Grecia-Ue, nuovo round, rischio rottura e Tsipras va a Mosca

Grecia-Ue, nuovo round, rischio rottura e Tsipras va a Mosca

Ultim’ora. Il nove aprile, secondo i calcoli della Troika, la Grecia resterà a corto di liquidità, visto che le “istituzioni” si rifiutano di erogare gli aiuti previsti dal prolungamento di quattro mesi del “piano di aiuti” concordato il 20 febbraio. Il rifiuto è una pistola puntata alla testa per “convincere” il governo Syriza, di sinistra riformista (ma in Italia sarebbe considerato “ultra-radicale”) ad adottare le “riforme strutturali” volute da Bruxelles (vedi più avanti).

Smentita ufficiale immediata, comunque, da parte del governo greco. Una nota del ministero delle Finanze nega che l’esecutivo abbia informato ieri i creditori internazionali che esaurirebbe già giovedì prossimo 9 aprile i fondi necessari al pagamento di salari e pensioni, oltre che a rimborsare una tranche dovuta al Fondo monetario internazionale. “Il ministero delle Finanze smentisce categoricamente le indiscrezioni riportate da Reuters su presunti temi trattati nella riunione di ieri del gruppo di lavoro dell’Eurogruppo” dice il comunicato del dicastero.

L’8 aprile, comunque,  Alexis Tsipras volerà a Mosca per incontrare Putin. Di fatto, il premier greco ha anticipato di un mese il suo viaggio a Mosca, dovesi sarebbe dovuto recare per un evento solo “celebrativo”, in occasione del 70esimo anniversario della Vittoria sui nazisti, il 9 maggio, nella “Grande Guerra Patriottica”.

In agenda, riferisce l’ufficio stampa del premier greco, i temi del commercio e dell’energia, in vista di un rafforzamento della cooperazione nei settori dell’agricoltura e del turismo. In programma anche una discussione su un nuovo gasdotto, il Turkish Stream, che potrebbe far diventare Atene l’hub europeo per il gas russo, in sostituzione dell’Ucraina ormai in mano ai nazisti e agli statunitensi.

La Grecia ha confermato nei giorni scorsi la propria opposizione a un’estensione delle sanzioni dell’Unione Eropea nei confronti della Russia. E questo potrebbe comportare lo stop alle restrizioni – da parte russa – verso l’importazione di profotti greci (sostanzialmente frutta e prodotti ittici).

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Ogni nuovo giorno porta la sua nuova lista di “riforme”. La partita a scacchi tra il nuovo governo greco e l’Unione Europea (o l’intera Troika, visto che Bce e Fmi sono sia creditori che, quindi, interlocutori obbligati) si arricchisce di un nuovo capitolo e di altre tensioni.

Il Financial Times ha reso nota l’ultima proposta di Atene, inviata ieri ai “parner”. Un elenco che riempie 26 pagine e che ha alcentro, ancora una volta, “misure per la lotta alla corruzione e all’evasione fiscale”. Per noi italiani sembra la solita litania, ma per la Grecia queste due voci rappresentano realmente due sorgenti in secca, da cui lo Stato non trae risorse oppure voragini in cui sparisce senza produrre frutti.

C’è un capitolo “privatizzazioni” più vasto delle precedenti bozze, c’è il progetto di vendere alcune frequenze ratiotelevisive, la tassazione dei giochi online r la revisione dei meccanismi delle lotterie, nonché l’introduzione dei biglietti elettronici per una serie di luoghi di pubblico interesse (sai musi ai siti archeologici) in cui i ticket a mano sono oggetto di bagarinaggio. Il tutto dovrebbe portae risorse supplemtari per circa 6 miliardi nell’anno in corso.

Manca ciò che piace di più alla Troika: l’abbattimento del sistema pensionistico (anzi, vengono accantonate risorse per ripristinare la tredicesima per quelle più basse) e la cancellazione delle residue tutele sul mercato del lavoro (si tenga conto che la Grecia ha già subito l’equivalente del “jobs Act” durante i governi Papandreou e Samaras). Manca anche qualsiasi riduzione del numero dei dipendenti pubblici e addirittra viene mantenuto l’obiettivo di aumentare il salario minimo (sia pure in modo più graduale rispetto all’obiettivo iniziale, che parlava di aumento secco del 50%).

Si è rivelato invece un classico pesce d’aprile la notizia che attribuiva al ministro delle finanze ellenico, Yanis Varoufakis, in cui si ventilava la sostituzione dell’euro con i bitcoin (moneta virtuale peraltro sul punto di sparire).

Quindi i funzionari della Troika storcono il naso e il presidente del Consiglio Europeo – il polacco Tusk – ha già spostato alla fine di aprile la deadline per raggiungere un’intesa. E fino ad allora Atene non riceverebbe un euro della liquidità necessaria anche solo per pagare stipendi e pensioni (per non dire delle rate di debito dovute ai creditori, a cominciare dal Fmi).

Un grande analista come Martin Wolf, sul Financial Times, coglie con precisione la dialettica profonda delle relazioni tra Stati che si vanno evidenziando in questa trattativa. Nessuna delle due parti vuole “la rottura” – e questo, come avrete ormai capito, è secondo noi il limite della strategia di Syriza – ma questa può verificarsi egualmente.

Chiunque abbia guidato un’auto sa che un “incidente” può verificarsi indipendentemente dalla volontà dei conducenti, specie quando nessuno dei due – per ragioni naturalmente molto più risibili di auqnto non avvenga in questo caso – non intende o non può lasciare strada all’altro.

E invece qui, riconosce Wolf, entrambe le parti hanno solide ragioni: “I greci sono convinti che i prestatori privati fossero stati irresponsabili nel dare soldi alla Grecia e che il «salvataggio» non mirava a soccorrere il Paese ellenico, bensì proprio quei prestatori sconsiderati, e che i greci hanno già sofferto abbastanza”. Mentre il fronte dei “creditori considera esemplare la propria generosità nei confronti di questi greci dalle mani bucate”.

Ma la tragedia – nel teatro come nella vita – è esattamente lo scontro tra due ragioni. In questo caso tra la volontà-necessità greca di “riformare” i meccanismi dell’Unione Europea e la volont-necessità della stessa Ue di mostrarsi “irriformabile” (ne nascerebbe un contagio irrefrenabile in tutti i paesi maggiormente in difficoltà, che si sentirebbero dunque autorizzati a sforare i vincoli esattamente come Atene).

Non è forse inutile ricordare ancora una volta che questa è la consegenza di una costruzione “mal concepita” e soprattutto fondata su un’idea di “specializzazione produttiva”, per il Vecchio Continente, decisamente fuori tempo.

Pochi se ne sono accorti, ma uno dei “grandi vecchi” dell’economia italiana come Paolo Savona (ex direttore generale di Confindustria, non certo un marxista o un “antieuropeista”) ha pesantemente criticato in questi giorni addirittura il totem Mario Draghi. Il quale, nel corso dell’audizione alla Camera, ha illustrato le tre condizioni attuale che rendono “possibile una ripresa” (quantitative easing della stessa Bce, basso prezzo del petrolio, bassi tassi di interesse), tacendo però sul fatto che la più grande condizione “espansiva” sia in atto già da tempo. Ma senza alcun effetto sull’economia continentale, la più stagnante del pianeta.

Nessuno infatti, sottolinea Paolo Savona, dice che l’euro si è svalutato nel corso dei sei anni di crisi di quasi il 36%, passando da 1,60 contro il dollaro a 1,08. Le merci europee, dunque, costano sul mercato globale infinitamente meno di prima, ma questo non ha aiutato affatto “la ripresa”.

Com’è possibile? Persino i più stupidi sostenitori (da destra) del ritorno alla “moneta nazionale” sanno che a una svalutazione della moenta corrisponde un miglioramento delle ragioni di scambio (più esportazioni, meno importazioni)… Perché in questo caso una maxisvalutazione di dimensioni quasi inconcepibili (-36%!) anche per la vecchia Italietta, che eccelleva proprio in questo giochino, non ha spostato di un decimo le percentuali di Pil? Per di più in presenza – alcontrario di quanto faceva ai tempi la Banca d’Italia – di bassi tassi di interesse per un periodo quasi infivito?

Sotto accusa – anche dal punto di vista strettamente capitalistico – è proprio il modello di sviluppo imposto dall’ordo-liberismo teutonico: pareggio di bilancio compressione dei consumi, massima competitività con l’estero e quindi massimo slancio all’export.

Ma ha sempre funzionato”, rispondono – idealmente – tutti i fan dell’”austerità espansiva” (dimostrata come bufala anche sul piano scientifico), “perché non dovrebbe funzionare ora?”.

Lo spiega sempre Savona: “questo modello è incoerente con le nuove condizioni geopolitiche create dall’ingresso sul mercato globale dall’ingresso di paesi popolosi ed economicamente arretrati, capaci di muovere concorrenza ai paesi sviluppati usasndo il basso costo del lavoro e le tecnologie che vengono a essi vendute o in essi investite”. Cazzo, sembrava un così buon affare esportare la manifattura del pianeta in un altro mondo… Ora invece si rivela un disastro che ci apre le porte del declino.

Ecco. La partita tra il governo riformista greco e l’inflessibile Unione export oriented avviene in questa cornice. La “rottura”, dunque, non è più soltanto “una pensata” di chi ha nella testa l’Unione come il vero Stato a-democratico che governa l’area e quindi anche il nostro paese. Diventa un evento possibile anche a prescindere dalla volontà degli attori.

“Le cose si dissociano, il centro non regge più”… O accettiamo che “l’anarchia (capitalistica, ndr) si rovescia sul mondo intero”, oppure ci battiamo per porre rimedio – o almeno un limite – al disastro.

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Incubo «Grexident»: perché la crisi di Atene questa volta può scappare di mano di Martin Wolf

Da quando il nuovo Governo guidato da Syriza è entrato in carica, i negoziati sul posto del Paese in Europa sono andati in modo disastroso, con atteggiamenti propagandistici da una parte e irritazione dall’altra. Un’uscita accidentale della Grecia dall’Eurozona è diventata abbastanza probabile. Non perché la Grecia la desideri, o perché i suoi partner vogliano provocarla, ma perché la Grecia sta esaurendo la speranza, i suoi partner stanno esaurendo la pazienza e i negoziati stanno esaurendo il tempo disponibile. C’è un bivio che attende il Paese ellenico e l’Eurozona, ma la scelta su quale direzione imboccare dovrà essere frutto di una decisione deliberata, non di un incidente.

Una crisi di liquidità incombe all’orizzonte, ed è un buon motivo per temere scelte affrettate. I creditori della Grecia vogliono che il Paese attui le riforme prima di sbloccare circa 7,2 miliardi di euro di fondi di salvataggio ancora non erogati. La Grecia ha bisogno di questi soldi per far fronte ai suoi obblighi di spesa interni e per restituire 450 milioni di euro al Fondo monetaIncubo «Grexident»: perché la crisi di Atene questa volta può scappare di mano di Martin Wolf rio internazionale. Visto che la Banca centrale europea ha limitato il credito alle banche greche, il Governo di Atene rischia di rimanere senza soldi, con conseguente pericolo di una crisi di panico fra i risparmiatori e assalti agli sportelli. La Bce avrebbe gli strumenti per gestire la questione, ma potrebbe pensare di non esserne in grado o non volerlo fare.

Un Paese ha ottime probabilità di uscire dall’Eurozona se il Governo non è in grado di far fronte ai suoi obblighi di spesa, se le banche chiudono i battenti, se l’economia è depressa e se la situazione politica è instabile. La Grecia potrebbe ritrovarsi presto in questa situazione, e a quel punto potremmo assistere a un’uscita caotica dall’euro. È il cosiddetto Greccident, uno scenario da evitare a tutti i costi.

Fin da quando è stato eletto il nuovo Governo era evidente che ci sarebbe voluto tempo per capire se sarebbe possibile arrivare a un accordo fruttuoso. È necessario «comprare» questo tempo. Negli sforzi per arrivare a un accordo, sarebbe utile anche mettere da parte il moralismo distruttivo. Il fronte dei creditori considera esemplare la propria generosità nei confronti di questi greci dalle mani bucate. I greci sono convinti che i prestatori privati fossero stati irresponsabili nel dare soldi alla Grecia e che il «salvataggio» non mirava a soccorrere il Paese ellenico, bensì proprio quei prestatori sconsiderati, e che i greci hanno già sofferto abbastanza. Entrambe le posizioni hanno una certa fondatezza, ma scagliarsi vicendevolmente bordate simili non può portare nulla di buono.

Ipotizziamo che si riesca a evitare un incidente. In questo caso l’Eurozona si troverà di fronte a una scelta grossa e a una più piccola: la scelta grossa è se tenere la Grecia nell’euro o aiutarla a uscire; la scelta più piccola è fra i diversi modi per tenerla dentro. Tenere dentro la Grecia lascia aperta la possibilità di un’uscita, ma uscire probabilmente sarebbe irreversibile.

Quali sono gli argomenti in favore di un’uscita? Uno è che i costi derivanti da un rischio di contagio ad altri membri sono molto più contenuti di prima, come indica l’andamento divergente degli spread dei rendimenti sui titoli di Stato. Un altro argomento è che la Grecia si è dimostrata incapace di fare le riforme. Un altro ancora è che la Grecia rimane poco competitiva a livello internazionale, come dimostra la stagnazione dell’export: l’equilibrio nel saldo esterno è stato raggiunto al prezzo di una disoccupazione di massa, un enorme «squilibrio interno» .

Contro questa linea di condotta si può dire che l’uscita della Grecia trasformerebbe l’Eurozona da unione monetaria irrevocabile a un sistema di parità monetarie rigide. Sarebbe il peggio di due mondi: né credibile come un’unione monetaria né flessibile come un sistema di tassi di cambio fluttuanti. Inoltre, l’uscita di Atene, specialmente se non gestita, potrebbe originare gravi conseguenze economiche e geopolitiche: la Grecia potrebbe precipitare in un abisso economico e, abbandonata dall’Europa, potrebbe rivolgersi a potenze poco amiche del vecchio continente: sul piano strategico, sarebbe un disastro. Per concludere, la Grecia ha già subito le pene dell’austerità: da qui in poi, se le politiche economiche miglioreranno, le cose dovrebbero andar meglio.

Cercare di tenere la Grecia dentro l’Eurozona sembra la scelta migliore. Io vedo due opzioni.

La prima sarebbe un ulteriore programma di salvataggio, ma che prometta la cancellazione dei debiti greci una volta portate a termine le riforme. La seconda sarebbe farla finita con la politica dell’«estendi e pretendi», riducendo gli obblighi di servizio del debito a livelli gestibili, ma senza ulteriore assistenza: la Grecia dovrebbe cavarsela da sola; il Governo manterrebbe l’euro ma potrebbe dover imporre controlli sull’uso della valuta. Nel breve periodo, potrebbe anche dover integrare gli euro con dei «pagherò» nazionali utilizzabili per far fronte ai pagamenti allo Stato. In questo modo l’euro verrebbe trasformato in una valuta parallela, temporaneamente oppure in via semipermanente.

L’altra grande opzione disponibile è che l’Eurozona decida di comune accordo che continuare a restare nell’euro per la Grecia non funziona. La giustificazione migliore per una decisione del genere sarebbe che l’economia greca non ha speranze di essere competitiva restando all’interno dell’Eurozona. Ma in questo caso la Grecia dovrebbe essere aiutata a uscire, non lasciata precipitare.

Il suddetto aiuto dovrebbe includere, anche in questo caso, riduzioni permanenti del servizio del debito. E sarebbero ugualmente necessari controlli sui prelievi dai conti correnti. Inoltre, la Grecia avrebbe bisogno di ulteriori prestiti per impedire che il valore della nuova moneta superi i limiti. Atene naturalmente rimarrebbe nell’Unione Europea, lasciando addirittura aperta la possibilità di un ritorno nell’euro in un futuro lontano.

Nessuna di queste opzioni è esente da rischi: tutte creeranno problemi rilevanti. Ma ci sono almeno due punti fondamentali da tenere a mente. Il primo è che la decisione dev’essere deliberata, non una via obbligata perché il tempo si è esaurito. La seconda è che la scelta da prendere è una scelta strategica, sia per l’Eurozona che per la Grecia.

Complessivamente, sono convinto che la scelta giusta – e di certo la scelta che i greci stessi desiderano – è trovare un modo reciprocamente soddisfacente per tenere la Grecia dentro l’euro, con una cancellazione generosa ma condizionata del debito e ulteriori aiuti per un tempo limitato. Ma anche la tesi di un’uscita di Atene dall’Eurozona non è improponibile, a patto che sia gestita in modo da tale da limitare il caos e migliorare in via permanente la competitività della Grecia. Anche per percorrere questa strada, però, sarebbe necessaria una sostanziosa cancellazione del debito.

Non è ancora arrivato il momento di prendere la grande decisione se tenere la Grecia nell’euro, e se sì in che modo. Ma arriverà presto: e non è il caso di farsi trovare impreparati.

Copyright The Financial Times Limited 2015
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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