Il mito machista dello scaricatore e la nuova paideia renziana

Non so, francamente, se sia più patetica l’uscita di Poletti sulla rude fatica muscolare da infliggere ai minori come esperienza corroborante e formativa del carattere, o i giornalisti che stanno imbastendo sulla sua dichiarazione, giustamente definita “trogloditica” da Massimo Cacciari, teatrini e sondaggi palesemente volti a distrarre il popolo-pubblico dalle malefatte del governo, prima fra tutte la distruzione definitiva di quella Scuola della Costituzione, deputata proprio a sottrarre i ragazzi allo sfruttamento e all’abbrutimento.

“Sono troppi tre mesi di vacanza?” “Ha ragione il ministro Poletti?” Un “potente”, una sua affermazione, un’arena per finti combattimenti e la richiesta di schierarsi “pro” o “contro”… Ecco: direi che dall’impostazione stessa dei programmi e dei salottini televisivi si possa evincere il livello del giornalismo italiano (e poi saremmo noi docenti a dover essere occhiutamente e severamente “valutati”!), che, tranne qualche lodevolissima eccezione, appare indistintamente asservito al potere di turno, intriso di qualunquismo, allergico ad ogni analisi propedeutica o approfondita, disposto a perpetuare luoghi comuni, a promuovere il feticismo e a martellare stereotipiche formulette liquidatorie spacciate per risolutive.

A parte il fatto che i mesi di vacanza non sono tre, ma uno e mezzo, come i tanti colleghi che – vivaddio – si ostinano a ragionare hanno prontamente rimarcato, e a parte la viva repulsione che, a livello ideologico e pedagogico, suscita l’idea di un’immissione precoce dei ragazzi nel circuito di una “produttività” che dolosamente e grossolanamente ignora tutto quello che non si tocca, di mangia o si vende al mercato, nella rappresentazione fascistoide dell’adolescente-scaricatore-di-porto ci sono elementi ben più insultanti e sconcertanti.
Anzitutto, la “cancellazione” delle ragazze, delle studentesse, che pure costituiscono più della metà del corpo studentesco! Il modello della nuova “paideia” di massa governativa, l’ideale formativo del renzismo, insomma, prevede un’istruzione ridotta al minimo nelle sue componenti teoriche e teoretiche, un uso parco del cervello, l’abbandono preventivo di ogni ambizione, la rinuncia all’esplorazione delle proprie potenzialità e alla strutturazione di giudizi fondati, a vantaggio… delle cassette di frutta, appunto. Ora: è vero che la nostra lingua sussume nel maschile anche il femminile (e questo è un problema su cui bisognerebbe lavorare urgentemente), ma l’immaginario popolare provocato ad arte dal trogloministro non associa al termine “ragazzi” e al facchinaggio la figura femminile…
Quisquilie, mi si dirà, ma io ritengo che sia invece un dato rilevante per capire quanto orribilmente reazionaria sia la strategia che stanno adottando per rifeudalizzare la società e ricostituire un “ordine” in cui ciascuno resti deterministicamente e inappellabilmente vincolato alle proprie condizioni biologiche ed economiche di partenza.
Poletti ha inteso dire che i ragazzini, resi dalla Scuola troppo delicati e sognatori, avvezzi a declamare versi o a voltare pagine di libri, da “femminucce” o da “frocetti”, appunto, si facciano “uomini veri” sperimentando la fatica e dando il loro maschio contributo all’economia in crisi: un messaggio simile, oltre ad ignorare la fatica fisica pretesa dallo studio, di cui Gramsci sottolineava l’intensità e l’utilità estrema, soprattutto in vista dell’acquisizione di quelle capacità di autocontrollo e concentrazione essenziali alla sopportazione delle future fatiche e delle eventuali sconfitte, presuppone un’incredibile neutralizzazione ontologica, per così dire, della popolazione scolastica femminile.
Le ragazze, semplicemente, non ci sono. Vanno a scuola ma è come se non ci andassero, perché lo Stato non confida nelle loro capacità, non le ritiene degne né di istruzione né di reprimende; non le ritiene degne neppure di essere fatte oggetto di brutali inviti ad andare a tirar la zappa piuttosto che riempirsi la testa di fisime e teoremi. Che ci siano o non ci siano, che studino o non studino, le donne, non importa, non serve, non interessa. Nella nuova società indisponibile a garantire il welfare, è sottinteso che le donne debbano rassegnarsi al destino di “cura” e di offerta di sé per il nietscheiano “riposo del guerriero” (o dello scaricatore).

Il sessismo implicito nelle dichiarazioni di Poletti offende, dunque, preoccupa e fa male, ma offende e lascia sgomenti anche il semplicismo di una visione inarticolata e patinata della gioventù italiana in crescita, che dipinge i ragazzi e le ragazze d’Italia come parassiti troppo a lungo inerti e improduttivi, quasi fossero protagonisti della pubblicità di un qualche aperitivo, tutti benestanti, tutti proiettati verso una sinecura pagata dallo Stato o verso il posto lasciato loro, come in una “staffetta generazionale”, da un papà fortunato e danaroso… Poletti finge di non sapere che le adolescenti e gli adolescenti italiani, per la maggior parte, oltre a studiare, danno una grossa mano, in casa e fuori, ai loro genitori; non c’è bisogno di andare a cercarsi cassette di frutta da scaricare per capire che occorre dare il proprio contributo per portare avanti qualunque baracca!
I “rottamatori” oscurantisti, i corrotti moralisti che sono al governo si riempiono la bocca di famiglia e ne difendono la presunta “naturalità” negando i diritti civili a milioni di cittadini e cittadine, ma poi dimenticano che per mantenerla e mandarla avanti, questa sacrosanta famiglia, occorre l’aiuto di tutti i suoi membri, compresi i figli, gli alunni e le alunne, cioè, che ovunque, in Italia, collaborano alla gestione della vita domestica, facendo da baby-sitter ai fratelli e sorelle minori, lavando i piatti, cucinando, mettendosi alla cassa dei negozi, imparando a fornire “prestazioni”, insomma, la cui gratuità è accettabile e accettata proprio perché sono private, legate all’amore e non al guadagno, alla responsabilizzazione e non al profitto dei soliti pochi.
E’ proprio in questo tirocinio che le ragazze e i ragazzi apprendono e apprezzano la differenza tra il lavoro “strutturale” alla vita di un gruppo, la cura disinteressata, l’aiuto reciproco, e il lavoro imposto, il “posto di lavoro”, quello in cui un’attività, magari quella stessa che si svolge per amore e senso del dovere in famiglia, diventa contratto, regole, orari, contributi, rivendicazioni, limiti, straordinari, diritti, aspettative, dignità sociale.

Sarebbe inoltre colpevolmente omissivo non segnalare e non rinfacciare a Poletti anche le attività più che “meritorie” di quei giovani e giovanissimi, ragazze e ragazzi, che soprattutto a Napoli (e lo dico con grande orgoglio) danno ogni giorno prova di straordinaria abnegazione e determinazione, occupando luoghi di pena o complessi abbandonati come, di recente, l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario del quartiere Materdei, e lavorando come muli per riattarne i locali, recuperarne i giardini, arredarne gli interni, restituirne la fruizione a fasce di popolazione del tutto escluse dai servizi sociali, famiglie i cui bimbi non sanno cosa sia un parco, un’altalena, un campetto da calcio… A questa bella gioventù antifascista e solidale che studia e che si sobbarca all’onere di un lavoro non richiesto, non remunerato, sentito come fatto consustanziale ad una coerenza politica che deve farsi morale e corale, la frutta vogliamo portarla noi, per ringraziarli.

Studiare è lavoro. Crescere è una fatica immensa. Lavorare a 14-16 anni per un padrone senza remunerazione non è temprare il carattere, non è allargare gli orizzonti: è violenza. E un paese che manda a lavorare a nero i suoi minorenni è un fallito. Come tutti i violenti.

Marcella Raiola

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