LA CRISI, QUESTA SCONOSCIUTA

Parte VI. Escursione a tappe tra le lacune dell’economia politica. Neoliberisti. b) La teoria

di Ascanio Bernardeschi – la città futura

“Le idee della classe dominante sono in ogni epoca
le idee dominanti”
(Karl Marx, L’ideologia tedesca)

Sul piano analitico, l’obiezione di fondo a Keynes è che il sostegno della domanda, se può funzionare nel breve periodo (il breve periodo secondo la teoria economica corrisponde al tempo in cui non è possibile modificare il mercato del lavoro e adeguare le dotazioni dei mezzi di produzione alla domanda), è controindicato nel medio e lungo periodo in cui, potendo intervenire nel mercato del lavoro e adeguare le dotazioni di capitale, il pieno impiego dei fattori produttivi esiste per definizione. In tale contesto è pernicioso aumentare i consumi (pubblici e privati), togliendo così risorse all’investimento privato e appesantendo il debito pubblico che in prospettiva graverà sulle possibilità di sviluppo economico. Keynes, a chi contrapponeva al suo punto di vista il lungo periodo, replicava: “Nel lungo periodo saremo tutti morti”. Ma tant’è…

Più recentemente il neoliberismo si è spinto oltre, introducendo le “aspettative razionali”. In sostanza viene affermato che i capitalisti e “gli investitori” (leggasi speculatori, società finanziarie e di assicurazione, gestori di fondi di investimento e di fondi pensione ecc., insomma tutto tranne che soggetti che operano nell’economia reale) agiscono anche nel breve periodo secondo “aspettative razionali”, le quali prendono in considerazione le possibilità di fare profitti nel medio periodo. Di conseguenza, scrivono nei loro manuali, una politica di sostegno della domanda a mezzo deficit pubblico, compromettendo le possibilità di crescita nel medio e lungo periodo, scoraggia gli investimenti anche nel breve. E quindi è nociva sempre e comunque.

A proposito di “aspettative razionali”, niente è più irrazionale. I dogmi dell’economia ortodossa vengono divulgati e diventano senso comune. Se il senso comune ci dice che un dato titolo si apprezzerà, allora la massa degli speculatori scommetterà sul suo apprezzamento e quindi il mercato determinerà un aumento delle sue quotazioni in borsa, facendo sì che questa aspettativa si auto realizzi. Ma gli operatori sbaglierebbero ad agire secondo le loro intime convinzioni. Devono agire secondo quelle che ritengono siano le convinzioni del “mercato”, cioè quelle inculcate dagli economisti volgari, che indirizzano la condotta della generalità degli operatori, perché per un po’ le cose andranno proprio così, fino allo scoppio di qualche bolla. Cose analoghe avvengono nell’economia “reale”: si consigliano comportamenti e decisioni di investimento valutando le scelte di politica economica in base alla loro conformità o meno con le prescrizioni degli economisti egemoni. Vengono pertanto indotti comportamenti simili a quelli raccomandati e per un po’ le cose andranno proprio in conformità alle previsioni degli economisti ortodossi. Nell’immediato essi avranno ragione e faranno un figurone. Salvo perdere prima o poi la faccia, come è accaduto con questa crisi, che nessuno di loro aveva previsto.

Un altro valido aiuto alle politiche liberiste sono le agenzie di ”rating” che esprimono giudizi sulla bontà di un determinato titolo o del debito di un determinato stato. Dette agenzie sono in conflitto di interessi, in quanto a loro volta operano nel mercato dei titoli. Ciò nonostante il comportamento “razionale”, induce a comportarsi come si comporta la massa, e quindi gli speculatori si adeguano a questi “autorevoli” giudizi. Ma anche in questo caso l’abbaglio non dura indefinitamente: i più importanti fallimenti che hanno innescato la crisi non erano stati previsti da queste agenzie.

Per quanto riguarda il debito i neoliberisti trascurano che gran parte di quello pubblico si è formato per arginare quello privato, ben più difficile da controllare e che gli attacchi speculativi alle nazioni sono anche una conseguenza della avvenuta, deliberata, perdita degli strumenti di programmazione economica.

Altro argomento in voga è il commercio internazionale. Di fronte a un mondo che si globalizza, dobbiamo essere competitivi con i paesi in cui il costo del lavoro è più basso, e quindi occorre ridurlo, per avere un “vantaggio competitivo”, a costo di deprimere la domanda interna, che si ritiene possa essere agevolmente sostituita dalle esportazioni. E poi, spianando la strada al capitale, svendendo beni pubblici, ambiente e stato sociale, possiamo attrarre capitali. Anche in questo caso si dimentica che il gioco è a somma zero: il vantaggio di una nazione corrisponde allo svantaggio delle altre e se guardiamo all’economia-mondo nel suo insieme, le perorate politiche ci conducono al risultato di una rincorsa verso il basso delle condizioni dei lavoratori e a una diminuzione complessiva della domanda.

In contrapposizione alla rappresentazione liberista, si potrebbe dire che, ristagnando l’economia nel breve periodo al di sotto del suo potenziale, si riduce la base da cui rilanciare lo sviluppo, e quindi l’austerità è nociva sempre e comunque. Ma in realtà le cose non sono così semplici. Le politiche che sostengono la domanda fornendo servizi pubblici e aumentando il potere d’acquisto dei lavoratori e dei pensionati, aumentano tutte il costo della forza-lavoro (salario diretto, indiretto e differito) e con ciò deprimono il saggio del profitto, mentre le politiche che tendono a incrementare i profitti deprimono la domanda. La via da seguire all’interno di questa strettoia tra Scilla e Cariddi dipende dai rapporti di forza tra le classi. E l’economia ortodossa sa bene da che parte stare.

 

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