Def. Decide il governo, gli italiani stanno a guardare

Def. Decide il governo, gli italiani stanno a guardare

ROMA- Ieri tutti i media hanno riempito le loro prime pagine di notizie e informazioni sul DEF, il documento di economia e finanza, del governo Renzi.

Peccato che, fino ad oggi, non esista alcuna copia “ufficiale” di questo documento. Il DEF definitivo sarà prodotto solo tra un paio di giorni e solo allora sarà portato in Parlamento per l’approvazione  definitiva. Il tutto nella speranza di fare in tempo per poterlo inviare, entro il 30 Aprile, a Bruxelles.

Ma non basta, il premier Renzi, forse memore delle debacle dei mesi scorsi e delle smentite basate sui “numeri”, non ha presentato il documento all’esame del Consiglio dei Ministri con le ormai consuete slide, ma solo oralmente. Nonostante questo, alcune delle “previsioni” del governo (per non dire tutte) sono apparse poco conformi alla realtà.

A cominciare dalla frase orami divenuta emblema del DEF di Renzi: “Oggi abbiamo avviato l’esame preliminare del DEF che sarà approvato venerdì” ha detto il premier, “Non ci sono tagli e non c’è aumento delle tasse. Da quando siamo al governo l’operazione costante è di riduzione delle tasse”. Parole immediatamente smentite dall’ISTAT (possibile che il premier non conosca questi dati?): nel 2014 il carico fiscale ha fatto segnare un nuovo record. L’anno passato, la pressione fiscale complessiva non diminuita e si è attestata sul 43.5% del PIL, in aumento rispetto all’anno precedente.

Anche sul fisco le previsioni sono troppo rosee: “Noi consideriamo il 2015 un numero 0 per la dichiarazione dei redditi precompilata”. Come hanno spiegato gli esperti, il modello precompilato non terrà conto di detrazioni e di molto altro. Quindi, stando alle stime fatte dai commercialisti, oltre il 75% di quelli che riceveranno il modello precompilato dovranno ricorrere (come fatto fino ad ora) ai “tecnici”. Dove troveranno una sorpresa: tariffe maggiori dovute a maggiori tasse e imposte introdotte proprio dal governo Renzi.

Stando a quanto è stato riferito al termine del consiglio di ministri che ha definito il DEF, il governo dovrebbe raggiungere il pareggio di bilancio strutturale nel 2017. Forse Renzi ha dimenticato che proprio lui, poco dopo aver ricevuto l’incarico da Napolitano, aveva promesso che questo pareggio sarebbe avvenuto nel 2014. Poi, nel documento presentato a Bruxelles, dopo l’analisi del ministro Padoan, a Giugno 2014, il governo disse che l’Italia avrebbe raggiunto il pareggio non nell’anno in corso e nemmeno nel 2015, come concordato in precedenza, ma certamente nel 2016. Ora, l’ennesima “autosmentita”: si parla di una data potenziale del 2017 (ma è già stato preannunciato che il deficit nominale sarà invece azzerato non prima del 2018). La verità è che quella del pareggio di bilancio è un promessa mai mantenuta ormai da molti troppi anni e alla quale ormai non crede più nessuno.

Stessa cosa per il “blocco” dell’aumento dell’Iva: Renzi è stato inamovibile sulla cancellazione dell’aumento di due punti percentuali dell’Iva prevista per il 2016. Bene. O forse male: secondo le stime del governo questa misura avrebbe consentito entrate per circa 16 miliardi di euro, che secondo il premier, dovrebbero provenire in buona parte dalla spending review, vale a dire tagli agli enti locali, ma anche ai ministeri,  ai sussidi alle imprese e alle agevolazioni fiscali. Peccato che minori aiuti alle imprese e minori agevolazioni fiscali (ormai dovrebbe essere chiaro anche a Renzi, nonostante, secondo i giudici che lo hanno assolto, sia incapace di comprendere certi dettagli in quanto “non addetto ai lavori”) significano minore crescita del PIL. Quanto agli enti locali sono già tartassati”: da anni ormai, come hanno denunciato le associazioni di Comuni, uno degli strumenti per rispettare le norme imposte da Bruxelles senza far crescere più del dovuto il carico fiscale, è scaricare sulle spalle degli enti locali la gestione di alcuni servizi e la conseguente riscossione. Quanto ai ministeri, in barba a quanto detto finora e professato usando termini come revisione (intesa come “riduzione”) di spesa, ovvero spending review, i costi della pubblica amministrazione centrale non è diminuita in modo rilevante. Ma non basta. La spending review colpirà soprattutto il meridione d’Italia. Secondo i dati Svimez-Irpet  mentre al sud e sulle isole la spesa pubblica sarà ridotta, rispetto al PIL, del 6,2%, al centro nord la spesa pubblica crescerà (2,9%). Una manovra che secondo gli esperti avrà un effetto “depressivo” sull’economia del Mezzogiorno e causerà la crescita dei divari regionali.

A conti fatti, il vero problema è che molto probabilmente il governo, non sa bene, come fare per far tornare i conti. Ragion per cui, ancora oggi, non si è visto in dettaglio cosa comprenderà realmente il DEF. Lo dimostra il fatto che dopo un anno di lavoro e una sfilza di vertici a Bruxelles, Matteo Renzi non ha risolto i problemi dell’Italia (come non li avevano risolti, prima di lui, Prodi, Monti, Letta e Berlusconi). L’unica cosa che il governo è stato in grado di fare è proporre, e senza mai scendere nel dettaglio, ma solo a grandi linee, una bozza di DEF e, per di più, basata su stime macroeconomiche.

I numeri, quelli veri, quelli che dovrebbero (il condizionale è d’obbligo quando si parla del “nuovo che avanza”) contenere il “Piano nazionale delle riforme”, saranno resi noti solo tra qualche giorno.

Quando, però, potrebbe essere troppo tardi per apportare le dovute modifiche: visti i tempi estremamente ridotti per presentare il documento definitivo a Bruxelles, non è difficile prevedere che, per l’ennesima volta, il governo farà ricorso al voto di fiducia. Impedendo così al Parlamento, come ormai prassi usuale, di decidere come gestire la “cosa comune” degli italiani. Una “cosa comune” che da molti, troppi anni, ormai, non è più “comune”, ma dominio di pochi che decidono e impongono le proprie decisioni a tutti gli italiani.

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