Israele alla sbarra: doppio processo per tentato omicidio

Israele alla sbarra: doppio processo per tentato omicidio

Due procedimenti per tentato omicidio. Uno presso la corte militare di Israele, l’altro presentato a Milano oggi (il 23 marzo, ndr), da una parte Patrick Corsi (al secolo Marco Bianchini), agronomo bergamasco trentenne, alla sbarra lo Stato di Israele.

La vicenda si svolge a fine Novembre a Kafr Qaddum (Cisgiordania). Il 28 Novembre 2014 Bianchini, presente nei territori per coltivare l’ulivo e fornire consulenza ai coltivatori locali, durante una manifestazione pacifica viene colpito al petto da un proiettile calibro .22 sparato da un fucile d’assalto israeliano. Riesce a sopravvivere perché il proiettile, rallentato dallo sterno, si appoggia sul cuore senza trafiggerlo.

Il Calibro .22 è un proiettile vero, caricato su fucili da assalto ed utilizzato come strumento di controllo di massa, nonostante le regole di ingaggio dello stesso esercito israeliano non lo prevedano. Il calibro .22 e tutti i proiettili “veri” non possono infatti essere usati durante manifestazioni nei Territori ,in quanto queste modalità violano la convenzione di Ginevra che impone agli eserciti occupanti di prendersi in carico la salvaguardia della vita dei civili nei territori che occupano. Quel giorno ( e tanti altri prima) l’esercito israeliano spara al petto di un manifestante, commettendo deliberatamente un atto che ha tra le conseguenze ampiamente probabili la morte del manifestante.

In passato, l’utilizzo di proiettili di guerra per contenere le manifestazioni ha causato parecchie vittime tra la popolazione civile palestinese. Tutti i tentativi di veder condannato l’esercito israeliano sono sempre falliti. Israele solitamente si difende sostenendo che il soldato fosse in pericolo di vita. Questa volta difficilmente l’IDF riuscirà a sostenere questa tesi, soprattutto perche le immagini video raccontano un’altra realtà: bambini, civili e manifestanti internazionali in atteggiamento pacifico, nessun disordine, nessuna manifesta minaccia di vita per il cecchino israeliano. Rimane comunque difficile da capire come possa un cecchino sentirsi minacciato dai manifestanti a distanza di circa 80 metri, anche qualora quei civili palestinesi avessero lanciato pietre.

Marco comunque decide di andare fino in fondo e si affida ad un avvocato israeliano (gli avvocati palestinesi, come ogni regime di apartheid che si rispetti, non possono esercitare nei territori occupati). Appena scaduto il visto israeliano, Marco, nonostante abbia nel frattempo ottenuto la cittadinanza palestinese, è costretto a tornare in Italia e si affida all’avvocato Pagani.

Il processo in Italia è stato presentato il 23 Marzo 2015 e si svolgerà a Milano. L’avvocato chiederà al giudice di valutare la responsabilità del militare che in quell’occasione sparò per uccidere. Il diritto di uno stato estero (l’Italia) a richiedere l’incriminazione su un territorio estero poggia sul reato di “crimine di guerra e contro l’umanità” di un esercito che contro ogni diritto spara per uccidere la popolazione civile, ed in questo caso un cittadino straniero.

La vicenda tocca da vicino il governo italiano, secondo la regola non scritta dei due pesi due misure: quando cittadini italiani feriti da azioni di guerra all’estero garantiscono uno strascico di nazionalismo ed una propaganda elettorale, troviamo prese di posizioni (anche aggressive) del ministro di turno. Quando invece si tratta di puntare il dito -a ragion veduta- contro una superpotenza dell’area, tutti tacciono.

Forte l’imbarazzo, anche alla luce del fatto che la Farnesina sapeva del cittadino italiano ferito al petto, come si può facilmente capire dalle informative rilasciate in quei giorni. Nessuna presa di posizione, nessuna dichiarazione, nessun ministro a prendersi la visibilità. Forse meglio cosi: si evita ulteriore imbarazzo.

La ricerca delle responsabilità non placherà d’incanto il paradosso di quei territori occupati da 60 anni in barba ad ogni regola di diritto internazionale. Un’eccezione che costa la vita a tantissimi civili nel silenzio della comunità internazionale, a più riprese chiamata in causa.

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