“Italia peggio della Grecia”, lo dice il Wsj

L’Italia e non la Grecia è il “cuore” della questione dell’euro: aumentare la crescita italiana è più importante per il futuro dell’area euro che i problemi della Grecia. Il Wall Street Journal di ieri definisce l’Italia “l’elefante nella stanza”, ovvero una verità particolarmente evidente ma che viene minimizzata, mentre Atene è “il canarino nella miniera”, ovvero il rivelatore dei disastri.

“Se la crisi della Grecia è acuta, allora l’Italia ne ha una forma cronica: è cresciuta pochissimo dal suo ingresso nell’euro”, scrive il Wsj. “L’economia dell’Italia è lenta da decenni: negli anni 1980 il Pil medio annuale era del 2,1%, secondo i dati del Fondo Monetario Internazionale. E’ calato all’1,4% negli anni 1990, allo 0,6% nel primo decennio del nuovo secolo e al -0,5% dal 2010. La produzione resta di circa il 9% al di sotto dei picchi del 2008”, mette in evidenza la testata americanam che qualifica “gli sforzi del premier Matteo Renzi di riformare il paese” come vitali. I” suoi sforzi per migliorare il mercato del lavoro meritano credito; una delle maggiori barriere alla crescita è stata la cultura che fa sì che le piccole imprese crescano e che i molto tutelati lavoratori esistenti danneggino i giovani che cercano lavoro”, si legge aancora.

L’analisi impietosa sulle cattive acuqe in cui si trova il Bel Paese nonostante le agiografie miopi e menzognere degli uomini di palazzo Chigi, ritorna anche nelle parole dell’economista della Cgil Roberto Romano. “Il saldo primario è diminuito all’1,6% del Pil, mentre il deficit è risalito al 3% del Pil”, scrive Romano sul manifesto di oggi. “Se non interverranno dei netti miglioramenti nel 2015, stante gli attuali vincoli europei, il governo dovrà considerare ulteriori provvedimenti tra maggiori entrate e tagli, che si aggiungono ai 7 mld di spending review legati ai provvedimenti del 2014”, continua. “Di particolare gravità è il taglio degli investimenti pubblici del 6% – aggiunge Romano – solo in parte compensati dalle maggiori uscite correnti dell’1,2%, che in realtà si traducono ancora in tagli di spesa pubblica per finanziare gli sgravi fiscali alle imprese (agevolazioni fiscali). Come se non bastasse, la pressione fiscale cresce dello 0,1% tra il 2013 e il 2014, non proprio coerente con i proclami di Renzi”.

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