Coalizione sociale, perché occorre fare presto e provare ad essere più sovversivi dei padroni

Tutti i giornali di oggi riportano il bacio di Maurizio Landini a Susanna Camusso. Quello slancio di affetto esibito davanti agli obiettivi del media system equivale in realtà a una patente bellicosità. Forse addirittura comparabile alla dichiarazione di guerra che la Fiom ha recapitato, sempre ieri, al premier Renzi. Del resto, l’imbuto in cui si è cacciata Camusso, non lascia immaginare altri scenari. Finché sul suo fianco destro avrà un personaggio come l’inquilino di palazzo Chigi che di sindacati non vuol sentire parlare, e un “patto unitario” che va in frantumi ad ogni prova importante, come nel caso del pubblico impiego, il destino della Cgil sembra abbastanza segnato. Che la si voglia chiamare “quarta confederazione” o “coalizione sociale”, all’ordine del giorno c’è il tema di un sindacato in grado di unificare il mondo del lavoro sulla base delle lotte.

C’è stato addirittura un voto in segreteria Cgil pochi giorni fa sull’opportunità o meno di andare alla manifestazione della Fiom. E Camusso, che non aveva nessuna voglia di dare quel “bacio” a Landini, è risultata in minoranza. Lo spettacolo di lei che per quasi tutto il tempo del comizio in piazza del Popolo se ne sta stravaccata addosso alla ringhiera della scala di accesso al palco, racconta bene, più delle effusioni affettive, di cosa stia accadendo in questo momento in Cgil. Se una parte della “vecchia guardia”, che sbagliò completamente l’analisi su Epifani aprendogli una vera e propria autostrada, prova a ridestarsi, può darsi che in vista della conferenza di organizzazione, prima, e della lunga fase precongressuale, poi, qualche gioco possa riaprirsi. E non era così scontato.

Qualcuno potrebbe obiettare, “beh ma siamo alle solite, così non se ne esce”. E’ chiaro che non basta un semplice rimescolamento di “truppe” e di “generali” per fare in modo che un esercito si rimetta convintamente in piedi. E appare pure improbabile, in realtà, che lo spessore dei temi proposti da Landini, come quel “no alla guerra tra poveri”, riecheggiando Di Vittorio, possa trovare un’eco di una qualche importanza dentro quello che una volta veniva definito il più grande sindacato dei lavoratori in Italia. Potrebbe essere troppo tardi rimettere in pista nel sindacato confederale per eccellenza l’obiettivo dell’unità del mondo dei lavoratori, “precari patentati” e “a rischio di precarietà” (la nuova categorizzazione del mondo del lavoro condivisa perfino dagli imprenditori), e una coerente e scardinante vertenzialità sul welfare a partire dal reddito di cittadinanza. Potrebbe essere troppo tardi ma un tentativo va fatto. E Landini questo ce l’ha perfettamente chiaro. L’importante è che il percorso non si arresti lì, altrimenti davvero ci ritroveremmo di fronte al solito giro di valzer.

Per la prima volta, dal brutto periodo della concertazione, c’è un sindacato di un certo peso, la Fiom, che prova ad uscire dai confini, questi sì tutti politici, delle cosiddette relazioni sindacali. Chi si ricorda, per esempio, allo strappo che ci fu con i pre-contratti? Per la prima volta si apre la possibilità di una “vertenza sociale” che se da una parte arriva a toccare temi come la mafia e la criminalità, dall’altra sembra puntare alla conquista di obiettivi concreti e trasversali, che possono, cioè, unire davvero “quello che il governo sta dividendo”.

La Cgil ha l’opportunità di tornare ad essere un sindacato confederale fuori dalla sterile e penalizzante formalità sia della concertazione sia di un quadro politico a cui non importa un fico secco del ruolo delle organizzazione dei lavoratori. La scelta è sul tavolo. I fatti hanno la testa più dura perfino dei congressi. E nessuno potrà dire domani, come in questi giorni ha fatto Camusso, “io non l’ho capita così”. Vista da qui, c’è ben poca differenza tra un sindacato che si fa soggetto politico e un sindacato che fa politica. Il messaggio lanciato ieri da Landini è quello di un sindacato che torna a rappresentare i lavoratori, tutti. O meglio, gli sfruttati. E lo fa a partire dalla pratica della democrazia. Se si parte da lì non c’è regola che tenga. Occorre essere sovversivi per lo meno quanto lo sono i padroni in questo periodo.

Ultimamente, Luca Ricolfi sul Sole 24 ore ha calcolato che tra poco sarà inevitabile il sorpasso in termini numerici di quella parte della società espulsa da tutti i circuiti possibili e immaginabili, a cominciare da quello della produzione e dei servizi, rispetto alle altre componenti, ovvero lavoro dipendente e lavoro autonomo. A parte la fragilità delle definizioni in questi tempi di “crisi costituente”, sembra chiaro che la sfida della cosiddetta coalizione sociale se vuole essere vera deve confrontarsi con numeri di tutto rispetto e non limitarsi ad accontentare qualche appetito di una sinistra alla ricerca perpetua di un nuovo feticcio a cui attaccarsi non può stare nei tempi delle vecchie liturgie. Su questo aspetto Landini dovrebbe avere il coraggio di rompere con le vecchie modalità di cercare di cambiare le cose “da dentro”.

Se è vero che costruire una offensiva davvero generale a partire dal nuovo statuto dei diritti dei lavoratori potrebbe prendere più di un lustro, l’obiettivo dell’unificazione del mondo del lavoro rischia di rimanere solo una bella aspirazione. Se a questo ci si aggiungono le “ere” del congresso Cgil e il cambiamento della composizione politica del Parlamento, si capisce che la partita è completamente in mano alla “shock economy” ovvero al capitale che per la rapidità del suo fare e disfare è in grado di superare in velocità qualsiasi accerchiamento di classe. L’Italia non solo non uscirà dalla crisi ma ne sarà così trasformata da rendere velleitaria qualsiasi ipotesi di “ricostruzione”. Occorre quindi fare presto prima che la sfiducia paralizzi qualsiasi capacità di reazione e spinga gli sfruttati sempre più nelle mani della destra la cui unica bandiera è quella della guerra di tutti contro tutti.

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