Da rockstar a comparsa. I media di regime scaricano Landini

Da rockstar a comparsa. I media di regime scaricano Landini

La manifestazione contro il governo Renzi, con al centro innanzitutto il Jobs Act e la discesa in campo della sua “coalizione sociale”, sembra aver segnato una cambiamento netto di rotta. A parteRepubblica – che ha dato ampia copertura alla mobilitazione, offrendo in supporto alcuni dei suoi storici collaboratori (da Stefano Rodotà a Sandra Bonsanti), ma in contemporanea con un allucinante/allucinogeno editoriale di Scalfari incitante a “salvare Renzi da se stesso” – è stata tutta una gara alla svalorizzazione, sia della manifestazione in sé che del progetto politico incarnato nel segretario generale della Fiom

“Piazzetta rossa” (mettendo a impietoso confronto la manifestazione a difesa dell’art. 18 promosse dalla Cgil al tempo di Cofferati), “l’altro guanciale, insieme a Salvini, su cui Renzi può dormire tranquillo”, “flop”, ecc… Giudizi tranchant emessi da tribune come Il Corriere della Sera, non (solo) da qualche fascista non pentito o qualche stipendiato da Confindustria. Anche l’ex “rete di sinistra”RaiTre lo ha in qualche modo svalutato, relegandolo in seconda battuta (dopo le aperture sulla manifestazione di Tunisi e “i tormenti del giovane Andreas” (il pilota Germanwings che avrebbe provocato intenzionalmente il disastro aereo in Provenza), oppure affidandolo al motteggio sottilmente ironico tra Fabio Fazio ed Enrico Mentana.

Cos’è successo? “Il selvaggio” non buca più il video? In realtà è il video che ti prende o ti molla quando serve al proprietario…

Diciamo che con l’entrata in vigore del Jobs Act, per quanto riguarda il conflitto sociale e sindacale, è cambiata una fase e i media sono stati opportunamente “avvertiti”. Basta piazze. basta scioperi, basta critiche in prima serata contro le politiche del governo, basta con la coltivazione mediatica di personaggi anche soltanto minimamente “non allineati”. Il conflitto sociale va confinato in una zona d’ombra, bisogna parlarne e farlo vedere il meno possibile, non deve poter esprimere “leader persuasivi” (la televisione conferisce credibilità sociale, indipendentemente dalla qualità del discorso fatto). Al massimo può riemergere nella figura criminalizzata della “manifestazione con scontri”, come è stata per esempio qualificata la giornata antifascista di Torino (basta guardare ilvideo per capire che si è trattato invece  di un pestaggio di massa premeditato).

Il leader della Fiom non può certo rientrare in quest’ultima categoria (anche se un assaggio di criminalizzazione l’ha dovuto sperimentare anche lui, al tempo delle proteste degli operai della Ast ThyssenKrupp di Terni, in trasferta a Roma); quindi si tratta di bucherellargli l’aureola di capopopolo capace di catalizzare consensi. Su questo piano, del resto, c’è ampio margine di manovra, visto l’analfabetismo politico di ritorno che esiste nella sua stessa base sociale. Basta riguardarsi i servizi da dentro la manifestazione della Fiom, zeppi di interviste-lampo di gente incazzata col governo per il Jobs Act che però dichiara che voterà ancora Pd…).

Ma nel guado, Maurizio Landini, ci si è infilato anche da solo. “Scoperto” dalle tv al tempo del modello Pomigliano – ormai cinque anni fa, sembra passato un secolo – ha mediaticamente rappresentato per tutto questo tempo il tipo ideale del sindacalista “vero”, quasi plasticamente contrapposto ai funzionari impalpabili che rappresentano oggi il volto e il corpo della Cgil. Anche il suo iniziale “flirt” con Renzi, tutto giocato in funzione anti-Camusso, nel momento più aspro dell’attacco renziano al ruolo del sindacato negli ultimi venti anni (la “concertazione” è caduta da destra…), gli è valso un di più di audience che ora gli viene richiesto indietro con gli interessi.

Il suo progetto di “coalizione sociale”, con tutta la fumosità che anche noi abbiamo più volte sottolineato criticamente, è entrato nel calcolo politico come volontà di coprire uno spazio oggettivo che si è aperto con la galoppata a destra del Pd renziano. Uno spazio della “sinistra nemmeno troppo riformista” che sfiora i bersaniani, ingloba civatiani e fassiniani (individui che non fanno area), ciò che resta di Sel, con tutto il pulviscolo di microsoggetti in cerca di un “contenitore elettorale” in grado di assicurare il superamento delle soglie di sbarramento.

In questa logica, anche l’indicare solo ora Renzi come “peggio di Berlusconi” sui temi del lavoro, appare allo stesso tempo necessario e tardivo. E’ finito il tempo degli schieramenti “democratici” contrapposti al blocco berlusconian-fascista (quella fase mortifera per cui bisognava sempre turarsi il naso e accettare di tutto per impedire che vincesse l’avversario). Ora c’è un “centro dominante” e servono due opposizioni “innocue” – per intenzione strategica e potenziale elettorale – collocate un po’ più a destra e un po’ più a sinistra. Lo schema è disturbato solo dalla presenza di un  soggetto atipico come il Movimento 5 Stelle, peraltro auto-limitato da idee-faro di scarsa consistenza (“la casta”, “i cittadini”, “la rete”, ecc) e di grande ambiguità.

Dal punto di vista della governance – il sistema di amministrazione “regionale” elaborato a Bruxelles e recitato qui da Renzi – un soggetto politico con le caratteristiche della coalizione sociale “deve” esistere. Soprattutto per far da tappo verso possibili radicalizzazioni dei conflitti sociali. Un soggetto che mira ad aggregare il malcontento, nel tentativo di dar forma a un nuovo rapporto tra il sociale e il politico al termine di una crisi storica dei partiti e dei sindacati “tradizionali”;  ma che non prende neanche in considerazione l’eventualità di scontrarsi con i centri di comando veri (l’Unione Europea).

Un soggetto che nemmeno sta imparando qualcosa dalla “tragedia greca”, ovvero da un governo di sinistra (molto più di quanto non sarebbe probabilmente la “coalizione sociale”, se dovesse crescere e affermarsi elettoralmente) che prova a limitare la presa della Troika ma, proprio per questo, è costretto a dover immaginare un “piano B” (che sullo sfondo prevede anche l’uscita dall’euro, volontariamente o per imposizione Ue). E che dimostra perciò, suo malgrado, l’irriformabilità dell’Unione Europea e la debolezza dei “riformismi di necessità” che stanno sorgendo un po’ dappertutto (Syriza in Grecia, Podemos in Spagna, sotto alcuni aspetti più confusi persino i Pentastellati  nostrani).

E, in effetti, il “trattamento mediatico” di Landini è andato in parallelo, su tutt’altro fronte, con la creazione di Matteo Salvini quale “antagonista di destra” al governo. Un antagonista, qust’ultimo, così poco credibile da far dormire sonni tranquilli a chiunque. Landini è di un’altra pasta, rappresenta un’altra cultura che ha avuto – e ancora ha, con tutta la contraddittorietà allucinante che prima evidenziavamo – buone basi di massa. Ha insomma un “potenziale” superiore, che va ora opportunamente ridotto.

Possiamo scommettere che lo vedremo un po’ meno in tv, nei prossimi mesi. A meno che il conflitto sociale non arrivi ad esprimere forme di rappresentanza politica ad un tempo più vere e radicali, ovvero con una visione “strategica” più solida e concreta.

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