Vecchiumi

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di Enrico Euli* – comune.info

Una ragazza che non sa ballare dice che l’orchestra non sa suonare

(proverbio irlandese).

Sabato ho condotto un seminario all’interno di un ciclo volto a favorire la partecipazione attiva degli anziani. L’ennesima fregatura della modernità: le società non riconoscono i diversi in quanto tali, ma solo se si sforzano di assomigliare ai normali. La chiamano ‘integrazione’, che va insieme a ‘integralismo’ (il nostro, non quello dell’Isis). Vale per i neri, che devono diventare bianchi, vivere come noi, occidentalizzarsi. Vale per i disabili, che sono solo “diversamente abili” e che, in fondo, possono lavorare come noi. Vale per i vecchi. Che, in passato, erano stimati e valorizzati in quanto vecchi. Oggi, invece, solo se fanno i giovani; se lavorano fino a ottanta anni, se fanno jogging, se si fanno il lifting, se si riempiono di medicinali per stare sani, se fanno prevenzione di tutte le malattie possibili, se partecipano alla vita sociale attivamente. Il modello unico della modernità: attivarsi, produrre, riempire tutto, agire sempre, non restare mai fermi o annoiarsi.

In una società della decrescita, invece, sarà bello accettare la vecchiaia come esempio di rallentamento e silenzio. E prepararsi al morire invecchiando serenamente, come si diceva un tempo. Insomma, il mio approccio alla questione è stato leggermente eterodosso e divergente. I presenti erano stupefatti, ma contenti (salvo alcuni).

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Due fatti di questi giorni: i cento anni di Pietro Ingrao, un grande vecchio, che ho avuto la fortuna di conoscere personalmente negli anni Ottanta, e che da tempo si è ritirato in silenzio a Lenola (Latina), il suo piccolo paese d’origine. Un saggio. E, si parva licet, c’è l’intrepido Sandro Bondi che si separa da Berlu: la vecchiaia porta saggezza, anche nei succubi ad oltranza? Ma neppure davanti all’abbandono dei suoi amici Berlu ammette di essere vecchio, finito, e si arrende. Cupio dissolvi.

Non saper smettere, non saper lasciare, non sapersi arrendere. Tipico della nostra civiltà, non solo di Berlu il miserabile riccone. Ma sino a quando non ci arrenderemo, non dichiareremo fallimento, non smetteremo di blaterare a vanvera dei nostri meriti, dei nostri successi, delle nostre speranze? La nostra civiltà dovrebbe dichiararsi vecchia e accettare di declinare e di morire. Sarebbe l’ultima sapienza che ci resta. E invece corriamo verso un omicidio-suicidio senza precedenti, un’ecatombe mondiale che farà rimpiangere le due guerricciole mondiali del Novecento.

Ultimo esempio: in un servizio di Massimo Sperandio (nomen omen) si blatera chel’indice di fiducia di imprese e consumatori sta salendo (e tu chiamale se vuoi emozioni…!).  E che la ripresa è quindi alle porte. E anche Poletti blatera sugli 80.000 nuovi posti a tempo indeterminato. Peccato che l’Istat ci ricordi che abbiamo perso altri 44.000 posti di lavoro nell’ultimo mese.

Ma perchè non diciamo la verità, in primo luogo a noi stessi? Semplice: perchè non accettiamo di fallire, di invecchiare, di morire.

Eppure, sarebbe tutto così semplice…

 

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