Chiamata diretta dei presidi ad obiettare

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di Rosaria Gasparro* comune.info

Qualcuno mugugna, in sordina. Non è convinto dell’evoluzione del proprio ruolo, quello che la buona scuola gli vuole affibbiare. Sa che la strada è una dichiarazione di guerra. Qualche preside (leggi anche Nasce il preside-manager) che conosce la complessità e la specificità della scuola e che non è disposto, per dei poteri ridicoli che come boomerang gli si ritorceranno contro, a distruggere quelle comunità già ferite di cui fa parte.

I presidi – una minoranza ma ci devono pur essere – che non si sono mai sentiti dirigenti né tanto meno manager, ma che hanno continuato a presidiare la scuola come ultimo avamposto di civiltà, il nostro fortino minacciato dalle scorrerie del potere e dalla degradazione aziendalistica. Quelli consapevoli di non essere stati eletti da nessuno e che perciò non possono essere sindaci ma essere percepiti tuttalpiù come potestà di un fascismo strisciante e ridanciano, dei selfie e delleslide, quello dei quarantenni spregiudicati e cinici, i compulsivi delle riforme per una dittatura della maggioranza, la loro. Per questo storcono il naso.

I Collegi sono diventati luoghi silenziosi ed esautorati dove tutto arriva già pronto, istruito dal Dirigente e dal suo staff (che esiste già con altri nomi), dove la discussione, le criticità e il dissenso vengono vissuti come minacce, se non come atti sovversivi. Dove le decisioni appaiono ineludibili, una semplice ratificazione di ciò che ci viene chiesto dall’alto. Un luogo dove il dubbio, il confronto, le argomentazioni sono considerate pratiche superate che fanno perdere tempo.

La chiamata diretta nel bel paese della corruzione familistica – con il codazzo fiduciario che si verrà a creare e l’ipoteca sulla libertà d’insegnamento – e il merito al cinque per cento dei docenti, da individuare insieme al consiglio d’istituto (quindi con genitori e studenti che terranno in ostaggio gli insegnanti e ne favoriranno la captatio benevolentiae e il doppio servilismo), sono esplosivi piazzati alle fondamenta di ogni comunità scolastica. Il restante 95 per cento sarà diversamente ostile. E la solitudine di ognuno più pesante a partire dall’allenatore, come è stato definito il dirigente scolastico nella miseria del linguaggio renziano. Solo che la squadra sarà pur unica ma ognuno farà il suo gioco, quello che è in grado di fare come onestà o come tornaconto. Di fatto con la buona scuola verrà assicurato a tutti un alto livello di conflittualità e di competizione permanente che pregiudicherà la qualità degli apprendimenti, a partire da che tipo di persona decidiamo di essere. Non a caso nella riforma la pedagogia è la grande assente.

Ho conosciuto nella mia lunga esperienza scolastica direttori e presidi, diventati poi dirigenti, di ogni tipo: gli autoritari e i prevaricatori, i manipolatori e i narcisi, gli sfruttatori e i corruttori di comunità, quelli dei pettegolezzi e dei sospetti, delle ipocrisie e dei favoritismi, i dividi et impera e i finti democratici incapaci di sostenere un contraddittorio, i burocrati grigi e senza alcuna passione e quelli del rimpiattino delle responsabilità. Tutti circondati dagli adulatori di turno.
Ho conosciuto anche dirigenti di valore, pochi in verità, capaci di riconoscere i propri errori e di chiedere scusa, i primi ad entrare a scuola e gli ultimi ad uscire, organizzatori e mediatori di un quotidiano educativo e amministrativo sano e trasparente, il più possibile inclusivo e partecipativo.

I dirigenti consapevoli e responsabili sanno quanto è pericolosa una premialità che mette gli uni contro gli altri, che li espone alla diffidenza e a un contenzioso senza fine. Sanno che non basta l’investitura dall’alto per avere una riconoscibilità in termini di autorevolezza, perché il vero riconoscimento viene dal basso, da ciò che è considerato sottoposto. È da qui che viene un potere buono, come sostanza di un infinito servile messo a disposizione della comunità. Quello che Rollo Maydefinisce “il potere innocente”, il potere con gli altri, il riconoscimento del valore di ognuno, un potere non violento, della cooperazione. Un potere orizzontale che non crea inferni nelle relazioni.

Per tutto questo i presidi per primi dovrebbero dire di no.

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