NON È PIÙ TEMPO DI CONCERTAZIONE

  • Non è più tempo di concertazione

 

Il continuo ricorso normativo sull’istruzione, da 15 anni a questa parte fino alla “buona scuola” di Renzi, ha creato una confusione tale da mascherare la ratio di fondo dell’azione ministeriale, ovvero il disegno neoliberista che ne sta alla base. Chi avrebbe dovuto contrastare questo disegno, come le forze sindacali, ha abbandonato qualsiasi prospettiva conflittuale, determinando così la sconfitta di un’intera classe sociale.

di Romolo Calcagno – comune.info

Mentre continuano le contestazioni all’ennesimo disegno di legge sulla scuola ho provato a riflettere su quali fossero le matrici e la genesi di questa sciagurata “sindrome da interventismo” che pare colpire ogni compagine governativa da qualche lustro.
Sospinto da una rinnovata indignazione ho messo a fuoco, e non per la prima volta, le normative inerenti l’autonomia scolastica di Berlinguer, le misure della Moratti, il breve mandato di De Mauro e le politiche di Fioroni, Gelmini, Profumo, Carrozza e Giannini.

Ebbene: collocare in un quadro comprensibile, rintracciare una prospettiva che facesse da sfondo plausibile alle retoriche che hanno accompagnato quindici anni di massicci interventi normativi, a partire dall’art.21 della L.59/1999, calati sul mondo della scuola risulta essere un’operazione di difficile praticabilità.

Non serve, di contro, un corso di logica formale per capire che l’impossibilità di rintracciare un portato unico, un’univoca interpretazione nell’articolato corpus legis della pubblica istruzione non significa escludere che l’intenzione dei legislatori sia stata proprio quella di confondere, fuorviare, frammentare le posizioni e l’agire degli attori e i destinatari stessi dei molteplici decreti, delle sibilline circolari, dei regolamenti attuativi, dei disegni di legge, degli annunci, avendo ben altri scopi e finalità.
Prende così forma l’ipotesi che il pluriennale ricorso ad una vera e propria “schizofrenia normativa” non abbia come responsabili solo l’inefficienza degli apparati burocratici ministeriali o le manie di protagonismo di un ceto politico figlio del maggioritario e del pensiero unico, (che pure hanno agito di maniera sull’attuale condizione della didattica e del lavoro scolastico), ma aderisca ad un inanismo che è esso stesso portatore di significato.

Fare arrancare i protagonisti della scuola siano essi studenti, genitori, lavoratori dietro a improbabili obblighi, ansie anglosassoni e neoliberiste da valutazione, graduatorie diversificate, tecnostress da modernità liquida, meccanismi concorsuali a scadenze variabili, inversioni di marcia, modifiche dei piani formativi, cavilli e circolari ha contribuito di fatto alla parcellizzazione di un insieme, ha impedito la riconoscibilità tra pari, ha fortificato i particolarismi e, cosa ancor più grave, ha confuso, mascherato, occultato la ratio più esplicita e ideologica dell’azione ministeriale.
E quello che emerge, assume tutte le caratteristiche di una classica manovra neoliberista che cela, dietro i dettami di una presunta modernizzazione, la privatizzazione dei diritti essenziali a cui l’istruzione, senza dubbio , appartiene.

Lo Stato, che ha già ceduto la sua autonomia a golem sovranazionali che si muovono sulle gambe d’argilla della finanza, annulla gradualmente la sua funzione di garante imparziale per divenire la sponda essenziale del pensiero dominante del novellolaissez faire. <br< Molto più efficacemente potremmo esemplificare la situazione in questo modo: mentre ci propinano e obbligano a modificare continuamente le agende assembleari, i ritmi lavorativi e lo svolgimento diretto della trasmissione del sapere con direttive ministeriali “affluenti” come: grembiulini, registro elettronico, INVALSI, aggiornamenti fasulli, LIM, sanzioni disciplinari, voti in decimali, GAE, concorsi, TFA, ECDL, B2, etc.; deflagrano con tutta la loro potenza ordigni normativi come:

  • l’autonomia berlingueriana, che ha reso il preside un manager. la legge 62/2000 (Fioroni), che bypassa l’art.33 della Costituzione consentendo di finanziare le scuole private. la legge 133/2008 (Gelmini): che ha tolto in 4 anni 8 miliardi di euro alla scuola pubblica, istituzionalizzando così il precariato e minando a ogni programmazione didattica efficace.
  • il blocco, dal 2007, del contratto nazionale e il congelamento degli scatti di anzianità, che hanno pauperizzato e svilito il ruolo dei formatori.
  • il disegno di legge renziano, ovvero il tassello conclusivo di questo quadro generale.

Ergo, prima si attacca lo spirito cooperativo della scuola, quello che aveva garantito i risultati di eccellenza del nostro sistema educativo nel mondo, creando il capo, il dirigente, le figure di staff, la competitività dei POF, poi, giustificandosi con la scarsità di asili pubblici, si apre al sistema privato generalizzato, che mai prima del 2000 aveva preso piede in Italia. A seguire si destruttura in maniera irreversibile il sistema scolastico nazionale con tagli lineari di dimensioni abnormi che producono, come effetto immediato, la precarizzazione, l’insicurezza negli organici, la mortificazione dei luoghi e della didattica. Di pari passo, con l’aiuto di media conniventi e con il concorso di uno squallido mercimonio privato dei titoli, si attiva una progressiva campagna di svalutazione della scuola pubblica.

Per arrivare, infine, ai salvifici interventi del governo attuale come corollario di questo infausto disegno. Ecco una sintesi della “buona scuola”: le scuole non sono tutte uguali e sarà la competitività espressa da superdirigenti e carrierismi interni a decretarne la classifica. Quelle che arrancheranno potranno emulare i vecchi istituti di avviamento attraverso le opportunità offerte dal sistema di apprendistato. Le scuole private, finanziate con soldi pubblici, parteciperanno alla tenzone. Il sistema di valutazione nazionale stabilirà chi premiare e gli organismi di valutazione interna come indicizzare gli stipendi da fame dei lavoratori. La didattica sarà orientata al lavoro e i privati potranno entrare nei consigli d’istituto. I lavoratori tutti, di ruolo e non, senza contratto nazionale entreranno a far parte di una classifica dedicata, quella delle tutele crescenti e a decidere la loro sorte non sarà la preparazione e la dedizione a creare coscienze critiche ma il loro grado di produttività e reperibilità.

Come si è arrivati a tanto?
Chi avrebbe dovuto contrastare un simile disegno?

Su questi interrogativi dobbiamo ammettere la sconfitta epocale delle forze sociali le stesse che avevano conquistato e applicato i diritti costituzionali hanno ammainato i loro sforzi di prospettiva, la loro capacità di incidere sui processi decisionali anche attraverso il conflitto. Se questi sono i risultati, ed è chiaro che non riguardano solo il comparto dell’istruzione, dobbiamo cominciare ad affermare chiaramente che l’istituto della concertazione o, per altri versi, il miraggio di una democrazia elettoralista non hanno garantito né la pace sociale né il benessere diffuso, ma la progressiva perdita di riconoscibilità dei ruoli e la sconfitta di un’intera classe sociale.

Ciò che non va taciuto è che i centri di rappresentanza tradizionali siano stati ridotti a un ruolo marginale, con i loro burocrati informali, con i loro rappresentanti senza rappresentanza. Ed è un fatto che quelli che avrebbero dovuto, in forza della loro autonomia dai palazzi del potere, smascherare e contrastare prima di tutti questo virtuosismo legislativo capestro, siano stati invece ammaliati e resi funzionali al sistema: accettando così di trasformarsi in azzeccagarbugli con il mero compito di produrre “carta bollata” ovvero in strutture da welfare residuale, dove i diritti diventano individualizzati e si ottengono solo con l’intervento di centrali di serviziad hoc, i patronati per l’appunto, dove una sigla vale l’altra. I paladini della tutela del lavoro avranno così garantito il numero dei loro iscritti, il numero per le loro sterili rappresentanze e la sopravvivenza delle loro strutture ma saranno anche complici, con il loro assordante silenzio conflittuale e con la loro imbarazzante scarsità di risultati, del sistema di cose presenti sacrificando la centralità e la dignità del lavoro stesso.

I lavoratori autoconvocati della scuola e il loro volontarismo senza distacchi, la loro paziente premura nel rendere chiari, leggibili gli oscuri disegni della reazione, il loro sostegno alla Legge d’Iniziativa Popolare sulla scuola, le loro assemblee con gli ordini del giorno non calati dall’alto, la loro rete di relazione con tutti i nuovi movimenti di mutualismo sociale, certamente non bastano e non sostituiscono le masse che solo le organizzazioni più radicate con le loro strutture potrebbero sostenere. Ma è grazie al loro impegno e al loro continuo e preciso stimolo che qualche coscienza può ancora costruire il proprio dissenso, la propria proposta e urlare in libertà: non in mio nome!

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