LA SFIDA DELL’ECOLOGIA DELLA LIBERTÀ

  • La sfida dell'ecologia della libertà

Il libro di Murray Bookchin del 1982 è ritornato all’attenzione di molti osservatori perché ha influenzato la svolta ideologica di Öcalan e del movimento curdo che si è battuto con successo a Kobane. Si tratta di un’affascinante storia della lotta tra il principio della libertà e quello del dominio sulla natura e sull’uomo, avveratosi con la nascita della gerarchia, dello Stato e poi del capitalismo.

di Stefano Paterna

In una cella, isolato dal mondo su una piccola isola nel sud del mar di Marmara, un uomo legge. L’uomo deve aver sfogliato le pagine con grande lentezza e attenzione: mentre leggeva poneva in discussione la sua storia, la sua visione del mondo, se stesso, in un momento doloroso, di sconfitta che avrebbe potuto spezzare chiunque.

L’uomo era Abdullah Öcalan e tra i libri che studiava nella sua prigionia sull’isola di Imrali c’era “L’ecologia della libertà” di Murray Bookchin.

La storia è affascinante e molteplice questa volta. Due uomini vivono in luoghi distanti, sono molto diversi tra loro, ma condividono esperienze che includono sorprendenti analogie. Non si incontrano mai, ma avviano e mantengono per un breve periodo un intenso e significativo dialogo a distanza: uno nel chiuso del carcere, l’altro alla fine di una vita intensissima e intellettualmente molto vivace. È anche sul pensiero di Bookchin filtrato da Öcalan che il PKK fonda la sua svolta ideologica che lo porta nel 2005 dall’ortodossia marxista-leninista a una forma particolare di socialismo libertario, fondata su quello che i curdi chiamano confederalismo democratico. Un tipo di approccio politico che i curdi stanno portando avanti soprattutto nella regione della Rojava siriana e che li ha guidati nella battaglia per la difesa di Kobane.

UN APPROCCIO GLOBALE

Ma “L’ecologia della libertà”, opera del 1982, edita in Italia da Elèuthera, merita attenzione al di là delle vicende che hanno legato il suo autore al leader del popolo curdo in lotta per la sua liberazione. Si tratta infatti, come ormai accade di rado, di un libro che esprime una visione globale della storia dell’umanità e del suo rapporto con la natura. In 557 pagine Bookchin argomenta con uno stile tra il mitologico e lo scientifico di società preletterate (che egli definisce organiche), di biologia, di economia, del rapporto tra l’umano e il tecnologico. In questo tratto di globalità, di assunzione di un punto vista che aspira alla totalità, Bookchin è positivamente al di fuori del pensiero contemporaneo più recente, così ridotto alla settorialità e preoccupato di difendere le sue credenziali di rigore disciplinare (e status accademico) che spesso nasconde solo la vigliaccheria e il conformismo dell’intellettuale dei nostri giorni.

DA MARX, CONTRO MARX

Anche Marx fu pensatore globale. E riferimenti all’uomo di Treviri ricorrono quasi in ogni pagina de “L’ecologia della libertà”. E molto spesso sono negativi. Si capisce perfettamente che il rapporto tra Bookchin e Marx è molto intimo, anche senza conoscere la biografia del filosofo americano. Nato nel 1921 a New York (e morto nel 2006) da una famiglia di immigrati russi di origine ebraica, Bookchin ha militato nel Partito comunista americano fino al 1939, anno in cui fu espulso per via sue simpatie trotzkiste. Progressivamente abbandonerà anche queste ultime per approdare dalla fine degli anni ’50 a un pensiero di estrazione eco-anarchica che definirà poi ecologia sociale.

Bookchin entra in polemica con Marx su svariati argomenti, ma conviene parlarne nella trattazione del suo pensiero. In questo senso, il sottotitolo del libro “emergenza e dissoluzione della gerarchia” è estremamente indicativo. “L’ecologia della libertà” è proprio questo: la storia del confronto tra il principio della gerarchia e del dominio dell’uomo sull’uomo e prima ancora dell’uomo sulla natura e il principio della libertà. Bookchin argomenta come nelle società organiche o preletterate non esistessero forme gerarchiche, ma solo distinzioni funzionali all’interno dei gruppi umani. Queste società erano caratterizzate da ordinamenti matrilineari e da un rapporto di internità al mondo della natura. Solo in seguito e, gradualmente, sarebbero apparse distizioni di status, ma non economiche, relative alle funzioni, soprattutto a causa dei maschi anziani delle antiche tribù e in seguito degli sciamani. Da questi settori sociali sarebbero nate le successive caste sacerdotali che si alleeranno in seguito con la casta dei guerrieri, emersa dai maschi più giovani. Questo scivolamento progressivo e oscillante avrebbe portato al patriarcato e all’abbandono di elementi come il mutualismo, l’usufrutto sui primitivi mezzi di produzione e il minimo irriducibile dei mezzi di sostentamento per qualsiasi membro del gruppo. Di lì alla nascita delle società di classe ci sarebbero stati ancora molti passi, ma il percorso sarebbe stato ormai tracciato.

La rottura con il marxismo è qui radicale. A detta di Bookchin nella storia dell’umanità non sarebbe rintracciabile un solo elemento determinante dello sviluppo, come il dato economico, ma un complesso di fattori riconducibili alla biologia, alla spiritualità, ecc., che indirizzano la “sensibilità” dei gruppi umani verso un principio autoritario, piuttosto che libertario o viceversa. Di qui, inizia un complesso e affascinante viaggio di Bookchin tra le varie concezioni eretiche e libertarie che hanno contraddistinto varie epoche: dalla concezione della democrazia nel poleis greche, alla gnosi dell’epoca del cristianesimo primitivo, sino alle sette religiose medievali e della Riforma protestante e poi alle rivoluzioni inglese, americana e francese.

HEGEL E IL RITORNO ALLA NATURA

La proposta politica di Bookchin è quella di dar vita a società ecologiche, fondate sulla democrazia diretta in organismi sociali di dimensioni ridotte (municipalismo libertario), confederati tra loro. Ma questa proposta è fondata, sopratutto, su una riscoperta dell’intimo rapporto esistente tra società umana e natura fino alla messa in discussione di tutti i tipi di sviluppo violento e industrialista (anche quelli realizzati nei paesi a cosiddetto “socialismo reale”). In sostanza, l’uomo per Bookchin deve comprendere fino in fondo di essere l’autocoscienza della natura e abbandonare ogni forma di dualismo e di dominio su di essa, senza rinunciare ovviamente a una tecnologia adeguata. L’impronta di Hegel e della sua dialettica tra tesi (società organiche), antitesi (società di classe che condurranno poi al capitalismo) e sintesi (società ecologica) è pienamente riconosciuta dallo stesso autore de “L’ecologia della libertà”.

I marxisti credo che non possano rimanere indifferenti a un approccio così ricco e stimolante come quello che si riscontra nel libro di Bookchin, sottolineandone i grandi limiti e i preziosi punti di forza.

Tra i primi, mi pare sia da indicare la concezione piuttosto angusta di materialismo con cui polemizza il filosofo americano e che non ha riscontro nelle migliori pagine di Marx. È evidente che la struttura economica soggiace e fonda tutta una complessa sovrastruttura psicologica e culturale che possiede di per stessa un peso enorme. Pertanto, nella diversificazione delle funzioni alle quali fa riferimento Bookchin per spiegare il passaggio da società organiche a società gerarchiche, va individuato un cambiamento di fondamentali assetti economici come la concorrenza di gruppi umani diversi che insistano sullo stesso territorio. Cambiamenti che stimolano la nascita delle figure del guerriero e del sacerdote, nonché il declino dell’importanza delle donne all’interno della tribù.

Di limiti ce ne sono altri, come la concezione dello stato e della sua alternativa municipalista e confederale: non è un caso infatti che i compagni curdi riescano a praticarla con successo nei loro territori in Siria dove lo stato si è ritirato quasi volontariamente alcuni anni fa, mentre le punte più avanzate degli esperimenti socialisti di questi ultimi anni come Venezuela e Bolivia non prescindono dall’organizzazione statuale. Ma lo spazio a disposizione non può consentirlo. Si deve aggiungere, però, qualcosa sul punto di forza della trattazione di Bookchin: ovvero la necessità per ogni società umana (quindi anche di quella socialista che vorremmo realizzare) di ricostruire la propria coscienza di internità al mondo della natura, rifiutando ogni approccio che sia caratterizzato dalla volontà di dominio della scienza e della tecnologia. Da questo punto di vista, la denuncia che Bookchin fa dei limiti di Marx coglie alcuni elementi di verità.

Sarebbe pertanto molto utile che si aprisse un dibattito su questi temi di evidente rilevanza per una concezione del socialismo davvero all’altezza del XXI° secolo.

 

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