Quel silenzio assordante del centro storico de L’Aquila

di Enrico Perilli*

Sesto anniversario del terremoto. Il Pd, in stile renziano, si limita a gestire il presente. «Com’era e dov’era» solo la periferia delle speculazioni

Il cen­tro sto­rico dell’Aquila è uno dei luo­ghi più silen­ziosi dell’Appennino. Dopo le sei di sera, quando i can­tieri chiu­dono e gli ope­rai ripar­tono per desti­na­zioni spesso sco­no­sciute, il silen­zio avvolge tutto. Se si vuole respi­rare l’assenza ed ascol­tare il rumore del silen­zio non vi è luogo migliore del cen­tro sto­rico della città dell’Aquila. Un recente stu­dio del Comune dell’Aquila fina­liz­zato alla pre­di­spo­si­zione del Piano di Pro­te­zione Civile, ha con­tato le pre­senze nel cen­tro sto­rico durante l’arco della set­ti­mana ed in fasce ora­rie pre­de­fi­nite: ebbene le pre­senze gior­na­liere non supe­rano le 50 (ope­rai esclusi), fa ecce­zione la zona della Fon­tana Lumi­nosa, l’ingresso nord-est al cen­tro della città, dove tra palazzi recu­pe­rati, polo uma­ni­stico uni­ver­si­ta­rio, qual­che loca­lino, le pre­senze sono, nei giorni di punta, circa 300.

La peri­fe­ria è cao­tica, ingab­biata da un lento, fluido e costante traf­fico di auto­mo­bili, ricorda Puno la città peru­viana al con­fine con la Boli­via, uno stra­done ai cui mar­gini scor­rono vite e sor­gono atti­vità e che ti induce l’aspettativa di incon­trare un cen­tro che invece non c’è mai stato, nel nostro caso non c’è più. La rico­stru­zione della peri­fe­ria si è con­clusa nell’arco di 5 o 6 anni lasciando una grande ama­rezza in chi aveva cre­duto e spe­rato anche in una riqua­li­fi­ca­zione urbana; la peri­fe­ria dell’Aquila nasce negli anni Set­tanta, frutto di spe­cu­la­zioni edi­li­zie e si con­clude nei primi anni Due­mila con una spe­cu­la­zione urba­ni­stica fatta a colpi di varianti che hanno stra­volto ed annul­lato il Prg del 1979.

Lo slo­gan «rico­struiamo tutto dov’era e com’era» rife­rito chia­ra­mente al pro­po­sito ber­lu­sco­niano di edi­fi­care L’Aquila 2, è stato let­te­ra­liz­zato ed appli­cato a tutti i con­te­sti urbani, impe­dendo una riqua­li­fi­ca­zione di parti della città costruite senza alcun cri­te­rio se non quello immobiliare/affaristico.

Il dato forse più deso­lante e del quale poco si parla è il calo di abi­tanti. I dati ana­gra­fici evi­den­ziano un fles­sione minima, da 72.000 ante-sisma a 70.000 post-sisma, in realtà il dato è un altro. Nelle iscri­zioni sco­la­sti­che si regi­strano oltre 3000 stu­denti in meno, i dati tri­me­strali di Con­f­com­mer­cio mostrano con­sumi di una popo­la­zione non supe­riore ai 60.000 abi­tanti. La fre­quen­ta­zione della città con­ferma il dato di Con­f­com­mer­cio, un noto impren­di­tore cit­ta­dino, col­pito dal calo di pre­senze in città, com­men­tando scon­for­tato que­sta realtà è solito dire: «In que­sta città girano solo anziani in tuta e con la Panda».La spie­ga­zione è sem­plice, per non per­dere i bene­fici eco­no­mici legati alla rico­stru­zione, migliaia di per­sone, pur avendo cam­biato città non hanno cam­biato la resi­denza anagrafica.

Qual­cuno sor­ride però, anzi ride felice per la manna caduta dal cielo, impre­di­tori edili, inge­gneri, pro­get­ti­sti, fac­cen­dieri sem­pre più nume­rosi che fanno da tra­mite tra imprese, poli­tica e pro­fes­sio­ni­sti, stanno accu­mu­lando, gra­zie alla legge 77 che disci­plina i pro­cessi rico­strut­tivi, ric­chezze e pro­fitti smo­dati. Una classe ormai domi­nante che ha in mano il pre­sente ed il futuro della città.

Il resto è cro­naca quo­ti­diana spesso giu­di­zia­ria, lo sbarco dei Casa­lesi, molte inchie­ste giu­di­zia­rie aperte, com­mer­cianti che lot­tano per non fal­lire e molti fal­li­scono, gio­vani in fuga, psi­co­far­maci in aumento. In que­sto L’Aquila è molto simile al resto del Paese.

Il cen­tro­si­ni­stra ammi­ni­stra dal 2007 la città tra mille dif­fi­coltà e con­trad­di­zioni e anche gra­zie allo spap­po­la­mento pre-collasso ber­lu­sco­niano del cen­tro­de­stra. Il Pd in per­fetto stile ren­ziano, a-culturale e alla corte del più forte, in nome di una pre­sunta moder­nità si limita a gestire il pre­sente, con orde di gio­vani ram­panti, sostan­zial­mente apo­li­tici e dispo­sti a tutto, che fanno rim­pian­gere il vec­chio D’Alema (sic).

L’unico con­forto rimane la natura mon­tana e rurale, luogo rima­sto vivo dopo che la città è stata sfi­gu­rata dal sisma, qui tutto sem­bra sospeso, un tempo ed uno spa­zio al di sopra delle umane vicende. Per ora. All’orizzonte minac­cioso si appros­sima un pro­getto urba­ni­stico di inse­dia­mento edi­li­zio ed impian­ti­stico da 16 milioni di euro. Soldi pro­ve­nienti da un fondo per lo svi­luppo delle atti­vità pro­dut­tive e del tes­suto eco­no­mico col­pito dal ter­re­moto.
Impianti scii­stici anche a quote rela­ti­va­mente basse 1400/500, con­tro l’evidenza scien­ti­fica ormai che porta ad esclu­dere la costru­zione di impianti ex-novo e che porta ad orien­tarsi verso modelli di gestione ed incre­mento turi­stico diversi (tutela del pae­sag­gio, cul­tura e tra­di­zioni, sport ad accesso tec­nico ed eco­no­mico e impatto ambien­tale più bassi).

Ras­se­gnata, indif­fe­rente, sof­fe­rente, que­sti sono i tre agget­tivi che meglio descri­vono L’Aquila a sei anni dal ter­re­moto.
A 25 dal ter­re­moto dell’Irpinia il pae­so­logo Franco Armi­nio ha scritto: dei morti sarà rima­sto ben poco, dei vivi ancora meno…

*capo­gruppo Prc e pre­si­dente com­mis­sione Ambiente e territorio

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