LA DONNA È L’AVVENIRE DELL’UOMO

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Le donne e la loro ”doppia oppressione”. È Discriminazione di genere e violenza classista. La lotta rivoluzionaria come prospettiva concreta per conquistare una volta per tutte la liberazione delle donne.

di Selena Di Francescantonio – la città futura

La Giornata Internazionale della Donna, lanciata da Clara Zetkin e trascorsa da pochi giorni, rappresenta sicuramente un immancabile appuntamento per approfondire un tema, quello del femminismo, che, ahinoi, resta sostanzialmente insondato, non valorizzato e, in alcuni casi, vergognosamente accantonato per il resto dell’anno, quasi fosse qualcosa di cui occuparsi esclusivamente in occasione dell’8 Marzo, per giunta non senza un certo qual senso di “doverosità”. Nulla di più riprovevole. Per chi ancora non l’avesse afferrato, e sono in tanti, questo non è un tema secondario né può essere relegato al rango di un appunto nella ”wish list” della società che ha da venì senza imporsi sin da subito l’obiettivo di renderlo reale attraverso analisi e  pratiche concrete. Ciò per il semplicissimo motivo che nessuna rivoluzione, nessun miglioramento in senso progressista dell’umanità potrà mai avverarsi senza la partecipazione delle donne, il loro effettivo coinvolgimento e la loro lotta. E questo non è stato solo Lenin ad averlo detto, o Hugo Chavèz, per fare un riferimento più vicino nel tempo. È la ragione ad affermarlo con forza a fronte di una lettura della storia secondo una prospettiva genuinamente materialista che ci consente di considerare come «la storia di ogni società sinora esistita sia una storia di lotta di classe» e, dunque, di scontro tra chi sfrutta e chi è sfruttato a seconda di come questo rapporto sia definito all’interno di un determinato processo economico. In altre parole, il sessismo ( al pari del razzismo e di ogni genere di specismo) nasce e si sviluppa per gemmazione da una società divisa in classi poiché ogni discriminazione – che di per sé è divisoria, fomenta l’odio e l’isolamento-   è uno strumento funzionale e prezioso al fine di fuorviare le masse con spregevoli condizionamenti che mettono gli individui gli uni contro gli altri, e garantire così il mantenimento dell’esistenza di quelle fondamentali separazioni di classe che consentono a chi sfrutta di continuare a farlo senza incontrare pericolose contrapposizioni di sorta: le masse sono impegnate a dividersi in bianchi contro neri, settentrionali contro meridionali, religiosi X contro fedeli Y, etero contro omosessuali, uomini contro donne .

Nella moderna società capitalistica tutte queste forme di emarginazione, ghettizzazione e oppressione trovano ancora un terreno particolarmente fertile. Con riferimento al sessismo, al patriarcato e al maschilismo, poi, la combinazione con questo sistema di produzione forma un’unione incredibilmente felice: nel capitalismo, sistema nel quale la famiglia rappresenta la cellula economica fondamentale per la quale vengono poste infinite misure di sicurezza e di difesa, è necessario mantenere il più possibile la donna all’interno del congeniale ruolo di madre, moglie ed angelo del focolare e, laddove ciò non fosse del tutto possibile, mantenerla come manodopera a basso costo per spingere al ribasso la totalità dei salari. Non è un caso che, fino a non molto tempo fa, al cosiddetto “sesso debole” venivano affiancate politiche di protezione come il divieto di lavoro notturno o il pensionamento anticipato e che, invece, ancora oggi vi siano, da un lato, interi settori ad alta prestazione femminile come quello dell’istruzione e dell’educazione, poiché tradizionalmente ritenuti più “adatti” alle donne, e dall’altro persista un trattamento retributivo differenziato rispetto agli uomini (in media, il 30% in meno) dovuto anche al fatto che alle donne sono richiesti meno straordinari lavorativi e assai raramente viene loro concesso il superminimo, a causa del fatto che gli uomini garantiscono una maggiore continuità all’azienda. Il capitalismo raddoppia nella donna lo sfruttamento e la produzione di valore poiché, tramite esse, si appropria di milioni di salari e rende invisibile l’ulteriore lavoro domestico che spesso grava sulle loro spalle una volta tornate a casa. Ciò che accade attualmente, in Italia, è che il lavoro domestico in casa d’altri rappresenta un lavoro pagato in modo infimo, assolutamente privo di tutele e socialmente considerato assai negativamente se non proprio disprezzato, prerogativa quasi esclusiva delle donne straniere; mentre chi svolge lavoro domestico in casa propria, volgarmente detto “lavoro casalingo” e tutelato unicamente da una assicurazione INAIL in caso di infortunio, sarebbe per definizione un/una non lavoratore/trice, che non produce nulla nonostante si faccia effettivamente carico di un impiego faticoso e che sarebbe assolutamente ridicolo e mistificatorio definire come inutile (il lavoro domestico non viene preso in considerazione nemmeno nel PIL, ma d’altra parte è fatto notorio che questo indicatore sia, per questo e svariati altri motivi, decisamente poco rappresentativo).

Partendo da un contesto come questo risulta molto facile riconoscere, ad esempio, la portata rivoluzionaria di una Costituzione come quella della Repubblica Bolivariana del Venezuela in cui, all’art. 88, viene invece riconosciuto il lavoro domestico come un’attività economica che crea valore aggiunto che produce benessere e ricchezza sociale e che tutela le casalinghe anche con riferimento ai trattamenti retributivi; una Costituzione che riconosce espressamente l’uguaglianza tra i sessi (art.21) e che include misure positive per sancirne la parità effettiva, che riconosce le convenzioni internazionali sui diritti umani (e dunque anche con riferimento ai diritti delle donne) dotandole di rango costituzionale, che tutela i diritti sessuali e riproduttivi (art. 76) e che si adopera per garantire assistenza e protezione integrale alla maternità, dal momento del concepimento, durante la gravidanza, fino al parto e al post-parto (ad esempio, una donna incinta- anche single- non può essere licenziata dall’inizio della gravidanza sino a ben due anni dopo il parto, è possibile ottenere una maternità anticipata di 6 settimane prima del parto e di 20 settimane dopo di esso, ci sono tutele effettive contro il demansionamento post-parto ed il divieto, durante la gravidanza, di svolgere mansioni che possano mettere in pericolo la vita della madre o del figlio). Tutto questo accade in un Paese in cui tre delle cinque più alte cariche delle Stato sono ricoperte da donne e che ha rivendicato le donne venezuelane e la loro dignità, oltre a quelle indigene e afro-discendenti, che ha compreso quanto la dignità di un popolo e della sua rivoluzione umanista passi per la dignità della donne e dunque, che impone per Costituzione che le donne abbiano diritto ad avere diritti .

Le conquiste sostanziali raggiunte in Venezuela segnano un passo in avanti  importante nel solco di un percorso che è sicuramente complesso e ancora decisamente lungo: si tratta di eliminare per sempre il portato di secoli di oppressione di genere e di società classiste. Esattamente in questo consiste, d’altro canto, la differenza fondamentale tra questo femminismo rivoluzionario e il femminismo borghese; nel corso dello scorso secolo sono avvenute lotte e rivendicazioni, che proseguono, tese ad ottenere e mantenere un primo stadio di conquiste assolutamente irrinunciabili per tutte le donne: dal diritto di voto alla parità in materia di lavoro e nell’ambito familiare, dalla «liberalizzazione dei costumi» alle tutele sulla maternità, la regolamentazione del divorzio e dell’interruzione volontaria della gravidanza e via dicendo. Se da un lato alcune di queste conquiste restano tali solo sul piano formale ( si pensi alle già richiamate differenze retributive, o all’obiezione di coscienza dei medici che limita e ostacola il ricorso alle pratiche abortive), dall’altro è agevole riscontrare come in nessun modo, all’interno di questa società che considera i corpi femminili una merce di cui appropriarsi, da esporre, violentare o vendere e che tollera molto male ed umilia l’emancipazione anche in termini professionali , sia mai realmente avvenuta l’effettiva liberazione delle donne dal giogo imposto dal machismo e dal patriarcato. In relazione a ciò, il femminismo c.d. borghese propone la conquista di spazi sempre maggiori in termini di opportunità all”interno della società borghese, mantenendo le gambe ben salde nel mantenimento di questa e dei privilegi delle sue classi dirigenti, occupandosi di spezzare unicamente quelle catene relative all’oppressione sessuale e familiare che limitano le donne in quanto tali, ma che non sono le uniche che le legano e le soggiogano.

A differenza di quelle borghesi, le donne proletarie, coscienti della loro oppressione dovuta alla non appartenenza alle classi privilegiate, sono le sole interessate all’abbattimento di tutti i vincoli che subiscono, strutturali e culturali, poichè il problema femminile non è semplicemente un «astratto problema di genere» ma va a inscriversi direttamente all’interno della complessità della lotta di classe, che agisce per l’emancipazione di tutti i gruppi oppressi nella società capitalistica. E’ attraverso la lotta rivoluzionaria delle donne che passa il riscatto della totalità di esse. Per dirla con Lenin:   « Noi odiamo, sì, odiamo tutto ciò che tortura e opprime la donna lavoratrice, la massaia, la contadina, la moglie del piccolo commerciante e, in molti casi, la donna delle classi possidenti. Noi rivendichiamo dalla società borghese una legislazione sociale a favore della donna perché della donna noi comprendiamo la situazione e gli interessi ai quali dedicheremo le nostre cure durante la dittatura del proletariato. Naturalmente non come fanno i riformisti, non facendo uso di blande parole per convincere le donne a starsene inattive, non tenendole alla briglia. No, naturalmente no, ma, come si conviene a rivoluzionari, chiamandole a lavorare da pari a pari per trasformare la vecchia economia e la vecchia ideologia».

Con ciò non si vuole in nessun modo fare meccanicamente coincidere la risoluzione della questione femminile con l’”avvento della rivoluzione socialista” poiché, come si diceva sopra, estirpare a livello culturale secoli di condizionamento sessista è lavoro monumentale che richiede un immediato inizio, una profonda riflessione e lo sforzo quotidiano e concreto di pratiche volte ad abbattere effettivamente ogni discriminazione, umiliazione, ridicolizzazione e violenza nei confronti delle donne, ancora troppo frequenti e pericolosamente annidate nel profondo di ognuno di noi: nessuno può dirsene immune.

Ma ancora una volta occorre ribadire come la lotta per il socialismo, nel suo complesso considerata, costituisca la base materiale sulla quale si possa pensare di costruire una società veramente paritaria e senza classi, che rappresenti la chiave per il superamento definitivo del maschilismo e del patriarcato e predisponga il terreno per la liberazione completa e reale di tutte le donne dalle loro doppie catene . Una lotta, questa, che è propria di tutti gli esseri umani e che non può, perciò, in nessun modo realizzarsi senza la partecipazione della donna che è, come diceva il poeta Louis Aragon, l’avvenire dell’uomo.

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