Vandana Shiva e la lotta per la sovranità alimentare, dal libro di Luca Cangemi “L’elefante e la metropoli”

 

 

 

 

 

tratto da http://circolocittafutura.blogspot.it

Madre Terra e il Signor Capitale

Una riuscitissima commedia, Phas Gaye Re Obama (Sono in trappola, Obama), affronta il tema della recessione, mettendo allo specchio l’immaginario della polverosa India rurale e quello del luccicante occidente della diaspora indiana, e costruendo un’ironica metafora di come un processo di eventi a catena abbia causato la crisi economica planetaria. Nel film, sia per il bandito che per l’affarista va in pezzi il sogno di una vita da ricco capitalista nell’opulento “primo mondo”, “il mondo stregato, deformato e capovolto in cui si aggirano i fantasmi di Monsieur le Capital e Madame la Terre, come caratteri sociali e insieme direttamente come pure e semplici cose…” (K. Marx, Il Capitale).

L’idea stessa di “mondo” è andato in pezzi; si è imposta una nuova “mappatura” del pianeta – disegnata dalla Banca Mondiale, dal WTO e dalle altre agenzie internazionali che governano i processi di globalizzazione capitalistica – che rende visibile la qualità “irriducibilmente astratta” della geografia, i cui confini non sono né nazionali né naturali: “sono i confini dell’investimento, in costante mutazione perché le dinamiche del capitale internazionale si muovono in fretta. Una delle non trascurabili forze motrici nella delineazione di queste mappe è l’appropriazione degli ecosistemi del Quarto Mondo in nome dello Sviluppo” (G. C. Spivak, Critica della ragione postcoloniale).

Un’appropriazione che ha assunto nel tempo forme diverse, funzionali agli interessi mutevoli del capitalismo, e che oggi ri/assume, adattandole alla contemporaneità, le forme dell’indirect rule del dominio imperiale: la proprietà intellettuale dei brevetti vale ben più della proprietà materiale dei campi, e mantenerla non ha costi né rischi. Si è strutturata, così, una nuova “colonizzazione”, fondata sulla diffusione delle sementi prodotte in laboratorio, sul passaggio dalle produzioni agricole diversificate, destinate al nutrimento delle comunità locali, a quelle per il mercato globale, sulla soppressione della biodiversità e sulla nuova imposizione di monocolture intensive che riportano alla memoria le piantagioni dell’epoca del Raj britannico. “L’elettronificazione della biodiversità è l’ultimo trucco del neocolonialismo”, nota la studiosa indiana Gayatri C. Spivak: dalla cosiddetta “rivoluzione verde”, con la pervasiva propaganda di un’agrochimica capace di accrescre le risorse alimentari e che invece ha impoverito e avvelenato i terreni, fino alla massiccia diffusione degli organismi geneticamente modificati, la narrazione dell’élite globale, con le sue pretese di scientifica neutralità, si è imposta con conseguenze drammatiche.

“Il seme, la fonte della vita, l’incarnazione della nostra diversità biologica e culturale, […] la proprietà comune del passato, delle generazioni passate, presenti e future delle comunità agricole che sono state le produttrici di semi, oggi è stata derubata ai contadini” (V. Shiva, Semi del suicidio). Ancora una volta i “subalterni” sono lasciati fuori da una narrazione che cerca di escludere lo spazio autonomo della politica del popolo: centinaia di migliaia di coltivatori si sono ritrovati asserviti alle multinazionali, costretti ad indebitarsi per ricomprare ogni anno sementi sterili, che non possono rigermogliare, “molti tra coloro che non sono più riusciti a sfamare in un modo onesto la propria famiglia si sono tolti la vita, in tanti ingerendo del monocrotophos, la sostanza pesticida fornita agli agricoltori gratuitamente dal governo”.

Nel villaggio di Champaner il raccolto è minacciato dalla siccità, i contadini vedono svanire le proprie possibilità di sussistenza e la disperazione aumenta perché non avranno risorse per pagare… oggi per pagare le sementi alla Monsanto, come ieri per versare la tassa Lagaan agli inglesi: il dominio coloniale sembra riproporre le stesse dinamiche. Oltre un secolo fa, nella grandiosa messa in scena del kolossal Lagaan, ai contadini di Champaner veniva imposto il raddoppio della tassa, facendo ricadere sulla popolazione la punizione per il rifiuto del Rajah locale di mangiare carne con il capitano inglese. Nel film, la ribellione dei contadini è simboleggiata dall’appropriazione del gioco inglese per eccellenza, il cricket: i “subalterni” sfidano gli oppressori, sovvertendo le loro regole e le loro imposizioni, in una lunghissima partita, che diviene “non solo metafora, ma descrizione di un processo storico, incisiva sintesi in technicolor della lotta per l’indipendenza. […] Gowariker va oltre: nel momento in cui visualizza la delimitazione dell’improvvisato campo da cricket, trasforma il luogo in uno spazio pubblico, dove il soggetto coloniale diventa attore sociale, artefice della propria storia” (A. Nadotti, Fuori canone)

Ma come battere, oggi, a cricket, ovvero sul suo terreno di gioco, la Monsanto? Questa è la sfida di Navdanya, l’organizzazione per la sovranità alimentare promossa dall’ecoscienziata Vandana Shiva, che raccoglie numerose esperienze di ricerca agricola e di lotta contadina cresciute negli ultimi venti anni, e che si è impegnata contro l’accordo tra la Monsanto e il governo del Rajastan, che consegnava alla multinazionale la brevettabilità di millenni di selezione dei semi realizzata dai contadini, ancora una volta espropriati del loro sapere e del loro spazio politico.

Alcuni mesi fa, l’accordo tra la multinazionale e il governo locale è stato finalmente revocato: è stato vinto un primo “innings” a favore della conservazione della biodiversità e di un’agricoltura sostenibile, come spazio pubblico in cui il soggetto contadino è attore sociale ed artefice della propria storia, una storia di conoscenze e di culture, in cui lo scambio si basa sulla cooperazione e sulla reciprocità…

(da L’elefante e la metropoli)

Ma la partita continua, e le giornate internazionali di mobilitazione per la libertà dei semi promosse dall’organizzazione di Vandana Shiva dal 2 al 16 ottobre 2012 saranno un momento fondamentale per difendere la sovranità alimentare dalle strategie di dominio delle multinazionali, dei poteri forti della finanza e dei governi globali.

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