YOUTH GUARANTEE. LA PRECARIETÀ È L’UNICA GARANZIA

  • Youth Guarantee. La precarietà è l’unica garanzia

 

L’Italia non è un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani. I lavoratori a tempo indeterminato perdono il posto di lavoro e la pensione si allontana. I giovani hanno accesso solo a lavori precari, gratuiti e senza un accesso ad ammortizzatori sociali degni di questo nome. La “Garanzia Giovani” a tutto questo non da risposte. Ma questo business della disoccupazione e del lavoro gratuito ha incontrato i primi ostacoli con la mobilitazione della Piattaforma “Garantiamoci un Futuro”.

di Andrea Fioretti – la città futura

L’Italia non è un paese per vecchi, ma nemmeno per giovani. In questi ultimi anni di crisi, infatti, sono stati spazzati via dalle crisi aziendali circa un milione di posti di lavoro stabili. Ma chi ha avuto la “fortuna” di avere diritto al brodino caldo della cassintegrazione o della mobilità, per lo più, non è rientrato sul posto di lavoro restando poi disoccupato o esodato. I cinquantenni che vedono il posto di lavoro a rischio sono tantissimi e con pochissime speranze di riaccedere a un lavoro e a un salario dignitoso. Della pensione, con la Riforma Fornero, non ne parliamo proprio. A gennaio i dati sulla disoccupazione erano ancora al 12,6% con oltre 3.200.000 persone. Un dato che, oltre tutto, è falsato al ribasso dal sistema di calcolo adottato nel nostro paese (nelle statistiche rientrano tra i “disoccupati” solo quelli che dichiarano di aver cercato attivamente lavoro nell’ultimo mese) e che se invece viene parametrato a quello degli altri paesi europei in realtà sarebbe oltre il 20%. E la cancellazione di fatto dell’articolo 18 da parte del governo Renzi, che concede così la libertà di licenziamento tanto agognata da Confindustria, peserà ulteriormente come una spada di Damocle su tutto il lavoro salariato e sulle sue capacità di lottare contro le ristrutturazioni aziendali.

Per i giovani poi la speranza sembra non esistere proprio. Di fronte a una devastante disoccupazione giovanile di oltre il 41%, quasi tutte le assunzioni avvenute negli ultimi anni sono con contratti temporanei andando a ingrossare così sempre di più l’esercito dei precari rispetto ai lavoratori cosiddetti stabili. Infatti, mentre tra tutti gli occupati in Italia quelli assunti a tempo indeterminato sono ancora l’85%, va detto che oltre l’80% dei neo-assunti (per lo più giovani) degli ultimi 8 anni hanno firmato un contratto precario. Tanto per capire l’entità del fenomeno, se prendiamo i nuovi rapporti di lavoro firmati nel trimestre economico aprile-giugno 2014 su oltre 2 milioni e mezzo di nuovi contratti  di lavoro dipendente e parasubordinato, poco più 400.000 sono posti a tempo indeterminato (il 15%). I rapporti di lavoro precari (l’85%) invece sono stati per il 70% a tempo determinato (1,84 milioni), per il 5,8% a collaborazione (150.000) e il 3,1% con contratti di apprendistato (più di 80.000). Situazione che verrà aggravata dall’entrata in vigore dei decreti del Jobs Act che renderanno pressochè permanente la precarietà e col “contratto a tutele crescenti” renderanno inesistente il concetto stesso di “tempo indeterminato”.

Quindi, al di là dei proclami del governo Renzi e del ministro Poletti, non si vede alcuna luce in fondo al tunnel della crisi occupazionale e salariale nel paese. La disoccupazione di massa incombe e impone le condizioni per il ricatto del lavoro sottopagato e semi-schiavistico fino a imporre forme di lavoro gratuito. Le politiche adottate dal governo sono in linea coi dettami della Troika e servono solo a dare mano libera alle imprese, sperando che così “si rilanci l’economia”. Gli unici posti di lavoro sono quindi totalmente precari e il programma europeo della Youth Guarantee in Italia è stato un vero fallimento con una disciplina di ricollocazione, bonus occupazionali e sgravi contributivi che garantiscono manodopera gratuita alle imprese e regalano persino soldi pubblici alle agenzie per il lavoro.

Nonostante 1.5 miliardi di euro stanziati per l’Italia, per gli oltre 460 mila iscritti al programma di “Garanzia Giovani” ci sono stati solo promesse a vuoto di collocazione e una realtà di lavoro schiavizzante con ritardi nei pagamenti. Anche i dati del Ministero del Lavoro e delle Regioni ci dicono che degli iscritti meno del 10% ha poi effettivamente ricevuto un’offerta di lavoro, di tirocinio o di formazione. Anche il Ministro Poletti e il premier Renzi, dietro a dichiarazioni rassicuranti, hanno dovuto ammettere le difficoltà del programma, nascondendo però che dietro questo fallimento si nasconde un vero e proprio business per le agenzie del lavoro (una tra tutte, la Manpower SPA), gli enti di formazione e orientamento, oltre che per le imprese interessate a bonus occupazionali e agevolazioni fiscali, lavoro gratuito e tirocini finanziati con i fondi pubblici. L’accompagnamento al lavoro, infatti, è strutturato attraverso la sottoscrizione di un contratto di collocazione e ricollocazione con gli enti privati accreditati che incassano le risorse pubbliche, veri beneficiari del programma. Nella Regione Lazio, oltre che per Garanzia Giovani, questo strumento verrà sperimentato ad esempio anche per lavoratori non giovani, ossia i licenziati da Alitalia-Cai a fine 2014.

Questo modello (che fa il paio col lavoro gratuito di Expo2015) colpisce quindi sia i precari che i lavoratori licenziati o i disoccupati, senza universalizzare welfare e ammortizzatori sociali per chi non ne ha diritto. Al contrario la tendenza è toglierli a tutti imponendo un modello di workfare, ossia l’accesso ad alcuni sussidi di povertà minimi in cambio dell’accettazione di lavoro sottopagato o gratuito. I pochi che attualmente hanno avuto accesso alla Garanzia Giovani lavorano anche 7 o 8 ore per percepire meno di 3 euro all’ora come “rimborso” e oltre tutto a oggi non hanno ancora visto un soldo.

Ma questo business della disoccupazione e del lavoro gratuito ha incontrato i primi ostacoli con la mobilitazione della Piattaforma “Garantiamoci un Futuro” ed il Comitato per la Rioccupazione Stabile nel Trasporto Aereo, nato dal Comitato Cassaintegrati Overbooked di Alitalia. Dal 25 al 31 marzo è stata organizzata una settimana di mobilitazione con presidi alla Regione Lazio, la contestazione del Ministro Poletti, una giornata di mobilitazione nazionale indetta dai laboratori dello sciopero sociale contro il business della disoccupazione e l’accreditamento delle agenzie per il lavoro e infine una manifestazione a sostegno dei lavoratori Alitalia licenziati e contro il Piano di ricollocazione previsto dalla Regione Lazio).

Una mobilitazione nata negli ultimi mesi, nei dibattiti e workshop dello strikemeeting, che ha visto incrociare le lotte di precari, lavoratori dipendenti ed autonomi studenti e neet, uniti dal rifiuto al piano di sfruttamento e precarietà previsto dal governo Renzi, sostenendo le lotte per l’innalzamento dei minimi contrattuali (pensiamo agli scioperi nella logistica e nella grande distribuzione), un salario minimo dignitoso in tutti i paesi europei, un accesso a un reddito per tutti  e un welfare universale non discriminatorio. Se accanto a questo pensiamo alla discesa in campo della FIOM con la proposta della coalizione sociale contro le politiche di austerity, agli scioperi del sindacalismo di base, ai movimenti nella Scuola, alla bocciatura al referendum dei dipendenti comunali di Roma dell’accordo sulla decurtazione del salario accessorio…allora la strada per l’imposizione delle riforme filo-padronali non sembra così liscia come Renzi ci vuole far credere.

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