Lavorare fino alla morte: in pensione a 66 anni e sette mesi

Lavorare fino alla morte: in pensione a 66 anni e sette mesi

Puntuale come lo sceriffo di Nottingham è arrivato l'”adeguamento” dell’età pensionabile alle “aspettative di vita”, come previsto dalla legge Fornero (“la più amata dagli italiani”, durante il governo Monti). Dal primo gennaio del prossimo anno si potrà lasciare il lavoro (più probabilmente la cassa integrazione e la mobilità) solo a 66 anni e sette mesi nel caso degli uomini e delle donne del settore pubblico. Mentre per le donne impegnate nel settore privato sarà sufficiente un anno in meno (ma dal 2018 arriveranno all’agognata “parità” con tutti gli altri: 66 e 7 mesi). Mentre le lavoratrici autonome andranno in pensione di vecchiaia a 66 anni e un mese (66 anni e sette mesi nel 2018). Vengono contestualmente innalzati anche i limiti relativi agli anni di carriera necessari per poter accedere alla pensione di anzianità. La pensione anticipata dal 2016 rispetto all’età di vecchiaia si potrà percepire con 42 anni e 10 mesi se uomini e 41 anni e 10 mesi se donne.

In tutti i casi si tratta di quattro mesi in più, senza alcuna seria distinzione neanche per i cosiddetti “lavori usuranti”, dove ante-Fornero l’età pensionabile coincideva quasi con le aspettative di vita (macchinisti, minatori, siderurgia, ecc).  E poi dicono che vogliono ridurre la disoccupazione giovanile…

Il decreto del ministero dell’economia è arrivato all’Inps che ha immediatamente inviato una “nota esplicativa” a tutti gli uffici interessati (Caf compresi, dunque).

Nel 2019 verrà fissato un nuovo adeguamento, a meno che – nel frattempo – le molte “riforme strutturali” e i tanti tagli di spesa (sanità, welfare, ecc) non riescano, come sperato in alto loco, a ridurre la vita media della popolazione. Del resto, se la logica del collegamento tra età pensionabile e speranza di vita vuole avere un senso, o si va verso un regime per cui – per ipotesi estrema – si lavora fino a 90 anni se la vita media avvicina i 100, oppure si mira a far morire prima una quota maggioritaria della popolazione, costringendola a lavorare oltre ogni limite di forze mentre al contempo le si tolgono buona parte dell’assistenza sanitaria e altri “ammortizzatori sociali”. Una tendenza individuata già da anni (si veda http://contropiano.org/news-politica/item/2107-in-pensione?-possibilmente-mai).

Il nuovo presidente dell’Inps – quel Tito Boeri autore alcuni anni fa di una proposta basata su “riduzioni attuariali” delle pensioni (semplificando: un taglio del 2-3% dell’assegno per ogni anno in meno rispetto all’età oensionabile – ha tirato fuori la necessità di ensaread ammortizzatori sociali specifici per quegli ex lavoratori tra i 55 e i 66 anni che proprio nessuno è disposto ad assumere. Naturalmente formulerà, entro giugno, una sua nuova proposta. Volete scommettere che sarà uguale alla vecchia?

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