Rachel e i cingoli della democrazia

La voce di Rachel Corrie, ragazza di Olympia, capitale dello Stato di Washington, s’era levata alta contro la complicità. Era una di quelle voci giovani, coraggiose, profonde. Le voci che spesso fanno dire ai semplici e ai troppo astuti che il loro dissenso prova l’esistenza della democrazia negli Usa. Rachel ha pagato quel dissenso concludendo la sua giovane vita schiacciata da un mostro meccanico guidato da un mostro umano armato di ferocia e stupidità. Nessuno di quelli che contano ha detto che il suo omicidio feriva la democrazia. “Democrazia” è una parola magica. Ha il potere di evocare qualcosa che sa di giustizia, di civiltà, di rispetto degli umani. Non molto più di un’evocazione, purtroppo, ormai. In Palestina e altrove. La democrazia, perfino il vuoto simulacro di democrazia formale che viene agitato in questi anni, non abita di certo dalle parti di quelli che hanno mandato i mostri contro Rachel. Un omicidio odioso quanto inutile: quegli uomini non sanno, né possono immaginare che la speranza per la quale è stata spenta quella giovane vita non può essere seppellita da una ruspa

RACHEL COREY IS HELPED BY COLLEAGUES AFTER AN ISRAELI ARMY BULLDOZER BADLY INJURED HER.

di Patrizia Cecconi – comune.info

Il 16 marzo di 12 anni fa un bulldozer guidato da un soldato israeliano passò sul corpo di Rachel Corrie mentre cercava di impedire l’abbattimento di una casa palestinese nella Striscia di Gaza.

Era il 2003, Sharon governava Israele, e i Palestinesi, dopo l’ennesima provocazione, avevano lanciato la seconda Intifada, quella che l’abilità mediatica degli occupanti avrebbe utilizzato per ottenere consenso attraverso l’apologo della sicurezza.

Rachel aveva 23 anni. L’età giusta per credere ingenuamente e con grande generosità che il suo corpo avrebbe fermato un potere mostruoso come quello israeliano. Sfidò il bulldozer in nome dell’habeas corpus, ma Israele non sa ancora di che si tratti, il bullodozer la travolse e proseguì il suo lavoro con la determinazione di chi esegue gli ordini di un potere che non ha altri giudici che se stesso.

Rachel veniva da Olympia, Stati Uniti, e quindi era cittadina del più importante alleato, sostenitore e complice del potere che decretò la sua morte. La sua era una voce contro quella complicità, una di quelle voci “contro” che fanno dire ai semplici e ai troppo astuti che quel dissenso è prova della democrazia del loro paese. Che Rachel il suo dissenso l’abbia pagato con la morte, e che la sua morte non abbia trovato neanche tardiva condanna del suo assassino, per i semplici e per i troppo astuti non incrina la democrazia del suo paese, né del paese che l’ha fatta uccidere.

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“Democrazia” è una parola magica. Ha il potere di evocare qualcosa che sa di giustizia, di civiltà, di rispetto degli umani. E quando c’è il potere per farlo, resta a significarlo anche se l’operare pratico lo smentisce.

“Democrazia” ha la forza di significare, come fatto positivo tout court, che il potere appartiene al popolo, il quale esprime a maggioranza il suo consenso a chi istituzionalmente lo rappresenta, e tanto basta ad assolvere dall’accusa di autore di crimini contro l’umanità chi quei crimini li commette spalleggiato dalla maggioranza del proprio popolo. È un paradosso, ma funziona. Soprattutto funziona da assolutore del criminale invece che da accusatore critico del popolo che conferisce il potere di commettere crimini ai propri rappresentanti.

È così, per esempio, che il presidente del Paese che più di ogni altro porta la morte nel mondo viene definito espressione di democrazia e premiato a priori, sulla fiducia, con un Nobel per la pace!

E, ancora, è così che il governo del Paese più illegale del mondo tra quelli dichiarati democratici può seguitare a uccidere, distruggere case, occupare terre, violare ogni diritto umano, avere un consenso superiore all’80 per cento anche quando esegue le peggiori mattanze di civili e seguitare ad essere considerato democratico: un attributo che contraddice se stesso nel valore positivo che evoca. Un attributo che però è reale, drammaticamente, nel dato tecnico di espressione della maggioranza, quella che ne legittima i crimini!

Rachel Corrie, quindi, è stata uccisa col consenso della maggioranza del popolo israeliano che approva la demolizione delle case palestinesi e l’eliminazione di chi vi si oppone. E la sua morte ha anche avuto più o meno tacitamente il consenso della maggioranza del popolo statunitense in quanto sostenitore di Israele.

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A nulla è valso il ricorso alla cosiddetta giustizia da parte dei suoi genitori, i quali hanno visto ripetere la sua condanna a morte, in modo virtuale, dai giudici che hanno assolto gli assassini e, sostanzialmente, condannato Rachel per essersi incautamente esposta al rischio cercando di impedire l’ordinato svolgimento di un lavoro commissionato al proprio esercito dal governo del democratico Stato di Israele.

Rachel, in poche settimane nella Striscia aveva visto avanzare l’orrore e aveva affidato la sua amarezza, ma anche l’ingenua speranza che la consapevolezza e l’impegno potessero cambiare le cose, alle lettere alla famiglia e alle sue poesie. “…tu ed io ci stiamo svegliando/dalla nostra complicità sonnambula e tonta/con i maestri dell’illusione e della distruzione…” aveva scritto poco prima che la ruspa le togliesse la vita.

Ma non può essere affidato alle belle e coraggiose anime di giovani volontari/e la condanna di uno Stato che esercita la propria “democrazia” con confische di terre, bombardamenti criminali, furto d’acqua, arresti arbitrari e cingoli di bulldozer che calpestano cose e persone. Se anche Rachel non si fosse trovata davanti alla casa che tentava inutilmente di difendere e non fosse stata uccisa, il crimine di distruggere le abitazioni palestinesi resterebbe tal quale. Non lo cancella la sentenza del giudice Gershon che fa inorridire qualunque umano semplicemente, umanamente, onesto.

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Dove sono in tutto questo le democrazie occidentali? Sono occupate a fare affari con quello Stato, quale che sia il governo che lo rappresenta. E Rachel potrebbe seguitare a vergognarsi del suo Paese, mentre la società civile deve continuare a pretendere che “democrazia” non sia un termine vuoto o, peggio, utilizzato per distruggere subdolamente i valori che dovrebbe rappresentare.

In ricordo di Rachel, colpevole di essersi opposta a un crimine, in ricordo di Tom Hurndall colpevole, solo pochi giorni dopo, di essersi trovato di fronte a un fucile mentre difendeva alcuni bambini; in ricordo e in onore di tutte e tutti gli uccisi per essersi opposti alla “democratica” tracotanza israeliana, ci uniamo al popolo palestinese per chiedere ai nostri governi la fine di ogni complicità che ci vede ufficialmente sostenitori, sebbene contro la nostra volontà, dei crimini israeliani.

 

Patrizia Cecconi, studiosa di psicologia sociale e presidente dell’associazione Oltre il mare, onlus. Ha scritto diversi libri: Lessico deviante e Vagando di erba in erba. Racconto di una vacanza in Palestina,  Città del sole edizioni; Belle e selvatiche. Elogio delle erbacce Chimienti editore. Tra le molte altre cose, cura un blog dedicato alla vita delle piante in Palestina, la terra che le scorre nelle vene, dove pubblica i testi che ha scelto di inviare a Comune-info e all’agenzia di stampa Nena News, diretta da Michele Giorgio, storico corrispondente del manifesto, la fonte italiana più autorevole e attenta alle notizie mediorientali.
L’adesione di Patrizia Cecconi alla campagna Ribellarsi facendo
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