Le ingerenze israeliane sulle università italiane. Un invito a non cedere

Le ingerenze israeliane sulle università italiane. Un invito a non cedere

Da tempo nelle università italiane è in corso un braccio di ferro per molti aspetti decisivo sul piano della cultura e della libertà. Da una parte alcuni tentativi di portare negli atenei la questione palestinese attraverso una serie di dibattiti pubblici (da Ilan Pappè a Omar Barghouti, dalla questione dell’acqua a quella dell’Expo), dall’altra le pesanti ingerenze dell’ambasciata israeliana sui rettori e i presidi di facoltà per impedire questi incontri in sede universitaria. Lo scontro è importante perché per gli apparati ideologici di stato israeliani il controllo o la neutralizzazione negli atenei negli altri paesi è un fronte di guerra decisivo. A dare un mano agli apparati israeliani, anche in Italia, interviene poi la lobby sionista rappresentata da giornalisti, uomini politici, opinion maker che, pur non essendo israeliani, sostengono attivamente gli interessi e la politica colonialista di questo Stato. In altri casi si assite ad un atteggiamento cedevole, quello che, solo in questo caso, prevede l’obbligo del contraddittorio con un esponente israeliano o sostenitore delle “ragioni di Israele”. Caso unico, dicevamo, perchè mai abbiamo assistito negli anni all’obbligo di invitare l’ambasciata della Turchia ad un dibattito con i kurdi, o all’ambasciata statunitense per una conferenza sul Vietnam o all’ambasciata russa per un dibattito sulla Cecenia. L’equidistanza diventa così una forma di complicità o arrendevolezza, esattamente come coloro che continuano a trincerarsi dietro lo schermo di “due popoli due stati” quando i decenni trascorsi e l’oggi stesso continuano a negare con i fatti la nascita dello Stato Palestinese.

Questo importante braccio di ferro tra libertà di insegnamento ed espressione versus subalternità ai diktat israeliani, ha visto episodi sgradevoli come l’annullamento delle sale universitarie per la conferenza di Ilan Pappè (a Roma Tre)  o per un incontro sull’acqua in Palestina (a Ingegneria della Sapienza), tentativi analoghi ad una conferenza sull’Expo e sul giro di conferenze di Omar Barghouti in Italia. Lo scorso 9 marzo Pierluigi Battista, onnipresente firma del Corriere della Sera, in un indignato editoriale aveva definito il voto di una università londinese a favore del  boicottaggio degli accordi con Israele “una schifezza antisemita che dovrebbe sollecitare una mobilitazione di chi lavora nelle università europee.” A questo articolo ha replicato con una bella e articolata lettera il prof. Angelo Stefanini, docente dell’università di Bologna e prestigioso scienziato. La lettera di Stefanini, ovviamente, non è stata pubblicata dal Corriere della Sera e quindi abbiamo il piacere di pubblicarla noi qui di seguito. Ma questa è anche l’occasione per rinnovare l’invito a tutto il mondo accademico ad accettare questa sfida e ad opporsi in ogni modo alle ingerenze dell’ambasciata israeliana in Italia e dei suoi collaboratori sulla vita universitaria nel nostro paese. In secondo luogo, anche alla luce dei risultati delle elezioni israeliane e della vergognosa risoluzione approvata dal Parlamento italiano sul riconoscimento dello Stato Palestinese, riteniamo che la campagna internazionale di boicottaggio (Bds, boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni) verso Israele sia uno strumento decisivo per incidere sui processi a fronte della subalternità dei governi e delle istituzioni sulla questione palestinese. Per mettere fine al colonialismo israeliano e all’apartheid verso i palestinesi.

La replica del prof. Stefanini a Pierluigi Battista

“Chi boicotta chi?”

Gentile dott. Battista,

la sua sdegnata reazione alla decisione democratica di 1504 (il 73% di 2056 votanti) fra studenti, docenti e altro personale della SOAS, University of London, di approvare la mozione di sostegno al boicottaggio accademico e culturale di Israele mi ha dato l’impressione che lei non sappia in che cosa consista il boicottaggio accademico promosso dalla società civile palestinese e sostenuto con sempre maggiore vigore a livello internazionale; non conosca la differenza fra l’uso legittimo di uno strumento non violento di pressione sui governi previsto dal diritto internazionale [oppure una legittima, non violenta e motivata critica al governo o alle istituzioni israeliane] e l’anti-semitismo, ossia l’odio e la discriminazione nei confronti degli ebrei; non si sia accorto che non tutti gli ebrei si identificano con lo Stato di Israele o sostengono le sue politiche e che l’ attuale governo di Israele non rappresenta assolutamente tutti gli ebrei ne’ all’interno di Israele (esiste anche un’opposizione interna a Netanyahu!) ne’ quelli sparsi nel mondo.

Il boicottaggio accademico e culturale, componente della campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni – BDS (1), riguarda esclusivamente le istituzioni accademiche e culturali israeliane e non i singoli individui, docenti o studenti. Esso nasce dalla constatazione che queste istituzioni sono profondamente complici nel sistema israeliano di oppressione che nega ai palestinesi i diritti fondamentali garantiti dalla legislazione internazionale, o ostacola l’esercizio di questi diritti, compresa la libertà accademica e il diritto all’istruzione.

Ciò che probabilmente sfugge a chi, come lei, critica questo tipo di boicottaggio è che senza una reale libertà di parola anche per gli intellettuali palestinesi e senza una libertà di istruzione per gli studenti palestinesi non si può concepire un dialogo costruttivo che porti ad una soluzione a lungo termine del conflitto. Se la libertà di espressione e di educazione significa qualcosa, deve valere per tutti.

Per quanto riguarda la libertà di espressione e di educazione nella Striscia di Gaza, secondo il quotidiano progressista israeliano Haaretz (2) tra il 2000 e il 2012 Israele ha consentito viaggi di studio presso università cisgiordane soltanto a tre abitanti di Gaza con borse di studio del governo degli Stati Uniti. Nel luglio 2013 Amnesty USA (3) ha sostenuto una campagna a sostegno degli studenti di Gaza privati del diritto all’istruzione affermando che “…attualmente Israele impedisce a migliaia di studenti palestinesi nella Striscia di Gaza di seguire gli studi superiori nella vicina Cisgiordania, parte dei Territori palestinesi occupati. …Il blocco di Gaza costituisce una punizione collettiva e una violazione del diritto internazionale”. Per un certo periodo, Israele ha bandito l’importazione a Gaza di libri scolastici, carta da lettera, quaderni e matite.

In Cisgiordania (un’area più piccola delle province di Bologna e Modena con 2,6 milioni di persone) checkpoint, blocchi stradali e altri ostacoli come il muro che Israele sta illegalmente costruendo, oltre ad un complicatissimo sistema di permessi necessari per potersi muovere dai propri villaggi, impediscono a studenti e insegnanti palestinesi di accedere a scuole e istituti di istruzione. Gli ostacoli opposti dalle procedure necessarie per studiare o lavorare nelle università palestinesi sono spesso enormi e insormontabili. L’esercito israeliano compie frequenti incursioni nei campus universitari, arrestando e ferendo studenti e docenti. Israele inoltre rende difficile agli accademici stranieri di recarsi a Gaza e in Cisgiordania per scopi professionali. Ricorderà probabilmente, dott. Battista, come nel maggio 2010 le autorità israeliane impedirono al professor Noam Chomsky, intellettuale di fama mondiale e docente al Massachusetts Institute of Technology, di entrare nella Cisgiordania occupata dove avrebbe dovuto tenere due lezioni magistrali all’Università di Birzeit. Dal 2000, 185 scuole palestinesi sono state bombardate e dozzine di professori e studenti feriti, uccisi o arrestati. Sotto l’occupazione israeliana, tutte le 11 università palestinesi sono state prima o poi chiuse, quella di Birzeit per 4 anni dal 1988 al 1992, quella di Hebron per 8 mesi nel 2003.

Nel giugno 2013, il quotidiano Haaretz riassumeva un rapporto che elencava non meno di 14 barriere che i giovani cittadini palestinesi di Israele devono superare per ottenere una istruzione universitaria. Per non tediarla con l’intero, lungo elenco, lascio a lei consultare la fonte bibliografica (4).

Se da una parte il governo israeliano nega ai palestinesi la libertà di educazione e di ricerca accademica, dall’altra le università israeliane sono complici nel sostenere il sistema politico discriminatorio di Israele, l’occupazione illegale e la colonizzazione delle terre palestinesi. Le università collaborano alla ricerca militare e allo sviluppo delle armi usate dall’esercito israeliano contro i palestinesi e altri. Un noto esempio è rappresentato dal Technion – Israel Institute of Technology. Secondo il The Nation: “Technion svolge attività di ricerca e sviluppo tecnologico militare su cui Israele si basa per sostenere l’occupazione della terra palestinese…” (5) Durante le operazioni militari israeliane contro Gaza, sia nell’inverno del 2008-2009 sia nell’estate del 2014, le istituzioni accademiche israeliane hanno espresso sostegno all’esercito mentre deliberatamente bombardava scuole, edifici universitari, altre infrastrutture civili e rifugi delle Nazioni Unite, uccidendo, soltanto nell’ultimo attacco, più di 2.168 palestinesi e ferendone più di 10.895.

In conclusione mi pare quindi il caso di chiedersi “chi boicotta chi”? L’ostruzione sistematica del sistema educativo palestinese non viola soltanto i diritti umani dei soggetti coinvolti ma mina anche alle radici la possibilità di sviluppo della società palestinese nel suo insieme. E così, mentre importanti intellettuali come lei, dott. Battista, esprimono la loro indignazione nei confronti della campagna BDS contro Israele, magari accusando di anti-semitismo chi la promuove, altri accademici, istituzioni accademiche, ricercatori e studenti palestinesi che cercano di esercitare la loro libertà di studio e di parola sono, in effetti, boicottati e impediti di farlo.

Angelo Stefanini, MD, MPH
Direttore del Centro Studi e Ricerche in Salute Internazionale e Interculturale
Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Angelo.stefanini@unibo.it

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