Il partito non è un effetto collaterale del movimento

Un sindacato da rifondare sulla base di nuove idee rivendicative e una forza politica da ricostruire nei suoi fondamenti culturali e programmatici. Separarne le strade non aiuta nessuno

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Il felice esito della mani­fe­sta­zione di sabato scorso pro­mossa dalla Fiom, al di là di alcuni ine­vi­ta­bili limiti, impone a tutti di fare qual­che passo in avanti nella defi­ni­zione dei carat­teri che la coa­li­zione sociale deve avere. Spetta ai pro­po­nenti, in primo luogo, ope­rare l’approfondimento neces­sa­rio — non certo per rispon­dere alle bana­lità gior­na­li­sti­che sulla “discesa in poli­tica” di Lan­dini o sulle sue mire sul ver­tice della Cgil — quanto per sod­di­sfare un biso­gno dif­fuso, inde­ro­ga­bile e più che maturo.

Che que­sto chiami in causa anche il tema della rap­pre­sen­tanza poli­tica è fin troppo evi­dente. Sia in nega­tivo, quando Lan­dini da Piazza del Popolo dice che Renzi è peg­gio di Ber­lu­sconi, nel senso che il primo ha por­tato in porto misure che il secondo non era riu­scito a com­ple­tare, come la can­cel­la­zione dell’articolo 18. Sia in posi­tivo, quando il segre­ta­rio della Fiom dichiara che «il sin­da­cato si deve porre il pro­blema di una coa­li­zione sociale più larga che superi i con­fini della tra­di­zio­nale rap­pre­sen­tanza sociale e aprirsi a una rap­pre­sen­tanza anche politica».

Non si tratta di tor­nare ai tempi in cui la coscienza poli­tica era por­tata dall’esterno della classe ope­raia, secondo il noto pas­sag­gio “dalla classe in sé alla classe per sé”, ma nep­pure di postu­lare una imme­diata iden­tità tra il poli­tico e il sociale. D’altro canto la sto­ria del movi­mento ope­raio è suf­fi­cien­te­mente lunga e ricca per avere visto nascere in modo sostan­zial­mente sepa­rato for­ma­zioni poli­ti­che rivo­lu­zio­na­rie, capaci però di porsi da subito in con­nes­sione sen­ti­men­tale e mate­riale con lar­ghe masse in movi­mento; quanto per averci offerto il pro­cesso con­tra­rio, lad­dove da orga­niz­za­zioni sin­da­cali e di movi­mento sono nati, anche per diretta ema­na­zione, par­titi poli­tici di grande peso. Gli esempi sono troppo noti, dal Par­tito Bol­sce­vico al Labour Party.

Ma in entrambi i casi le due dimen­sioni, quella del sociale e quella del poli­tico, non si sono mai imme­dia­ta­mente iden­ti­fi­cate, né nes­suna delle due si è potuta con­si­de­rare esau­stiva della rap­pre­sen­tanza. Anche quando i temi pos­sono essere uguali non lo sono gli ambiti e le moda­lità d’azione. Pro­prio per­ché non erano — e tut­tora non sono — la stessa cosa, tanto i pro­cessi di poli­ti­ciz­za­zione delle lotte sociali, quanto quelli di rami­fi­ca­zione nella società di forze poli­ti­che, non sono né imma­nenti, né scon­tati. In entrambi i casi è neces­sa­rio che si svi­luppi un pen­siero e un senso comune cul­tu­rali e poli­tici per­ché ciò avvenga. Tanto è vero che abbiamo assi­stito a pro­cessi ben diversi e oppo­sti, dai ten­ta­tivi dei movi­menti – com­preso quelli più anta­go­ni­sti — di sta­bi­lire un diretto rap­porto con le isti­tu­zioni, senza alcuna media­zione poli­tica, anzi negan­dola in radice, come alla teo­riz­za­zione e alla pra­tica disin­volta dell’autonomia del poli­tico. Cose fal­lite, peraltro.

Il pro­blema che Lan­dini sem­bra porre – nella prima parte della frase citata – è quello della rifon­da­zione del sin­da­cato. Com­pito immane, ma indi­spen­sa­bile se non si vuole con­ti­nuare a cre­scere decli­nando (come nel titolo di un vec­chio libro di Bruno Man­ghi). Non si tratta solo di aprire il sin­da­cato alla inter­lo­cu­zione attiva con i movi­menti (il che intanto non gua­sta). Ma di tro­vare una rela­zione sociale forte fra il mondo fran­tu­mato del lavoro, del non lavoro, del pre­ca­riato, del finto e del vero lavoro auto­nomo. Non basta la sfera impor­tante dei diritti per tenere insieme que­ste realtà. Ci vogliono nuove idee riven­di­ca­tive che riguar­dino la retri­bu­zione come la pre­sta­zione lavo­ra­tiva, e il nesso tra le due, quanto le scelte sull’oggetto della pro­du­zione. Serve un potere costi­tuente che si con­trap­ponga al potere costi­tuito del capi­tale glo­bale finan­zia­riz­zato. Peral­tro non solo su scala nazio­nale, ma almeno europea.

Non è vero che, come scrive Viale, che «una coa­li­zione sociale … non può che essere né di destra né di sini­stra». Baste­rebbe guar­dare alla sto­ria del nostro paese: qual­cuno può soste­nere che il fasci­smo sia stato solo un feno­meno poli­ti­ci­sta, e non invece una for­mi­da­bile coe­sione sociale fra indu­striali, agrari, pic­cola bor­ghe­sia e strati di pro­le­ta­riato ulte­rior­mente depau­pe­rato dall’economia di guerra? Non cono­sco coa­li­zioni sociali poli­ti­ca­mente ano­nime e nep­pure agno­sti­che. Quindi l’opera di poli­ti­ciz­za­zione a sini­stra dei movi­menti sociali non può e non deve atten­dere la nascita del mitico sog­getto poli­tico, ma lo accom­pa­gna. Que­sta non con­si­ste nell’assembleare le monois­sues dei vari movi­menti, ma nel creare le con­di­zioni affin­ché que­sti si indi­riz­zino il più pos­si­bile verso un unico avver­sa­rio, incre­men­tando l’efficacia dell’azione. Così è avve­nuto nel momento migliore del movi­mento noglo­bal dopo Seattle.

Ma il tema della rap­pre­sen­tanza poli­tica non si esau­ri­sce con il senso poli­tico dif­fuso in una coa­li­zione sociale, anche se senza quest’ultimo non ha basi di massa per tro­vare fon­da­mento. Richiede un arti­co­lato lavoro che è di destrut­tu­ra­zione del vec­chio pen­siero domi­nante, di costru­zione di un nuovo humus cul­tu­rale, ideale, poli­tico, pro­gram­ma­tico (in ciò sta il tema moderno della “forza”) che non può essere con­ce­pito come un effetto col­la­te­rale, per quanto desi­de­ra­bile, delle lotte sociali.

E le fobie par­ti­ti­che, anche con il pre­te­sto del tri­ste stato della sini­stra, sot­traendo forze ancora sane non aiu­tano affatto que­sto lavoro. Il quale ha una sua spe­ci­fi­cità che non deve essere schiac­ciata nep­pure sulle sca­denze elet­to­rali, sia locali che nazio­nali, spesso richiamo ricor­rente anche per i più acca­niti movimentisti.

Può veri­fi­carsi benis­simo che sia più utile una cam­pa­gna sociale e poli­tica, magari refe­ren­da­ria, che non una par­te­ci­pa­zione a una con­tesa elet­to­rale, al di là del suo esito. Nell’uno e nell’altro caso dipende dall’obiettivo, dal peso che può assu­mere in quel pro­cesso di costru­zione di un nuovo potere costi­tuente, fatto di coe­sione sociale, poli­tica e demo­cra­tica, che solo può capo­vol­gere le sorti della crisi evi­tando la comune rovina delle classi in lotta.

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