“Il Terzo settore torni alle radici contro la centralità dell’impresa come vuole il Governo”. Intervista a Carlo De Angelis

La legge-delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale nei prossimi giorni sbarcherà in aula per ottenere il primo via libera. Il Cnca (Coordinamento nazionale delle comunità d’accoglienza) ha lanciato ieri l’allarme con una conferenza stampa. Controlacrisi ha intervistato Carlo De Angelis, del Cnca, chiedendo innanzitutto qual è il profilo della critica all’esecutivo…
Il disegno del Governo è complesso e complicato. Mette tanti elementi sul tavolo e poco connessi nella loro articolazione  interna. Per esempio parla di servizio civile universale esteso a tutti i giovani, così come inserisce il riferimento al cinque per mille, che accogliamo positivamente. Poi si parla di ipotetici sgravi fiscali o comunque fiscalità di vantaggio anche se non si definiscono le risorse per attuarla.

Cosa c’è che non va, quindi?
Il dato negativo che ci consegna molta perplessità e genera anche un po’ di ostilità è la logica dell’impresa sociale. Dentro il decreto legislativo c’è uno spazio enorme dedicato a questo istituto giuridico dell’impresa sociale, peraltro già esistente nelle norme ma che ha avuto una scarsa applicazione negli anni. La novità è che l’impresa sociale privata verrebbe a determinarsi come la figura giudiridca di fondo per la gestione delle politiche sociali. Cioè, a partire dal fatto che le risorse per il welfare sono scarse, invece di mettere risorse aggiuntive vengono attivati imprenditori interessati a stare sul mercato del sociale.

Come avete risposto?
Noi abbiamo detto in maniera molto chiara che le politiche sociali non sono un mercato, anzi. Dovrebbero essere poste fuori dalle logiche mercantili e quindi della centralità del profitto. Per noi stanno nel quadro e nella dinamica della cooperazione tra cittadini, istituzioni e terzo settore. E quindi in questa direzione abbiamo contestato la centralità dell’impresa sociale che ci sembra assolutamente deleteria. Riconduce tutto non solo a una logica mercantile ma anche alla concentrazione delle risorse, verso la costruzione di monopoli, esattamente l’opposto del welfare che vorremmo. Noi vorremmo un welfare di prossimità, territoriale, vicino alle situazioni di disagio e tenendo conto della particolarità del contesto ambientale.Nei vostri comunicati fate più volte riferimento al pericolo criminalità. La vicenda di Roma capitale ha segnato il Terzo settore…
Il primo elemento è che proprio mettere l’accento sull’impresa sociale, cioè il sociale come aggettivo e come intervento determina la centralità delle imprese. Le imprese lavorano per la massimizzazione del profitto e per le economie di scala. E, guarda caso, esattamente nella direzione in cui ha lavorato mafia capitale. Ovvero sistemi centralizzati, monopoli, dimensionamenti grandi, partecipazione ai bandi con il criterio del massimo ribasso. Esattamente quelle caratteristiche che rivediamo nell’impresa sociale. Se quindi c’è un testo di legge che dice che l’attività sociale viene svolta dall’impresa sociale il risultato che avremo molto probabilmente va nella stessa direzione in cui andava mafia capitale. Poi qualcuno ci deve dire come è possibile organizzare determinati interventi sociali nei territori degradati nelle nostre città con l’assetto dell’impresa sociale. Penso agli interventi delle unità di strada, per esempio.

In questa battglia, l’Europa è un argine o un’arma puntata contro di voi? 
Molti atti dell’Europa ci danno ragione. Le politiche sociali stanno fuori dal campo di applicazione delle leggi del mercato come, altresì, stanno fuori dai bandi di gara e dal massimo ribasso. Stanno nel settore dei servizi; certamente parliamo di affidamenti trasparenti ma nell’ambito della prossimità. Danno risposte alle persone, non sono merci vendibili. Per l’Europa, inoltre, non sono economicamente importanti gli impegni dello specifico intervento. Sotto i 750mila euro l’Euorpa dice di poter non applicare i bandi di gara. Accreditamento e co-progettazione sono tutti e due strumenti previsti. Dobbiamo togliere quest’area dal sistema mercantilista e riportarla a come l’abbiamo definta quando siamo nati, ovvero uno spazio tra Stato e mercato. Noi rappresentiamo una funzione pubblica di diritto privato, ma svolgiamo una funzione pubblica che non può stare dentro le regole del massimo ribasso.

Sembra di capire che a questo punto servirà una risposta politica…
Due considerazioni. Abbiamo avuto la dimostrazione che purtroppo il 90% dei giochi sono stati fatti. La maggioranza interpreta in modo molto convinto questo disegno di legge, anche se siamo fiduciosi che alcuni elementi possano essere recepiti. La cosa che ci preoccupa molto è che ci sono visioni di politiche di welfare molto diverse. C’è chi interpreta il terzo settore come erogatore di prestazioni con bandi, profitto e dividendi addirittura. E c’è chi come noi che parla di welfare di prossimità territoriale, che punta all’emancipazione delle persone e ad alcuni obiettivi, come togliere le aree di svantaggio a partire da quelle sociali ed economiche. Due posizioni forse antitetiche. Il Terzo settore in questo momento dovrebbe ritrovare un po’ le proprie radici. Quello che è accaduto con mafia capitale è certamente il risultato anche di normative e impostazioni egemoniche ma anche di un difetto nostro ovvero la perdita di vista delle origini. Il dimensionamento è un elemento di cui dobbiamo tener conto. Per molti anni abbiamo troppo badato a guardarci l’ombelico.

L’esperienza greca ci dice che la crisi impone un ragionamento nuovo proprio sull’accoglienza nelle aree di disagio…
Noi siamo in un percorso di riflessione e pratica di un nuovo mutualismo. E’ evidente che bisogna ripensare le nostre storie. Però nel momento di crisi c’è la possibilità di uscirne bene per trovare una innovazione sociale da proporre. Non è detto che la crisi azzera i cervelli. La Grecia dice anche questo.

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