Radio Yarmouk 63, una piccola emittente online che sta raccontando passo passo gli scontri da qualche scantinato del campo.

“Non possiamo prenderci la responsabilità di dire ai civili di provare a scappare, non ci sono vie sicure ed è estremamente pericoloso. Ma assicuriamo che se qualcuno riesce ad uscire verrà accolto e curato, abbiamo anche istituito delle linee verdi per assistere la gente”. Mentre scriviamo giunge la notizia, riportata da AFP, che i civili fuggiti dal campo sarebbero 2mila.

siria_2Il 3 aprile c’è stata una riunione organizzata da Jabhat Al Nusra a cui hanno partecipato molti dei notabili civili del campo. In questa occasioneAbu Hasan, uno dei capi di Al Nusra a Yarmouk, ha comunicato che la presenza di Daesh è solo temporanea ed ha dettato le condizioni per il ritiro: il campo deve rimanere sotto il controllo di JAN e i combattenti di Aknaf beit el Maqdes devono consegnarsi.

Condizioni rifiutate dai combattenti palestinesi che, sempre dai microfoni di Radio Yarmouk 63, hanno dichiarato che combatteranno fino alla liberazione del campo, anche se sono da soli o quasi nel farlo. Del resto pare che l’assalto sia dovuto proprio all’arresto e all’uccisione da parte degli Aknaf  di dirigenti di Al Nusra e Daesh avvenute nelle ultime settimane e al fatto che JAN stava perdendo posizioni nel campo.

Ancora alla radio del campo ha parlato anche la celebre cantautrice palestineseRim Banna, che a Yarmouk è stata più volte prima della rivoluzione siriana tenendo anche un concerto. La Banna si è fatta portavoce dell’uomo comune palestinese dichiarando tutto il suo sconforto di fronte al fallimento dell’Autorità Nazionale Palestinese e dell’OLP nel difendere il campo.

Le istituzioni palestinesi sono state sostanzialmente silenti sull’assedio pluriennale imposto da Asad al campo, ad eccezione di un paio di settimane a cavallo del vertice di Ginevra 2, quando le immagini dei primi bambini morti per fame avevano risvegliato il pubblico sdegno ed indotto queste istituzioni a cercare di intercedere con il dittatore siriano, ottenendo che alcune sparute carovane umanitarie raggiungessero Yarmouk, pur sotto il fuoco dei cecchini.

Anche nei comunicati pubblicati in questi giorni, oltre ad appellarsi alle parti in conflitto perché consentano l’uscita dei civili, OLP ed ANP continuano a ribadire il principio di “non intervento negli affari interni degli altri Stati arabi” e promettono di visitare il campo.

Una retorica che non basta più alla società civile palestinese, che invece ha organizzato varie manifestazioni di fronte alle sedi dell’OLP, della Croce Rossa e dell’UNRWA in varie parti dei Territori Occupati, in territorio israeliano e all’estero, in collaborazione anche con molti movimenti pro-palestinesi che pure in questi anni avevano del tutto ignorato la situazione dei siro-palestinesi.

“Nella serata del 4 aprile è stato diffuso un appello in molte lingue e ci sono state anche proteste elettroniche, attraverso il cambio delle immagini di profilo sui social network ed i cosiddetti tweet-storm”, ci ha riferito l’attivista palestinese di RamallahLema Nazeh “mentre nei prossimi giorni sono previste altre mobilitazioni per fare pressione sulle nostre istituzioni. Siamo terribilmente in ritardo ed avremmo dovuto fare molto di più in questi anni. Non è possibile che serva la presenza di Daesh perché qualcuno si ricordi dei nostri fratelli e sorelle intrappolate a Yarmouk”.

Nell’appello c’è la richiesta di intervento e pressioni rivolta alle grandi organizzazioni umanitarie e quello rivolto ai media, quelli palestinesi in testa, perché informino su quanto avviene a Yarmouk. Gli hashtag adottati sono #SaveYarmouk e ‪#‎Yarmouk_will_not_fall‬ , “Yarmouk non cadrà“.

Se cade Yarmouk è la fine della causa palestinese, perché se cade Yarmouk, la capitale della diaspora palestinese e il simbolo del diritto al ritorno, sarà la fine del diritto al ritorno e cos’è la causa palestinese se non, innanzitutto, la rivendicazione di quel diritto?”.

Queste sono le parole che ci ha affidato un altro cittadino del campo, quando gli abbiamo chiesto cosa vorrebbe dire ai movimenti pro-palestinesi in Italia e nel mondo.

Non possiamo che unirci a questo auspicio che Yarmouk non cada. Intanto però su Youtube circolano i video di miliziani di Daesh che calpestano la bandiera palestinese dicendo che “questa è la bandiera che sventola chi vuole dividerci, dei politici che ci spingono alla fitna (caos, forte frattura all’interno della umma, ndr) tra i musulmani per tenerci sotto controllo” ed ordinano che solo il loro tristemente noto stendardo nero sventoli sul campo di Yarmouk, dove solo 18mila degli oltre 150mila palestinesi che vivevano qui nel 2011 sono rimasti.

Mentre un’altra pagina nera della storia palestinese viene scritta col sangue in queste ore.

5 aprile 2015

 

Fouad Roueiha è un giornalista siriano che vive da tempo a Roma. Il suo lavoro radiofonico web è per AMISnet
Potete seguire i suoi utili e preziosi aggiornamenti sulla situazione di Yarmouch e le altre vicende siriane su facebook

Fouad Rouei
  Solidarietà al popolo siriano

Fonte: Osservatorio per l’Iraq
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