Europa, dove sono diritto e democrazia?

di Roberto Musacchio –

In un recentissimo parere l’avvocato generale della Corte di Giustizia Europea ha sostenuto che la BCE deve astenersi dal coinvolgimento diretto nei programmi di assistenza finanziaria per i singoli Paesi. La questione, per chiarire, non riguarda la legittimità degli aiuti ma i ruoli istituzionali. Il parere è lo stesso con cui l’avvocato giudica legittimo il Quantitative Easing. Ma per quanto riguarda gli interventi di “salvataggio” il ruolo della BCE, dice, non può spingersi oltre i suoi compiti tradizionali legati alla politica monetaria e alla stabilità finanziaria. Per altro già il PE in una sua risoluzione approvata il 13 marzo 2014 sui temi della Troika aveva posto l’accento sul potenziale conflitto di interessi che emerge quando la BCE si spinge oltre ed opera come consulente tecnico. Perciò il PE aveva chiesto che alla BCE venisse conferito il ruolo di osservatore silenzioso con funzioni consultive trasparenti e chiaramente definite ma non quello di partner negoziale a pieno titolo e venisse posta fine alla prassi per cui la BCE è cofirmataria delle dichiarazioni di intenti.

Questo parere, importantissimo per ciò che comporta in materia di legittimità della Troika, è citato dalla parlamentare europea Pervenche Beres, socialista francese, nel suo progetto di relazione sulla revisione del quadro di governance economica in discussione ora al PE.

Suona dunque ben “strano” che questa ridiscussione della governance che è stata posta all’odg anche dal Consiglio Europeo sia stata affidata dallo stesso Consiglio ai “4 Presidenti” e cioè a quello del Consiglio, della Commissione, dell’Eurogruppo e della stessa BCE. Per altro da questo quartetto è escluso invece il Parlamento Europeo.

E ancora più “strano” è che si continui ad affrontare la cosiddetta “questione greca” nei soliti modi e come se nulla fosse in discussione. Invece molto, se non tutto, è in discussione e da tutti i punti di vista. Quelli politici, quelli di bilancio economico e sociale, quelli democratici e quelli di legittimità istituzionale.

La ridiscussione sulla governance,  e sul suo bilancio, fu iniziata dal PE nella sua risoluzione precedente le ultime elezioni. E non era una risoluzione tenera. Né dal punto di vista del giudizio sugli effetti sociali ed economici delle politiche di austerità e dell’operato della Troika. Né dal punto di vista dei problemi democratici e di legittimità.

Ora, come dicevo, la discussione si riapre su un triplo binario. C’è quello affidato dal Consiglio Europeo ai “4 Presidenti”. C’è quello del Parlamento Europeo, aperto dal progetto di relazione della Beres ma che prevede anche altri contributi di altri rapporti. E, soprattutto, c’è il “campo di battaglia” aperto dalla spinta riformatrice greca che qualcuno vorrebbe strangolare sul nascere.

Chi, come me, pensa che non siamo di fronte ad una questione Grecia ma ad una questione Europa deve fare di tutto perché ciò si manifesti con chiarezza e determini conseguenze politiche. Un ruolo importantissimo in tal senso lo ha il PE e al suo interno anche quei settori, dello stesso Partito Socialista, che si dicono critici dell’attuale stato di cose. La risoluzione approvata a marzo, come dicevo, è piena di critiche radicali che sembravano quasi far pensare che il PE si fosse accorto solo allora di quale mostruosità era stata costruita con la Troika. Sostenuta, purtroppo, da tutto il pacchetto di norme edificate, dal six pack, al two pack, al fiscal compact. Ma la risoluzione trovò una maggioranza e dovrebbe contare e pesare sui fatti.

La reazione della Beres riprende anche essa molti spunti importanti come il già citato parere dell’avvocato della Corte di Giustizia. Ma propone una ridiscussione su altri punti d’insieme ed anche di specifico assai rilevante. Come ad esempio la sostenibilità della previsione di rientro di un ventesimo annuo dal debito prevista dal fiscal compact. Ma poi ridiscute l’insieme delle scelte economiche sociali dicendo che va visto il quadro complessivo, a partire dalle previsioni di crescita e dell’effetto su di esse delle misure operate e dalle conseguenze sociali, in particolare occupazionali, delle stesse. Ma va visto anche  quello di relazione sistemica rispetto alle politiche di armonizzazioni. E poi ci sono i problemi giuridici e di legittimità democratica e di trasparenza. Ad esempio per varare gran parte del pacchetto di governance si è usato il metodo intergovernativo e non quello comunitario. Democrazia e trasparenza sono in grave sofferenza. A questo proposito ho ritrovato una sentenza della Corte di Giustizia che, in questo caso, invece difende la non accessibilità ai giornalisti di materiali della BCE!

Anche lo scritto di apertura della riflessione dei 4 Presidenti, sostanzialmente attribuibile a Juncker, dopo un primo punto sullo status quo fa un secondo punto più mosso e a domande. Sostanzialmente tre. Sul quadro economico e sociale due sono molto interessanti e riguardano le politiche verso i differenziali occupazionali e quelli delle bilance commerciali. Cioè il cuore vero dei problemi. L’attuale assetto mercantilistico europeo si muove in direzione opposta infatti alle esigenze di armonizzazione e crea squilibri strutturali sistemici irrecuperabili se si permane in questo quadro. Eppure nel Trattato è previsto di intervenire rispetto agli eccessi esportativi ma su questo oltre a blandi richiami non si è andati ad esempio nei confronti della Germania. E l’armonizzazione occupazionale non è stata certo prodotta dalle politiche di “liberalizzazione” del lavoro che hanno invece acuito i differenziali quantitativi e qualitativi.

C’è poi una terza domanda che viene posta ed è quella della democratizzazione del’area Euro. Ad essa si ha la tentazione di rispondere con la creazione di una nuova struttura, un Parlamento, magari di secondo livello, per quell’area. Questa tentazione mi pare sbagliata. Essa sarebbe al più una foglia di fico rispetto al permanere di vecchie strutture e di vecchie politiche e ridurrebbe l’attuale UE a poco più di un’area di libero scambio. Il tema vero è quello di una vera democrazia europea. La quale prevede innanzitutto che ci sia possibilità di scelta. E dunque di smantellare tutto ciò che ha teso a rendere irreversibili le attuali politiche liberiste e di dominio del capitale finanziario globale. E poi edifichi il quadro di una vera democrazia europea. Con un PE che abbia poteri legislativi diretti e di indirizzi di politica economica. Una Commissione che sia un governo eletto. Una politica fiscale, economica e sociale proprie. Una BCE di cui vengano riviste in profondità statuto e finalità.

Primi importanti passi avanti in questa direzione vanno fatti subito. Sciogliendo la Troika. Dando nuovi poteri al PE sulla politica economica. Democratizzando gli organi di governo. Riformando la BCE. Ponendo fine alla austerità e mettendo in campo una politica di nuova economia e di armonizzazione. La discussione aperta in sede istituzionale deve essere resa pubblica e partecipata. Non possiamo assistere solo alla “battaglia di Grecia” ma dobbiamo allargare il campo. La sciaguratezza delle attuali classi dirigenti è tale da far finta di non capire che una sconfitta del nuovo corso greco si trasformerebbe in un disastro per la speranza europea trasformata in incubo. Tutti dobbiamo fare la nostra parte invece per un’altra Europa. Il tempo è adesso.

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