Obbedienze

Per nessun motivo permetteremo che si entri nelle caserme. A volersi assicurare che i loro ragazzi non fossero stati uccisi e poi fatti sparire nelle caserme, al riparo da sguardi indiscreti, erano stati i familiari degli studenti desaparecidos della scuola rurale messicana di Ayotzinapa. Non era certo una pretesa assurda: è stato lo Stato, c’è scritto su molti dei cartelli contro il massacro che hanno fatto il giro del mondo e, d’altra parte, le responsabilità delle istituzioni sono state ammesse perfino dal governo. A opporre un indignato rifiuto alla violazione dell’intimità “delle viscere della società messicana”, anche perché nella guerra dei giorni nostri i militari non possono comportarsi “come delle dame”, sono stati invece gli imprenditori. Una discesa in campo, come si direbbe da noi, piuttosto sorprendente. Il monopolio della violenza legale, quella dello Stato, è nostro, hanno detto in sostanza i padroni del Messico. L’autorità ci viene dalle ricchezze che abbiamo accumulato. Siamo noi che comandiamo e voi, insolenti ficcanaso, dovete solo obbedire. Piuttosto chiaro, no?

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di Gustavo Esteva – comune.info

A chi? E per cosa? Cos’è questo fatto di obbedire? Di quale ordine si tratta?

Non è frequente che il capitale riconosca la propria natura autoritaria. I capitalisti, piuttosto, parlano continuamente di democrazia. Vogliono conservare l’illusione che i cittadini comandano, che viviamo in una vera democrazia.

E’ una novità, pertanto, quanto è accaduto il 13 febbraio. Celebrando un accordo con le segreterie della Marina e della Difesa i rappresentanti del capitale non si sono morsi la lingua. Le caserme dell’esercito sono, per loro, “le viscere della società messicana, la parte più intima del nostro essere”. Questo è ciò che ha detto il Consiglio del Coordinamento Imprenditoriale.

È certo. La violenza è il principio regolatore dello Stato-nazione. Si dà al governo il monopolio della “violenza legittima” perché svolga la sua funzione di controllo, in nome della sicurezza e della protezione dei cittadini. È il principio che ha consentito l’espansione del capitale fin dalla sua nascita. L’accumulazione capitalista non è un percorso idilliaco, forgiato con duro lavoro, risparmio e austerità: si basa sul saccheggio, la rapina e il controllo, e pertanto necessita la violenza, la coercizione. Queste sono le vere viscere di un regime che pretende di essere democratico.

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È un fatto nuovo e preoccupante che i capitalisti lo dichiarino apertamente ericonoscano che la parte più intima del loro essere consista nell’uso della forza. È ugualmente nuovo che proclamino la sua autorità. “Per nessun motivo permetteremo che si entri nelle caserme”, hanno detto. Di fronte ai responsabili delle forze armate, i dirigenti degli imprenditori hanno sottolineato chi comanda nel paese, a chi devono obbedire queste forze, a quale fazione appartiene l’Esercito.

Ma c’è di più. Poiché nella guerra attuale i militari non possono comportarsi “come delle dame”, si deve dare loro copertura giuridica “affinché si possano muovere e difendere”. Non dobbiamo “lasciarli indifesi”. Si deve garantire loro l’impunità.

Con ragione il dirigente dei piccoli commercianti ha immediatamente denunciato l’insolenza: ”Chi è costui (il rappresentante del Consiglio di Coordinamento Imprenditoriale) per impedire o consentire l’accesso alle caserme? … Sembra minacciare che i dirigenti imprenditoriali si metteranno alla porta delle caserme per impedire il passaggio ai padri di famiglia … quasi che egli stesso si metta sulla porta con una mitraglietta”.

É utile ricordare questa evidenza. I capitalisti messicani che hanno negli Stati Uniti capitali equivalenti al valore del debito estero del Messico, oggi osano affermare, di fronte alle forze armate e al proprio governo, che sono loro quelli che comandano. Ammettono qui, ora, ciò che apparve evidente in coloro che servono loro di modello, allorché le corporation private hanno preso il controllo del processo elettorale negli Stati Uniti e quelli di Occupy Wall Street hanno detto a voce alta quello che tutti già sapevano: i “rappresentanti” eletti democraticamente sono al servizio dell’1 per cento della popolazione e non del 99.

Coloro che vedono il momento elettorale come opportunità per un’affermazione di cittadinanza reagiscono a questo stato di cose. Cercano, con procedimenti diversi, di annullare formalmente o simbolicamente le elezioni. Cittadini e cittadine starebbero dicendo alle classi politiche che ormai non credono più in loro né nel loro metodo per perpetuarsi, che vogliono disfarsi della banda inetta e criminale che si è abbarbicata nel governo e nei partiti; che si stanno organizzando dal basso per assumere il compito di governarsi e di imparare a comandare obbedendo in un’autentica democrazia.

Le classi politiche definiscono ingenui, o ancor peggio venduti, coloro che promuovono queste scelte. Così li ha definiti Andrés Manuel López Obrador (il capo di Morena, cioè dell’opposizione, ndt) il 18 febbraio, chiedendo con forza una massiccia partecipazione cittadina alla giornata elettorale. “Solo così”, ha detto, “si potrà levare la mafia dal potere. Ma è proprio questa ingenuità che i cittadini e le cittadine non accettano più. Considerano illusorio pensare che basti cambiare la composizione delle forze nel Congresso, votando per Morena, per disfarsi di quella banda di criminali e iniziare la ricostruzione del paese.

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Non esiste un consenso chiaro su cosa fare di fronte alle elezioni stesse e soprattutto dopo, una volta che abbiano avuto luogo. Quel che risulta sempre più chiaro ai cittadini e alle cittadine, è che l’aggressivo circo elettorale sarà un esercizio del tutto autoritario e repressivo, con diversi tipi di armi: pallottole, carceri, mezzi di informazione, programmi sociali … Hanno bisogno di prepararsi a questa minaccia e a quelle che seguono, nella misura in cui si accentua la cinica obbedienza del governo e delle classi politiche ai padroni del capitale e si ricorre sempre più alla forza per controllare la popolazione. L’unico modo per affrontare questo pericolo è organizzarsi dal basso ed esercitare in modo corretto la libertà in contesti nei quali si ‘comanda obbedendo’, l’obbedire esprime una vocazione al servizio e non un’abietta subordinazione e comandare è solo un altro modo di obbedire.

Fonte: la Jornada

 

traduzione per Comune-info: Camminar domandando
Gustavo Esteva vive a Oaxaca, in Messico. I suoi libri vengono pubblicati in diversi paesi del mondo. In Italia, sono stati tradotti: «Elogio dello zapatismo», Karma edizioni: «La Comune di Oaxaca», Carta; e, proprio in questi mesi, per l’editore Asterios gli ultimi tre: «Antistasis. L’insurrezione in corso»; «Torniamo alla Tavola» e «Senza Insegnanti». In Messico Esteva scrive regolarmente per il quotidiano La Jornada ma i suoi saggi vengono pubblicati anche in molti altri paesi. In Italia collabora con Comune-info.
L’adesione di Gustavo Esteva alla campagna Ribellarsi facendo di Comune-info
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Un piccolo nucleo di amici italiani di Esteva, autodenominatosi “camminar domandando”, nei mesi scorsi ha stampato il testo della conversazione tenuta da Esteva a Bologna nell’aprile 2012 (i temi in parte sono gli stessi degli incontri tenutisi nell’occasione a Lucca, in Val di Susa, Torino, Milano, Venezia, Padova, Firenze e Roma):  “Crisi sociale e alternative dal basso. Difesa del territorio, beni comuni, convivialità”. (chi vuole, può scaricarlo su www.camminardomandando.wordpress.com).
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