Il 14D non si processa, campagna di solidarietà contro la sentenza in programma per il 2 aprile.

14 dicembre 2010. Nel giorno del voto di fiducia al Governo Berlusconi ottenuto grazie ai voti modello “Razzi”, un’imponente manifestazione nazionale inondava le strade di Roma. Una marea umana provava in quel giorno ad opporsi allo scempio della compravendita di voti in Parlamento. Un corteo era promosso da FIOM, centri sociali, Action, Unione Inquilini, Rifondazione Comunista e Partito Comunista dei lavoratori. A questo si era unita una grande manifestazione di studenti universitari, con lo slogan “Io non mi fido”. I due cortei sfilarono pacificamente riunendosi poco dopo mezzogiorno nei pressi di Montecitorio. Nel pomeriggio, quando ci fu la formalizzazione della fiducia alla Camera, ci furono però duri scontri con le forze dell’ordine, che subirono in più punti diversi “smacchi”. Anche perché il gran numero dei manifestanti in piazza impedì un reale controllo della situazione. In seguito agli scontri ci furono cento feriti e quaranta arresti.
Cinque anni dopo, la procura romana cerca di agire la propria rivalsa chiedendo pene spropositate per alcuni manifestanti, identificati come presunti “organizzatori” di quella giornata. Il 2 aprile ci sarà la sentenza. L’invito è quello ad esserci per impedire che un fatto politico enorme, come quel corteo, si trasformi in un fatto di criminalità. “Invitiamo tutte e tutti – si legge in un documento – da oggi al 2 aprile stesso, giorno della sentenza, ad esprimere solidarietà e complicità attraverso una campagna virale con striscioni, cartelli, articoli e foto da far girare ed inviare alla mail: dicembrequattordici@gmail.com
#14D 2010:La piazza è del Popolo, tutti e tutte liber@
#14D 2010 La Piazza è del Popolo, Nessun* resti sol*!

Questo il testo del documento

Quel 14 Dicembre in piazza c’eravamo tutt*14 dicembre 2010. Nel giorno del voto di fiducia al Governo Berlusconi, un’imponente manifestazione nazionale inondava le strade di Roma. Una marea umana provava in quel giorno ad opporsi allo scempio della compravendita di voti in Parlamento. Un Parlamento completamente delegittimato da quanto accadeva al suo interno con la fiducia strappata grazie ai vari Scilipoti e Razzi, ma anche con il beneplacito di chi oggi gode della nomea mediatica di “unica opposizione” al governo Renzi (la Lega Nord di Salvini) che, a braccetto con la grande coalizione, ha votato le maggiori riforme strutturali vigenti in questo paese, dalla Biagi alla Gelmini, passando naturalmente per l’approvazione dell’introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione.

Cinque anni dopo, la procura romana cerca di agire la propria rivalsa chiedendo pene spropositate per alcuni manifestanti, identificati come presunti “organizzatori” di quella giornata. Una sete di vendetta alimentata non solo dal protagonismo politico di alcuni magistrati, ma anche e soprattutto da valutazioni politiche volte a legittimare un sistema in cui le uniche opposizioni riconosciute al “partito unico” di Matteo Renzi sono quelle funzionali alla narrazione neoliberale, come la “nuova” Lega Nord. Questo perché quella giornata fu figlia di un lungo percorso che vide in quel 14 dicembre uno dei momenti di apice per un movimento che dispiegò in quell’autunno tutta la sua capacità di mobilitazione, diffusa a livello nazionale.

Un movimento composto dai più diversi settori sociali e dalle più eterogenee rivendicazioni. Che prese le mosse dagli studenti che si opposero con forza e per mesi alla Riforma Gelmini e che ebbe la capacità di generalizzare, nel pieno della crisi economica, le ragioni dell’opposizione al governo, costruendo il primo tentativo di movimento anti-crisi nel nostro paese: dai senza casa perennemente in emergenza abitativa, ai cittadini aquilani devastati dal terremoto e dalle speculazioni successive, dalle lotte sul lavoro e contro la precarietà, fino alle popolazioni campane in lotta contro gli inceneritori. Un movimento composito dunque, fuori dallo schema della compatibilità politica perché unica opposizione credibile nel Paese. Da qui deriva il tentativo di reprimerlo ed escluderlo da ogni forma di legittimità. Quel che è accaduto quel 14 dicembre non è infatti riconducibile a dinamiche avanguardiste, a fantomatici gruppi organizzati di “spaccavetrine” evocati in continuazione dai media, non è tantomeno possibile individuarne gli “organizzatori”: quella giornata fu la giornata di centinaia di migliaia di persone, per questo Piazza del Popolo fu e resta la piazza di tutt*!

Il tentativo è quello di ridurre una complessa storia collettiva fatta di discussioni, azioni, cortei, condivisione, emozioni, notti insonni, assemblee e voglia di partecipazione, desiderio di esserci attraverso le più diverse forme, scritta da un pezzo rilevante del nostro paese, ad un banale episodio di criminalità. Ricordiamo il forte consenso di buona parte della società verso quel movimento, consenso che portò centinaia di migliaia di persone a scendere in piazza e a manifestare la propria rabbia verso lo scempio che si consumava ai piani alti della politica di questo paese. Ricordiamo le macchine in coda applaudire i cortei che bloccavano la circolazione e gli abitanti sostenere dalle finestre i serpentoni che si dispiegavano anche nelle periferie, ricordiamo la frequenza con cui accadevano queste cose, in quelle intense settimane vissute “in movimento”. Quell’approvazione sociale, quel conflitto inscritto in un larghissimo consenso, sono la misura della gravità delle accuse che i magistrati rivolgono a quei cittadini ora ingiustamente inquisiti in Tribunale per il 14 dicembre; accuse che si inseriscono all’interno di un quadro che ha visto moltiplicarsi i procedimenti giudiziari e il numero di persone inquisite sui fatti di quell’autunno del 2010.

Oggi questo paese vive una chiusura degli spazi di agibilità democratica senza precedenti e a tutto tondo, fortemente collegata all’acuirsi della crisi e del carico delle misure d’austerity su tutt* noi, quell* che non hanno prodotto alcun debito da ripagare e che non si sono arricchiti dalla e nella crisi finanziaria. Come nel caso del 14 dicembre 2010 e delle tante giornate di quell’autunno finite nelle aule di Tribunale, apprendiamo con sdegno che ad altri che hanno portato avanti quel movimento, come a Palermo, vengono notificate 17 obblighi di firma, con tanto di “teorema” volto a ipotizzare una presunta associazione a delinquere degli stessi. Allo stesso modo consideriamo più che un campanello d’allarme il fatto che misure cautelari vengano applicate verso chi partecipa a uno dei tanti e quotidiani picchetti antisfratto, come accaduto a Roma qualche giorno fa; segno che dai momenti più larghi e diffusi alle pratiche più quotidiane e locali il tentativo è proprio quello di eliminare ogni forma di dissenso e di conflitto dal novero della compatibilità democratica, quella interna al regime delle “larghe intese”.
Invitiamo tutti i cittadini e le cittadine, i lavoratori e le lavoratrici, gli studenti e le studentesse, i cassintegrati, le realtà organizzate che erano in piazza quel 14 dicembre a prendere parola e difendere la Storia che insieme abbiamo costruito e che, oggi, è messa alla sbarra per essere riscritta. Non lasciamo soli gli imputati e rivendichiamo la libertà di opporci, di manifestare e di costruire una vera opposizione sociale nel paese.
Il 14 dicembre 2010 è un patrimonio collettivo: se cercano criminali da isolare, basta cercare tra i nomi di quelli che sedevano in parlamento.

Che nessun* resti sol*, quel 14 dicembre in piazza c’eravamo tutt*

Invitiamo tutte e tutti, da oggi al 2 aprile stesso, giorno della sentenza, ad esprimere solidarietà e complicità attraverso una campagna virale con striscioni, cartelli, articoli e foto da far girare ed inviare alla mail: dicembrequattordici@gmail.com
#14D 2010:La piazza è del Popolo, tutti e tutte liber@
#14D 2010 La Piazza è del Popolo, Nessun* resti sol*!

 

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