Breve Introduzione Teorico­Politica su MARXISMO SOCIALISMO COMUNISMO

Abbiamo ricevuto un contributo dei compagni Di Schiena e Pascale una dispensa di “formazione” per i giovani comunisti. Si tratta di un lavoro su marxismo, Lenin e Gramsci e ci è stato chiesto la disponibilità a pubblicarlo.

La redazione 

 http://www.ilsaperfare.it/

Si deve avere tempra per essere giovani comunisti. Si deve avere carattere per essere giovani comunisti. Si deve avere vocazione per essere giovani comunisti. Si deve saper compiere. Se si è studenti si dev’essere assolutamente buoni studenti; se si è lavoratori di una fabbrica, si dev’essere lavoratori modello della fabbrica; si dev’essere esempio di buon compagno, essere esempio di sacrificio, essere esempio di volontà. Si dev’essere primi in tutto: nel lavoro, nello studio, nello sport, nella vita di relazione con gli altri compagni. Il giovane orgoglioso non può essere un giovane comunista.  Il giovane comunista dev’essere prima di tutto un compagno modesto, perché la modestia è una delle prime virtù del rivoluzionario.  Chi si crede superiore agli altri o tratta gli altri con spirito di superiorità, non può essere un giovane comunista.  Chi

si vanta delle sue presunte virtù con un altro, non può essere un giovane comunista.  Chi nega a un altro il suo appoggio di compagno, il suo aiuto, chi nega agli altri il braccio generoso per aiutare, chi vuole colpire un giovane, schiacciarlo, invece di aiutarlo, non può essere un giovane comunista.”

(Fidel Castro)

 

“Il compito della Gioventù Comunista consiste nell’indirizzare la propria attività in modo che, studiando, organizzandosi, raggruppandosi, lottando, questa gioventù educhi se stessa e tutti coloro che vedono in essa una guida così da formare dei comunisti.”

(Vladimir Lenin)

Non c’è futuro senza formazione politica

 

La crisi attuale della sinistra nasce anche dalla mancanza di formazione

 

Nella società in cui viviamo i giovani sono spesso disinteressati alla politica e molti di quelli che si avvicinano ad un partito lo fanno superficialmente, per una vaga comunanza di ideali e senza approfondire l’analisi concreta della società.

 

Non è raro incontrare persone che si avvicinano ad un partito perché ne condividono alcune proposte politiche, salvo dopo qualche anno (a volte qualche mese) restituire o non rinnovare la tessera. In alcuni casi chi è stato iscritto ad un partito comunista si ricicla in partiti genericamente di sinistra, quando non addirittura in movimenti che non si definiscono neppure vagamente sinistra e che predicano la fine della storia e la fine delle ideologie. Questi personaggi dimostrano di non essere comunisti, e forse di non esserlo mai stati…

 

La colpa di questa situazione non è solo di questi personaggi opportunisti, ma ricade pesantemente sul partito che evidentemente non è stato in grado di formare il nuovo iscritto rendendolo un militante consapevole. Oggi i partiti si sono trasformati di fatto in “federazioni di correnti” in cui il singolo iscritto si limita ad appoggiare una fazione interna piuttosto che un’altra. Spesso i militanti sono impreparati e a volte non riescono neanche a sostenere un contraddittorio politico. I militanti di oggi sono i dirigenti di domani: se la base militante è poco competente da quella base verranno fuori dei dirigenti poco competenti.

 

La necessità assoluta di studiare il marxismo per la rivoluzione

 

La mancata conoscenza del marxismo e dei suoi sviluppi porta alcuni compagni a dar credito a teorie lontane dal comunismo. Si fa confusione con movimenti che hanno obiettivi di fase simili a quelli dei comunisti, ma con radici nettamente diverse. È importantissimo quindi un lavoro di sistematica formazione dei compagni che si iscrivono e militano in un partito comunista, in modo da fornire loro una cassetta degli attrezzi, un metodo scientifico tramite il quale interpretare il mondo e quindi trasformarlo in senso socialista. Questo breve saggio non ha pretese di esaustività sugli argomenti proposti, ma intende semplicemente rappresentare un’introduzione molto generica alla concezione comunista della storia del mondo, che parte dalla messa in discussione radicale della società capitalista, sviluppata in maniera per la prima volta scientifica oltre 150 anni da Karl Marx e Friedrich Engels e perfezionatasi nel corso del tempo attraverso l’operato teorico e pratico di pensatori fondamentali come Lenin, Gramsci, Mao e tanti altri.

 

Solo studiando è possibile dotarsi degli strumenti necessari per essere in grado di affrontare le sfide politiche e teoriche del XXI° secolo, quello in cui si approfondiscono e si evidenziano le contraddizioni del capitalismo. È necessario per i comunisti acquisire la capacità di compiere un’analisi critica del presente e quindi di formulare una proposta di alternativa che abbia una concreta possibilità di diventare egemone. Le classi dominanti si adoperano per indebolire l’ideologia comunista: “sterilizzando” il pensiero di Marx, Gramsci, Che Guevara e altri, si cerca di dipingerli come innocui uomini inseguitori di un’utopia. A tal riguardo è utile ricordare cosa scriveva Lenin un secolo fa:

 

Capita oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso capitato nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi del movimento di liberazione delle classi oppresse. Le classi dominanti hanno sempre perseguitato, in vita i grandi rivoluzionari, la loro dottrina è sempre stata oggetto dell’odio più selvaggio e delle più furibonde campagne di menzogne e di diffamazione. Ma, dopo morti si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per cosi dire, di cingere di un’aureola di gloria il loro nome, a consolazione, mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota la sostanza del loro insegnamento rivoluzionario, se ne smussa la punta rivoluzionaria, lo si avvilisce. A questo «trattamento» del marxismo collaborano ora la borghesia e gli opportunisti del movimento operaio. Si dimentica, si attenua, si snatura il lato rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in primo piano e si esalta ciò che è, o sembra, accettabile per la borghesia.”

 

Noi comunisti abbiamo il compito di diffondere la verità, difendendo il marxismo e il leninismo da ogni contraffazione, perché senza una teoria rivoluzionaria non può esistere un movimento rivoluzionario. Mao Tse-Tung, uno che la rivoluzione in Cina l’ha fatta, l’ha detto con parole chiarissime: “Se si vuol fare la rivoluzione ci deve essere un partito rivoluzionario. Senza un partito rivoluzionario, senza un partito che si basi sulla teoria rivoluzionaria marxista-leninista e sullo stile rivoluzionario marxista-leninista, è impossibile guidare la classe operaia e le larghe masse popolari a sconfiggere l’imperialismo e i suoi lacché.”

 

Ricordando altresì la distinzione fondamentale tra l’essere ribelli e l’essere rivoluzionari:

 

“Se un uomo, che non ha cultura dentro di sé, si ribella, non diventerà mai un rivoluzionario. Rimarrà sempre un ribelle. Solo chi ha cultura sa dove vuole arrivare e sa che cosa significa rivoluzione. Un uomo che rimane nello stato di ribelle è come un sacco vuoto. Quando durante la rivoluzione soffia il vento egli si gonfia e appare rivoluzionario. Ma quando piove, e piove spesso sulla rivoluzione, quel sacco vuoto si bagna, l’avrai tra i piedi e cadrai. Non potreste mai fare la rivoluzione senza rivoluzionari. Ma attenzione ai ribelli! Ti fanno inciampare e sono i primi a distruggerla!”

 

La cultura quindi come arma decisiva ma non auto-sufficiente, tanto da far affermare provocatoriamente a Engels che “un’oncia di azione vale quanto una tonnellata di teoria”. Cercheremo di sviluppare meglio successivamente il concetto del legame dialettico inscindibile tra teoria e pratica. Per ora però occorre insistere nella nobilitazione dello studio e della formazione teorica, troppo a lungo trascurati dai comunisti italiani, a discapito di un’azione spesso cieca e priva di sbocchi concreti. Se Ernesto Guevara ricordava che “l’ignoranza è il perno del capitalismo”, lo stesso Engels sanciva che “se uno non studia sistematicamente, non arriverà mai a nessun risultato!

 

Marx, con la sua proverbiale prosa, pone così la questione:

 

“Pensare con rigore logico ed esprimere chiaramente i pensieri: ciò impone di studiare. Studiare, studiare! Mentre altri architettano piani per sovvertire il mondo e giorno dopo giorno, sera dopo sera s’inebriano con l’oppio del “domani è la volta buona!”, noi “demonî”, “banditi”, “feccia dell’umanità” cerchiamo di approfondire la nostra preparazione e di approntare armi e munizioni per le lotte future. La politica è studio. I libri sono strumenti di lavoro e non oggetti di lusso. Sono i miei schiavi e devono ubbidire alla mia volontà. La scienza non deve essere uno svago egoistico: coloro che hanno la fortuna di potersi dedicare a studi scientifici devono anche essere i primi a mettere le loro cognizioni al servizio dell’umanità: “Lavorare per il mondo”.”

 

È fin troppo noto infine il motto gramsciano:

 

“Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il vostro entusiasmo.

 

Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra forza.

 

Studiate, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza.”

 

Se occorre quindi studiare, è fondamentale farlo nella maniera giusta, partendo da una delle grandi conquiste metodologiche raggiunte da Marx ed Engels: il materialismo dialettico. Prima però di introdurre questa complessa tematica occorre ricordare come in campo filosofico esista una bipartizione netta tra teorie idealiste e teorie materialiste. Ugualmente a livello politico, se ci si vuole opporre al capitalismo, ci si può solo ingegnare elaborando un’adeguata teoria rivoluzionaria, motivo per cui si deve inevitabilmente optare per approfondire l’ideologia socialista. Chiunque proponga una “terza via” è un illusionista, un bugiardo o un ingenuo. A tal riguardo Lenin è stato piuttosto chiaro:

 

Dal momento che non si può parlare di una ideologia indipendente, elaborata dalle stesse masse operaie nel corso del loro movimento, la questione si può porre solamente così: o ideologia borghese o ideologia socialista. Non c’è via di mezzo (poiché l’umanità non ha creato una «terza» ideologia e, d’altronde, in una società dilaniata dagli antagonismi di classe, non potrebbe mai esistere una ideologia al di fuori o al di sopra delle classi). Perciò ogni diminuzione dell’ideologia socialista, ogni allontanamento da essa implica necessariamente un rafforzamento dell’ideologia borghese.”

 

Prima però di addentrarci in questi concetti occorre fare un passo indietro e ragionare su ciò che incarna l’idea socialista fin dai suoi albori.

 

Come nasce e che cos’è il Socialismo

 

Un’introduzione al concetto di Socialismo

 

“Il socialismo moderno, considerato nel suo contenuto, è anzitutto il risultato della visione, da una parte, degli antagonismi di classe, dominanti nella società moderna, tra possidenti e non possidenti, salariati e capitalisti; dall’altra, della anarchia dominante nella produzione. Considerato invece nella sua forma teorica, esso appare all’inizio come una continuazione più radicale, che vuol essere più conseguente, dei principi sostenuti dai grandi illuministi francesi del XVIII° secolo. Come ogni nuova teoria, esso ha dovuto anzitutto ricollegarsi al materiale ideologico preesistente, per quanto avesse la sua radice nella realtà economica.”

 

(Friedrich Engels, da “L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza”)

 

Il socialismo è un ampio complesso di ideologie, orientamenti politici, movimenti e dottrine che tendono a una trasformazione della società in direzione dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani sul piano economico e sociale, oltre che giuridico, garantendo così a tutti una reale libertà personale. Si può definire come un’economia che rispecchia il significato di “sociale”, che pensa cioè a tutta la popolazione. Originariamente tutte le dottrine e movimenti di matrice socialista miravano a realizzare degli obiettivi attraverso il superamento delle classi sociali e la soppressione, totale o parziale, della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio.

 

Fino al 1848, i termini socialismo e comunismo erano considerati intercambiabili. In quell’anno, nel Manifesto del Partito Comunista, Marx ed Engels distinguono tra socialismo reazionario, socialismo conservatore borghese e socialismo/comunismo critico-utopistici: “Gli inventori di questi sistemi ravvisano bensì il contrasto tra le classi e l’azione degli elementi dissolventi nella stessa società dominante, ma non scorgono dalla parte del proletariato nessuna funzione storica autonoma, nessun movimento politico che gli sia proprio… Al posto dell’azione sociale deve subentrare la loro azione inventiva personale; al posto delle condizioni storiche dell’emancipazione, condizioni fantastiche; al posto del graduale organizzarsi del proletariato come classe, una organizzazione della società escogitata di sana pianta. La storia universale dell’avvenire si risolve per essi nella propaganda e nell’esecuzione pratica dei loro piani sociali.”

 

La matrice intellettuale del socialismo è l’illuminismo: la ragione forniva la base secondo cui tutte le forme sociali e politiche fino ad allora esistite (basate su ingiustizie, privilegi, oppressioni e superstizioni) dovevano essere respinte e soppiantate dalla giustizia, dall’uguaglianza sociale e dai diritti inalienabili dell’uomo. L’illuminista Rousseau elaborò la tesi secondo cui la proprietà privata è fonte di ogni disuguaglianza sociale. L’egualitarismo di Rousseau influenzò la sinistra giacobina e l’agitatore politico francese Babeuf, che ispirò sul finire del XVIII° secolo nella Francia di epoca rivoluzionaria (termidoriana) la cospirazione della congiura degli Eguali (con lo scopo di abolire la proprietà privata).

 

Possiamo parlare di socialismo vero e proprio riferendoci ai movimenti politici che lottano per migliorare la vita delle classi meno abbienti. Il socialismo prevede la socializzazione delle attività economiche e dei mezzi di produzione e il suo criterio di gestione delle risorse non è quello rivolto al profitto individuale, ma alla ricerca del bene comune collettivo. Sul piano internazionale il socialismo è favorevole all’autodeterminazione dei popoli (anche se durante la prima guerra mondiale molti socialisti abbandonando pacifismo ed internazionalismo appoggiarono le guerre dei loro paesi, il che contribuì ad allargare le divergenze con i comunisti).

 

Marx ed Engels contribuirono ad elaborare una teoria del socialismo scientifico (chiamato anche comunismo, fondato su basi logiche, storiche, sociali ed economiche rigorose, certe e verificate) che superasse i limiti del socialismo utopistico (definito così perché non basato su dati scientifici, ma su aspirazioni ideali) di Saint-Simon, Fourier, Owen e Blanqui. Da allora per socialismo si intende la prima fase della rivoluzione che prevede la proprietà collettiva dei mezzi di produzione sotto la dittatura del proletariato, mentre per comunismo si intende la seconda fase della rivoluzione in cui si approda ad una società senza classi e senza Stato.

 

Parallelamente, dal pensiero di Proudhon, si sviluppò l’anarchismo, di analoga matrice socialista. Socialisti e anarchici condivisero l’esperienza dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (Prima Internazionale). Dopo il fallimento di questa collaborazione i socialisti fondaronola Seconda Internazionale, mentre in seguito per iniziativa di Lenin fu fondatala Terza Internazionale(Internazionale Comunista – Comintern) in cui l’ala rivoluzionaria del socialismo si costituì in diversi partiti comunisti mentre l’ala riformista rimase inserita nei sistemi democratico – borghesi dei diversi paesi, si allontanò dal marxismo per tornare all’utopismo socialista, dando vita alla socialdemocrazia.

 

Contro il capitalismo: dal socialismo scientifico di Marx ed Engels ai socialismi reali

 

Il Socialismo scientifico di Marx ed Engels

 

Il termine comunismo è sinonimo di “socialismo scientifico”, che va a contrapporsi a quello utopistico che era in voga prima di Marx. Il socialismo utopistico era fondato su uno sterile idealismo sulla base del quale si chiedeva giustizia, uguaglianza sociale, diritti: ci si illudeva di poter cambiare il mondo limitandosi alla critica dell’esistente, senza indicare una prassi rivoluzionaria e quindi autocondannandosi a rimanere un ideale astratto.

 

Il lavoro di Marx ed Engels inizia dall’individuazione di una solida base scientifica tramite la quale sviluppare concretamente le idee socialiste. Il pensiero filosofico di Marx ed Engels nasce dalla sinistra hegeliana che si basa sul metodo dialettico. La dialettica è nota anche come “logica del movimento”: si tratta infatti di un metodo scientifico di interpretazione del mondo in cui viviamo, un mondo che non è un complesso di cose compiute ed eterne, bensì un complesso di processi in cui tutto è in perpetua evoluzione. La dialettica studia quindi le leggi del movimento e le forme che esso adotta. Ogni movimento è sempre causato: la causalità è una categoria fondamentale della dialettica, come di ogni scienza. La causa ultima di ogni cambiamento sono le contraddizioni interne all’oggetto che cambia. La dialettica viene infatti chiamata anche “scienza delle contraddizioni”. L’analisi scientifica di ogni fenomeno deve mirare ad individuare quali siano gli elementi costitutivi contradditori e quale sia la dinamica scatenata da queste contraddizioni.

 

Hegel, il fondatore della moderna dialettica, era un idealista: pensava cioè che fossero le idee (politiche, religiose, ecc) a muovere il mondo. Marx ed Engels criticarono l’approccio idealistico adottandone invece uno materialistico, secondo cui sono le azioni dell’uomo che muovono il mondo. In generale il materialismo spiega la coscienza con l’essere (e non viceversa, come accade nell’idealismo); applicando il metodo materialista alla vita sociale dell’umanità, esso esige che si spieghi la coscienza sociale con l’essere sociale. I due filosofi analizzano quindila Storiadel mondo attraverso la lente della dialettica materialista, focalizzando l’attenzione sull’organizzazione sociale degli uomini. Osservano quindi che la prima condizione di cui necessitano gli uomini per farela Storiaè il potersi riprodurre (da un punto di vista materiale) soddisfacendo i propri bisogni vitali (nutrirsi, vestirsi, abitare, ecc).

 

Questi bisogni non vengono soddisfatti individualmente, ma socialmente: gli uomini entrano in relazione tra loro attraverso la divisione del lavoro. Ogni tipo di organizzazione sociale è caratterizzata da un certo modo di produzione determinato dai rapporti di produzione che si stabiliscono tra gli uomini. Un modo di produzione è determinato da un particolare sviluppo delle forze produttive ed è il risultato di determinate conoscenze scientifiche e tecnologiche. Il modo di produzione muta storicamente: la causa di questa evoluzione è lo sviluppo delle contraddizioni interne ai meccanismi di funzionamento del modo di produzione stesso. La produzione è quindi la base reale della storia umana, infatti i progressi della civiltà sono determinati dall’aumento di produttività del lavoro. Il capitalismo non è insomma un ordine socio-economico “naturale” ma una costruzione umana figlia dello sviluppo economico-tecnologico, e come tale può essere superata verso ordini più avanzati.

 

Nella società capitalistica la manifattura sostituisce le corporazioni artigianali, con la rivoluzione industriale si sviluppano il capitale, il lavoro salariato, la proprietà mobiliare e immobiliare, la grande industria, il commercio e la finanza. Vengono promossi individualismo e concorrenza. Per Marx ed Engels la società comunista dev’essere caratterizzata dall’abolizione delle classi e dalla proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Nei diversi modelli di società, i rapporti di produzione non sono stabiliti tra individui, ma tra classi sociali che si formano in base alla posizione occupata nella divisione del lavoro. È possibile individuare due macroclassi con interessi contrapposti (e in lotta tra loro): una dominante e l’altra subordinata. Secondo la concezione materialistica presente in sintesi fin dal Manifesto del Partito Comunista, “la storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. […] oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta”: nella società antica tra proprietari e schiavi, nel Medioevo tra feudatari e servi della gleba, nel capitalismo tra borghesi e proletari, in generale tra oppressori e oppressi. Tutta l’evoluzione dell’umanità è quindi governata dalle lotte di classe scaturite dalle contraddizioni tra il livello raggiunto in certe epoche dallo sviluppo delle forze produttive (cioè il grado di dominio dell’uomo sulla natura, attraverso lo sviluppo della tecnologia) e i rapporti di produzione (organizzazione sociale).

 

“La nostra epoca, l’epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L’intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra: borghesia e proletariato.”

 

Cosa sono la borghesia e il proletariato

 

La borghesia è la classe dei grandi capitalisti: una piccola élite che ha il possesso di tutti i mezzi di sussistenza, nonché delle materie prime e degli strumenti (macchine, fabbriche, ecc.) necessari per la produzione dei mezzi di sussistenza. Per la borghesia lo scopo della produzione è il profitto (l’accumulazione di un capitale sempre maggiore) e nel capitalismo la ricchezza della borghesia deriva dallo sfruttamento del proletariato.

 

Il proletariato è la classe sociale che rappresenta la maggioranza del popolo, proprietario solo della propria forza-lavoro. Chi appartiene a questa classe trae sostentamento solo dalla vendita della propria forza-lavoro (che è costretto a vendere in cambio del salario necessario per sopravvivere); l’intera esistenza dei proletari dipende dalla domanda di lavoro (si alternano periodi d’affari buoni e cattivi). Il proletariato è nato in seguito alla rivoluzione industriale, provocata dall’invenzione di macchine molto costose che potevano essere acquistate solo da grandi capitalisti, che presero possesso dell’industria. Compare il fenomeno della divisione del lavoro per cui se prima l’operaio faceva un intero pezzo di lavoro, ora ne fa solo una parte in modo da velocizzare la produzione e diminuire i costi. L’attività dell’operaio quindi si riduce ad un semplice movimento meccanico che può essere svolto meglio da una macchina. Oggi il concetto di proletariato può sembrare anacronistico in considerazione della terziarizzazione delle economie caratteristico dei paesi più sviluppati. In realtà i precari, i disoccupati, i commessi, le partite IVA, i lavoratori dipendenti, in una certa misura perfino i piccoli commercianti e i piccoli proprietari rientrano benissimo nella definizione di quella classe della società che “trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal profitto di un capitale qualsiasi.”

 

La forza-lavoro è una merce come tutte le altre e il suo prezzo è determinato secondo le stesse leggi delle altre merci. Sotto il dominio della grande industria e della libera concorrenza il prezzo è uguale ai costi di produzione; il costo di produzione della forza-lavoro consiste nella quantità di mezzi di sussistenza per impedire l’estinzione della classe operaia: questo vuol dire che l’operaio non riceverà più del minimo necessario.

 

A differenza dello schiavo (venduto una volta per sempre) oppure del servo della gleba (che ha il possesso di uno strumento di produzione e di un appezzamento di terra), il proletario non ha l’esistenza assicurata e si trova nel mezzo della concorrenza. Il proletario perciò si può emancipare solo eliminando la concorrenza, abolendo la proprietà privata e tutte le differenze di classe.

 

La grande industria ha collegato tutti i popoli del mondo con un mercato globale; la borghesia è diventata la classe dominante, annientando l’aristocrazia e i privilegi nobiliari e dando luogo alla libera concorrenza in cui (in teoria) tutti possono esercitare l’attività industriale (con l’unico impedimento della mancanza di capitale). La libera concorrenza è la pubblica dichiarazione che da quel momento in poi i membri della società sono ineguali fra loro nella misura in cui sono ineguali i loro capitali e che il capitale, essendo diventato potenza decisiva, porta i borghesi a diventare la prima classe nella società.

 

La grande industria aumenta la produzione fino a più del necessario, il che provoca una crisi commerciale a cui segue uno stop nella produzione, fallimento delle fabbriche e disoccupazione degli operai. Quando vengono venduti i prodotti eccedenti, riparte il lavoro fino alla successiva crisi. Da queste crisi commerciali cicliche consegue che la grande industria è cresciuta troppo per la libera concorrenza e che finché sarà gestita sulla base attuale può reggersi soltanto cadendo periodicamente nelle crisi che mettono in pericolo l’intera civiltà, precipitando nella miseria i proletari e mandando in rovina i borghesi; dunque o bisogna rinunciare alla grande industria (il che sarebbe impossibile o reazionario) o essa rende necessaria un’organizzazione del tutto nuova della società in cui la produzione non sia più guidata da fabbricanti in concorrenza, ma da tutta la società secondo un piano determinato e secondo i bisogni di tutti.

 

L’illimitata espansione della produzione, permessa dalla grande industria, è nel sistema capitalistico la causa di crisi e miseria, ma in una diversa organizzazione della società può diventare condizione per produrre tanto da porre ogni membro della società in grado di sviluppare e impiegare le sue forze e le sue attitudini in perfetta libertà. In pratica i mali sono intrinseci al capitalismo e si possono eliminare mediante un nuovo ordinamento della società (quella comunista).

 

Che cos’è il Comunismo

 

In base a questa analisi, gli autori definiscono il comunismo come la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato. È quindi un movimento rivoluzionario che tende all’abolizione della proprietà privata e all’abbattimento dei governi borghesi. Solo il proletariato può e deve essere l’artefice del superamento del modo di produzione capitalista. I comunisti sono quindi l’avanguardia del proletariato che lotta per l’abolizione e il superamento della proprietà privata dei mezzi di produzione, togliendo alla borghesia il potere di sfruttare il proletariato. Per dirla con le parole di Engels:

 

“Il comunismo è la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato […], quella classe della società, che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal profitto di un capitale qualsiasi.”

 

Il comunismo non si propone pertanto di tendere all’uguaglianza totale di tutti gli individui, ma si pone altresì come filosofia della libertà, per la quale la condizione di uguaglianza di partenza è indispensabile. Il socialista Sandro Pertini sintetizzò così la questione:

 

“La libertà senza giustizia sociale può essere anche una conquista vana. Si può considerare veramente libero un uomo che ha fame, che è nella miseria, che non ha un lavoro, che è umiliato perché non sa come mantenere i suoi figli e educarli? Questo non è un uomo libero.”

 

Ecco perché, come dice Marx, “Il comunismo non toglie a nessuno potere d’appropriarsi la sua parte dei prodotti sociali, esso non toglie che il potere di assoggettare con l’aiuto di quest’appropriazione, il lavoro degli altri.”

 

Il senso della rivendicazione “abolizione della proprietà privata” sta tutto in queste parole:

 

“Noi non vogliamo affatto abolire l’appropriazione personale dei prodotti del lavoro per la riproduzione della esistenza immediata, appropriazione che non lascia alcun residuo di profitto netto tale da poter conferire potere sul lavoro altrui. Vogliamo eliminare soltanto il carattere miserabile di questa appropriazione, nella quale l’operaio vive solo allo scopo di accrescere il capitale, e vive solo quel tanto che esige l’interesse della classe dominante.”

 

I numeri della violenza capitalistica

 

Nel gennaio2013 l’Oxfam (Oxford Commitee for Famine Relief, confederazione di 17 organizzazioni non governative che lavorano con 3.000 partner in più di 100 Paesi per trovare la soluzione definitiva alla povertà e all’ingiustizia) ha pubblicato uno studio in cui afferma che mentre 840 milioni di lavoratori nel mondo sono costretti a vivere con meno di due dollari al giorno, 85 persone possiedono l’equivalente di quanto detenuto da metà della popolazione mondiale. Da un’indagine riportata dalla rivista Internazionale ad inizio 2014 emerge invece che le 300 persone più ricche di questa terra abbiano la stessa ricchezza delle 3 miliardi di persone più povere della terra.

 

Estraendo una serie di dati dall’opera “La lotta di classe dopo la lotta di classe” (2012) di Luciano Gallino si ricava invece che: “facendo riferimento all’anno 2002 il decimo più povero della popolazione mondiale – all’epoca 620 milioni di individui – percepiva lo 0,61% del reddito globale, mentre il decimo più ricco percepiva il 57,5% del reddito globale. Detto altrimenti, il decimo più benestante percepiva un reddito pari a poco meno di 95 volte il reddito del decimo più povero. Si può aggiungere che i 5 decimi più poveri della popolazione mondiale, ossia la metà di essa, non arrivano a percepire nemmeno il 7% del reddito globale, mentre i 2 decimi più ricchi incamerano il 77% del reddito globale. Inoltre, se prendiamo i 3 decimi che stanno in mezzo come rappresentanti delle classi media – parliamo di quasi due miliardi di persone -, se ne ricava che il terzo centrale della popolazione mondiale percepisce in totale un reddito che si aggira su un sesto del reddito globale (per la precisione il 16%). Se passiamo a considerare la ricchezza piuttosto che il reddito, la sua distribuzione nel mondo come nei singoli paesi risulta ancora più disuguale. Nel 2010 lo 0,5% della popolazione mondiale adulta, pari a poco più di 24 milioni di persone, deteneva una ricchezza di oltre 69 trilioni di dollari. Tale cifra, corrispondente a 2.875.000 dollari a testa – il valore, grosso modo, di 4-5 belle case unifamiliari con giardino – rappresenta più del 35% della ricchezza totale del mondo. Al fondo della piramide, più di 3 miliardi di persone, il 68% della popolazione mondiale, detengono in tutto poco più di 8 trilioni di dollari, corrispondenti al 4,2% del totale. La ricchezza di cui dispongono in media queste persone ammonta in tutto e per tutto a 2667 dollari. Ciascuno dei componenti dello 0,5% della popolazione al vertice della piramide possiede dunque in media una ricchezza pari a 1077 volte la ricchezza di ciascuno dei tre miliardi che costituiscono oltre i due terzi della base di essa.”

 

Perfino in Italia, ossia uno dei paesi più ricchi del mondo, il capitalismo presenta il conto delle ineguaglianze e della miseria diffusa come conseguenza inevitabile:

 

“In Italia, i 5 decimi della parte inferiore della scala, cioè la metà della popolazione, posseggono in tutto soltanto il 10% della ricchezza nazionale, mentre il decimo più ricco detiene, da solo, circa il 50% di essa. Il nostro paese si distingue inoltre per il numero insolitamente elevato dei milionari in dollari, quelli al vertice della piramide. Essi rappresentano ben il 6% del totale mondo, un punto in più a paragone di Francia e Germania. Tale quota corrisponde a 1,5 milioni d’individui sui 24,2 al vertice. Il che induce a far qualche rozzo calcolo. Se il patrimonio di questi individui “ad alto valore netto”, di cui 1 milione di dollari è il limite inferiore ma l’entità media è considerevolmente più alta, fosse stato assoggettato a una risibile patrimoniale permanente di 3000 euro in media, si sarebbero raccolti 4,5 miliardi l’anno. Una cifra grosso modo equivalente ai tagli della pensione dei lavoratori dipendenti decisi dal neo governo Monti nel dicembre 2011.”

 

Perfino negli USA, la maggiore potenza capitalistica mondiale, i dati sono allarmanti: nel 1992 i 400 cittadini statunitensi con il reddito più alto guadagnavano una media di 40 milioni all’anno. La cifra attuale è di 227 milioni. Durante questo periodo le tasse di questi ultraricchi sono diminuite dal 29% al 21%. Queste riduzioni delle tasse ai più abbienti coincidono con l’aumento della povertà negli Stati Uniti. Secondo dati pubblicati dall’US Census, il censimento statunitense, il 15% degli americani, ossia 46 milioni, sono classificati come poveri. Per quanto riguarda la classe media il reddito negli ultimi tempi è rimasto stagnante. Il crescente divario economico fra classe ricca e povera degli ultimi tempi è il più marcato del secolo scorso e di questo, eccetto per la Grande Depressionedegli anni ’30. Warren Buffett (patrimonio personale di 44 miliardi di dollari, terzo uomo più ricco del mondo) fa notare candidamente che lui stesso versa all’erario il 17,4% sul suo reddito annuo (di 40 milioni di dollari) da investimenti finanziari, mentre la sua segretaria e gli impiegati del suo ufficio versano in media il 36% del loro reddito da lavoro. Una situazione talmente eclatante da far confessare allo stesso Buffett che: “c’è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo.

 

Solo alla luce di questi dati spaventosi, conseguenza immediata dell’economia capitalistica globalizzata, si può capire l’attualità quindi della rivendicazione marxiana: “Voi siete spaventati perché vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella vostra società attuale, la proprietà privata è abolita per nove decimi dei suoi membri. Ed è precisamente perché essa non esiste per nove decimi, che esiste per voi.”

 

Come il marxismo pone le questioni della libertà, della democrazia e dei diritti

 

Se il capitalismo intende presentarsi come un sistema socio-economico e culturale fondato sulla libertà individuale il marxismo mette in rilievo come la libertà che propone tenda, nei rapporti Capitale-Lavoro che produce, a trasformarsi in un rapporto di sfruttamento, schiavitù, miseria e morte. È questo il motivo che spinge ad esempio Fidel Castro a polemizzare contro la retorica dei diritti umani, preferendo parlare di “diritti dell’umanità”: “Parliamo frequentemente dei diritti umani, ma dimentichiamo altrettanto spesso di parlare dei diritti dell’umanità. Perchè alcune persone devono accettare di camminare a piedi nudi, in maniera tale da permettere ad altre persone di guidare lussuose automobili? Perchè alcune persone devono accettare di vivere trentacinque anni, in maniera tale che altre persone ne possano vivere settantacinque? Perchè molte persone devono accettare di essere miseramente povere, affinchè altre persone possano essere eccessivamente ricche? Noi siamo la voce di tutti quei bambini che, nel Mondo, non hanno di che mangiare.”

 

Un concetto simile viene ribadito anche da Erich Honecker:

 

“Chi nega al proprio popolo il diritto al lavoro o il diritto alla casa, come avviene nella Repubblica Federale Tedesca (RFT, ossia la Germania Ovest capitalista), mette in conto che molti si sentano negare il diritto all’esistenza e non vedano altra soluzione che togliersi la vita. La disoccupazione, la condizione dei senza tetto, l’abuso di droghe, i crimini per procurarsi la droga e la criminalità in genere sono frutto della scelta politica dell’economia di mercato.”

 

Sempre alla luce di tali riflessioni si può iniziare ad introdurre una riflessione sui socialismi reali, da sempre accusati dalla borghesia e dai liberali di negare certe libertà fondamentali. Il grande filosofo György Lukács sintetizzerebbe in maniera perentoria che “il peggiore dei regimi comunisti è sempre meglio del migliore dei regimi capitalisti.”

 

Nonostante tutti i loro limiti infatti, i socialismi reali del ’900 e quelli che sopravvivono (e spesso prosperano) tutt’oggi, sono incomparabili con i regimi capitalisti, per il semplice fatto che questi ultimi si sono fondati sulla schiavizzazione formale o sostanziale di milioni di individui (spesso interi paesi e continenti) per il benessere di poche manciate di privilegiati sfruttatori. Nei regimi socialisti, nonostante tutti limiti, i profitti economici non ingrassano le tasche di pochi ma vengono reinvestiti per il benessere collettivo, il progresso materiale e spirituale per la popolazione è continuo, e non poggia sullo sfruttamento di altri popoli. C’è insomma alla radice una differenza etica tra capitalismo e socialismo. Il primo è un sistema fondato sul profitto, sulla prevaricazione, sulla violenza sociale garantita dalle istituzioni borghesi. Il secondo è un sistema fondato sull’uguaglianza sociale, sulla libertà non prevaricatrice, sulla giustizia proletaria.

 

Per quanto riguarda la presunta negazione di libertà politica, ossia di democrazia, occorre riprendere l’insegnamento di Lenin, riassumibile in due formule denigratorie che ricalcano la critica filosofica di fondo importata da Karl Marx: “La democrazia parlamentare è il miglior involucro per il capitalismo”. Polemizzando sulla concezione borghese della libertà Lenin mette in rilievo come dietro questa parola d’ordine ci sia soltanto la libertà di sfruttamento:

 

“La libertà è una grande parola, ma sotto la bandiera della libertà dell’industria si sono fatte le guerre più brigantesche, sotto la bandiera della libertà del lavoro i lavoratori sono stati costantemente derubati.”

 

E ancora: “La democrazia è una forma di governo in cui ogni quattro anni viene cambiato il tiranno.” Una polemica ripresa anche da Ernesto Guevara: “Non importa come si chiami il signore che ogni quattro anni il popolo statunitense pensa di eleggere per dirigere i suoi destini, perché in realtà tale elezione è viziata alla base; il popolo statunitense ha solo la facoltà di eleggere il suo carceriere per quattro anni e a volte gli concedono la grazia di rieleggerlo.”

 

Più in generale:

 

“Parlare di democrazia pura, di democrazia in generale, di uguaglianza, libertà, universalità, mentre gli operai e tutti i lavoratori vengono affamati, spogliati, condotti alla rovina e all’esaurimento non solo dalla schiavitù salariata capitalistica, ma anche da quattro anni di una guerra di rapina, mentre i capitalisti e gli speculatori continuano a detenere la “proprietà” estorta e l’apparato “già pronto” del potere statale, significa prendersi gioco dei lavoratori e degli sfruttati. Significa rompere bruscamente con le verità fondamentali del marxismo, il quale ha detto agli operai: voi dovete utilizzare la democrazia borghese come un immenso progresso storico rispetto al feudalesimo, ma non dovete nemmeno per un istante dimenticare il carattere borghese di questa “democrazia”, la sua natura storicamente condizionata e limitata, non dovete condividere la “fede superstiziosa” nello “Stato”, non dovete scordare che lo Stato, persino nella repubblica più democratica, e non soltanto in regime monarchico, è soltanto una macchina di oppressione di una classe su di un’altra classe.”

 

Alla democrazia di stampo borghese il marxismo contrappone una diversa concezione di democrazia popolare, per la cui esposizione riprendiamo sempre Lenin: “la dittatura di una sola classe è necessaria non solo per ogni società classista in generale, non solo per il proletariato dopo aver abbattuto la borghesia, ma per l’intero periodo storico che separa il capitalismo dalla “società senza classi”, dal comunismo. Le forme degli Stati borghesi sono straordinariamente varie, ma la loro sostanza è unica: tutti questi Stati sono […] una dittatura della borghesia. Il passaggio dal capitalismo al comunismo, naturalmente, non può non produrre un’enorme abbondanza e varietà di forme politiche, ma la sostanza sarà inevitabilmente una sola: la dittatura del proletariato. […] La democrazia non si identifica con la sottomissione delle minoranza alla maggioranza. La democrazia è uno Stato che riconosce la sottomissione della minoranza alla maggioranza, cioè l’organizzazione sistematica della violenza esercitata da una classe contro un’altra, da una parte della popolazione contro l’altra. […] Noi ci assegniamo come scopo finale la soppressione dello Stato, cioè di ogni forma organizzata e sistematica di ogni violenza esercitata contro gli uomini in generale. Noi non auspichiamo l’avvento di un ordinamento sociale in cui non venga osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza. Ma, aspirando al socialismo, abbiamo la convinzione che esso si trasformerà in comunismo, e che scomparirà quindi ogni necessità di ricorrere in generale alla violenza contro gli uomini […] perché gli uomini si abitueranno a osservare le condizioni elementari della convivenza sociale, senza violenza e senza sottomissione.”

 

Una riflessione importante sul tema dei diritti umani, che può fungere da orizzonte ideale di riferimento e di strumento utile a capire e superare alcune distorsioni verificatesi nei socialismi reali può essere questa analisi del filosofo Domenico Losurdo:

 

La mia visione dei diritti umani rompe con la visione del «marxismo» volgare, che tende a considerare tali diritti come meramente «formali» e quindi privi di reale importanza. E invece no, i diritti vanno presi sul serio. Occorre però fare due osservazioni:

 

Il catalogo dei diritti umani va ristabilito nel suo intero. Non c’è solo il diritto alla libertà di espressione e di associazione. Ci sono anche il diritto alla vita di ogni individuo e il diritto di ogni popolo a vedersi riconosciute l’indipendenza e la dignità nazionale. Se teniamo presente ciò ecco che il quadro cambia totalmente rispetto all’ideologia dominante: paesi come la Cina e Cuba, che sono il bersaglio privilegiato dell’imperialismo dei diritti umani, hanno invece l’enorme merito storico di aver strappato alla miseria più nera e persino alla morte per inedia grandi masse di uomini, conferendo loro anche l’autostima calpestata dall’imperialismo (si pensi a Cuba ridotta a bordello della razza dei signori e al popolo cinese umiliato col cartello famigerato: «Vietato l’ingresso ai cani e ai cinesi»!).

 

In circostanze storiche determinate il godimento di certi diritti può risultare in contrasto col godimento di altri diritti. Per fare un esempio: negli Usa la schiavitù nera è stata abolita in seguito alla guerra di Secessione e all’imposizione di una dittatura militare che cancellava il diritto all’autogoverno degli Stati del Sud; allorché questa dittatura militare è stata soppressa grazie all’accordo tra bianchi del Nord e bianchi del Sud, i neri sono stati di nuovo sottoposti ad una condizione simile alla schiavitù.

 

In conclusione: se anche va riconosciuta la priorità del diritto alla vita, tutti i diritti umani sono essenziali (e a tale proposito occorre rompere una volta per sempre col «marxismo» volgare, che ha a lungo ostacolato lo sviluppo di uno Stato socialista di diritto). Ma ciò non significa che è possibile realizzarli tutti e contemporaneamente in ogni situazione. A rendere spesso impossibile tutto ciò è proprio l’imperialismo che si erge a campione dei diritti umani: questo è l’imperialismo dei diritti umani! Alla luce di quanto ho scritto prima il terzaforzismo risulta incettabile. Possiamo ben criticare gli errori, i ritardi, le contraddizioni dei paesi impegnati nella costruzione di una società post-capitalistica e nel conseguimento dell’indipendenza nazionale anche sul piano economico; ma metterli sullo stesso piano dell’imperialismo, che persegue un disegno organico di sfruttamento e di oppressione, è privo di qualsiasi giustificazione sia sul piano logico che morale.”
Il discorso di Losurdo introduce però una tematica, quella dell’imperialismo, che non abbiamo ancora affrontato scientificamente. Occorre quindi fare un passo indietro.

 

Come si combatte il capitalismo e la sua versione estrema, l’imperialismo

 

La necessità della rivoluzione

 

Una volta che si sia compreso quali siano le forze in campo e perché l’affermazione di una società socialista sia necessaria, nonché l’unica via, per sconfiggere il capitalismo, occorre capire come riuscire ad organizzare il proletariato in questa lotta. Innanzitutto bisogna partire dal presupposto che il capitalismo non è superabile meramente attraverso l’azione riformistica, ma solo con uno strappo rivoluzionario. Questo è uno dei dati centrali che divide i comunisti dai socialdemocratici, ed è considerato un presupposto fondamentale da tutti i principali teorizzatori marxisti.

 

Marx ed Engels sanno benissimo che la rivoluzione può perseguire i suoi fini soltanto col rovesciamento radicale di tutto l’ordinamento sociale finora esistente:

 

“Il fine immediato dei comunisti è identico a quello di tutti gli altri partiti proletari: costituzione del proletariato in classe, abbattimento del dominio della borghesia, conquista del potere politico da parte del proletariato”. E ancora, in maniera più esplicita: “Tanto per la produzione in massa di questa coscienza comunista quanto per il successo della cosa stessa è necessaria una trasformazione in massa degli uomini, che può avvenire soltanto in un movimento pratico, in una rivoluzione; che quindi la rivoluzione non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun’altra maniera, ma anche perché la classe che l’abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società.”

 

Essi naturalmente non nutrono illusioni sulla possibilità di superare il capitalismo per via pacifica. Rispondendo alla domanda “l’abolizione della proprietà sarà possibile in via pacifica?” Engels è lapidario: “Sarebbe desiderabile che ciò potesse avvenire, e i comunisti sarebbero certo gli ultimi a opporvisi. I comunisti sanno troppo bene che tutte le cospirazioni non sono soltanto inutili ma, anzi, addirittura dannose. Sanno troppo bene che le rivoluzioni non si fanno deliberatamente e a capriccio, ma che sono state, sempre e ovunque, conseguenza necessaria di circostanze assolutamente indipendenti dalla volontà e dalla direzione di singoli partiti e di classi intere. Ma vedono anche che lo sviluppo del proletariato viene represso con la violenza in quasi tutti i paesi civili e che a questa maniera gli avversari dei comunisti lavorano a tutta forza per una rivoluzione. Se a questo modo il proletariato oppresso finirà per essere sospinto a una rivoluzione, noi comunisti difenderemo la causa dei proletari con l’azione come adesso la sosteniamo con la parola.”

 

Dal programma rivoluzionario alla necessità dell’organizzazione

 

La rivoluzione del proletariato non potrà abolire d’un sol tratto la proprietà privata, ma trasformare la società a poco a poco finché sarà creata la massa dei mezzi di produzione a ciò necessaria. Si tratta di instaurare una costituzione democratica (quindi il dominio del proletariato) che servirà ad intaccare la proprietà privata e a garantire l’esistenza al proletariato. I due autori stendono un programma rivoluzionario di riforme radicali del capitalismo. Marx ed Engels ammettono la limitatezza di questi “principi” in quanto sono ben consci che essi sono storicamente determinati e quindi non applicabili in ogni circostanza storica. Tra le misure proposte ci sono comunque molti aspetti che mantengono tuttora una validità politica attualissima:

 

“– espropriazione graduale dei proprietari fondiari, fabbricanti, proprietari di ferrovie e armatori navali e impiego della rendita per le spese dello Stato;

 

– limitazione della proprietà privata mediante imposte fortemente progressive, imposte di successione (abolizione del diritto di successione), ecc;

 

– confisca dei beni e delle proprietà di emigrati e ribelli;

 

– accentramento del sistema creditizio e della finanza nelle mani dello Stato mediante una banca nazionale con monopolio esclusivo e soppressione di tutte le banche private;

 

– accentramento di tutti i mezzi di trasporto nelle mani della nazione;

 

– aumento delle fabbriche nazionali, officine, ferrovie e navi, dissodamento dei terreni incolti;

 

– proprietà pubblica dell’industria e dell’agricoltura organizzate secondo un piano collettivo che elimini la concorrenza tra gli operai;

 

– uguale obbligo di lavoro per tutti;

 

– unificazione dell’esercizio di agricoltura e industria per eliminare l’antagonismo tra città e campagne;

 

– costruzione di palazzi per abitazioni di comunità di cittadini che esercitano tanto l’industria quanto l’agricoltura (riunendo così i vantaggi tanto della vita cittadina che di quella rurale, senza condividere la unilateralità e gli svantaggi dell’una e dell’altra maniera di vivere);

 

– demolizione delle abitazioni e dei quartieri malsani e mal costruiti;

 

– istruzione pubblica e gratuita per tutti i bambini presso istituti pubblici di educazione, eliminazione del lavoro dei bambini e combinazione dell’istruzione con la produzione materiale.”

 

In generale però si pone per il partito comunista la necessità di organizzare un “programma” di rivendicazioni immediate. Il perché lo spiega bene “l’ABC del Comunismo”, opera di Nikolaj Bucharin & Yevgeni Preobrazenskij:

 

“Ogni partito persegue determinati obiettivi, sia esso un partito di latifondisti o capitalisti che di operai o contadini. Ogni partito deve avere i suoi obiettivi, altrimenti esso perde il carattere di partito. Se è un partito che rappresenta gli interessi dei latifondisti, esso perseguirà gli obiettivi dei latifondisti: in quale modo si possa mantenere il possesso della terra, tener soggetti i contadini, vendere il grano a prezzi più alti, ottenere prezzi d’affitto superiori, e procurarsi operai agricoli a buon mercato. Un partito di capitalisti, di industriali, avrà ugualmente i suoi propri obiettivi: ottenere mano d’opera a buon mercato, tenere in freno gli operai industriali, cercare nuove clientele alle quali si possa vendere le merci ad alti prezzi, realizzare alti guadagni e a tal fine aumentare le ore di lavoro, e soprattutto creare una situazione che tolga agli operai ogni velleità di aspirare ad un ordinamento sociale nuovo: gli operai debbono vivere nella convinzione che padroni ve ne sono sempre stati e ve ne saranno anche nell’avvenire. Questi gli obiettivi degli industriali. S’intende che gli operai e contadini hanno obiettivi ben diversi, essendo ben diversi i loro interessi. Un vecchio proverbio russo dice: “Ciò che è salutare per il russo, è mortale per il tedesco”. Sarebbe più appropriata la seguente variante: “Ciò che è salutare per l’operaio, è mortale per il latifondista e per il capitalista”. Ciò significa che il lavoratore ha uno scopo, il capitalista un altro, il latifondista un altro. Ma non tutti i proprietari si occupano con assiduità ed accortezza dei loro interessi, e più di uno vive nell’ozio e nei bagordi non curandosi nemmeno di ciò che gli presenta l’amministratore. Ma vi sono anche molti operai e contadini che vivono in questa noncuranza ed apatia. Essi ti dicono: “In un modo o nell’altro si camperà la vita, che m’importa il resto? così hanno vissuto i nostri antenati e così vivremo anche noi”. Questa gente s’infischia di tutto e non comprende nemmeno i suoi propri interessi. Coloro invece che pensano al modo migliore di far valere i propri interessi si organizzano in un partito. Al partito non appartiene quindi l’intera classe, ma soltanto la sua parte migliore, la parte più energica, ed essa guida tutto il rimanente. Al partito dei lavoratori (il partito dei comunisti bolscevichi) aderiscono i migliori operai e contadini. Al partito dei latifondisti e capitalisti […] aderiscono i più energici latifondisti e capitalisti ed i loro servitori: avvocati, professori, ufficiali, generali, ecc. Ogni partito abbraccia quindi la parte più cosciente di quella classe i cui interessi esso rappresenta. Perciò un latifondista o capitalista organizzato in un partito combatterà i suoi contadini od operai con maggiore efficacia di uno non organizzato. Nello stesso modo un operaio organizzato lotterà contro il capitalista o latifondista con maggiore successo di uno non organizzato; e ciò perché egli si è reso conscio degli interessi e delle finalità della classe operaia, e conosce i metodi più efficaci e più rapidi per conseguirli. L’insieme degli obiettivi, cui un partito aspira nella difesa degli interessi della propria classe, forma il programma di questo partito. Nel programma sono formulate le aspirazioni di una data classe. Il programma del partito comunista contiene quindi le aspirazioni degli operai e dei contadini poveri. Il programma è la cosa più importante per ogni partito. Dal programma si può sempre giudicare di chi un dato partito rappresenti gli interessi.”

 

L’esigenza quindi di un partito rivoluzionario avente una precisa ideologia ed un insieme di obiettivi (alcuni transitori e contingenti) è imprescindibile. Lo afferma Lenin:

 

“Il proletariato non ha altro strumento di lotta per il potere all’infuori dell’organizzazione. La forma suprema della sua organizzazione di classe è il Partito.”

 

Lo afferma Mao:

 

“Un partito disciplinato, armato della teoria marxista-leninista, che pratica l’autocritica ed è legato alle masse popolari; un esercito sotto la direzione di tale partito; un fronte unito di tutte le classi rivoluzionarie e di tutti i gruppi rivoluzionari sotto la direzione di tale partito; ecco le tre armi principali con le quali abbiamo sconfitto il nemico.”

 

E l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ciò non deve in ogni caso far dimenticare che quello che conta è la presa del potere, come recita ad esempiola Piattaformadell’Internazionale Comunista approvata al suo primo congresso, nel 1919:

 

“La conquista del potere politico da parte del proletariato significa l’annientamento del potere politico della borghesia. I più potenti strumenti dell’esercizio del potere da parte della borghesia sono costituiti dalla macchina statale borghese con il suo esercito borghese guidato da ufficiali junker-borghesi, la sua polizia e gendarmeria, i suoi giudici e direttori di carcere, i suoi preti, funzionari, ecc.

 

La conquista del potere politico non significa soltanto un cambiamento della compagine ministeriale, ma l’annientamento dell’apparato statale del nemico, la conquista di una forza effettiva, il disarmo della borghesia, degli ufficiali controrivoluzionari, delle guardie bianche e l’armamento del proletariato, dei soldati rivoluzionari, della guardia rossa operaia; la destituzione di tutti i giudici borghesi e l’insediamento di tribunali proletari; l’abolizione del dominio dei funzionari statali reazionari e la creazione di nuovi organi d’amministrazione proletari. La vittoria del proletariato sta nel distruggere l’organizzazione del potere avversario e nell’organizzazione del potere proletario; sta nella distruzione del meccanismo statale borghese e nella costruzione della macchina statale proletaria. Soltanto dopo che il proletariato si sia conquistato la vittoria e abbia infranto la resistenza della borghesia esso può utilizzare i propri antichi avversari nel nuovo ordine tenendoli sotto controllo e recuperandoli gradualmente all’opera di edificazione comunista.”

 

Nè nazionalismo, nè cosmopolitismo: unire patriottismo e internazionalismo

 

Per giungere a tale obiettivo tutti gli autori fondamentali (da Marx a Gramsci, da Lenin a Mao) concordano sul fatto che il partito comunista debba saper coniugare patriottismo ed internazionalismo. Nel Manifesto del Partito Comunista si esprime chiaramente che“sebbene non sia tale per il contenuto, la lotta del proletariato contro la borghesia è all’inizio, nella sua forma, una lotta nazionale. Il proletariato di ogni paese deve naturalmente procedere alla resa dei conti in primo luogo con la propria borghesia.”

 

Non è un caso infatti, come sottolinea bene il filosofo Domenico Losurdo nella usa opera “La lotta di classe”, che tutte le rivoluzioni socialiste siano nate dalla capacità di coniugare la salvezza della nazione in rovina con un programma radicale di trasformazioni sociali. Perfino Lenin era ben conscio di questo aspetto quando affermava che “in una guerra effettivamente nazionale, le parole “difesa della patria” non sono affatto un inganno, e noi non siamo contrari a questa guerra.”

 

Patriottismo però non vuol dire nazionalismo. I comunisti rifiutano ogni tipo di ideologia razzista e prevaricatrice per la quale un popolo sarebbe superiore ad un altro. Questo è il motivo per cui il comunismo proletario internazionale ha appoggiato i popoli coloniali sfruttati nelle loro lotte contro l’imperialismo al fine di favorire la rovina definitiva del sistema imperialistico mondiale. Ne era ben cosciente Nelson Mandela che nel 1961, assieme a Joe Slovo, aveva fondato l’Umkhonto we Sizwe (MK), l’ala militare dell’ANC, come strumento principale finalizzato a lanciare una rivoluzione comunista in Africa del sud. Un legame, quello di Mandela con il comunismo, durato tutta la vita in nome della lotta al regime imperialista e schiavista dell’Apartheid, tant’è che dopo decenni di sostegno economico e militare sovietico all’ANC, Mandela, ricevendo il 3 luglio 1991 la delegazione sovietica, non potè che ringraziare l’URSS per il lungo e durevole sostegno dato: “Senza il vostro aiuto, noi oggi non saremmo dove siamo”.

 

Luciano Canfora, tracciando un bilancio del socialismo reale novecentesco, ha ricordato alcuni elementi basilari ma costantemente ignorati dalla borghesia:

 

“la Rivoluzione d’Ottobre e la vita settantennale dell’URSS hanno avuto effetti profondissimi nella storia umana.

 

Hanno dato impulso alla liberazione, o meglio al sommovimento, del mondo coloniale.

 

L’URSS ha fermato, in Europa, la marcia trionfale del nazifascismo.

 

L’esistenza di una “alternativa di sistema” visibile e geograficamente vicina ha imposto all’occidente l’adozione dello “Stato sociale”.”

 

Vi è insomma per il proletariato di ogni singolo Paese l’esigenza di cancellare i rapporti di produzione capitalistici su scala globale, cancellando alla radice ogni tipo di minaccia imperialistica. La grande industria, con il mercato globale, ha collegato tutti i popoli della terra, livellando lo sviluppo sociale nei Paesi civili in cui la lotta principale è quella tra borghesi e proletari. Per questo è fondamentale il tema dell’internazionalismo per il quale i proletari dei vari paesi hanno obiettivi comuni e quindi devono unirsi. Di qui il famoso appello: “Proletari di tutti i paesi, unitevi!

 

Secondo l’internazionalismo proletario i membri della classe operaia devono agire in solidarietà verso la rivoluzione globale ed in supporto ai lavoratori degli altri paesi. L’internazionalismo è anche un deterrente contro le guerre tra nazioni (tra stati borghesi), poiché non è nell’interesse dei proletari imbracciare le armi tra loro, mentre è più utile che lo facciano contro la borghesia che li opprime: tramite la solidarietà fra i proletari si potrà arrivare alla fine dei conflitti fra nazioni e quindi alla scomparsa delle stesse. La divisione del mondo in classi, nazioni e religioni è cioè un ostacolo allo sviluppo della civiltà umana.

 

Al contrario del concetto di internazionalismo proletario, Marx usa il termine di cosmopolitismo per indicare l’internazionalismo della borghesia, cioè quel fenomeno legato alla mondializzazione dei mercati, che è ben lontana ovviamente dalla solidarietà tra i popoli. Marx infatti afferma: “chiamare fraternità universale lo sfruttamento cosmopolitico è un’idea che avrebbe potuto nascere solo nella mente della borghesia”. Questa può essere un’ottima chiave di lettura ad esempio per l’analisi dell’Unione Europea, che non è certo un’unione di popoli, ma di capitali, contro i popoli – ma questo argomento verrà presentato più avanti.

 

A questo punto l’ultima fondamentale caratteristica che deve avere il partito comunista è la sua capacità di porsi come l’avanguardia del proletariato. A riguardo rimangono insuperati gli insegnamenti di Vladimir Lenin nel “Che fare?” e di Antonio Gramsci nei Quaderni dal Carcere, per i quali rimandiamo ad un apposito ulteriore capitolo dedicato alle modalità di realizzare la propria egemonia in seno al proletariato. Prima occorre però rispondere al quesito lasciato insoluto in calce al precedente capitolo: che cos’è l’imperialismo?

 

L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, è ancora più sviluppato di 100 anni fa

 

Per rispondere a questa domanda utilizziamo ancora una volta l’opera di Lenin dedicata appositamente all’argomento (L’imperialismo fase suprema del capitalismo):

 

“Il capitalismo ha la proprietà di staccare il possesso del capitale dal suo impiego nella produzione, il capitale liquido dal capitale industriale e produttivo, di separare il ‘rentier’, che vive soltanto del profitto tratto dal capitale liquido, dall’imprenditore […] l’imperialismo, cioè l’egemonia del capitale finanziario, è lo stadio supremo del capitalismo in cui tale separazione assume le maggiori dimensioni. […] Per il vecchio capitalismo, sotto il pieno dominio della libera concorrenza, era caratteristica l’esportazione di merci, per il nuovo capitalismo, sotto il dominio dei monopoli, è caratteristica l’esportazione del capitale […] la necessità dell’esportazione di capitale è determinata dal fatto che in alcuni paesi il capitalismo è diventato più che maturo e al capitale […] non rimane più un campo di investimento redditizio.”

 

Si può riassumere la definizione leniniana di imperialismo come quella fase in cui il capitalismo è “giunto alla fase dello sviluppo in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, ha acquisito grande importanza l’esportazione dei capitali, è iniziata la divisione del mondo fra i trust internazionali e i maggiori paesi capitalistici si sono divisi l’intera superficie terrestre.”

 

Scritto 100 anni fa studiando le tendenze generali del capitalismo della sua epoca, “L’Imperialismo” rimane tutt’oggi uno splendido esempio di analitica marxista della realtà economica. L’opera però non è importante solo per questo motivo, ma anche perché descrive le caratteristiche essenziali dell’imperialismo in ogni sua sfumatura, mettendone in evidenza le conseguenze, che vanno dallo strapotere della finanza alla diffusione su larga scala delle guerre colonialiste, fino alla massiccia immigrazione di massa come arma del Capitale nella lotta condotta contro i lavoratori. Tutte caratteristiche ben presenti nella nostra società odierna. I dati sulle disuguaglianze inseriti nel precedente capitolo infatti vanno spiegati non come una tragica calamità “naturale” ma come la precisa conseguenza delle politiche imperialistiche globali. A chi negherà che tale processo di concentrazione dei capitali e delle strutture economico-finanziarie sia maggiore rispetto ad un secolo fa basterà ricordare alcuni dati fondamentali: Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston hanno analizzato di recente oltre trenta milioni di operatori economici, imprese, istituti di credito e privati. Dai dati si evince che sono circa 43.000 le aziende transnazionali che hanno i canoni per essere definite tali dall’OCSE. Le più importanti ed influenti sono però solo 1.318, le quali sono accomunate da tre caratteristiche principali: sommate tra di loro, arrivano a generare il 20% del reddito mondiale; si possiedono l’un l’altra, esiste un nucleo, chiamato ”Unità centrale”, che possiede tutte le altre 43.000 multinazionali. La conclusione è allarmante: le società più influenti fanno parte di un unico grande cartello finanziario, un vero proprio monopolio, che controlla una ragnatela di 43 mila altre società che sono in competizione tra di loro solo virtualmente e che, tutte insieme, generano un altro 60% del reddito mondiale totale. Ma non è tutto: l’80% delle 1.318 super-società è a sua volta controllato da un gruppo ancora più piccolo di loro, formato da sole 737 aziende, ma sono soltanto 147 quelle che hanno in pugno il 40% della ricchezza globale.

 

Ovviamente sono tutte banche o istituti finanziari che hanno interessi in ogni branca dell’economia mondiale, dai principali settori industriali, tra cui ad esempio quello bellico (1780 miliardi di fatturato), passando per le compagnie petrolifere (colossi come “ExxonMobil Corporation” o “Shell Group” possono contare su un giro d’affari che, nel2008, hasfiorato i 310 miliardi di Euro), per le industrie farmaceutiche (il mercato mondiale dei medicinali è stimato in 466 miliardi di dollari), per quelle alimentari (solo in Italia 127 miliardi di euro, mentre Nestlé da sola fattura 36,65 miliardi), senza dimenticare il settore delle telecomunicazioni (AT&T fattura 20 miliardi, Vodafone 13,8), ecc.

 

Tali dati sono confermati dall’opera di Luca Ciarrocca (“I padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle popolazioni”; 2013):Sarebbero in tutto una cinquantina, le mega aziende internazionali (in maggioranza istituti finanziari e banche Tbtf) che, attraverso un complicato incrocio proprietario, controllano il 40 per cento del valore economico e finanziario di 43.060 multinazionali globali. E’ qui il vero cuore dell’economia occidentale […] Tra le prime venti ci sono tutte le più nore Tbtf, tra cui, ai primi posti, Barclays Bank, JPMorgan Chase, Goldman Sachs. L’unica italiana è UniCredit, in 43esima posizione”.

 

Ma la concentrazione finanziaria, tipica della progressione imperialistica, non si ferma lì. Sempre dall’opera di Ciarrocca: “Lo ha spiegato bene James Petras, professore di sociologia all’Università di Binghamton (New York), in un articolo dal titolo eloquenteWho Rules America?, pubblicato nel novembre del 2007 sul suo sito web: «Oggi, secondo alcuni calcoli, il 2 per cento delle famiglie controlla l’80 per cento dell’intero patrimonio mondiale» […] Questi gruppi, secondo Petras, premono sui governi per salvare banche e aziende in bancarotta o fallite, spingono perché si arrivi al pareggio di bilancio tagliando la spesa sociale e il welfare”.

 

In “Pigs! La crisi spiegata a tutti”, l’autore Paolo Ferrero riporta alcuni dati utili che mostrano come il processo di accentramento si sia intensificato proprio nell’ultimo periodo, coincidente con la fase neoliberistica del capitalismo:

 

“Nel 1984 le prime dieci banche al mondo controllavano il 26% del totale delle attività finanziarie. Dal 1980 al 2005 si sono verificate circa 11.500 fusioni, 440 all’anno, riducendo in tal modo il numero delle banche a meno di 7.500. Secondo l’ufficio del Tesoro americano […] al primo trimestre 2011, cinque Sim (società di intermediazione mobiliare e divisioni bancarie) che rispondono al nome di JP Morgan, Bank of America, Citybank, Goldman Sachs, Hsbc Usa) e cinque banche, Deutsche Bank, Ubs, Credit Suisse, Citycorp-Merrill Linch, Bnp-Paribas, hanno raggiunto il controllo di oltre il 90% del totale dei titoli derivati. Queste agenzie finanziarie, a conti fatti, controllano nove decimi di 466.000 miliardi di dollari di titoli. Si tratta di gran parte dell’economia finanziaria, visto che il mercato obbligazionario vale 95.000 miliardi e le borse mondiali altri 50.000. […] ognuna di queste grandi società finanziarie ha un potere enorme, molto più grande di quello di uno Stato.”

 

I crimini dell’imperialismo

 

Le ricadute dell’imperialismo sono di ogni tipo, ma sono tutte accomunate dal fatto di portare morte e miseria per la gran parte del globo. Sfogliando l’utile e dettagliata opera di K. Werner & H. Weiss, “I crimini delle multinazionali” si trovano bizzeffe di esempi: il più eclatante è forse dato dall’episodio avvenuto nella primavera del 2001, quando 39 tra le principali aziende farmaceutiche multinazionali citarono in giudizio il governo sudafricano per violazione di brevetto. Secondo le accuse delle multinazionale il Sudafrica sarebbe stato colpevole di aver approvato una legge che permetteva di curare i pazienti affetti da AIDS con farmaci a basso costo… La legge dell’imperialismo non conosce compassione, pietà o umanitarismo, ma solo il concetto di profitto, per ottenere i quali non ci si preoccupa di fomentare guerre, carestie e morte. Un altro esempio è quello riguardante l’azienda affiliata di Bayer, H.C. Stark, che ha acquistato per anni coltan congolese, contribuendo massicciamente, secondo le Nazioni Unite, a sostenere una guerra che dal1998 haucciso più di 5,4 milioni di persone, diventando il conflitto più cruento svoltosi dopo la seconda guerra mondiale.

 

In Iraq, fino al 1962, anno della statalizzazione, l’intera attività di estrazione era nelle mani dell’Iraq Petroleum Company IPC, di proprietà di British Petroleum (BP) ed Esso. La seconda guerra del Golfo ha portato vantaggi anche alla BP: la rivista anti-multinazionalista online CorpWatch afferma che “nelle ore e nei giorni che precedettero l’occupazione dell’Iraq da parte di USA e GB, una squadra di ingegneri della BP insegnò alle truppe come gestire i giacimenti petroliferi nell’Iraq meridionale”. In segno di ricompensa, subito dopo la fine della guerra,la BPprese possesso di uno dei primi carichi di petrolio iracheno, ed è da allora in prima linea nello sfruttamento delle cospicue risorse petrolifere del paese.

 

Nel 2008 mentre milioni di persone disperate finivano in miseria a causa dell’impennata dei prezzi dei prodotti alimentari,la Deutsche Bankpromuoveva affari speculativi sulle derrate alimentari. Sulle buste di carta delle panetterie di Francoforte i clienti leggevano sbalorditi il seguente messaggio: “Siete contenti dell’aumento dei prezzi? Tutto il mondo parla delle materie prime – con l’Agriculture Euro Fonds avrete la possibilità di contribuire a far aumentare il valore dei sette più importanti prodotti agricoli.” In seguito alle proteste del network Attac la cinica campagna pubblicitaria fu sospesa ela Deutsche Bankchiese pubblicamente scusa al mondo intero. Tuttavia la banca non smise di pubblicizzare il concetto secondo cui è possibile far soldi con la crisi delle derrate alimentari, e quindi con la fame dei poveri.

 

La crisi dei generi alimentari è stata inasprita anche dal fatto che molti terreni coltivabili siano stati utilizzati per la produzione di biocarburanti, cioè carburanti di origine vegetale. Senza contare che per ottenere tali carburanti, soprattutto in Brasile, sono state abbattute foreste pluviali e distrutti gli ambienti naturali delle popolazioni indigene. Secondo uno studio pubblicato nel maggio 2008 da Friends of the Earth, tra le 44 banche europee oggetto della ricerca,la Deutsche Bankè stata quella che maggiormente ha contribuito al finanziamento di gruppi industriali agricoli che producono questo tipo di carburanti in America Latina.

 

Il professor Riccardo Moro, docente di Politiche dello sviluppo alla Statale di Milano spiega perché il cibo, come il petrolio, l’oro e altre materie prime, sia sempre più caro in un vortice che abbatte i consumi e aumenta le povertà su scala planetaria.La Banca Mondialeha calcolato che 44 milioni di persone nel 2011 sono cadute in miseria a causa dell’aumento dei prezzi dei beni alimentari. Moro spiega che dal Dopoguerra e per quarant’anni i prezzi dei generi alimentari sono sistematicamente scesi per effetto dell’aumento della produttività e della qualità dei raccolti sommati ai sostegni pubblici all’agricoltura. È a cavallo del Duemila che la tendenza si inverte, identificando nella “speculazione sul cibo che si è scatenata sui mercati finanziari” il principale elemento responsabile di manovre che possono portare anche a rialzi del 40% in poche settimane dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità, come avvenne nell’estate del 2011.

 

E non si creda che l’imperialismo non riguardi gli italiani “brava gente”. Dal1983 l’italianissima Agip opera in Angola. Qui il petrolio finanzia una selvaggia guerra civile che dura da più di 25 anni, devastando il paese e costando la vita a un milione e mezzo di persone. Più della metà del denaro versato dalle multinazionali del petrolio per i diritti di estrazione è stato impiegato in offensive militari. Ancora oggi gran parte dei petrodollari scompaiono nei canali oscuri della corruzione poiché le multinazionali si rifiutano di rilasciare informazioni sui loro pagamenti.

 

Ci siamo limitati finora a nominare soltanto la morte provocata in maniera “invisibile” dal sistema capitalista imperialista, ma una delle manifestazione concrete con cui si manifesta è senz’altro quella della guerra.

 

Le basi della proprietà privata generano inevitabilmente la guerra

 

“La guerra non è in contraddizione con le basi della proprietà privata, ma è il risultato diretto e inevitabile dello sviluppo di queste basi.”

 

Muoviamo da questa massima di Lenin per sviluppare il tema del legame inscindibile che si crea tra il capitalismo e le guerre. Sia chiaro: le guerre, così come l’oppressione dell’uomo sull’uomo, non nascono con il capitalismo. Sarebbe assurdamente antistorico pensare una cosa del genere. Così come la storia ha mostrato che conflitti bellici possono sorgere anche tra paesi socialisti (ad esempio la guerra tra Vietnam e Cina). Una cosa certa è però la costanza con cui all’interno dei rapporti di produzione capitalistici si giunga alla necessità di intraprendere guerre con ogni mezzo (anche con la menzogna spudorata), al fine molteplice di superare le momentanee crisi capitalistiche interne o di ottenere facili e rapidi miglioramenti nei profitti industriali. Il Generale Fabio Mini, ex Capo di stato maggiore del comando Nato per il Sud Europa, è candidamente esplicito a riguardo:

 

“ogni guerra si è procurata i pretesti sia facendo appello a motivi giusti e veri, sia fabbricandone di falsi […] era falso il pretesto della armi di distruzione di massa di Saddam che nel 2003, in piena guerra afghana, ha aperto un secondo conflitto, portando l’America al collasso economico e di immagine”. Come “era falso il pretesto dell’incidente del Tonchino che ha dato l’avvio all’assurda guerra del Vietnam”. E sempre falso era “il massacro di Racak del 1999, che ha fornito il pretesto per la guerra in Kosovo. I quarantacinque corpi di civili trovati morti in un fosso non erano il risultato di un eccidio serbo perpetrato in una notte di tregenda, ma l’esito di corpi di ribelli ammazzati nel corso di un mese di combattimenti, cambiando loro i vestiti e togliendo le armi”. Tutte le ipocrisie favoriscono gli affari e in tutte le guerre si fanno grandissimi affari. Infatti i fatturati delle cinque principali multinazionali delle armi sono passati dai 217 miliardi del 2001 ai 386 del 2010, e i profitti, che nel 2001 erano 6,7 miliardi, sono diventati 24,8 miliardi di dollari.

 

Karl Liebknecht già cent’anni fa, alla vigilia della carneficina della Prima Guerra Mondiale, denunciava la necessità di statalizzare “l’intera industria degli armamenti, anche per il suo bene, perché soltanto in tal modo sarà possibile eliminare una classe di interessati la cui esistenza rappresenta per l’intero mondo un costante pericolo di guerra e per estirpare così una delle radici della follia degli armamenti ed una delle radici delle discordie tra i popoli. […] Nell’interesse del mantenimento della pace, nell’interesse della promozione degli sforzi che debbono impedire che per una simile folle politica di prestigio l’Europa sia trascinata in una guerra, è necessario ancora una volta additare a tutto il mondo quelle cricche capitalistiche il cui interesse ed il cui nutrimento sono la discordia tra i popoli, i conflitti tra i popoli, la guerra; è necessario gridare ai popoli: la patria è in pericolo! Ma non è in pericolo per via del nemico esterno, ma per via di quel minaccioso nemico interno, soprattutto per via dell’industria internazionale degli armamenti.”

 

Le spese militari sono certo pericolose dal momento in cui vanno ad alimentare una già potente industria degli armamenti su scala internazionale, ma sono anche profondamente irrazionali nella loro consistenza e dimensione. Secondo i dati (risalenti al 2012) del Sipri, l’autorevole istituto internazionale con sede a Stoccolma la spesa militare della Nato ammonta a oltre 1000 miliardi di dollari annui, equivalenti al 57% del totale mondiale. In realtà è più alta in quanto alla spesa statunitense, quantificata dalla Nato in 735 miliardi di dollari annui, vanno aggiunte altre voci di carattere militare non comprese nel budget del Pentagono – tra cui 140 miliardi annui per i militari a riposo, 53 per il «programma nazionale di intelligence», 60 per la «sicurezza della patria» – che portano la spesa reale Usa a oltre 900 miliardi, ossia a più della metà di quella mondiale. L’Italia, che nonostante le apparenze resta una potenza imperialista di primo piano, è salita nel 2012 al decimo posto tra i paesi con le più alte spese militari del mondo, con circa 34 miliardi di dollari, pari a 26 miliardi di euro annui. Complessivamente si parla insomma di cifre enormi, specie se si considera, come ricorda Luciano Gallino che “il rapporto 2003 sullo Sviluppo umano dell’ONU stimava che per sradicare la povertà estrema e la fame ci sarebbero voluti 76 miliardi di dollari l’anno. Si può supporre che ai nostri giorni l’importo sia salito, a dire molto, a 100 miliardi.”

 

Il che spinge il sociologo torinese a domandarsi: “c’è da chiedersi che razza di mondo sia quello che produce valore per 65.000 miliardi di dollari l’anno e non ne trova un centinaio – pari a un seicentocinquantesimo del totale – per sconfiggere la povertà estrema e la fame.”

 

La risposta è che si tratta di un mondo in cui prevale ancora il potere imperialista, che non ha alcuna intenzione di mollare l’osso. Infatti le potenze imperialistiche, per mantenere i propri privilegi e la propria oppressione su scala internazionale, adottano sempre in maniera furbesca motivazioni di facciata riconducibili alla necessità di salvaguardare vite umane o di promuovere diritti (esportare la “democrazia”) per promuovere le proprie guerre. Non è una novità. Già ai tempi di Bismarck si spacciavano gli interventi coloniali come necessari per “civilizzare” tribù selvagge, mentre perfino nell’epoca del primo colonialismo spagnolo (16° secolo) ci si vantava di “salvare” popolazioni miscredenti diffondendo il verbo cristiano del Vangelo, mentre si attuava un silenzioso genocidio che faceva crollare la popolazione indigena da 30 a3 milioni di persone in poche decine d’anni. Ho Chi Minh in tempi più recenti ricordava che “per nascondere la bruttezza del suo regime di sfruttamento criminale, il capitalismo coloniale decora sempre la sua bandiera del male con l’idealistico motto: Fraternità, Uguaglianza, ecc…”

 

In un articolo uscito il 18 novembre 2011, Danilo Zolo traccia invece in maniera chiara il vero fine di questi eventi: “Se si adotta un approccio minimamente realistico, le motivazioni effettive delle «guerre globali» dell’ultimo ventennio possono essere agevolmente individuate. Accanto a interessi elementari come l’approvvigionamento delle materie prime, la sicurezza dei traffici marittimi e aerei, la stabilità dei mercati, in particolare di quelli finanziari, emergono in primo piano le fonti energetiche delle quali il Medio-Oriente è ricchissimo: il petrolio e il gas naturale, anzitutto. E se si pensa alle guerre scatenate dagli Stati Uniti, non si può che riferirle a un progetto di occupazione neoimperialistica del Mediterraneo orientale, del Medio-Oriente e dell’Asia centrale secondo la logica del Broader Middle East.” La conclusione è che “l’ideologia occidentale della humanitarian intervention coincide con una strategia generale di promozione degli «interessi vitali» dei paesi occidentali.”

 

Inutile però aggiungere che le conseguenze umane e sociali delle guerre imperialistiche hanno effetti ben più devastanti di quanto non facciano sapere all’opinione pubblica occidentale, e i danni si prolungano ben oltre il conflitto armato, in termini di mutilazioni permanenti, di scomposizione della vita familiare, di miseria, corruzione, violenza, odio, inquinamento ambientale. Di vera democrazia (anche solo intesa in senso borghese) e promozione di diritti non c’è mai traccia…

 

In generale occorre affermare che dalla disgregazione del blocco comunista e dalla crisi di molti Paesi a regime socialista abbiamo assistito ad un rinnovato impeto imperialista dei Paesi occidentali, di cui gli Stati Uniti hanno assunto la guida indiscussa. “Se c’è un paese nel mondo che ha commesso le più orribili atrocità questo è gli Stati Uniti d’America. A loro non importa nulla degli esseri umani”, diceva il premio Nobel perla Pace Nelson Mandela (che per inciso tutto era tranne che un non-violento), il quale era certo a conoscenza del fatto che tra il 1890 e il 2014 gli USA abbiano invaso e bombardato 150 paesi. Sono più i paesi del mondo in cui gli USA sono intervenuti militarmente di quelli in cui ancora non l’hanno fatto. Numerosi storici calcolano in più di otto milioni le morti causate dalle guerre imperiali degli USA solo nel secolo XX°. E dietro questa lista si nascondono centinaia di altre operazioni segrete, colpi di stato e protezioni a dittatori e gruppi terroristi. Da questo punto di vista la pace ha senz’altro un antagonista indiscusso che ha spadroneggiato in questo ultimo squarcio della storia dell’umanità.

 

Il processo di globalizzazione economica e finanziaria iniziato nella seconda metà del ‘900 ha infatti creato nuovi grandiosi spazi di espansione, in Europa orientale come in Asia e in Africa, che l’imperialismo ha colmato in brevissimo tempo. Ciò ha imposto un’accelerazione della competizione intercapitalista inedita nella storia dell’umanità, a danno delle classi lavoratrici di tutto il mondo. L’apertura improvvisa di nuovi mercati ha naturalmente posto con forza la questione del controllo politico ed economico degli equilibri mondiali. Per conservare una superiorità in crisi, la NATOe i centri imperialisti occidentali hanno proceduto ad una escalation militare su larga scala, che ha coinvolto decine di Paesi e devastato nell’ordine la ex-Jugoslavia, la Somalia, l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia, la Siria, l’Ucraina, oltre ad altri Stati minori in tutti i continenti. I centri di potere del capitalismo occidentale stanno giocando la partita definitiva per un nuovo ordine mondiale dopo la dissoluzione della potenza sovietica. Contro questo progetto però si sono scontrati interessi geopolitici maturati in seguito allo sviluppo economico e tecnologico di Paesi un tempo periferici e colonizzati: è per l’appunto il caso dei BRICS (le grandi nazioni continentali di Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ed in particolar modo a mettere in crisi l’imperialismo sono il rinnovato attivismo diplomatico in politica estera della Russia e l’espansione economica e commerciale della Cina che con la sua politica globale di sviluppo a tutto campo è riuscita sia a penetrare in profondità nei mercati capitalistici occidentali sia a creare importanti cooperazioni strategiche con partner africani, sottraendoli dai monopoli neocoloniali. La nascita di un nuovo equilibrio multipolare da questo punto di vista è utile per porre un argine alle prevaricazioni arbitrarie che hanno caratterizzato la politica degli USA nel ventennio 1990-2010, ma reca con sé il costante rischio che dalla crisi del capitalismo occidentale si possa sfociare in una nuova guerra mondiale. La lotta contro la guerra è quindi lotta contro l’oppressione economica, declinata su un piano internazionale. Rosa Luxembug concludeva la questione così: “Pace significa rivoluzione mondiale del proletariato! Non c’è altra via per ristabilire e garantire realmente la pace che la vittoria del proletariato socialista.”

 

Una questione chela Luxemburgapprofondiva ulteriormente in questo scritto, in cui torna utile la critica netta alle “utopie pacifiste” tipiche di certi settori della borghesia:

 

“Gli amici della pace presenti nei circoli borghesi credono che la pace nel mondo e il disarmo possano essere realizzati entro la struttura dell’attuale ordine sociale, mentre noi, che basiamo la nostra analisi sulla concezione materialistica della storia e sul socialismo scientifico, sappiamo che il militarismo può essere cancellato dal mondo solo con la distruzione del sistema capitalista. Da ciò deriva la reciproca opposizione delle nostre tattiche nella diffusione dell’idea di pace. I pacifisti borghesi si sforzano – e dal loro punto di vista è perfettamente logico e comprensibile – di inventare ogni sorta di progetto “pratico” per ridurre gradualmente il militarismo, e sono naturalmente inclini a prendere per buono ogni segno apparente di una tendenza verso la pace, a credere sulla parola ad ogni dichiarazione della diplomazia, amplificandola fino a farne il fondamento della propria attività. I socialdemocratici, dal canto loro, devono, in questa come in tutte le vicende inerenti la critica sociale, considerare come loro compito quello di qualificare i tentativi borghesi di limitare il militarismo come pietose mezze misure, e le sentimentali dichiarazioni provenienti dagli ambienti governativi come diplomatiche messinscene, opponendo alle finzioni e alle rivendicazioni borghesi una spietata analisi della realtà capitalistica. Da questo punto di vista i compiti dei socialdemocratici, in merito alle benevole dichiarazioni elargite dal governo britannico, non possono che essere quelli di definire l’idea di una parziale limitazione degli armamenti come una impraticabile mezza misura, e di spiegare alla popolazione che il militarismo è strettamente intrecciato alle politiche coloniali, alle politiche doganali, alle politiche internazionali, e che quindi le nazioni presenti, se davvero volessero onestamente e sinceramente dire basta alla concorrenza sugli armamenti, dovrebbero iniziare dal disarmo della politica commerciale, abbandonando in tutte le parti del mondo le predatorie campagne coloniali e le politiche internazionali delle sfere d’influenza – in una parola dovrebbero fare, nella loro politica estera come in quella domestica, l’esatto contrario di tutte quelle politiche che la natura di un moderno stato capitalista esige. Da ciò si può evincere con chiarezza il nocciolo della concezione socialdemocratica secondo cui il militarismo, in entrambe le sue forme – come guerra e come pace armata – è il figlio legittimo e la logica conseguenza del capitalismo, quindi può essere superato solo con la distruzione del capitalismo stesso; per questo chiunque desideri onestamente la pace nel mondo e la liberazione dal tremendo fardello degli armamenti deve desiderare anche il socialismo.”

 

I comunisti sono ben consapevoli della miseria della guerra imperialistica e lottano con ogni mezzo per evitarne il perpetuarsi, ma si rendono anche conto che finché si tratta di stare all’interno dei rapporti di produzione capitalistici, alcune guerre possono essere progressive, come ad esempio la guerra degli schiavi contro i loro padroni. Così precisa Lenin:

 

“I socialisti hanno sempre condannato le guerre fra i popoli come cosa barbara e bestiale. Ma il nostro atteggiamento di fronte alla guerra è fondamentalmente diverso da quello dei pacifisti borghesi (fautori e predicatori della pace) e degli anarchici. Dai primi ci distinguiamo in quanto comprendiamo l’inevitabile legame delle guerre con la lotta delle classi nell’interno di ogni paese, comprendiamo l’impossibilità di distruggere le guerre senza distruggere le classi ed edificare il socialismo, come pure in quanto riconosciamo pienamente la legittimità, il carattere progressivo e la necessità delle guerre civili, cioè delle guerre della classe oppressa contro quella che opprime, degli schiavi contro i padroni di schiavi, dei servi della gleba contro i proprietari fondiari, degli operai salariati contro la borghesia. E dai pacifisti e dagli anarchici noi marxisti ci distinguiamo in quanto riconosciamo la necessità dell’esame storico (dal punto di vista del materialismo dialettico di Marx) di ogni singola guerra. Nella storia sono più volte avvenute delle guerre che, nonostante tutti gli orrori, le brutalità, le miserie ed i tormenti inevitabilmente connessi con ogni guerra, sono state progressive; che, cioè, sono state utili all’evoluzione dell’umanità, contribuendo a distruggere istituzioni particolarmente nocive e reazionarie (per esempio l’autocrazia o la servitù della gleba), i più barbari dispotismi dell’Europa (quello turco e quello russo).”

 

Così d’altronde argomentavano anche Marx ed Engels, quando si schieravano senza indugio dalla parte delle guerre anticoloniali dei popoli irlandesi e polacchi contro le potenze imperialistiche che le opprimevano impedendone una libera autodeterminazione.

 

La struttura intrinsecamente reazionaria dell’Unione Europea

 

Anche l’attuale Unione Europea (Ue) presenta un carattere evidentemente imperialista. Nata formalmente (dopo un quarantennio di preparazione e cooperazione in un’ottica antisovietica) con il Trattato di Maastricht (1992), sottoscritto da 12 Stati, il capitale transnazionale europeo dà avvio a quel processo di unità e di nuova accumulazione capitalistica indispensabile per porsi come nuovo contendente nel quadro della lotta mondiale per i mercati.
Storicamente l’intero processo di costruzione dell’Ue è stato diretto oligarchicamente dall’élite economica e politica degli Stati europei, senza il coinvolgimento popolare dei cittadini europei. Le decisioni importanti sono tutte calate dall’alto, in dispregio perfino della forma borghese di democrazia. L’UE ha portato Stati, governi e parlamenti a genuflettersi al dominio tedesco e alla BCE; i lavoratori sono stati riportati indietro in un tempo ottocentesco di massimo sfruttamento, i salari ridotti a retribuzioni da fame, i diritti cancellati, lo stato sociale distrutto, i comparti e i servizi pubblici privatizzati. Il carattere antidemocratico dell’UE si nota anche nell’inutilità dell’unico organo elettivo (il parlamento europeo) che non ha il potere esclusivo di promulgare le leggi, mentre il vero potere lo detengonola Commissione e il Consiglio d’Europa (organi non eletti dai popoli ed espressione diretta degli interessi del grande capitale europeo).

 

Un’Ue basata sull’esigenza del capitale transnazionale non può che essere antidemocratica e antipopolare e, nel processo unitario monetarista, subordina i paesi periferici al potere economico e politico tedesco. L’intera Ue si sviluppa intorno alla locomotiva tedesca per dare potere politico-economico alla borghesia transnazionale europea (all’interno della quale la struttura produttiva tedesca ha un ruolo prioritario). Questo ha portato ad una forma di colonialismo interno in cui paesi come l’Italia che erano fortemente industrializzati diventano importatori (di prodotti tedeschi).

 

L’Ue nasce col mito secondo cui l’unione dei paesi europei sotto la bandiera della BCE porterebbe alla fine delle guerre: la storia e la realtà sfatano questo mito, mostrando il vero volto imperialista e guerrafondaio dell’UE. Coloro che vogliono paragonare dei fantomatici Stati Uniti d’Europa agli USA dimenticano che mentre l’Ue nasce come unità di interessi della borghesia, fondata sul liberismo e sugli interessi delle banche, gli Usa nacquero dall’alleanza di stati colonizzati dall’Inghilterra che lottarono insieme fino ad ottenere l’indipendenza. Si tratta di una differenza sostanziale. Il motore che ha avviato il processo unitario europeo è invece imperialista: il capitale transnazionale europeo ha l’esigenza oggettiva di unirsi per competere con gli altri poli imperialisti internazionali e con gli emergenti paesi del BRICS per la conquista dei mercati mondiali. È da questa esigenza capitalistica oggettiva che, in Europa, prende rapidamente avvio il processo unitario, al quale restano completamente esterni gli stati e i popoli.

 

L’Unione Europea prende la forma di una dittatura politico-economica del capitale che non tollera mediazioni sociali o freni politici. Il carattere iperliberista dell’Ue è in netto contrasto con molte delle Costituzioni degli stati che la compongono, a partire da quella italiana. L’adesione all’Ue significa sostanzialmente bypassare le Costituzioni nazionali e ridurle a carta straccia.

 

Nel corso degli anni l’Ue si allarga inglobando sempre più paesi (e spostandosi sempre più ad Est). La promessa fatta dai paesi dominanti a quelli più deboli era che entrando nell’Ue avrebbero raggiunto pace e prosperità, mentre la realtà è la sofferenza sociale e la preparazione alle guerre imperialiste. Infatti i paesi che hanno voluto entrare nell’Ue hanno dovuto accettare le condizioni di Maastricht e hanno avuto l’ordine di entrare nella Nato. La promessa era di arricchirsi comela Germania, ma nel’Ue solola Germaniapuò avere quel ruolo proprio in funzione delle dinamiche capitaliste/imperialiste dell’Ue secondo cui le fortune della Germania (concentrazione monopolistica della ricchezza dell’Europa) sono basate sullo sfruttamento dei paesi periferici.

 

La costruzione dell’UE ha rappresentato una progressiva perdita di diritti per i popoli, l’aumento delle diseguaglianze e dei problemi ambientali e la dipendenza dei paesi più deboli da quelli più forti. Man mano che entrano nuovi paesi, invece che accedere ad un migliore sistema di welfare, diventano fonte di manodopera a basso costo e senza diritti usata come elemento di ricatto nei confronti dei lavoratori di altri paesi che, per mantenersi competitivi, devono accettare riduzioni dei propri diritti mettendo in scena una guerra fra poveri di cui beneficia la grande borghesia.

 

I popoli dei paesi ex-Urss vengono saccheggiati a suon di massicce privatizzazioni contemporaneamente ad una privazione del sistema di garanzie sociali di cui godevano prima dell’ingresso in Europa. A dieci anni dalla caduta del Muro le popolazioni dei paesi dell’Est versano in condizioni peggiori che nel 1989: la contro-transizione dal socialismo al capitalismo ha portato ad un aumento di disoccupazione, miseria e recessione, tanto da alimentare nelle popolazioni locali il rimpianto per i passati regimi comunisti. Tanto per fare un esempio: nel2009, inoccasione del 20° anniversario della caduta del Muro, il 49% dei tedeschi dell’Est ha affermato che “la Rdtaveva più lati positivi che negativi. C’erano alcuni problemi, ma si viveva bene”. Un ulteriore 8 per cento era del seguente avviso: «la Rdtaveva nettamente più lati positivi. Vi si viveva più felici e meglio che oggi nella Germania riunificata». Dopo queste clamorose risposte il governo tedesco ha deciso di non commissionare più sondaggi (o non renderli pubblici) su questo tema.

 

Prevedibilmente i popoli dell’Est avrebbero potuto ribellarsi a questa nuova situazione di sfruttamento. Per questo motivo la grande borghesia ha pensato bene di far precedere all’ingresso in Europa, il controllo politico militare, obbligando questi paesi ad un’integrazione forzata preliminare nella Nato. Chi resiste all’ingresso forzato nell’asse guerrafondaio dell’imperialismo Usa-Ue viene bombardato, come nel caso dell’“esportazione (forzata) di democrazia” nella Repubblica Federale Jugoslava nel 1999. Man mano che nuovi paesi entrano in Europa lo fanno non in un rapporto paritario, ma vengono di fatto annessi e subordinati agli interessi del grande capitale.

 

L’Ue non è quindi certo (e mai potrà esserlo) quell’Europa dei popoli a carattere sociale. Non è riformabile: la questione europea non può essere risolta ritoccando i trattati, ma solo trasformandoli radicalmente, cioè distruggendo e superando l’attuale polo imperialista europeo. Un’ipotesi è quella di costruire le condizioni per la rottura dell’Ue accumulando le forze dei movimenti di lotta e ricostruendo una soggettività di classe che propone il superamento dell’Ue non in termini nazionalistici, ma di un nuovo internazionalismo di classe.

 

Come si conduce la lotta contro l’imperialismo?

 

Accertato insomma che l’imperialismo sia l’orizzonte oggi dominante a livello globale, occorre altresì segnalare l’ascesa dei BRICS, verso un mondo multipolare. A riguardo è utile l’osservazione di Domenico Losurdo in un’intervista di presentazione alla sua opera “La sinistra assente” (2014):

 

“noi siamo in presenza, se diamo uno sguardo a livello mondiale, non di uno, ma di due processi di redistribuzione del reddito, tra loro contrapposti. Nell’ambito dell’occidente capitalistico vediamo appunto la redistribuzione del reddito a favore delle classi ricche e privilegiate. A livello planetario noi vediamo una redistribuzione del reddito a favore dei paesi che hanno alle spalle una rivoluzione anticoloniale e che adesso, dopo essersi scossi di dosso l’assoggettamento politico, tentano di scuotersi di dosso anche l’assoggettamento economico e tecnologico. È il fenomeno, soprattutto, dei paesi emergenti ed in primo luogo della Cina.”

 

La tesi di Losurdo, più che condivisibile, è che oggi come ieri occorra “per un versocontestare nell’occidente capitalistico questa redistribuzione del reddito a favore dei ceti ricchi e privilegiati”. Per altro verso, “a livello globale e planetario, appoggiare e favorire questo processo di redistribuzione del reddito a favore dei paesi emergenti e a favore dei paesi che sono stati protagonisti della rivoluzione anticoloniale.

 

In questo quadro occorre quindi contrastare con ogni mezzo l’imperialismo occidentale, favorendo l’ascesa di un polo antimperialista costituito da stati (su tuttila Cinae gli stati latinoamericani) ad orientamento socialista, pur nella consapevolezza delle contraddizioni che spesso ci si trova a dover affrontare nel mondo reale della politica. Ciò impone ancor più un adeguato apprendimento dei principi basilari del materialismo dialettico, al fine di rifuggire da una lettura binaria della politica che scada nel dogmatismo, ma che sappia piuttosto abbracciare, secondo la lezione della moderna scienza politica introdotta da Machiavelli, la capacità di coniugare saldi principi rivoluzionari con l’esigenza di calarsi in una realtà sgradita in cui occorre saper stringere alleanze e compromessi discutibili, ma utili in vista del proprio programma di riferimento. Lenin stesso formula in maniera adeguata tale concetto in una delle sue ultime (ma non per questo meno significative, anzi…) opere, “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”:

 

“Fabbricare una ricetta o una regola generale (“nessun compromesso”!) che serva per tutti i casi, è una scempiaggine. Bisogna che ognuno abbia la testa sulle spalle, per sapersi orientare in ogni singolo caso. L’importanza dell’organizzazione di partito e dei capi di partito che meritano questo appellativo, consiste per l’appunto, tra l’altro, nell’elaborare – mediante un lavoro lungo, tenace, vario, multiforme di tutti i rappresentanti pensanti di una data classe – le cognizioni necessarie, la necessaria esperienza e – oltre le cognizioni e l’esperienza – il fiuto politico necessario per risolvere rapidamente e giustamente le questioni politiche complicate.”

 

Naturalmente, precisa Lenin, “vi sono compromessi e compromessi. Si deve essere capaci di analizzare le circostanze e le condizioni concrete di ogni compromesso e di ogni specie di compromesso. Si deve imparare a distinguere l’uomo che ha dato denaro e armi ai banditi per ridurre il male che i banditi commettono e facilitarne l‘arresto e la fucilazione, dall’uomo che dà denaro e armi ai banditi per spartire con essi la refurtiva. Nella politica, questo non è sempre così facile come nel piccolo esempio che ho citato e che un bambino può comprendere. Ma chi volesse escogitare una ricetta per gli operai, che offrisse loro decisioni preparate in anticipo per tutti i casi della vita, o promettesse loro che nella politica del proletariato rivoluzionario non ci saranno mai difficoltà e situazioni complicate, sarebbe semplicemente un ciarlatano.”

 

E ancora, condividendo il pensiero di Marx:

 

“Se è necessario unirsi – scriveva Marx ai capi del partito – fate accordi allo scopo di raggiungere i fini pratici del movimento, ma non fate commercio dei princípi e non fate “concessioni” teoriche. Questo era il pensiero di Marx.”

 

Il Parlamento come mezzo rivoluzionario per diffondere la verità proletaria

 

Quanto basta però a Lenin per rifiutare una “verginità” politica che non desterebbe problemi alla borghesia (ma che sembra confacersi più ai preti e ai moralisti) per calarsi nei meandri spesso sporchi e malsani della politica borghese, se ciò è utile alla causa:

 

“Voi siete in dovere di non scendere al livello delle masse, al livello degli strati arretrati della classe. Questo è incontestabile. Voi avete il dovere di dir loro l’amara verità. Voi avete il dovere di chiamare pregiudizi i loro pregiudizi democratici borghesi e parlamentari. Ma nello stesso tempo avete il dovere di considerare ponderatamente lo stato effettivo della coscienza e della maturità della classe tutta intera (e non soltanto della sua avanguardia comunista), di tutte quante le masse lavoratrici (e non soltanto di singoli elementi avanzati). […] la partecipazione alle elezioni parlamentari e alla lotta dalla tribuna parlamentare è obbligatoria per il partito del proletariato rivoluzionario, precisamente al fine di educare gli stati arretrati della propria classe, precisamente al fine di risvegliare e di illuminare le masse rurali, non evolute, oppresse, ignoranti. Finché voi non siete in grado di sciogliere il Parlamento borghese e le istituzioni reazionarie di ogni tipo, voi avete l’obbligo di lavorare nel seno di tali istituzioni appunto perché là vi sono ancora degli operai ingannati dai preti e dall’ambiente dei piccoli centri sperduti; altrimenti rischiate di essere soltanto dei chiacchieroni.”

 

Il che d’altronde non vuol dire che i comunisti debbano svendere la propria identità o il proprio programma per entrare nei parlamenti borghesi, anzi:

 

“Ogni deputato comunista al parlamento deve essere penetrato dall’idea che egli non è per nulla un legislatore, che cerca un compromesso con altri legislatori, ma un agitatore del partito inviato nel campo nemico per applicarvi la decisione del partito” afferma Bucharin.

 

Lenin non esita a dichiarare sprezzante che “la potenza del capitale è tutto, la Borsa è tutto, mentre il parlamento, le elezioni, sono un gioco da marionette, di pupazzi”, al quale pure occorre partecipare, ma unicamente come mezzo, mai bensì come fine ultimo, che resta sempre l’obiettivo rivoluzionario della presa del potere, la qual cosa non si identifica necessariamente con il raggiungimento della maggioranza elettorale, ma con il raggiungimento di uno stadio di consenso sociale, politico e culturale tale da riuscire a trascinare, guidandole, le masse verso l’abbattimento delle istituzioni borghesi. Così Lenin rispondeva al compagno Bordiga, noto per la sua teoria astensionistica (di non partecipare cioè alle elezioni per eleggere i membri delle istituzioni borghesi), portata tutt’oggi avanti da alcuni gruppi minoritari della sinistra comunista:

 

“Solo quando si è membri del parlamento borghese si può combattere – partendo dalle condizioni storiche esistenti – la società borghese e il parlamentarismo. Lo stesso mezzo che la borghesia utilizza nella lotta deve essere adoperato – s’intende per fini del tutto diversi – anche dal proletariato. Voi non potete contestare che sia così; ma, se volete contestarlo, dovete prescindere dalle esperienze di tutti gli avvenimenti rivoluzionari del mondo. […] Bisogna sapere in che modo si può distruggere il parlamento. Se poteste distruggerlo in tutti i paesi con una insurrezione armata, sarebbe una gran bella cosa. Voi sapete che in Russia abbiamo dimostrato, non soltanto in teoria, ma anche in pratica, la nostra volontà di distruggere il parlamento borghese. Ma voi avete dimenticato che ciò è impossibile senza una preparazione abbastanza lunga e che, nella maggioranza dei paesi, è ancora impossibile distruggere il parlamento di un sol colpo. Noi siamo costretti a condurre anche nel parlamento la lotta per la distruzione del parlamento. Voi sostituite la vostra volontà rivoluzionaria alle condizioni che determinano l’orientamento politico di tutte le classi della società contemporanea, e perciò dimenticate che noi, per distruggere il parlamento borghese in Russia, abbiamo dovuto dapprima convocare l’Assemblea Costituente, per giunta quando già avevamo vinto. […] In tutti i paesi capitalistici esistono elementi arretrati della classe operaia i quali sono convinti che il parlamento sia una vera rappresentanza del popolo e non vedono che vi si fa uso di mezzi poco puliti. Si dice che il parlamento è uno strumento della borghesia per ingannare le masse. Ma questo argomento si ritorce contro voi e le vostre tesi. Come mostrerete alle masse effettivamente arretrate e ingannate dalla borghesia il vero carattere del parlamento? Come smaschererete tale o talaltra manovra parlamentare, la posizione di tale o talaltro partito, se non entrate nel parlamento, se siete fuori del parlamento? Se siete dei marxisti, dovete riconoscere che i rapporti fra le classi nella società capitalistica e i rapporti tra i partiti sono strettamente legati. Ripeto: come dimostrerete tutto questo se non siete membri del parlamento, se rifiutate di svolgere un’azione parlamentare? […] Si è detto che partecipando alla lotta parlamentare perdiamo molto tempo. Ma è possibile immaginare un’altra istituzione alla quale tutte le classi siano interessate in egual misura che al parlamento? Un’istituzione simile non può essere creata artificialmente. Se tutte le classi sono spinte a partecipare alla lotta parlamentare, vuol dire che gli interessi e i conflitti si riflettono effettivamente nel parlamento. Se fosse subito possibile organizzare dovunque e d’un tratto uno sciopero generale per abbattere di colpo il capitalismo, la rivoluzione sarebbe già avvenuta in diversi paesi. Ma bisogna tener conto dei fatti, e per ora il parlamento è ancora un’arena della lotta di classe.”

 

In base allo stesso ragionamento Lenin ritiene imprescindibile la presenza organizzata dei comunisti nei sindacati, anche i più reazionari:

 

“Quando incominciò a svilupparsi la forma suprema dell’unione di classe dei proletari, il partito rivoluzionario del proletariato […] i sindacati incominciarono inevitabilmente a rivelare alcuni tratti reazionari, un certo angusto spirito corporativo, una certa propensione all’apoliticismo, una certa fossilizzazione, ecc. Ma il proletariato, in nessun paese del mondo, non si è sviluppato, né poteva svilupparsi altrimenti che per mezzo dei sindacati, per mezzo dell’azione reciproca tra sindacati e partito della classe operaia. […] il partito deve ancor più, in una forma nuova e non soltanto come prima, educare i sindacati e dirigerli, senza però dimenticare, nel tempo stesso, che essi sono, e per molto ancora resteranno, una necessaria “scuola di comunismo” e una scuola preparatoria per la realizzazione, da parte dei proletari, della loro dittatura; una unione necessaria degli operai per il graduale passaggio dell’amministrazione di tutta l’economia del paese nelle mani della classe operaia (e non di singole professioni), e quindi nelle mani di tutti i lavoratori. […] In Occidente, i menscevichi di colà si sono “annidati” molto più solidamente nei sindacati; là si è formato uno strato, molto più forte che da noi, di “aristocrazia operaia” corporativistica, gretta, egoista, sordida, interessata, piccolo borghese, di mentalità imperialista, asservita e corrotta dall’imperialismo. Ciò è incontestabile. La lotta […] nell’Europa occidentale è incomparabilmente più difficile della lotta contro i nostri menscevichi, i quali rappresentano un tipo sociale e politico del tutto analogo. Questa lotta deve essere condotta senza pietà e, come noi abbiamo fatto, deve essere necessariamente continuata fino a coprire di vergogna, fino a estirpare completamente dai sindacati tutti i capi incorreggibili dell’opportunismo e del socialsciovinismo. Non si può conquistare il potere politico (e non si deve tentare di prenderlo) fino a quando tale lotta non sia stata portata a un certo grado, e questo “certo grado” non sarà lo stesso nei diversi paesi e in circostanze diverse; e soltanto dei dirigenti politici del proletariato, riflessivi, competenti ed esperti, possono determinarlo esattamente in ogni singolo paese.”

 

L’origine della corruzione e del degrado morale

 

Tale lotta contro i settori più arretrati del proletariato, più o meno presenti nelle organizzazioni operaie, è secondo Lenin strettamente intrecciata proprio al fenomeno dell’imperialismo:

 

“I capitalisti di uno dei tanti rami industriali, di uno dei tanti paesi, ecc., raccogliendo gli alti profitti monopolistici hanno la possibilità di corrompere singoli strati di operai e, transitoriamente, perfino considerevoli minoranze di essi schierandole a fianco della borghesia del rispettivo ramo industriale o della rispettiva nazione contro tutte le altre. Questa tendenza è rafforzata dall’aspro antagonismo esistente tra i popoli imperialisti a motivo della spartizione del mondo. Così sorge un legame tra l’imperialismo e l’opportunismo. […] Più pericolosi di tutti, da questo punto di vista, sono coloro i quali non vogliono capire che la lotta contro l’imperialismo, se non è indissolubilmente legata con la lotta contro l’opportunismo, è una frase vuota e falsa.”

 

Un’analisi che ricorda molto da vicina quella realizzata da Antonio Gramsci:

 

“La demagogia, l’illusione, la menzogna, la corruzione della società capitalistica non sono accidenti secondari della sua struttura, sono inerenti al disordine, allo scatenamento di brutali passioni, alla feroce concorrenza in cui e per cui la società capitalistica vive. Non possono essere abolite, senza abolire la struttura che la genera. Le prediche, gli stimoli, le moralità, i ragionamenti, la scienza, i «se…» sono inutili e ridicoli. La proprietà privata capitalistica dissolve ogni rapporto d’interesse generale, rende cieche e torbide le coscienze. Il lucro singolo finisce sempre col trionfare di ogni buon proposito, di ogni idealità superiore, di ogni programma morale”.
Gli effetti negativi della corruzione in seno alla classe operaia, qualora dovessero giungere a devastare l’organizzazione rivoluzionaria, tendono inoltre a generare fenomeni tra loro contrapposti, venendo meno la capacità dialettica di giungere ad una sintesi proficua delle varie tendenze politiche spontanee e non scientifiche:

 

“[…] una forte organizzazione rivoluzionaria è assolutamente necessaria per rendere stabile il movimento e per premunirlo contro la possibilità di attacchi inconsulti. Proprio in questo momento, data la mancanza di una simile organizzazione, dato il rapido sviluppo spontaneo del movimento operaio, si possono già notare due estremi (che, come è naturale, “si toccano”): un economismo assolutamente inconsistente, che predica la moderazione, e un “terrorismo stimolante” che è altrettanto inconsistente e cerca “di provocare artificialmente i sintomi della fine di un movimento il quale è in progresso continuo, ma ancora più vicino al punto di partenza che non al punto di arrivo”.”

 

Il nesso strutturale tra fascismo e imperialismo

 

Alcuni di questi attacchi inconsulti odierni riguardano ad esempio la questione posta da alcuni intellettuali autodefinitisi marxisti secondo cui occorrerebbe rinnegare la dicotomia fascismo/antifascismo in nome della costruzione di un fronte comune antimperialista e anticapitalista. Questi assunti partono dal giusto assunto che dopo il 1991 e la ripresa di egemonia delle teorie socialdemocratiche (con evidenti e grossolani cedimenti all’ideologia liberista) all’interno delle organizzazioni progressiste, le “destre” e le “sinistre”, così come sono percepite a livello popolare, abbiano sostanzialmente messo in pratiche le stesse politiche (reazionarie), giungendo ad esempio in Italia a rafforzare l’idea che tutta la politica non sia altro che un gioco di corrotti e delinquenti (la questione insomma della cosiddetta “antipolitica” e della “casta”). È evidente che analizzando gli ultimi 20-30 anni le sinistre socialdemocratiche siano sempre più assimilabili alle destre popolari, all’insegna di una comune accettazione del sistema capitalistico imperialista. Da tutto ciò potrebbe anche scaturire una riflessione utile sull’utilità o meno per un’organizzazione comunista di utilizzare una parola sempre più logora e deturpata come “sinistra”, ormai forse perfino più bistrattata di termini considerati vetusti (ma sempre più sconosciuti per le giovani generazioni) come “socialista” o “comunista”. Da ciò non deve derivare però la caduta del concetto ontologico di destra e sinistra nato conla Rivoluzione Francese, che sanciva in maniera storica la differenza antropologica tra reazionari e progressisti, tra conservatori e rivoluzionari, tra chi in definitiva guarda al bene del proprio orticello e chi invece volge lo sguardo all’interesse di tutta l’umanità.

 

Questa è la stessa differenza sostanziale che vige tra fascismo e antifascismo: il primo è un’ideologia reazionaria, nazionalista e xenofobo-razzista che nulla può avere a che vedere con chi si professa comunista, il quale invece pone l’internazionalismo e quindi l’antirazzismo come uno dei suoi fondamenti necessari e costituenti verso la lotta al Capitale. C’è però anche un altro motivo ben più evidente che rende questa alleanza non solo impossibile ma inconcepibile. Ciò risiede nel fatto che il capitalismo ed il fascismo altro non sono che due facce della stessa medaglia. Lo insegna la storia del movimento operaio. Non è un caso che la XIII° sessione plenaria del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista definisse il fascismo al potere come “la dittatura terroristica aperta degli elementi più reazionari, più sciovinisti e più imperialisti del capitale finanziario”.

 

Il fascismo non è altro quindi che una mostruosa creatura partorita e sostenuta nei momenti di crisi dalla stessa borghesia per i suoi obiettivi. Gramsci lo spiega assai bene:

 

“Il «fascismo» è la fase preparatoria della restaurazione dello Stato, cioè di un rincrudimento della reazione capitalistica, di un inasprimento della lotta capitalistica contro le esigenze piú vitali della classe proletaria. Il fascismo è l’illegalità della violenza capitalistica: la restaurazione dello Stato è la legalizzazione di questa violenza.”Questo è il motivo che rende chiaro a Gramsci il fatto che “la liquidazione del fascismo deve essere la liquidazione della borghesia che lo ha creato”.

 

Impossibile quindi essere antifascisti senza essere anticapitalisti, come riuscì a sentenziare in maniera quasi poetica Bertolt Brecht:

 

“Coloro che sono contro il fascismo senza essere contro il capitalismo, che si lamentano della barbarie che proviene dalla barbarie, sono simili a gente che voglia mangiare la sua parte di vitello senza però che il vitello venga scannato. Vogliono mangiare il vitello, ma il sangue non lo vogliono vedere. Per soddisfarli basta che il macellaio si lavi le mani prima di servire la carne in tavola. Non sono contro i rapporti di proprietà che generano la barbarie, ma soltanto contro la barbarie. Alzano la voce contro la barbarie e lo fanno in paesi in cui esistono bensì gli stessi rapporti di proprietà, ma i macellai si lavano ancora le mani prima di servire la carne in tavola.”

 

Ma nell’epoca in cui il capitalismo è nella sua fase imperialistica come si può quindi predicare l’unione con i fascisti che dell’imperialismo rappresentano l’agente più terribile?

 

Non val la pena approfondire ulteriormente tale questione posta da settori dell’intellettualità che evidentemente nulla hanno a che spartire con il marxismo. Piuttosto, terminati i ragionamenti sulla questione imperialistica, con ciò che questo comporta in termini di posizionamento internazionale e di comprensione di parte delle dinamiche nazionali, occorre adesso capire come strutturare l’organizzazione nazionale, ossia il partito comunista.

 

Come organizzare il Partito Comunista, ossia l’organizzazione rivoluzionaria del proletariato

 

Il cantiere aperto lasciato da Marx ed Engels

 

Marx ed Engels, se avevano fatto un’analisi della società capitalistica mai così dettagliata e precisa, non avevano usato altrettanta solerzia per descrivere quali fattezze dovesse avere la futura società socialista, né tantomeno avevano saputo fornire un dettagliato modello di organizzazione che dovesse fungere da base di lotta per il proletariato. Queste “carenze” sono spiegabili per molteplici motivi. Innanzitutto occorre ricordare il carattere multiforme ed eterogeneo delle ricerche marxiane (ed engelsiane), capaci di affrontare le tematiche più varie (filosofia, economia, politica, società, cultura, scienze) con la medesima scioltezza, ma non sempre con la stessa capacità e volontà di trarre conclusioni affrettate. Il “cantiere” teorico che ne è risultato (ciò vale soprattutto per l’opera di Marx) è quindi da considerare un campo che lascia molti interrogativi aperti, che successivamente Engels e i suoi seguaci hanno tentato di “chiudere” per dare risposte politiche concrete e necessarie per la battaglia politica contingente. Ciò ha portato molti a vedere in Engels l’iniziatore del “marxismo”, una volgarizzazione degenerata del pensiero “marxiano”. Il dibattito tra gli studiosi resta tuttora aperto alle diverse interpretazioni, ma occorre senz’altro stare attenti a ridimensionare troppo la figura teorica di primo piano di Engels, il quale in ogni opera scritta, Marx ancora vivente, trovava il pieno assenso di quest’ultimo. È significativo quindi che entrambi rimanessero fedeli fino all’ultimo non solo alla teoria del materialismo storico (la concezione della storia come storia di lotta di classe), ma anche a quella del materialismo dialettico. In tal senso occorre valutare il rifiuto di Marx “di prescrivere ricette per l’osteria dell’avvenire”, alla domanda postagli su come dovesse organizzarsi l’eventuale stato socialista dopo la presa del potere. Ugualmente Engels rispondeva così a chi gli poneva la stessa domanda:

 

“A mio parere, la cosiddetta “società socialista” non è qualcosa di immutabile. Come ogni altra formazione sociale, dev’essere concepita come una società in uno stato costante di movimento e trasformazione.”

 

In questo senso occorre valutare la famosa affermazione contenuta nell’Ideologia Tedesca secondo cui “il comunismo per noi non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi. Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente.”

 

Queste formule molto vaghe danno il senso dell’astrattezza pratica in cui si trovarono i comunisti nel momento in cui per la prima volta si trovarono nel1917 adover costruire una società socialista in Russia.

 

Dalla falsa ideologia alla coscienza di classe

 

Un discorso simile occorre farlo su un altro tema: quello dell’organizzazione. In tempi recenti intellettuali di primo piano come Rossana Rossanda e Jacques Textier hanno sottolineato l’ambiguità del concetto di “partito” all’epoca di Marx, evidenziando quindi la carenza della proposta politica di cui furono propositori i due autori del Manifesto del Partito Comunista. La critica non è del tutto priva di fondamento. A colmare entrambe le lacune entra in campo il genio teorico di Vladimir Lenin, il primo uomo che seppe mettere in pratica a livello teorico prima ancora che pratico sia il modello di una vittoriosa organizzazione del proletariato, sia la costruzione di uno società socialista (anche se per poco tempo, lasciando di fatto già dal 1922 il compito al PCUS). Fondamentali a riguardo sono le opere “Che fare?” e “Stato e Rivoluzione”.

 

Prima però di capire come Lenin affronti queste tematiche occorre fare nuovamente un passo indietro approfondendo alcuni concetti fondamentali dell’opera di Marx ed Engels, riguardanti le modalità con cui si formano le idee negli individui e possano quindi convincere a lottare per la rivoluzione. Il nucleo del materialismo storico, l’abbiamo visto, consiste nello sviluppo della lotta di classe perpetuato nei secoli fin dallo sviluppo delle originarie forze di produzione più rudimentali. È convinzione dei due autori che per capire la natura dei fenomeni storico-sociali bisogni entrare nella struttura della società (lo scheletro che sostiene l’intero organismo sociale) che è l’insieme dei rapporti di produzione organizzati secondo un modo storicamente definito. Sulla base di questa struttura economica si poggia il resto dell’organismo sociale (la sovrastruttura, alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale) che si compone di vari livelli tra cui rapporti giuridici, politici, ideologie, arte, cultura, religione, filosofia, diritto, morale, ed in particolare lo Stato. La forma organizzativa dello Stato è condizionata dal modo di produzione e l’orientamento dello Stato è influenzato dalla classe dominante, che ne sfrutta a proprio vantaggio il monopolio dell’uso della forza. Il rapporto tra struttura e sovrastruttura non è meccanico ma dialettico, cioè la sovrastruttura non si limita ad essere influenzata dalla struttura, ma retroagisce su quest’ultima, modificandola. La struttura dei rapporti di produzione è in ultima istanza l’elemento dominante.

 

La concezione sociologica di Marx si basa su tre concetti principali: totalità, prevalenza dei rapporti di produzione e movimento.La Societàpuò essere compresa solo in una dimensione totale: gli aspetti che la compongono non hanno tutti la stessa importanza (i rapporti di produzione rappresentano l’elemento determinante in ultima istanza). Questa totalità non può essere intesa in modo statico, ma come organismo in continua trasformazione. Questo concetto di movimento è alla base della concezione materialista della Storia (su cui a sua volta si basa la teoria della rivoluzione comunista).

 

Marx ed Engels indicano come “ideologia” (connotando il termine con un significato negativo) la fittizia autonomia della sovrastruttura dalla struttura. È ideologico credere che la sovrastruttura possa giustificare la situazione esistente (al contrario “le idee dominanti sono le idee delle classi dominanti”). L’ideologia è il modo di vedere la realtà della classe sociale dominante. Ideologica è ogni concezione che voglia rivestire di idee e principi astratti la concreta realtà dei fatti materiali, mascherandoli e dandone una surrettizia giustificazione. In definitiva, l’ideologia nasce dalla separazione di teoria e prassi. L’ideologia borghese tenta in tutti i modi di screditare e di “confutare” la dialettica materialista: le classi dominanti difendono l’idealismo filosofico e cercano di inculcare l’idea dell’immutabilità dello stato di cose presenti. A questo scopo, in contrasto con la scienza (che è senza dubbio dalla parte della dialettica materialista) si servono delle religioni (che Marx chiamava “oppio dei popoli”) e di ogni tipo di superstizione.

 

Per Marx il pensiero e la prassi non possono essere isolati: il pensiero non può verificare sè stesso astrattamente; occorre che sia l’attività pratica, volta allo scopo, a verificare la verità delle idee. È questo il difetto di tutta la filosofia: quello di essersi limitata a cercare di conoscere la realtà, a interpretare il mondo, mentre ora, come Marx afferma nell’undicesima e ultima Tesi su Feuerbach (testo dell’aprile 1845 che inaugura la filosofia della prassi), “si tratta di trasformarlo”.

 

Per comprendere il processo storico più che prestare attenzione a idee e cultura bisogna indagare i modi di produzione. Marx infatti dedicherà gran parte della sua vita allo studio del modo di produzione capitalistico. In questo senso i tre libri (due dei quali pubblicati postumi sotto l’egida e la revisione di Engels) del “Capitale” diventano un’opera miliare non solo del marxismo, ma di tutta la scienza economica moderna. La concezione materialistica della storia pone quindi il socialismo su basi scientifiche perché analizza il processo storico e le condizioni reali che gli apriranno la strada.
Il problema però si pone nel momento in cui occorre riuscire a trasmettere (e convincere) della giustezza di tali tesi la maggioranza del proletariato, che vive convinta nelle menzogne e in una “falsa coscienza” raccontategli dalla borghesia. In uno splendido passo de “L’ABC del Comunismo” Bucharin e Preobrazenskij sintetizzano così la questione, che mostra tutta la sua attualità:

 

“Fra i mezzi di asservimento spirituale della classe operaia di cui dispone lo Stato capitalistico sarebbero da menzionare i tre più importanti: la scuola di Stato, la chiesa di Stato e la stampa di Stato o sovvenzionata dallo Stato.

 

La borghesia capisce di non poter reprimere le masse operi colla sola forza brutale. Essa vede che è necessario annebbiarne anche il cervello. Lo Stato borghese considera l’operaio come bestia da soma, che deve lavorare, ma deve essere messa anche nella impossibilità di mordere. Perciò non soltanto lo si sferza e si uccide quando esso morde, ma lo si addomestica come nei serragli. Perciò lo Stato capitalistico eleva specialisti per l’incretinimento e l’addomesticamento del proletariato: insegnanti borghesi e professori, preti e vescovi, pennaiuoli e giornalisti borghesi. Questi specialisti insegnano ai bambini sin dalla prima infanzia ad ubbidire al capitale, a disprezzare ed odiare i “ribelli”. Si raccontano ai bambini delle favole sulla rivoluzione e sui movimenti rivoluzionari, e si glorificano gli imperatori, i re, gli industriali ecc. I preti, al soldo dello Stato, predicano dal pulpito che “ogni potere è istituito da Dio”. I giornali borghesi ripetono giorno per giorno questa menzogna ai proletari (i giornali proletari vengono di solito soppressi dallo stato capitalista). Come possono gli operai in tali condizioni uscire dal pantano?”

 

Il problema principale consiste infatti nel far prendere alla classe proletaria coscienza della propria condizione di subalternità (tramite la coscienza di classe passare cioè dall’essere solo “classe in sé” a diventare “classe per sé”) e dei suoi comuni obiettivi. Solo così si unirebbe per rovesciare il capitalismo.

 

Lenin e la proposta del partito d’avanguardia come indispensabile strumento rivoluzionario

 

Alla domanda posta retoricamente da Bucharin e Preobrazenskij aveva in realtà risposto già molti anni prima Lenin nel saggio “Che fare?”, in cui delineava in modo sistematico la sua teoria dell’organizzazione e la strategia del partito rivoluzionario del proletariato, unico strumento in grado di esercitare un’egemonia (termine che assume ora valenze positive) sulla società, dirigendola verso una rivoluzione socialista “scientifica”. Secondo la sua analisi, la classe operaia lasciata da sola non arriva a idee comuniste, ma solo ad una coscienza tradunionista (sindacalismo), rimanendo assoggettata alla borghesia. Perciò non bastano i sindacati, ma è necessario un partito per combattere l’ordinamento borghese.

 

L’approccio sindacalista mira infatti solo ad un miglioramento delle condizioni economiche del lavoratore, senza interessarsi del fatto che questo avvenga a scapito del peggioramento delle condizioni di lavoratori dei paesi sfruttati dall’imperialismo. I comunisti hanno quindi una visione più ampia rispetto a quella dei sindacalisti, perciò lottano per l’uguaglianza delle diverse nazioni come precondizione per la liberazione dei lavoratori di tutto il mondo.

 

Secondo Lenin la coscienza politica di classe può essere portata solo “dall’esterno”. Lenin propone la formazione di un partito rivoluzionario composto dall’avanguardia della classe operaia, in cui partecipano rivoluzionari di professione. La polemica di Lenin non si rivolge però solo ai sindacati (considerati comunque un mezzo fondamentale per il proletariato, e all’interno dei quali i comunisti dovevano sempre e comunque lavorare), ma in generale contro ogni tipo di movimentismo e spontaneità carente di organizzazione e teoria. Si veda ad esempio il seguente passo che testimonia come i problemi storici del movimento operaio siano nella storia, nei punti fondamentali, sempre gli stessi. Basterà sostituire la parola “socialdemocratico” con “comunista” (all’epoca del presente scritto non era ancora avvenuta la scissione tra le tendenze riformiste e rivoluzionarie) e il Raboceie Dielo (giornale dell’area movimentista del partito socialdemocratico russo dell’epoca) con qualsiasi movimento italiano odierno:

 

“In ogni caso, la funzione della socialdemocrazia non è di trascinarsi alla coda del movimento: cosa che nel migliore dei casi è inutile, e, nel peggiore, estremamente nociva per il movimento stesso. Il Raboceie Dielo, da parte sua, non si limita a seguire questa «tattica-processo», ma la erige a principio, sicché la sua tendenza deve essere definita non tanto opportunismo quanto (dalla parola: coda) codismo. Certo si è che della gente fermamente decisa a stare sempre dietro al movimento come una coda è assolutamente e per sempre garantita contro la «sottovalutazione dell’elemento spontaneo dello sviluppo». Abbiamo dunque costatato che l’errore fondamentale della “nuova tendenza” della socialdemocrazia russa è di sottomettersi alla spontaneità, di non comprendere che la spontaneità delle masse esige da noi, socialdemocratici, un alto grado di coscienza. Quanto più grande è la spinta spontanea delle masse, quanto più il movimento si estende, tanto più aumenta, in modo incomparabilmente più rapido, il bisogno di coscienza nell’attività teorica, politica e organizzativa della socialdemocrazia.”

 

E ancora in un altro passo a ribadire che non dev’essere il rivoluzionario ad abbassarsi al livello politico del rivoltoso ma viceversa:

 

“[…] associazioni operaie di mestiere, circoli operai di istruzione e di lettura delle pubblicazioni illegali, circoli socialisti e anche democratici per tutti gli altri ceti della popolazione, ecc. Dappertutto vi è necessità di questi circoli, associazioni e organizzazioni; bisogna che essi siano il più possibile numerosi, con i compiti più diversi, ma è assurdo e dannoso confonderli con l’organizzazione dei rivoluzionari, cancellare la distinzione che li separa, spegnere nella massa la convinzione già debolissima che per “servire” un movimento di massa sono necessari uomini i quali si consacrino specialmente e interamente all’azione socialdemocratica, si diano pazientemente, ostinatamente un’educazione di rivoluzionari di professione. Sì, questa convinzione si è indebolita in modo incredibile. Con il nostro primitivismo abbiamo abbassato il prestigio del rivoluzionario […]: è questo il nostro peccato mortale nelle questioni organizzative. Un rivoluzionario fiacco, esitante nelle questioni teoriche, con un orizzonte limitato, che giustifichi la propria inerzia con la spontaneità del movimento di massa, più rassomigliante a un segretario di trade-union che non a un tribuno del popolo, incapace di presentare un piano ardito e vasto che costringa al rispetto anche gli avversari, un rivoluzionario inesperto e malaccorto nel proprio mestiere […], può forse chiamarsi un rivoluzionario? No. È solo un povero artigiano. […] il nostro compito non consiste nell’abbassare il rivoluzionario al lavoro dell’artigiano, ma nell’elevare quest’ultimo al lavoro del rivoluzionario.”

 

Chiaramente il rapporto tra proletari e partito va inteso non a senso unico (cioè di una pedagogia pedante e settaria) ma in modo dialettico, per cui non ci si può aspettare che tutti si “elevino” al livello degli intellettuali marxisti, ma occorre lavorare con l’uomo di cui si dispone nel presente:

 

“Noi possiamo (e dobbiamo) incominciare a costruire il socialismo non con un materiale umano fantastico e creato appositamente da noi, ma con il materiale che il capitalismo ci ha lasciato in eredità. Ciò è senza dubbio molto “difficile”. Ma ogni altro modo di affrontare il compito è così poco serio, che non vale la pena di parlarne.”

 

Spesso i grandi filosofi marxisti hanno espresso disprezzo per coloro che rifiutano o non riescono a prendere “coscienza”. Sono noti i motti dello stesso Lenin: “Nessuno è colpevole di essere nato schiavo. Ma lo schiavo al quale non solo sono estranee le aspirazioni alla libertà, ma che giustifica e dipinge a colori rosei la sua schiavitù, un tale schiavo è un lacchè e un bruto che desta un senso legittimo di sdegno, di disgusto e ripugnanza.”

 

Famosa anche l’affermazione di Engels: “Ogni giorno esistono centinaia di esseri umani che, abbindolati dai mezzi di comunicazione, darebbero persino la vita per gli stessi uomini che li sfruttano da generazioni. Io dico: è giusto così. Che questi cagnolini fedeli privi di alcun senso critico, braccio inconsapevole della classe dominante siano in prima fila nella crociata contro l’evoluzione dell’uomo! Saranno i primi a lasciare la faccia della terra (siano benedette le loro anime) al momento della resa dei conti, nessuno ne sentirà la mancanza. Amen.”

 

E senz’altro l’affermazione più sferzante e nota al grande pubblico è l’apologia contro l’indifferenza formulata da Antonio Gramsci:

 

“Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

 

L’indifferenza è il peso morto della storia. […] Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano. […] Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.”

 

C’è in questi passaggi tutta la frustrazione e l’amarezza per non riuscire a far capire alle masse proletarie la giustezza delle proprie posizioni, elaborate da pensatori spesso nati come borghesi (e quindi come tali “traditori” della classe di origine) a vantaggio però di una classe che la gran parte degli aristocratici ritiene composta da schiavi o straccioni. Ma al di là degli sfoghi momentanei è evidente sia a Lenin che a Gramsci come i comunisti non possano chiudersi nelle biblioteche, ma debbano cercare di raggiungere anche il contadino più analfabeta. Così Lenin: “Il compito dei comunisti consiste nel saper convincere i ritardatari, nel saper lavorare fra loro, nel non separarsi da loro con parole d’ordine di sinistra cervellotiche e puerili.”

 

Così Gramsci: “Trascurare e peggio disprezzare i movimenti così detti “spontanei”, cioè rinunziare a dar loro una direzione consapevole, ad elevarli a un piano superiore inserendoli nella politica; può avere spesso conseguenze molto serie e gravi.”

 

Lenin era convinto che il partito potesse raggiungere i propri obiettivi attraverso l’organizzazione disciplinata nota come centralismo democratico, ovvero “libertà di discussione, unità d’azione”. L’aspetto democratico di questo metodo organizzativo consiste nella libertà dei membri del partito di discutere e dibattere su politica e direzione, ma una volta che la decisione del partito sia scelta dal voto della maggioranza, tutti i membri si devono impegnare a sostenere quella decisione. Quest’ultimo aspetto rappresenta il centralismo. Gli statuti delle organizzazioni leniniste avevano definito i seguenti principi-base del centralismo democratico:

 

– Carattere elettivo e revocabile di tutti gli organi di partito dalla base al vertice.

 

– Tutte le strutture devono rendere conto regolarmente del loro operato a chi li ha eletti e agli organi superiori.

 

– Una rigida e responsabile disciplina nel partito, subordinazione della minoranza alla maggioranza (“La negazione del partito e della disciplina di partito […] ciò equivale al completo disarmo del proletariato a favore della borghesia”, afferma perentorio Lenin).

 

– Libertà di critica e autocritica all’interno del partito.

 

– Le decisioni degli organi superiori sono vincolanti per gli organi inferiori.

 

– Cooperazione collettiva di tutti gli organi al lavoro e alla direzione, e allo stesso tempo responsabilità individuale di ogni membro del partito sul proprio operato.

 

Antonio Gramsci e l’egemonia culturale, ossia come si lotta per il socialismo in tempo di democrazie liberali

 

È sorprendente constatare che mentre Lenin teorizza questi assunti ad inizio ’900, Gramsci arriva autonomamente (non conoscendo l’opera del “Che fare?”) alle stesse conclusioni durante il periodo “ordinovista” (1919-1925), riflettendo sull’incapacità del Partito Socialista Italiano di riuscire a portare a termine la rivoluzione in Italia in un clima più che propizio. A partire da tali riflessioni giovanili Gramsci diventerà uno dei protagonisti più illustri della nascita del Partito Comunista d’Italia (PCd’I) in seguito alla scissione dal PSI avvenuta a Livorno nel 1921. Gramsci era in tutto e per tutto un convinto marxista-leninista (ritiene che il leninismo sia il “marxismo dell’epoca del capitalismo monopolista, delle guerre imperialiste e della rivoluzione proletaria”), ma proprio per questo dedicò il periodo della prigionia cui lo confinò il regime fascista dal 1926 all’anno della morte (avvenuta nel 1937) a riflettere sulle diversità di contesto trala Russiaasiatica e contadina di Lenin e l’Occidente europeo industrializzato. Da tale riflessione scaturiscono i Quaderni dal Carcere, il fondamentale contributo teorico con cui Gramsci cerca di capire come si possa esercitare l’egemonia in una società democratica borghese in cui siano già sviluppate in una certa misura alcune libertà sociali e civili. Gramsci affronta anche diverse altre tematiche strettamente correlate a quella dell’“egemonia culturale”, ossia: il ruolo degli intellettuali, l’organizzazione del Partito Comunista, il ruolo della Chiesa, la cultura nazional-popolare, oltre ad approfondimenti teorici del marxismo di capitale importanza. Vediamo in cosa consiste l’importante contributo che Gramsci ci ha lasciato.

 

Gramsci, in continuità con Marx, non pensa che il capitalismo crollerà da sé, facendo posto ad una società comunista. Questa concezione che hanno i socialisti utopisti serve solo a mascherare la loro impotenza politica e incapacità di prendere l’iniziativa per conquistare il potere. La base materialista del marxismo offre lo strumento per il superamento del capitalismo, a partire dallo studio dei rapporti tra struttura e sovrastruttura per giungere ad una corretta analisi delle forze che operano nella storia di un determinato periodo. Gramsci si dedica quindi allo studio dello Stato e di come il proletariato possa, tramite un partito comunista guidato da intellettuali, conquistare l’egemonia culturale e quindi il potere politico.

 

Gramsci nota come lo Stato, espressione della classe dominante, per l’esercizio del potere si avvalga di due strumenti:

 

la “dittatura”, intesa come espressione coercitiva del potere politico;

 

l’egemonia culturale raggiunta con l’organizzazione del consenso.

 

La classe al potere cerca di interconnettere questi due strumenti e raggiungere un equilibrio tra la forza coercitiva del potere politico e il consenso culturale della maggioranza. Per ottenere il consenso si accrescono sempre più strumenti che formino l’opinione pubblica. In questo quadro assume importanza la figura degli intellettuali. Per Gramsci, tutti gli uomini sono intellettuali, in quanto ognuno ha una linea di condotta morale ed opera nella realtà secondo il proprio modo d’intendere e di volere, secondo una filosofia e un’etica spontanea, e contribuisce a modificare visioni del mondo e modi di pensare. Gramsci distingue due tipologie di intellettuali: ci sono quelli definiti “tradizionali”, cioè coloro che elaborano la propria attività intellettuale al di fuori degli schemi stabiliti dall’egemonia culturale dominante, considerandosi quindi politicamente ed economicamente “autonomi ed indipendenti dalla classe dominante”; l’altra categoria è quella degli intellettuali “organici” alla classe che offrono a questa funzioni organizzative e connettive tali da permetterne la guida ideologica e culturale.

 

Si può quindi definire l’egemonia culturale come lo strumento che le classi dominanti usano per imporre i propri valori a tutta la società, con l’obiettivo di saldare e gestire il potere intorno ad un senso comune condiviso. L’egemonia è allora l’arma che permette ad una classe di mantenere il controllo sociale di un Paese. Se le rivoluzioni comuniste non si sono verificate nei paesi a capitalismo avanzato è a causa del controllo dell’ideologia, dell’autocoscienza e dell’organizzazione dei lavoratori da parte della cultura borghese egemone. La classe borghese dominante impone la propria ideologia alle masse attraverso la scuola,la Chiesa, i mass media e altri canali, inculcando nelle classi subalterne una “falsa coscienza”. A causa di ciò i lavoratori invece di unirsi per rivoluzionare la società (costruendone una che serva a soddisfare i loro bisogni collettivi), fanno propria l’ideologia borghese dominante cedendo alle sirene del nazionalismo, del consumismo sfrenato e della competizione sociale, abbracciando un’etica individualista ed egoistica. Secondo Gramsci, per poter arrivare alla rivoluzione comunista (guerra di movimento, scontro violento di classe per la conquista del potere) è prima necessario combattere una “guerra di posizione” per sostituire l’egemonia culturale della borghesia con quella anticapitalista.

 

Il materialismo ci insegna che le norme culturali prevalenti non devono essere viste come “naturali”, “inevitabili” o “eterne”, ma possono e devono essere cambiate. Conquistare l’egemonia non è facile perché la classe dominante per mantenere il proprio potere è in grado di realizzare “rivoluzioni passive”, adeguando lo sviluppo economico alle necessità materiali della popolazione subordinata, in modo che questo contentino permetta di non modificare radicalmente le fondamenta della società capitalista. Inoltre per depotenziare la concezione del mondo anticapitalista, le classi dominanti denigrano la cultura delle classi subalterne, derubricandola a folklore. Un gruppo sociale che lotta per conquistare l’egemonia politica deve parallelamente da un lato conquistare ideologicamente gli intellettuali tradizionali, e dall’altro elaborare gli intellettuali organici alla propria classe e fare di questi i propri dirigenti politici. Il Partito Comunista dev’essere sintesi di questo processo: intellettuale collettivo di avanguardia e direzione politica della classe proletaria che lotta per l’egemonia.

 

Quando le classi dominanti non riescono più a risolvere i problemi della collettività e ad imporre la propria ideologia, si manifesta la crisi dell’egemonia. A questo punto se le classi subalterne (proletariato e parte della piccola borghesia) riescono ad indicare soluzioni concrete ai problemi lasciati irrisolti dalla classe dominante, possono diventare dirigenti, creando un nuovo blocco sociale, diventando egemoni. La conquista dell’egemonia avviene inizialmente a livello della sovrastruttura (politica, cultura, idee, morale…), ma poi trapassa nella società investendo anche la struttura, dunque tutto il blocco storico (insieme di rapporti sociali di produzione e i loro riflessi ideologici).

 

Propedeutica alla lotta per la conquista dell’egemonia è la formazione di una coscienza di classe: il proletariato per lo più non è consapevole della sua condizione reale di subordinazione al capitale, non ha una chiara conoscenza teorica che lo aiuti a conoscere il mondo e quindi a trasformarlo. Per maturare questa autocoscienza critica occorre organizzarsi e creare un gruppo di intellettuali organici alla classe.

 

L’organizzazione politica del proletariato non può che essere il Partito Comunista. Il partito deve comporsi di tre elementi fondamentali:

 

uomini comuni la cui partecipazione è offerta da disciplina e fedeltà. La forza di questa massa sta nella coesione e nella centralizzazione: in assenza del centro la massa si sparpaglia e si annulla in un pulviscolo impotente;

 

elemento coesivo principale dotato di inventiva. Da solo non forma il partito, ma è più importante (come punto di partenza) della massa: è più facile formare un esercito che formare dei capitani;

 

elemento medio: dei quadri dirigenti che sappiano mettere in contatto fisico, morale e intellettuale il centro dirigente con la massa.

 

Gramsci ha marchiato in maniera indelebile non solo il Partito Comunista Italiano ma è diventato complessivamente il punto di riferimento fondamentale cui si sono attenuti i partiti comunisti operativi in condizione di un regime democratico liberale borghese. Tutt’oggi è uno degli autori marxisti più studiati nel mondo, dall’America Latina alla Cina.

 

La lotta di classe: non solo conflitto capitale-lavoro

 

Il concetto di lotta di classe

 

Il concetto cardine della lotta di classe si fonda sul conflitto tra Capitale e Lavoro, ossia tra borghesia e proletariato. Questa lotta si fonda con ogni mezzo utile sull’avanzamento della presa di coscienza tra i lavoratori dell’obiettivo rivoluzionario. Su questo Lenin è esplicito:

 

“A quali fondamentali esigenze deve attenersi ogni marxista nell’esaminare il problema delle forme di lotta? Innanzi tutto, il marxismo si distingue da tutte le forme primitive di socialismo perché non lega il movimento a una qualsiasi forma di lotta determinata. Esso ne ammette le più diverse forme, e non le «inventa», ma si limita a generalizzarle e a organizzarle, e introduce la consapevolezza in quelle forme di lotta delle classi rivoluzionarie che nascono spontaneamente nel corso del movimento. Irriducibilmente ostile a ogni formula astratta, a ogni ricetta dottrinale, il marxismo esige un attento esame della lotta di massa in atto, che, con lo sviluppo del movimento, con l’elevarsi della coscienza delle masse, con l’inasprirsi delle crisi economiche e politiche, suscita sempre nuovi e più svariati metodi di difesa e di attacco. Non rinuncia quindi assolutamente a nessuna forma di lotta e non si limita in nessun caso a quelle possibili ed esistenti solo in un determinato momento, riconoscendo che inevitabilmente, in seguito al modificarsi di una determinata congiuntura sociale, ne sorgono delle nuove, ancora ignote agli uomini politici di un dato periodo. Sotto questo aspetto il marxismo impara, per così dire, dall’esperienza pratica delle masse, ed è alieno dal pretendere di insegnare alle masse forme di lotta escogitate a tavolino dai «sistematici». Noi sappiamo […] che la crisi imminente ci arrecherà nuove forme di lotta, che adesso non possiamo prevedere. In secondo luogo, il marxismo esige categoricamente un esame storico del problema delle forme di lotta. Porre questo problema al di fuori della situazione storica concreta significa non capire l’abbicci del materialismo dialettico. In momenti diversi dell’evoluzione economica, a seconda delle diverse condizioni politiche, culturali-nazionali, sociali, ecc., differenti sono le forme di lotta che si pongono in primo piano divenendo fondamentali, e in relazione a ciò si modificano, a loro volta, anche le forme di lotta secondarie, marginali. Tentar di dare una risposta affermativa o negativa alla richiesta di indicare l’idoneità di un certo mezzo di lotta senza esaminare nei particolari la situazione concreta di un determinato movimento in una data fase del suo sviluppo, significa abbandonare completamente il terreno del marxismo. Questi sono i due principi teorici fondamentali cui dobbiamo attenerci. […] Il marxista si pone sul terreno della lotta di classe, e non su quello della pace sociale. In certi periodi di acuta crisi economica e politica, la lotta di classe si sviluppa sino a trasformarsi in aperta guerra civile, cioè in lotta armata fra due parti del popolo. In questi periodi il marxista ha il dovere di porsi sul terreno della guerra civile. Ogni sua condanna morale è assolutamente inammissibile per il marxismo.”

 

Il materialismo dialettico non è un dogma, ma una guida per l’azione

 

La lotta di classe non si gioca su ricette prestabilite, né su sentieri tracciati una volta e per sempre. È sempre lo stesso Lenin a ricordare la natura antidogmatica del materialismo dialettico: “La nostra dottrina non è un dogma, ma una guida per l’azione, hanno sempre sostenuto Marx ed Engels, burlandosi a ragione delle “formule” imparate a memoria e ripetute meccanicamente, le quali, nel migliore dei casi, possono tutt’al più indicare i compiti generali che vengono di necessità modificati dalla situazione economica e politica concreta di ciascuna fase particolare del processo storico.”

 

Si può però, alla luce di quanto detto finora, riassumere per grandi capi, attraverso le parole che il filosofo Georges Politzer usava per insegnare il marxismo agli operai parigini negli anni ’30, che “la lotta di classe comprende:

 

a) una lotta economica;

 

b) una lotta politica;

 

c) una lotta ideologica.

 

Occorre quindi che il problema sia posto simultaneamente in questi tre campi.

 

a) Non si può lottare per il pane senza lottare per la pace, senza difendere la libertà e tutte le idee che rafforzano la lotta per questi obiettivi.

 

b) Lo stesso si deve dire per la lotta politica che, da Marx in poi, è diventata una vera scienza: per combattere questa battaglia, occorre tener conto contemporaneamente della situazione economica e delle correnti ideologiche.

 

c) Per quanto riguarda la lotta ideologica, che si manifesta attraverso la propaganda, bisogna tener conto, affinché sia veramente efficace, della situazione economica e politica; è chiaro dunque che questi problemi sono strettamente legati e non possiamo prendere nessuna decisione riguardo a qualsiasi aspetto di quel grande problema che è la lotta di classe (durante uno sciopero, per esempio) senza prendere in considerazione ogni dato del problema e l’insieme del problema stesso. Sarà quindi colui che riuscirà a lottare su tutti questi terreni che fornirà la guida migliore al movimento. È cosi che un marxista comprende il problema della lotta di classe.”

 

Politzer ci aiuta ad approfondire in parole semplici uno dei nuclei centrali del materialismo dialettico: la sua interiorizzazione della dinamica della complessità del reale. La realtà non è infatti mai semplice, fissa e lineare, ma sempre carica di contraddizioni e problematiche che necessitano di un esame costante e vigile, di uno studio continuo e comparato in ogni disciplina, compresa quella dello stesso marxismo. La stessa struttura e le formule fin qui enunciate in questo lavoro non devono essere intese se non come guide per l’azione. Lenin ci giunge ancora una volta in soccorso per spiegare meglio di tutti il punto: “Per conoscere veramente un oggetto, bisogna studiare e comprendere tutti i suoi aspetti, in tutti i nessi e le «mediazioni». Non raggiungeremo mai completamente questo risultato, ma l’esigenza di una ricerca che abbracci tutti gli aspetti ci aiuterà a evitare errori e schematismi. Questo in primo luogo. In secondo luogo la logica dialettica esige che si consideri l’oggetto nel suo svolgimento, nel «movimento di sé stesso» (come diceva Hegel). In terzo luogo tutta la prassi umana deve entrare nella «determinazione» dell’oggetto, sia come criterio di verità, sia come momento pratico che determina il rapporto dell’oggetto con ciò di cui l’uomo ha bisogno. In quarto luogo la logica dialettica insegna che «non c’è verità astratta, che la verità è sempre concreta».”

 

Ossia in parole più semplici: “Un comunista che pensasse di impadronirsi del comunismo basandosi su conclusioni bell’e pronte ottenute senza svolgere un grande, serio e difficile lavoro preparatorio, senza analizzare i fatti che è necessario considerare criticamente, sarebbe un ben povero comunista.”

 

La battaglia che deve condurre quotidianamente un comunista deve essere innanzitutto tesa a conquistare un progresso della propria visione dialettica, informandosi e studiando con l’obiettivo di cogliere e collegare la totalità degli eventi, e non solo una piccola parte di essi, come è invece tipico di chi disponga di una visione meramente binaria della società e della politica, diventando incapace di vedere altri colori oltre ai soli “bianco” e “nero”.

 

Sempre Politzer, che ha sviluppato in maniera sintetica ed eccellente questi temi nel classico “I principi elementari della filosofia”, offre un esempio chiaro ed utile per l’occasione, riferito alla realtà del suo tempo:

 

“Ogni giorno sentiamo delle critiche all’Unione Sovietica, critiche che ci rivelano le difficoltà di comprensione di coloro che le formulano. Questo avviene perché hanno una concezione metafisica del mondo e delle cose. Tra i numerosi esempi che potremmo citare, prendiamo solo questo. Ci dicono: «Nell’Unione Sovietica un lavoratore percepisce un salario che non corrisponde al valore totale di ciò che produce, vi è dunque un plusvalore, cioè un prelievo effettuato sul suo salario. Quindi è derubato. In Francia è lo stesso: gli operai sono sfruttati; non vi è quindi differenza tra un lavoratore sovietico e un lavoratore francese». Dov’è, in quest’esempio, la concezione metafisica? Consiste nel non considerare che si è in presenza di due tipi di società e nel non tener conto delle differenze tra queste due società. Poiché vi è plusvalore sia qui che li, si crede che sia la stessa cosa e non si considerano i cambiamenti avvenuti in URSS, dove l’uomo e la macchina non hanno più il medesimo significato economico e sociale che in Francia. Ora, nel nostro paese, la macchina esiste per produrre (al servizio del padrone) e l’uomo per essere sfruttato. In URSS la macchina esiste per produrre (al servizio dell’uomo) e l’uomo per godere il frutto del proprio lavoro. In Francia il plusvalore va al padrone; in URSS, allo Stato socialista, cioè alla collettività senza sfruttatori. Le cose sono cambiate. Da questo esempio vediamo dunque che i difetti di giudizio provengono, in coloro che sono sinceri, da un metodo metafisico di pensiero e, in particolare, dall’applicazione della prima caratteristica di questo metodo, caratteristica fondamentale, che consiste nel sottovalutare il cambiamento e nel considerare preferibilmente l’immobilità o, in altre parole, nel tendere a perpetuare l’identità.”

 

La capacità di avere una visione dialettica è fondamentale per collegarsi al discorso di Lenin sui “compromessi”, ritenuti in certi casi necessari per giungere ad obiettivi superiori. La mancanza di una visione dialettica può trasformare facilmente un comunista in un estremista settario oppure in un disilluso apolitico, rendendogli impossibile ingoiare certi rospi amari. Lo stesso discorso si può fare in generale per le critiche fatte a certi modelli di socialismo reale, come pure a certe forme di regimi che pure in certi casi svolgono funzioni utili in ottica antimperialista e anticolonialista. Critiche spesso legittime, sia chiaro, ma incapaci di capire che talvolta le condizioni materiali concrete necessitino di accettare alcune contraddizioni minori con l’obiettivo di superarle in un secondo momento, qualora ve ne siano di maggiori e ben più gravi all’ordine del giorno. Detto altrimenti: in una fascia in cui il nero è il “male assoluto” e il bianco è il “bene assoluto”, non ci si troverà mai a dover scegliere di sostenere uno scontro tra nero e bianco, ma semmai tra diverse sfumature di grigio tra le quali sarà costretto a scegliere. Qui sta anche il senso dell’ammonimento di Lenin per cui “colui che attende una rivoluzione sociale pura non la vedrà mai”, essendo “un rivoluzionario a parole che non capisce la vera rivoluzione”. Lo stesso Marx d’altronde, posto di fronte alla visione della guerra civile americana (1861-65) tra nordisti e sudisti non esitò a schierarsi fermamente dalla parte dei primi (in quanto anche solo formalmente anti-schiavisti), intrattenendosi a lungo in rapporto epistolare con Lincoln.

 

Da tutto ciò consegue (e lo spiega meglio di tutti Domenico Losurdo ne “La lotta di classe”) che la lotta di classe non significa soltanto il conflitto tra le classi proprietarie e il lavoro dipendente all’interno di una singola società. È anche “sfruttamento di una nazione da parte di un’altra”, come denunciava Marx, e l’oppressione “del sesso femminile da parte di quello maschile”, come scriveva Engels. Siamo dunque in presenza di tre diverse forme di lotta di classe, chiamate a modificare radicalmente la divisione del lavoro e i rapporti di sfruttamento e di oppressione che sussistono a livello internazionale, in un singolo paese e nell’ambito della famiglia. Avendo già affrontato il discorso dello “sfruttamento di una nazione da parte di un’altra” nella sezione dedicata all’imperialismo, occorre focalizzare ora l’attenzione sulla questione dell’oppressione di genere.

 

La “questione di genere” e lo sfruttamento della donna

 

La condizione di sfruttamento e di oppressione della donna è una caratteristica permanente dall’inizio del processo di divisione sociale del lavoro. Secondo il marxismo (capostipite della letteratura marxista femminista a riguardo è “L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” di Friedrich Engels) dal momento in cui la donna venne allontanata dai settori determinanti del processo produttivo con la formazione delle società patriarcali, essa è sempre stata sottomessa a forme più o meno dure di sfruttamento e di subordinazione politica, culturale e sociale all’uomo. Per il marxismo inoltre i rapporti di produzione investono anche i rapporti di riproduzione: di conseguenza la famiglia, che è una delle forme istituzionali tipica dei rapporti di riproduzione dell’umanità da molti secoli a questa parte, viene influenzata in maniera determinante dall’organizzazione complessiva del processo produttivo e quindi dalla società.

 

A loro volta determinate condizioni istituzionali che regolano i rapporti tra uomo e donna sono necessarie alla forma di organizzazione della società per riprodursi e mantenere immutati i rapporti di produzione. La condizione della donna è quindi una delle contraddizioni fondamentali della società, resa particolarmente acuta dal momento della formazione della moderna società capitalistica. La lotta che la classe operaia ha condotto per la propria emancipazione ha aperto condizioni politiche e sociali favorevoli allo sviluppo di un movimento di liberazione della donna. Dopo le numerose testimonianze che già verso la metà dell’800 illustrarono la condizione femminile (ad esempio ne “La condizione della classe operaia in Inghilterra” di Engels), sorse un movimento in forma organizzata, anche se, inizialmente, la sua attività tese alla pura e semplice rivendicazione della cosiddetta parità di diritti tra uomo e donna. Soprattutto in Inghilterra e in America le “suffragette” si batterono per ottenere il diritto di voto e la parità di retribuzioni e di condizioni di lavoro con gli uomini, cosa che non avveniva in nessun paese del mondo.

 

Tuttavia la nascita di un vero e proprio movimento di rivendicazione femminile che prendesse coscienza da un lato della generale divisione in classi della società e della posizione sociale occupata dalla donna, e dall’altro dell’esigenza di costituire un’organizzazione femminile a fianco della classe operaia, è databile ai primi anni del ’900. La più famosa sostenitrice della necessità di un movimento femminile di classe fu Klara Zetkin che fece parte della Lega di Spartaco e fu tra le fondatrici del Partito Comunista Tedesco. Da allora le rivendicazioni di liberazione della donna sono state, con fortune alterne, legate alla storia del movimento operaio. Dopo la rivoluzione del 1917 Lenin affermava:
“… nessun partito democratico del mondo e nessuna delle repubbliche borghesi più progredite ha fatto in decine d’anni nemmeno la centesima parte di quello che noi abbiamo fatto anche solo nel primo anno del nostro potere. Noi non abbiamo letteralmente lasciato pietra su pietra di tutte le abiette leggi sulla menomazione dei diritti della donna, sulle restrizioni al divorzio, sulle oziose formalità da cui era vincolata, sulla ricerca della parternità ecc.”

 

E continuava: “la donna, nonostante tutte le leggi liberatrici è rimasta una schiava della casa perché essa è oppressa, soffocata, inebetita, umiliata dalla meschina economia domestica che la incatena alla cucina, ai bambini e ne logora le forze in un lavoro bestialmente improduttivo, meschino, snervante che inebetisce e opprime. La vera emancipazione della donna, il vero comunismo incomincerà soltanto là e allora, dove e quando incomincerà la lotta delle masse contro la piccola economia domestica, o meglio dove incomincerà la trasformazione di questa economia nella grande economia socialista.”

 

È quindi messo in evidenza il rapporto tra la questione femminile e il tema generale della lotta per una nuova organizzazione della società. La seconda guerra mondiale ha provocato un’accelerazione della maturazione sociale della donna, ormai esposta quanto l’uomo alle conseguenze disastrose e distruttive di un conflitto moderno, e ne ha visto la partecipazione organizzata – e insostituibile – alle lotte di liberazione nazionale condotte grazie alla Resistenza partigiana.

 

Molteplici cause sono all’origine della notevole produzione teorica e saggistica del dopoguerra, che, da vari paesi, ha contribuito ad approfondire i temi della condizione femminile: fra esse, l’imponente ingresso delle donne nella produzione e nelle lotte del lavoro, l’elevamento del livello culturale medio, l’introduzione del suffragio universale, la progressiva scomparsa della grande famiglia patriarcale che paralizzava soprattutto la donna, la massiccia proletarizzazione di donne appartenenti a vari ceti, ecc.

 

Questi motivi indicano la fragilità delle posizioni che individuano semplicisticamente nel rapporto uomo/donna la contraddizione essenziale, attribuendogli di fatto una sorta di perennità sottratta alla complessa dinamica delle altre contraddizioni che lacerano la società dominata dal capitalismo. Tali dinamiche erano diventate chiare a Simone De Beauvoir, uno dei punti di riferimento centrali per le successive teorie femministe, che però non sempre la seguirono in questa sua affermazione: “Non ho mai nutrito l’illusione di trasformare la condizione femminile, essa dipende dall’avvenire del lavoro nel mondo e non cambierà seriamente che a prezzo di uno sconvolgimento della produzione. Per questo ho evitato di chiudermi nel cosiddetto femminismo.”

 

Alexandra Kollontai, in maniera ancora più esplicita, ritiene che “la liberazione della donna può compiersi solo tramite una trasformazione radicale della vita quotidiana. E la vita quotidiana potrà essere modificata unicamente da un rinnovamento profondo dei processi di produzione, edificato sulle basi dell’economia comunista.”

 

Riassumendo: la prima oppressione di classe coincide con quella dell’uomo sulla donna. Il sistema capitalistico è caratterizzato da rapporti di sfruttamento da parte di un popolo su un altro a livello internazionale, da una classe sull’altra all’interno dello stesso Paese e dall’uomo sulla donna nell’ambito della medesima classe. Così come i rapporti di produzione fanno pagare alle classi più deboli gli effetti della crisi economica, le relazioni fra i due sessi li riversano sulla donna, aggravando la sua condizione lavorativa e riportandola fra le mura domestiche.

 

Da quando è iniziata la crisi ad oggi, la diminuzione di posti di lavoro qualificati occupati da donne congiuntamente all’aumento delle posizioni non qualificate, ha comportato un complessivo e significativo deterioramento delle loro condizioni lavorative. In totale l’occupazione femminile nel 2012 è ferma al 47.1%; e in ambito industriale durante la crisi è diminuita con una tasso doppio di quella maschile. La maggioranza delle donne occupa posizioni che richiedono un titolo di studio inferiore a quello posseduto e la differenza di paga fra i due sessi aumenta all’aumentare dell’età. Non si deve dimenticare che per tutti gli anni ‘90 e 2000 l’occupazione femminile a tempo pieno è rimasta pressoché stabile, mentre ha visto un forte incremento quella a tempo parziale.

 

Queste difficoltà nell’ambiente lavorativo sono conseguenza del ruolo femminile all’interno del suo ambito familiare, che la discredita agli occhi del datore di lavoro. La donna è spesso costretta, di fatto, ad avere due occupazioni: quella ufficiale e quella di cura della famiglia. In particolare, negli schemi imposti dalla società capitalista è la donna che deve occuparsi quasi interamente delle questioni di assistenza familiare e di cura domestica: non è un caso che, nelle coppie con figli, quasi una donna su due sia ufficialmente disoccupata a fronte di una quasi piena occupazione maschile. Inoltre, la stessa condizione biologica della donna comporta prevaricazioni e negazioni di diritti, con i frequenti casi di mobbing, ma anche con gli episodi di dimissioni in bianco: in questo modo si lede tanto il diritto al lavoro della donna quanto le tutela della gravidanza.

 

Un partito comunista deve saper affrontare la questione di genere non come guerra fra sessi, ma in un’ottica di classe, come aspetto determinante della lotta contro il capitalismo e tutte le forme di sfruttamento.

 

Marx, riprendendo un motto di Charles Fourier, declamava che “la condizione della donna in una società è la misura del grado di civiltà di quella società.”

 

Lenin lo seguiva in scia proclamando formalmente che “il proletariato non raggiungerà una completa emancipazione se non sarà prima conquistata una completa libertà per le donne.”

 

Il ruolo reazionario della Chiesa e la critica della religione

 

Il ruolo sociale della donna è subalterno anche e soprattutto a causa del ruolo storico della cultura religiosa cattolica, di cui le gerarchie vaticane sono tutrici autorevoli e le cui responsabilità in questioni di repressione sessuale sono troppo spesso tangibili. Occorre a riguardo aprire una parentesi sul ruolo giocato dalla Chiesa, definita in passato da Gramsci “la più grande forza reazionaria esistente in Italia”, perché “per la Chiesa sono dispotici i governi che intaccano i suoi privilegi e provvidenziali quelli che, come il fascismo, li accrescono.”

 

Un giudizio confermato 50 anni dopo da un Pier Paolo Pasolini, comunista e omosessuale, assai lapidario sulla questione:

 

“La Chiesa non può che essere reazionaria; la Chiesa non può che essere dalla parte del Potere; la Chiesa non può che accettare le regole autoritarie e formali della convivenza; la Chiesa non può che approvare le società gerarchiche in cui la classe dominante garantisca l’ordine; la Chiesa non può che detestare ogni forma di pensiero anche timidamente libero; la Chiesa non può che essere contraria a qualsiasi innovazione anti-repressiva (ciò non significa che non possa accettare forme, programmate dall’alto, di tolleranza: praticata, in realtà, da secoli, a-ideologicamente, secondo i dettami di una «Carità» dissociata – ripeto, a-ideologicamente – dalla Fede); la Chiesa non può che agire completamente al di fuori dell’insegnamento del Vangelo; la Chiesa non può che prendere decisioni pratiche riferendosi solo formalmente al nome di Dio, e qualche volta magari dimenticandosi di farlo; la Chiesa non può che imporre verbalmente la Speranza, perché la sua esperienza dei fatti umani le impedisce di nutrire alcuna specie di speranza; la Chiesa non può (per venire a temi di attualità) che considerare eternamente valido e paradigmatico il suo concordato col fascismo.”

 

In Italia occorre riprendere la critica (tradizionalmente svolta dai comunisti in passato) del ruolo giocato dal Vaticano, la cui ideologia interclassista è strettamente confacente all’ideologia fascista del corporativismo, essendo inoltre il pilastro portante di due dei fondamenti della morale borghese odierna (non-violenza e “buon senso” moralista), facendo unicamente da argine all’individualismo libertario, al quale però contrappone un messaggio ascetico e solidaristico che mal si coniuga con la necessità dell’organizzazione della lotta di classe. Con la sua ideologiala Chiesarappresenta, ora come in passato, la più importante forza reazionaria in Italia, impedendo una piena realizzazione di diritti civili avanzati conquistati in passato (in particolare il divorzio, l’aborto, la libera contraccezione), e un progresso su questioni pressanti come quelle riguardanti i LGBT e l’eutanasia.

 

Non bisogna dimenticare però, come ricorda “L’ABC del Comunismo”, che “la lotta contro la religione presenta due aspetti, che nessun comunista deve mai confondere. Il primo è la lotta contro la chiesa, in quanto organizzazione di propaganda religiosa, interessata materialmente all’ignoranza ed all’oscurantismo del popolo e al suo asservimento religioso. Il secondo è la lotta contro i pregiudizi religiosi, largamente diffusi e profondamente radicati nella maggior parte delle masse.”

 

E ancora:

 

“”La religione è l’oppio dei popoli”, diceva Karl Marx. Il Partito comunista deve far comprendere questa verità alle immense masse del popolo lavoratore. Il compito del Partito è quello d’infondere in tutte le masse operaie, anche in quelle più arretrate, questa verità: la religione era, e continua ad essere, uno degli strumenti più potenti nelle mani degli oppressori per il mantenimento dell’ineguaglianza, dello sfruttamento e dell’obbedienza servile dei lavoratori. Certi comunisti mediocri ragionano così: “La religione non mi impedisce d’essere comunista, io credo sia in Dio che nel comunismo. La mia fede in Dio non m’impedisce di lottare per la causa della rivoluzione proletaria”. Un tale ragionamento è completamente sbagliato. La religione ed il comunismo sono incompatibili sia teoricamente che praticamente. Ogni comunista deve considerare i fenomeni sociali (relazioni fra gli individui, rivoluzioni, guerre, ecc.) come manifestazioni che seguono determinate leggi. Le leggi dello sviluppo sociale sono determinate, con un’ampiezza incomparabile, dal socialismo scientifico, grazie alla teoria del materialismo storico elaborata dai nostri grandi maestri K. Marx e F. Engels. Secondo questa teoria, nessuna forza soprannaturale ha avuto influenza sullo sviluppo sociale. Meglio ancora: la stessa teoria stabilisce che la medesima idea di Dio e delle forze soprannaturali si è formata ad un certo stadio della storia umana e che questa idea, puerile e non confermata dall’esperienza della vita e della lotta dell’uomo contro la natura, comincia a venir meno. I pregiudizi religiosi sono molto duraturi e ingannano persino le persone più intelligenti, perché alle classi sfruttatrici conviene mantenere il popolo nell’ignoranza e nella sua infantile credenza nel miracoloso.”

 

La questione non è oziosa né intellettualistica perché se è facile capire la lotta contro le reazionarie istituzioni religiose in quanto tali (prima tra tutte nel nostro casola Chiesacattolica), discutibile sembrerebbe voler introdurre l’ateismo come necessità per la lotta rivoluzionaria. In realtà Marx precisa che la questione va posta in altri termini. La religione, egli afferma, non è altro che un’altra delle contraddizioni prodotte dal sistema di oppressione economico, tale per cui nel comunismo (ove tali oppressioni non avranno più motivo di esistere) non avrà più ragion d’essere. La religione in quanto tale infatti, non è altro che un’altra forma di alienazione cui è soggetto il singolo essere umano che vive in un sistema illiberale. Per cui:

 

“la soppressione della religione in quanto felicità illusoria del popolo è il presupposto della sua vera felicità. La necessità di rinunciare alle illusioni sulla propria condizione, è la necessità di rinunciare a una condizione che ha bisogno di illusioni. La critica della religione è quindi, in germe, la critica della valle di lacrime, di cui la religione è l’aureola. La critica non ha strappato i fiori immaginari dalla catena perché l’uomo continui a trascinarla triste e spoglia, ma perché la getti via e colga il fiore vivo. La critica della religione disinganna l’uomo, affinché egli consideri, plasmi e raffiguri la sua realtà come un uomo disincantato, divenuto ragionevole, perché egli si muova intorno a se stesso e quindi al suo vero sole. La religione è soltanto il sole illusorio che si muove attorno all’uomo, fino a che questi non si muove attorno a se stesso. È dunque compito della storia, una volta scomparso l’al di là della verità, di ristabilire la verità dell’al di qua. È innanzi tutto compito della filosofia, operante al servizio della storia, di smascherare l’autoalienazione dell’uomo nelle sue forme profane, dopo che la forma sacra dell’autoalienazione umana è stata scoperta. La critica del cielo si trasforma cosí in critica della terra, la critica della religione nella critica del diritto, la critica della teologia nella critica della politica.”

 

La questione dell’alienazione non è certo secondaria nell’opera marxiana, tanto da essere particolarmente sviluppata nel primo lavoro di rilievo del filosofo tedesco, i “Manoscritti Economico-Filosofici”. Su questa tematica rilevanti sono gli sviluppi teorici raggiunti dalla Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm, ecc.), che partendo da alcuni concetti cardine del marxismo lo mischiano con le innovazioni teoriche più recenti (al tempo in cui furono elaborate) della psicanalisi e della sociologia. Tornando però alla questione religiosa si può trovare una buona sintesi nelle considerazioni di Lenin, tese ad affermare il più completo ed integrale laicismo:

 

“La religione dev’essere dichiarata un affare privato: con queste parole si definisce per solito l’atteggiamento dei socialisti verso la religione. Ma bisogna chiarire esattamente il significato di queste parole per evitare ogni malinteso. Noi esigiamo che la religione sia un affare privato nei confronti dello Stato […]. Lo Stato non deve avere a che fare con la religione, le associazioni religiose non devono essere legate al potere statale. Ognuno dev’essere assolutamente libero di professare qualsivoglia religione o di non riconoscerne alcuna, cioè di essere ateo, come è, in genere, ogni socialista. Non si può tollerare una sola differenza nei diritti dei cittadini che sia motivata da credenze religiose. Qualsiasi menzione della confessione religiosa dei cittadini negli atti ufficiali dev’essere assolutamente soppressa. Nessuna sovvenzione statale dev’essere elargita alla Chiesa nazionale e alle associazioni confessionali e religiose, che devono diventare associazioni di cittadini-correligionari, completamente libere e indipendenti dal potere statale. […] Separazione completa della Chiesa dallo Stato: ecco la rivendicazione del proletariato socialista nei confronti dello Stato e della Chiesa moderni.”

 

Lenin però affronta anche la questione del rapporto tra partito comunista e religione. Vediamo come la risolve:

 

“Nei confronti del partito del proletariato socialista la religione non è un affare privato. Il nostro partito è un’unione di militanti coscienti, d’avanguardia, che lottano per l’emancipazione della classe operaia. Una tale unione non può e non deve restare indifferente all’incoscienza, all’ignoranza e all’oscurantismo sotto forma di credenze religiose. […] noi abbiamo fondato fra l’altro la nostra unione […] proprio per lottare contro ogni abbrutimento religioso degli operai. Per noi la lotta ideale non è un affare privato, ma riguarda tutto il partito, tutto il proletariato. Se cosí è, perché mai non ci proclamiamo atei nel nostro programma? Perché non vietiamo ai cristiani e ai credenti in dio di entrare nel nostro partito? La risposta a questa domanda deve chiarire l’importantissima differenza che corre fra la democrazia borghese e la socialdemocrazia nell’impostare la questione della religione. Il nostro programma è interamente fondato sulla concezione scientifica, e piú precisamente materialistica, del mondo. La spiegazione del nostro programma comprende quindi di necessità anche la spiegazione delle reali origini storiche ed economiche dell’oscurantismo religioso. La nostra propaganda comprende necessariamente anche la propaganda dell’ateismo; la pubblicazione della letteratura scientifica sull’argomento […] deve ora diventare un settore di lavoro del nostro partito. […] Ma non dobbiamo in nessun caso scivolare verso un’impostazione astratta, idealistica della questione religiosa, parlando di «ragione», prescindendo dalla lotta di classe, come fanno spesso i democratici radicali borghesi. Sarebbe assurdo credere che, in una società fondata sull’oppressione e sull’abbrutimento illimitati delle masse operaie, i pregiudizi religiosi possano essere dissipati per mezzo della pura predicazione. Dimenticare che l’oppressione religiosa del genere umano non è che il prodotto e il riflesso dell’oppressione economica in seno alla società sarebbe dar prova di angustia mentale borghese. Nessun libro, nessuna predicazione potrà mai educare il proletariato, se esso non verrà educato dalla propria lotta contro le forze tenebrose del capitalismo. L’unità di questa lotta effettivamente rivoluzionaria della classe oppressa, per creare il paradiso in terra, è per noi piú importante dell’unità di idee dei proletari sul paradiso in cielo. Ecco perché non dichiariamo e non dobbiamo dichiarare il nostro ateismo nel nostro programma, ecco perché non impediamo e non dobbiamo impedire ai proletari, che conservano certi residui di vecchi pregiudizi, di avvicinarsi al nostro partito. Diffondere la concezione scientifica del mondo è cosa che faremo sempre, combattere l’incoerenza di certi «cristiani» è per noi necessario; ma ciò non significa affatto che bisogna portare la questione religiosa in primo piano, in un posto che non le compete, né che dobbiamo ammettere una divisione delle forze economiche e politiche effettivamente rivoluzionarie per opinioni e fantasticherie di terz’ordine, che perdono rapidamente ogni importanza politica e sono ben presto gettate fra le anticaglie dal corso stesso dello sviluppo economico.”

 

Non c’è difesa per l’ambiente e il pianeta fuori dal Socialismo

 

Altra contraddizione considerata da molti oggi centrale è quella ambientale, tale da procurare in certi periodi una vera e propria “fuga” di molti militanti comunisti verso le file dei partiti “verdi”. In effetti la comunità scientifica internazionale è ormai quasi unanime nel considerare che i sempre più frequenti disastri ambientali siano dovuti al crescente saccheggio perpetrato dall’attuale sistema economico, per il quale la legge del profitto viene prima del rispetto della natura e dell’ambiente. Qualcuno sostiene che il grosso della popolazione abbia vissuto al di sopra delle proprie possibilità e che in una certa maniera sia indispensabile un ridimensionamento del proprio livello di consumi, attraverso la logica dei sacrifici e di un’austerity condivisa. Nel pensiero dominante vige inoltre l’idea che il problema ambientale si possa risolvere attraverso un cambiamento culturale di massa ed una legislazione più severa cui debbano sottostare le aziende. In questo contesto rientrano spesso le varie dissertazioni sulla “decrescita”. Marx avrebbe senz’altro fatto rientrare (giustamente) queste teorie nell’alveo dei socialismi utopistici (se non reazionari).

 

Occorre invece rimettere al centro della questione il fatto che serva un intervento pubblico diretto nel settore energetico e industriale, in grado di razionalizzare e pianificare la produzione e la distribuzione dei beni e dei servizi, senza contrapporre salute, lavoro e ambiente; una riconversione finalizzata a migliorare la qualità della vita dei lavoratori e delle popolazioni. Per eliminare gli enormi sprechi materiali e delle risorse naturali, caratterizzanti l’anarchia del mercato capitalistico, bisogna quindi rimettere all’ordine del giorno la questione della nazionalizzazione dei principali centri industriali del Paese, rendendo chiaro il messaggio che l’ecologismo e l’ambientalismo hanno senso solo in un’ottica anticapitalista e di classe, che ponga in discussione gli attuali rapporti di produzione.

 

Un articolo del New York Times su un rapporto uscito il 16 settembre 2014 è intitolato “Bloccare il cambiamento climatico può non costare nulla”. Secondo tale articolo una commissione globale conclude che un’ambiziosa serie di misure per limitare le emissioni costerebbe 4.000 miliardi dollari o giù di lì nel corso dei prossimi 15 anni, con un incremento di circa il 5% rispetto all’importo che potrebbe probabilmente essere speso in egual misura per nuove centrali, sistemi di trasporto e altre infrastrutture. Quando i benefici indiretti delle politiche “verdi” – come i costi del carburante più bassi, un minor numero di morti premature dovute all’inquinamento atmosferico e una conseguente riduzione della spesa sanitaria – potranno essere messi a bilancio, i cambiamenti potrebbero apportare un risparmio di denaro, secondo ciò che ha scoperto il gruppo di studio,la Commissione Globalesull’Economia e il Clima.

 

Lo stesso rapporto, “una crescita migliore, un ambiente migliore”, contiene una litania di azioni che devono essere fatte per affrontare gli “effetti collaterali”. Per esempio uno dei suggerimenti proposti nel loro Piano d’azione globale in dieci punti (il n° 7) è il seguente: “rendere le città collegate e agglomerate è la forma di sviluppo urbano da preferire, favorendo così una crescita urbana meglio gestita e dando priorità agli investimenti in materia di efficienti e sicuri sistemi di trasporto di massa.” Ebbene, perchè allora andare a discutere con quei costruttori che vogliono la libertà assoluta di costruire ciò che vogliono e dove vogliono? Il contenuto del rapporto, compreso il piano d’azione globale, presuppongono che il sistema capitalista sia razionale e che le cose accadano perchè vi sia una ragione. Questa tesi presenta però un piccolo problema: il sistema economico capitalista non è razionale e ciò che accade generalmente, in assenza di massicce battaglie popolari, segue i desideri delle forze economiche più ricche e più potenti. Dobbiamo, naturalmente, non essere sorpresi che un comitato contenente luminari come l’ex presidente del Messico (Felipe Calderón, presidente), il presidente della Bank of America (Chad Holliday), il Presidente e Amministratore delegato di Bloomberg LP (Dan Doctoroff), e l’Amministratore Delegato e Direttore Generale della Banca Mondiale (Sri Mulyani Indrawati) possa far emergere una relazione basata sul presupposto errato che il sistema economico/politico capitalista sia razionale. Ben venga quindi la pianificazione, ma senza un controllo politico popolare capace di eliminare le forze capitalistiche della borghesia ciò non potrà mai avvenire.

 

Questo è il motivo per cui quando si considera l’ambiente, la prima legge da scolpire nella coscienza dovrebbe essere: “Abbiamo incontrato il nemico ed è il capitalismo.” L’unica risposta da dare per poter salvare l’ambiente è passare ad un sistema socio-economico capace di pianificare e razionalizzare le attività produttive, avente come scopo unicamente il benessere sociale e la sostenibilità non solo per il pianeta, ma anche per le future generazioni che dovranno vivere su questo pianeta. In pratica il socialismo.

 

Centralità (ma non esclusività) della contraddizione capitale-lavoro

 

In definitiva: uno dei punti che contraddistinguono i comunisti è mettere al centro il conflitto capitale-lavoro, che rimane la principale contraddizione del capitalismo. È solo risolvendo tale contraddizione che si possono risolvere col tempo anche altre contraddizioni strettamente intrecciate a questa (abbiamo citato alcune delle più rilevanti: quella neocoloniale, quella di genere, quella dell’alienazione individuale, quella religiosa, quella ambientale; ce ne sarebbero molte altre…). Questa si basa sul principio marxista per cui la produzione costituisca la base materiale della società e che quindi il modo di produzione determini il tipo di società. Nella storia abbiamo assistito al diffondersi di movimenti ascrivibili nel campo della sinistra “eterodossa” che, mettendo da parte la contraddizione principale, hanno propagandato una posizione “differenzialista” per cui esistono diverse contraddizioni parimenti importanti (sessuale, ambientale, ecc) ed indipendenti l’una dall’altra. Questa impostazione è lontana dalla visione marxista secondo cui la realtà (fatta di sfruttamento delle persone, negazione dei diritti, precarietà delle vite…) è organica ed unitaria e che se si vuole trasformarla si deve trovare un elemento (il modo di produzione) modificando il quale si influisce in maniera preponderante, in ragione della sua funzione fondamentale, su un mutamento complessivo e radicale del sistema sociale. Rinunciare quindi ad un’interpretazione organica della realtà preclude la via verso interventi di trasformazione rivoluzionaria complessiva del sistema.

 

Posizioni differenzialiste contrapposte alla visione organica, rischiano di portare al moderatismo e ad uno sterile riformismo che si limita ad intervenire su ambiti circoscritti, rinunciando ad una trasformazione complessiva e ad ogni prospettiva rivoluzionaria. Sulla base del fatto che nel capitalismo il rapporto di sfruttamento del lavoro vivo sia il motore primario (ovvero determinante in ultima istanza) dell’articolato insieme di relazioni che si sviluppano nella totalità della sfera sociale-politica (struttura-sovrastruttura, blocco storico) è lampante che il rapporto tra capitale e lavoro sia conflittuale (in quanto è giuridicamente libero, ma materialmente subordinato) e che pertanto questo conflitto rappresenta la principale contraddizione del capitalismo (anche se non l’unica). Se da un lato vedere soltanto questa contraddizione (schiacciandosi sull’economicismo) è un’ottica riduttiva (ma potenzialmente organica e quindi integrabile in un’ottica rivoluzionaria di trasformazione sistemica), la prospettiva dell’“eclettismo differenzialista” (di chi vede soltanto un diverso ambito di contraddizioni) oltre ad essere altrettanto riduttiva è irriducibilmente parziale, mancando quindi delle basi necessarie ad una trasformazione radicale della società.

 

Che cos’è e come si costruisce la società socialista?

 

L’irrazionalità dei rapporti di produzione capitalistici

 

Tra le maggiori contraddizioni che i marxisti adducono al capitalismo vi è quella di essere un sistema totalmente irrazionale dal punto di vista produttivo, in quanto foriero di enormi sprechi di risorse, ammissibili solo sfruttando in maniera intensiva le risorse naturali presenti sul pianeta, senza considerare che molte di esse hanno una durata ed una disponibilità limitata. Il tutto con la mera logica non del benessere sociale ma unicamente del profitto individuale. L’ABC del Comunismo parla espressamente di “anarchia produttiva”, in considerazione della totale assenza di regole che caratterizza il libero mercato capitalistico:

 

“Ogni imprenditore capitalista (od ogni associazione capitalistica) produce merci indipendentemente dall’altro. Non è che la società stabilisca quanto e che cosa ad essa occorre, ma gli industriali fanno semplicemente produrre col miraggio di un maggiore profitto ed al fine di battere la concorrenza. Perciò avviene talvolta che vengono prodotte troppe merci (si tratta naturalmente dell’anteguerra) che non possono venir vendute (gli operai non possono acquistare non avendo sufficiente denaro). In questi casi subentra una crisi: si chiudono le fabbriche, gli operai vengono messi sul lastrico. L’anarchia della produzione ha per conseguenza la lotta per il mercato. Ognuno tende a portare via la clientela all’altro, a conquistare il mercato. Questa lotta assume varie forme, vari aspetti; essa comincia con la concorrenza fra due fabbricanti e finisce con una guerra mondiale fra gli Stati capitalistici per la ripartizione dei mercati in tutto il mondo. Qui abbiamo, anziché un combaciare degli organi della società capitalistica, il loro cozzo diretto. La prima ragione del caos capitalistico sta quindi nell’anarchia della produzione, che trova la sua manifestazione nella crisi, nella concorrenza e nella guerra.”

 

Dall’analisi marxista del modo di produzione capitalistico abbiamo capito che l’unico fine della produzione capitalista non è certo il soddisfacimento di bisogni umani, ma è l’accumulazione sempre maggiore di capitale, cioè la produzione di plusvalore e la sua realizzazione mediante la vendita. Se la vendita non avviene, non si realizza il profitto e si perde capitale. Per conservare l’equilibrio economico l’insieme del potere d’acquisto esistente deve servire a comprare l’insieme delle merci prodotte. Questo equilibrio però è destinato a rompersi a causa della scissione tra il carattere sociale (utile) del lavoro dal carattere anarchico (non pianificato) della produzione capitalistica e da una distribuzione ineguale della ricchezza. Nel modo di produzione capitalistico si tende alla produzione illimitata e si considerano tutte le persone come potenziali clienti. Il paradossale sogno di ogni capitalista è che i suoi concorrenti aumentino i salari degli operai (che rappresentano potere d’acquisto) mentre lui abbassa i salari dei suoi per aumentare il profitto. La tendenza all’aumento della produttività è quindi in contraddizione con la limitata capacità di assorbimento delle merci prodotte da parte del mercato. La contraddizione capitalista tra la socializzazione della produzione e l’appropriazione privata esplode gravemente nelle crisi economiche. Le crisi del capitalismo sono diverse da quelle dei sistemi che lo precedono. Prima la causa della crisi era la mancanza di beni, mentre nel capitalismo ci troviamo di fronte a crisi di sovrapproduzione. In pratica vengono prodotte più merci di quelle che il mercato riesce ad assorbire (non quindi più di quelle necessarie alla soddisfazione dei bisogni, ma alla capacità di spesa dei salariati). Le crisi del capitalismo non sono di scarsità, ma di sovrapproduzione. Si tratta di crisi di realizzo. La sovrapproduzione di capitale (che si presenta anche nella forma di sovrapproduzione di merci) è la condizione in cui il capitale investito produce una massa di plusvalore uguale o inferiore a quella prodotta prima che il capitale addizionale fosse investito.

 

“Le crisi di sovrapproduzione sono la più evidente manifestazione della contraddizione di fondo del modo di produzione capitalistico.”

 

Nella sua fase di maturità il capitalismo porta al massimo livello le proprie contraddizioni, generando una concentrazione di capitali in poche mani e aumentando la polarizzazione sociale (pochissimi possiedono moltissimo e molti possiedono poco o nulla). Il capitalismo tende anche alla formazione di un mercato mondiale. Notiamo infatti che gli investimenti all’estero non derivano dall’impossibilità di investire nel proprio paese, ma dalla possibilità di investire altrove, dove il saggio di profitto è più alto. Marx aveva individuato lo sviluppo delle forze produttive quale elemento progressivo del modo di produzione capitalistico (grazie all’inserimento della scienza nella produzione). Ma nel capitalismo lo sviluppo della produttività non serve alla liberazione di tempo vitale dal lavoro, bensì solo ad aumentare il saggio di sfruttamento della forza-lavoro. Se quindi lo sviluppo delle forze produttive è stato un elemento progressivo nella prima fase del capitalismo, quando questo modo di produzione giunge alla maturità, le sue contraddizioni (e le crisi da esse generate) impediscono l’ulteriore sviluppo delle forze produttive, mostrando in maniera evidente il limite storico del capitalismo. L’analisi di Marx dimostra quindi il carattere storico e transitorio del capitalismo e la necessità di superare questo modo di produzione verso la struttura economico-sociale del comunismo, in cui anziché essere la mano invisibile del mercato a determinare le scelte economiche, sono gli uomini a stabilire cosa e come produrre e come ripartire i beni prodotti. La società socialista è quindi chiamata sul piano teorico a risolvere innanzitutto la contraddizione prima del capitalismo; deve cioè riuscire a razionalizzare la produzione, attraverso il contemporaneo ribaltamento dei rapporti di produzione, in cui a divenire classe dominante non è più cioè la borghesia ma il proletariato.

 

Il fenomeno dell’alienazione

 

In questo processo viene a risolversi anche il fenomeno dell’alienazione (termine che fa riferimento a qualcosa che è fuori da una comunità e ad un allontanamento). L’alienazione nel capitalismo nasce dalla frattura tra il produttore e il proprio prodotto. L’operaio è infatti alienato dal prodotto del suo lavoro, in quanto quel prodotto appartiene al capitalista. L’operaio è alienato dalla propria attività (non produce per sé stesso, ma per un altro) e il suo lavoro non è libero come quello dell’artigiano né fantasioso, ma costrittivo: si svolge infatti in un determinato periodo di tempo, stabilito da altri. L’operaio è alienato dalla sua stessa essenza, poiché il suo non è un lavoro costruttivo, libero e universale, bensì forzato, ripetitivo e unilaterale. L’operaio è alienato dal suo prossimo, cioè dal capitalista, che lo tratta come un mezzo da sfruttare per incrementare il profitto e ciò determina un rapporto conflittuale. Da un punto di vista più ampio, l’economia capitalistica traduce il rapporto tra le persone in modi di sfruttamento. Questa alienazione nel capitalismo non è evidente, a differenza del sistema feudale della corvée in cui il servo ha ben chiaro quando sta lavorando per sé e quando solo per il padrone. Caratteristica del genere umano è il lavoro, che lo differenzia dall’animale, e gli consente di istituire un rapporto con la natura attraverso cui si appropria della natura stessa. Il lavoro in fabbrica viene ridotto a mera sopravvivenza individuale, non è quindi espressione positiva della natura umana. In fabbrica si perde la dimensione di comunità. Si parla così di alienazione della sua essenza sociale. A fronte di una tale disumanizzazione prodotta dal capitalismo, il vero obiettivo dei comunisti non può essere il semplice aumento salariale o un generico addolcimento della vita, ma se la proprietà privata è l’espressione della vita umana alienata, la soppressione di essa e dei rapporti sociali che la generano e la tutelano non è che la soppressione di qualsiasi alienazione. Il comunismo è l’eliminazione dell’alienazione, quindi della proprietà privata, operazione che coincide con il recupero di tutte le facoltà umane e la liberazione dell’essenza umana. È l’esito verso cui procede lo sviluppo storico.

 

Secondo Marx ed Engels con l’eliminazione della proprietà privata, i prodotti sono amministrati secondo i mezzi a disposizione e i bisogni della società, eliminando le cattive conseguenze del capitalismo. Le crisi scompariranno e si tenderà al soddisfacimento dei bisogni di tutti, alla generazione di nuovi bisogni e dei mezzi per soddisfarli. I nuovi progressi non metteranno in scompiglio l’ordinamento della società. Scomparirà la divisione del lavoro e quindi le classi contrapposte. L’uomo non svilupperà attitudini solo in un ramo, ma in tutto il sistema della produzione in modo da poter sviluppare le proprie attitudini in tutti i sensi (tramite l’educazione). Nell’ordinamento comunistico il rapporto fra i due sessi è un rapporto privato in cui la società non ha da ingerirsi. Con l’eliminazione della proprietà privata e l’educazione in comune dei bambini saranno distrutte le due fondamenta tradizionali del matrimonio: dipendenza della donna dall’uomo e dei figli dai genitori.

 

Dalla doppia via marxiana all’impostazione leninista

 

Il grande problema che si pone però ai marxisti che si trovino al punto di dover iniziare la costruzione della società socialista, in primo luogo quindi ai bolscevichi russi nel 1917, è quello di realizzare concretamente questa serie di principi politici, per i quali non sono state fornite indicazioni chiare. Secondo il professore Bruno Jossa “Marx ebbe in mente soprattutto due sistemi di produzione che avrebbero potuto garantire la transizione al comunismo: un sistema di imprese pubbliche con pianificazione centralizzata dell’attività economica e il sistema dei consigli di fabbrica, che per noi è un sistema di cooperative di produzione gestite dai lavoratori.”

 

Tra l’agosto e il settembre del 1917, mentre i bolscevichi operavano clandestinamente a causa della repressione del governo provvisorio, Lenin scrive l’opuscolo “Stato e Rivoluzione”, in cui delinea a livello teorico il modello (fornito di caratteristiche concrete) che avrebbe dovuto avere il futuro stato socialista una volta preso il potere. In continuità con Marx ed Engels, per Lenin lo Stato non è mai neutrale rispetto ai conflitti di classe, ma è l’organo tramite il quale la classe dominante esercita il suo potere, per conservare i rapporti di produzione dominanti. Lo Stato non è quindi un apparato “tecnico”, ma un rapporto sociale nel quale si cristallizzano determinati rapporti di forza e mediazione tra le classi. Sulla scorta delle riflessioni che Marx elaborò dopo l’esperienza della Comune di Parigi, Lenin prefigura uno Stato di tipo consiliare (ossia una repubblica socialista sovietica) ispirato ai principi organizzativi comunardi: eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari pubblici, unità del potere legislativo ed esecutivo, rotazione delle cariche e controllo rigido sui salari dei funzionari pubblici per evitare la formazione di una burocrazia, esercito permanente sostituito dal popolo in armi. Dalla sostanziale dittatura della borghesia si può operare il passaggio dal capitalismo al comunismo (società senza classi) solo attraverso la dittatura del proletariato. In polemica sia con le concezioni anarchiche sia con quelle riformiste, Lenin afferma che l’originaria concezione di Marx ed Engles vede lo Stato operaio socialista come un “semi-Stato” in via d’estinzione, che si appresta cioè a svanire via via che la soppressione del capitalismo su scala mondiale e l’elevazione delle condizioni sociali e culturali dei lavoratori renderanno superflua ogni forma di costrizione statale e di potere politico.

 

Lenin riuscì a far approvare tali tesi nella piattaforma dell’Internazionale Comunista approvata al suo primo congresso, nel 1919, con ovvie conseguenze di diffusione di tali concezioni in campo marxista internazionale:

 

“Come tutti gli stati, lo stato proletario è uno strumento di repressione, ma è rivolto contro i nemici della classe operaia. Il suo scopo è di infrangere la resistenza degli sfruttatori, che utilizzano qualsiasi mezzo a propria disposizione nella disperata battaglia per soffocare nel sangue la rivoluzione, di rendere impossibile la loro resistenza. La dittatura del proletariato, che dà palesemente una posizione privilegiata al proletariato nella società, è comunque una istituzione provvisoria. Appena la resistenza dei borghesi sia infranta, appena essi siano stati espropriati, e trasformati gradualmente in un ceto lavoratore, la dittatura proletaria scompare, lo stato svanisce, e con esso le classi stesse. La cosiddetta democrazia, cioè la democrazia borghese, non è niente altro che la dittatura mascherata della borghesia. La tanto esaltata “volontà collettiva del popolo” non esiste più di quanto esista il popolo come un tutto unico. Quello che esiste realmente sono le classi con volontà opposte e incompatibili. Ma dato che la borghesia è una piccola minoranza, ha bisogno di questa finzione, di questa impostura della “volontà del popolo” nazionale, cosicché dietro a queste parole altisonanti può consolidare il proprio dominio sulle classi lavoratrici e imporre loro la propria volontà di classe. Di contro il proletariato, in quanto larga maggioranza della popolazione, utilizza apertamente il potere delle proprie organizzazioni di massa, dei propri soviet, per abolire i privilegi della borghesia e garantire il passaggio alla società comunista senza classi.”

 

La costruzione del Socialismo in Urss: dal comunismo di guerra alla Nep

 

A riguardo è utile trarre alcuni insegnamenti utili dalla storia della costruzione del socialismo nell’URSS. Il punto di partenza da cui occorre partire per capire i comportamenti di Stalin e dei membri del PCUS in seguito alla morte di Lenin (avvenuta nel 1924, ma di fatto il leader venne impedito nei lavori dalla malattia già sul finire del 1922) è il profondo senso di appartenenza alla dottrina marxista, e nello specifico alla versione “applicata” da Lenin, codificata dai posteri come “marxismo-leninismo”. La preoccupazione con cui si cerca di ricondurre ogni propria azione ai dettami di quello che appare un vero e proprio “verbo” dottrinale si scontra però con l’enorme ostacolo di cui abbiamo già parlato: il fatto cioè che non esista negli scritti di Karl Marx una teoria dello Stato. Mancava quindi del tutto un’indicazione concreta e operativa di come andasse costruita la società comunista. Le uniche indicazioni offerte erano assai generiche: l’eliminazione della divisione delle classi e del lavoro, l’abolizione del rapporto di lavoro salariato (causa prima dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo) e della proprietà privata dei mezzi di produzione (che non doveva diventare proprietà pubblica, ossia statale, che avrebbe perpetuato in una certa misura l’alienazione e i rapporti di lavoro capitalistici); la società comunista doveva ergersi eliminando lo Stato, perché l’organizzazione statale ha senso solo quando è espressione del dominio di una classe sull’altra, e non lo ha quando sono scomparse le classi. L’obiettivo era quindi una società in cui vigesse l’uguaglianza reale tra gli uomini. Quando però i bolscevichi presero il potere nel 1917 si accorsero presto che queste indicazioni di massima non servivano a molto nella situazione apocalittica in cui si trovarono a governare. Bucharin confesserà candidamente così: “Ci immaginavamo le cose nel modo seguente: assumiamo il potere, prendiamo quasi tutto nelle nostre mani, mettiamo subito in moto un’economia pianificata, non fa nulla se sorgono delle difficoltà, in parte le eliminiamo, in parte le superiamo, e la cosa si conclude felicemente. Oggi vediamo chiaramente che la questione non si risolve così”. L’assenza di saldi riferimenti teorici cui aggrapparsi, unita al bisogno urgente di mettere immediatamente in atto la radicalità di tali pur generiche istanze diede quindi luogo inizialmente alla stagione del “comunismo di guerra” in cui si arrivò anche al tentativo di abolire il denaro. Il contesto sfavorevole e l’approssimazione dilettantesca nel concretizzare la rivoluzione in maniera così rapida e radicale spinsero presto Lenin e la maggioranza del partito ad una svolta più moderata e realisticamente concreta. Tale fu l’approdo alla NEP nel 1921. Il nascente stato socialista sembra allungarsi ad un tempo indefinito e Lenin stesso spiega così la nuova situazione: “[…] noi abbiamo imparato anche, per lo meno sino a un certo punto, un’altra arte, necessaria nella rivoluzione: la flessibilità, la capacità di cambiare rapidamente e bruscamente la nostra tattica, di tenere in considerazione i mutamenti delle condizioni obiettive, di scegliere una nuova via verso il nostro scopo se quella di prima si è dimostrata inapplicabile, impossibile per un determinato periodo di tempo. Trasportati dall’ondata dell’entusiasmo e avendo risvegliato l’entusiasmo popolare prima genericamente politico e poi militare — noi contavamo di adempiere direttamente, sulla base di questo entusiasmo, anche i compiti economici non meno grandi di quelli politici e di quelli militari. Noi contavamo — o forse, più esattamente, ci proponevamo, senza aver fatto un calcolo sufficiente — di organizzare, con ordini diretti dello Stato proletario, la produzione statale e la ripartizione statale dei prodotti su base comunista in un paese di piccoli contadini. La vita ci ha rivelato il nostro errore. Occorreva una serie di fasi transitorie: il capitalismo di Stato e il socialismo, per preparare — con un lavoro di una lunga serie d’anni — il passaggio al comunismo. Non direttamente sull’entusiasmo, ma con l’aiuto dell’entusiasmo nato dalla grande rivoluzione, basandovi sullo stimolo personale, sull’interesse personale, sul calcolo economico, prendetevi la pena di costruire dapprima un solido ponte che, in un paese di piccoli contadini, attraverso il capitalismo di Stato, conduca verso il socialismo, altrimenti voi non arriverete al comunismo, altrimenti voi non condurrete decine e decine di milioni di uomini al comunismo. Questo ci ha detto la vita. Questo ci ha detto il corso obiettivo seguito dalla rivoluzione. E noi, che in tre o quattro anni abbiamo imparato un poco a compiere svolte repentine (quando sono necessarie), abbiamo cominciato con zelo, con attenzione, con perseveranza (benché non ancora con abbastanza zelo, attenzione e perseveranza) a studiare la nuova svolta della «nuova politica economica». Lo Stato proletario deve diventare un «padrone» cauto, scrupoloso, esperto, un commerciante all’ingrosso puntuale, perché altrimenti non potrà mettere economicamente sulla buona via un paese di piccoli contadini. Oggi, nelle condizioni attuali, accanto all’occidente capitalista (ancora capitalista per il momento), non c’è altro mezzo per passare al comunismo. Un commerciante all’ingrosso sembrerebbe un tipo economico lontano dal comunismo come il cielo dalla terra. Ma questa è appunto una delle contraddizioni che, nella vita reale, attraverso il capitalismo di Stato, conducono dalla piccola azienda contadina al socialismo. L’interesse personale eleva la produzione, e noi abbiamo bisogno dell’aumento della produzione, innanzi tutto e a qualunque costo. Il commercio all’ingrosso unisce economicamente milioni di piccoli contadini, in quanto li interessa, li spinge a gradini economici superiori, a diverse forme di collegamento e di associazione nella produzione stessa. […] Noi seguiremo tutto il «corso» quantunque le circostanze della economia e della politica mondiale lo abbiano reso molto più lungo e difficile di quanto non avremmo voluto.”

 

Tali passaggi teorici e politici si svolsero non senza contrasti e violenti attacchi politici. Le prime accuse di aver tradito la rivoluzione giunsero quindi non a Stalin, bensì ai principali eroi della rivoluzione: Vladimir Lenin e Lev Trockij, accusati a più riprese di aver deviato dalle linee ideologiche del marxismo e di aver tradito gli interessi del popolo e della classe operaia. Motivo di tali accuse furono il trattato di Brest-Litovsk, l’approdo alla NEP, la repressione della rivolta di Krondstadt, il venir meno dell’uguaglianza socialista, il ritorno della presenza del denaro e del mercato, la moderazione nella concezione della famiglia, la progressiva emarginazione dei soviet e la conseguente messa in sospensione della democrazia diretta contro la vituperata rappresentanza “burocratica” (da notare che anche quella della “burocratizzazione” fu un’accusa tipica di Trockij nel corso degli anni ’30). La constatazione filosofica che Losurdo fa della questione è sintetizzabile in questa frase: “La tragedia della Rivoluzione francese (ma anche, e in scala più larga, della Rivoluzione d’ottobre) consiste in ciò: se vuole evitare di ridursi ad una vuota frase, il pathos dell’universalità deve darsi un contenuto concreto e determinato, ma è proprio questo contenuto concreto e determinato ad essere avvertito come un tradimento”. Fu l’inizio dello scontro di due tendenze tra loro contrapposte e inconciliabili: il tentativo da parte di tutti gli attori di rimanere fedeli alle attese messianiche e rivoluzionarie suscitate dalla propria propaganda e dalla propria stessa volontà, profondamente impregnata di ideologia marxista e volontà utopistica, andava a sbattere la testa contro il duro muro della realtà concreta, che imponeva compromessi e frequenti “passi indietro”. Ciò porta alla scissione di questa volontà ideologica “pura” nei bolscevichi: alcuni rimarranno fedeli nell’assegnare il primato alla parte “letteraria”, incapaci di applicare concretamente le indicazioni di massima date da Marx, e portati a rifiutare ad ogni costo la realtà esistente che imponeva di sciupare i sublimi princìpi. Per gli altri si può parlare di una volontà ideologica “concreta”, che si realizza in un’azione empirica capace di tenere conto realisticamente delle condizioni date, non propriamente favorevoli. Il leninismo, ossia l’insieme teorico e pratico della figura di Lenin, ha oscillato per alcuni periodi tra questi due poli (in particolar modo nella stagione del “comunismo di guerra”), ma con l’eccezione della sbornia ideologica post-rivoluzionaria è senz’altro prevalente in lui l’applicazione “concreta”, che spinge lo statista a favorire il mantenimento della presa del potere anche a costo di svariati compromessi. A complicare ulteriormente il quadro fu, dal 1924 (anno della morte di Lenin) in poi l’affermazione del culto della sua personalità rivoluzionaria e della sua opera, tale da far diventare il “marxismo-leninismo” la nuova dottrina integrata cui i membri del partito dovevano fare riferimento per la prassi quotidiana. Alle mancanze strutturali del pensiero marxista si aggiungeva ora il rebus della corretta interpretazione dell’opera teorica e pratica di un uomo capace di grandi salti utopici come di repentine svolte verso un maggiore realismo politico, di grande generosità e tempra morale come di freddo e cinico machiavellismo. Una personalità che tra l’altro aveva scritto migliaia di pagine, lasciando una corposa teoria “aperta”. Nonostante il pregiudizio comune l’opera filosofico-politica leniniana non prevede infatti soluzioni chiuse, ma, in adesione alla teoria dialettica marxista, si può definire “aperta” alla realtà materiale in costante mutamento. Ciò aveva svariate conseguenze dal punto di vista della teoria politica (e come tale suscettibile di diverse interpretazioni, così come alla stessa maniera fu il “cantiere” di Marx) da studiare e cui richiamarsi. I diversi esiti cui giunsero le interpretazioni teoriche dei settori politicamente più “coscienti” e impegnati della rivoluzione (quindi in primo luogo l’intellighenzia del PCUS), unite alle profonde contraddizioni in seno alla realtà sociale russa (tra contadini e operai, tra giovani e anziani, tra pacifisti e “rivoluzionari permanenti”, tra piccoli proprietari e proletari, in generale tra quelle che Marx definiva “classe in sé” e “classe per sè”) furono la radice di una conflittualità interna al campo rivoluzionario che, per il suo livello di fervore ideologico e fanatismo, non a torto è stata interpretata come una guerra di religione, presente esplicitamente (sotto forma di dissenso socio-politico organizzato dentro e fuori il partito) per l’intero primo ventennio dell’URSS, trovando un termine nelle Grandi Purghe del 1936-37, con cui Stalin eliminò alla radice il problema ideologico attuando l’eliminazione fisica di ogni opposizione politica e instaurando la propria piena autocrazia sul partito e sull’URSS.

 

Gli attuali critici del socialismo reale dimenticano spesso il contesto storico in cui si è affermato e sviluppato il principale esperimento socialista moderno. L’URSS, sorta il 30 dicembre 1922, era un Paese sostanzialmente a pezzi. Distrutto da guerre, carestie, calo demografico, crisi produttiva, isolato a livello internazionale sia politicamente che economicamente, e per di più alle prese con la difficile questione della successione del proprio leader indiscusso, Lenin, colpito il 25 maggio del 1922 da un ictus che ne iniziò un calvario concluso con la morte il 21 gennaio 1924. Il periodo in questione è assai delicato, perchè risale solo all’anno precedente l’inizio della malattia di Lenin (1921) la contestata svolta della NEP (Nuova Politica Economica) che reintroduceva elementi di mercato nell’economia. I contrasti interni tra le varie anime del partito c’erano sempre stati, sia prima che dopo il 1917, ma la figura carismatica di Lenin era sempre riuscita a placarli, trovando una sintesi o imponendo con la propria autorevolezza le scelte che creavano più divisioni. Il venir meno della figura di Lenin rappresenta quindi la caduta dell’ultimo argine ai conflitti interni e a quella “guerra religiosa” sempre più intensa dentro e fuori il partito. Questa ebbe come prima causa l’incapacità di costruire una cultura politica unitaria e condivisa fondata sia sulla nascente dottrina marxista-leninista sia sulla necessità di prendere atto delle sfavorevoli condizioni interne ed esterne del Paese, che fin dall’inizio avevano marchiato come indispensabile il ricorso allo “stato d’eccezione”, ossia ad una situazione in cui per una situazione di particolare crisi o pericolo il diritto è sospeso. Per Lenin lo stato d’eccezione non è solo conseguenza obbligata dell’emergenza e della crisi, ma è anche il portato ideologico conseguente all’ostilità verso l’istituzione dello Stato. Nella dottrina marxista infatti si prevede l’abolizione dello stato, contrapponendovi al limite la fase intermedia e provvisoria di una vaga nozione di “dittatura rivoluzionaria del proletariato”, termine che compare solo dodici volte nei testi marxiani ed engelsiani, rimanendo un’espressione usata da Marx in maniera parca e generica. I bolscevichi volgevano inoltre in continuazione lo sguardo verso l’Europa (con particolari speranze rivolte alla Germania e all’Italia), nell’attesa della propagazione della rivoluzione, ritenuta premessa indispensabile per l’affermazione del comunismo. Su questa speranza si continuerà a puntare fino ai primi anni ’20. Inutile quindi secondo questa prospettiva costruire uno stato di diritto se l’obiettivo è proprio quello di cancellare lo stato in quanto ritenuto strumento dell’ordinamento borghese. Alla base dello “stato d’eccezione” c’è quindi sia una causa contingente sia una causa ideologica, nonostante quest’ultima sia stata ripudiata dallo stesso Lenin, che scaricò la responsabilità del “comunismo di guerra” e del terrore conseguente sia alla “pressione dell’emergenza” sia ai settori più estremistici del partito, scegliendola NEPstrategicamente come nuovo sentiero ideologico da seguire. I fatti successivi, guidati con autorità crescente da Stalin, furono sempre più motivati dal crescente stato d’eccezione e dalla minaccia imperialista e nazifascista, che furono all’origine dell’accentuarsi degli squilibri attraverso l’abbandono della NEP per una politica nuovamente ultra-accentratrice e squilibrata nello sviluppo economico, tutta tesa ad industrializzare il paese (condizione necessaria per affrontare le minacce di una guerra) a danno della classe contadina. Inutile e anti-dialettico chiedersi come si sarebbe evoluta l’URSS in condizioni di maggiore tranquillità internazionale, dato che il nazifascismo nacque strutturalmente come reazione alla minaccia socialista sorta in Russia.

 

La scomparsa della disoccupazione nel socialismo reale

 

Nonostante tutte le problematiche e le contraddizioni di tali processi nell’URSS del dopoguerra, così come in quella degli anni di Kruscev e Breznev, la disoccupazione divenne un retaggio del passato, una malattia debellata grazie alle politiche di pianificazione e razionalizzazione economica e a rapporti di produzione assai flessibili in cui i lavoratori non erano schiavi di categorie come la “competitività” o la “produttività” e godevano di ampi diritti sociali tra cui la garanzia gratuita e pubblica di un alloggio, dell’istruzione, dei servizi energetici fondamentali, della sanità, dei trasporti, ecc.

 

Oggi invece in tutta l’Unione Europea la disoccupazione complessiva riguarda circa 30 milioni di persone. Un buon sunto del perchè il capitalismo generi automaticamente impoverimento della classe media e disoccupazione costante è dato dal seguente passo tratto da “L’ABC del Comunismo”:

 

“Sempre maggiori masse popolari si trasformano sotto il regime capitalista in operai salariati. Tutti gli artigiani, piccoli proprietari, contadini, commercianti falliti, insomma tutti coloro che sono stati rovinati dal capitale, finiscono nelle file del proletariato. A misura che le ricchezze si concentrano nelle mani di pochi capitalisti, le masse popolari si trasformano sempre più in schiere di schiavi salariati. Dato il continuo decrescere delle classi medie, il numero degli operai esorbita i bisogni del capitale, ed incatena l’operaio al capitale. Egli è costretto a lavorare per il capitalista: in caso contrario il capitalista troverebbe cento altri al suo posto. Questa dipendenza dal capitale viene consolidata anche in altro modo, che non sia la rovina di sempre nuovi strati sociali. Il capitale rinsalda il suo dominio sulla classe operaia mettendo sul lastrico gli operai superflui e creandosi in questo modo una riserva di mano d’opera. Come avviene questo fenomeno? Nel modo seguente: noi abbiamo visto più sopra che ogni industriale tende a ridurre il prezzo di costo dei suoi prodotti. Per tale ragione egli introduce sempre nuove macchine. Ma la macchina sostituisce generalmente l’operaio, rende superflua una parte degli operai. L’introduzione di ogni nuova macchina significa il licenziamento di una parte degli operai. Gli operai, che prima erano occupati nella fabbrica, diventano disoccupati. Ma dato che l’introduzione di nuove macchine, ora in questo ora in quel ramo d’industria, è continuo, è senz’altro chiaro che anche la disoccupazione dovrà sempre esistere nel regime capitalista. Il capitalista non si cura già di procurare a tutti del lavoro e di fornire tutti del necessario, ma si preoccupa soltanto di spremere dalla classe operaia il maggior profitto possibile. Quindi è naturale che egli getti sulla strada quegli operai che non gli danno più il profitto di una volta. Ed infatti noi vediamo in tutti i paesi capitalistici che nelle grandi città vi è sempre un grande numero di disoccupati. Vi troviamo operai cinesi e giapponesi provenienti da classi contadine andate in rovina, giovani contadini venuti dalla campagna, artigiani e piccoli negozianti rovinati; vi troviamo però anche operai metallurgici, tipografi e tessitori che hanno lavorato per molti anni nelle fabbriche e ne sono stati licenziati per fare posto a nuove macchine. Tutti insieme formano una riserva di mano d’opera per il capitale, o, come la chiamò Carlo Marx, la riserva industriale. L’esistenza di questa riserva industriale e la continua disoccupazione permettono ai capitalisti di accentuare la dipendenza e l’oppressione della classe operaia. Mentre da una parte degli operai il capitale spreme coll’ausilio della macchina un maggiore profitto, l’altra parte si trova sul lastrico. Ma anche i disoccupati servono al capitale come sferza che incita i ritardatari.”

 

La via cinese al Socialismo: da Mao a Deng

 

Il tema della via cinese al socialismo rappresenta parallelismi sorprendenti con i primi anni di vita dell’URSS, anche se con tempistiche e caratteristiche molto differenti. Dalla rivoluzione guidata da Mao, che fondò la Repubblica PopolareCinese nel 1949, il Paese si è molto trasformato. Se in un primo momento lo sviluppo della Cina maoista si è retto sull’eroismo rivoluzionario, successivamente la crescita è calata fino ad arrivare ad un socialismo sì, ma della miseria. Con le riforme di Deng Xiaoping (fine anni ’70) che introducono elementi di mercato in un Paese in cui il controllo politico è mantenuto saldamente dai comunisti (i capitalisti in Cina sono impossibilitati ad organizzarsi come “classe per sé” e molti di loro delocalizzerebbero volentieri la produzione se non fosse per il controllo che il governo comunista esercita sui capitali), la Cinaè tornata finalmente a crescere fino a diventare la potenza attuale. Questo distaccarsi dalla povertà però, a causa del socialismo (di “mercato”) con caratteristiche cinesi, porta a diseguaglianze e contraddizioni nel popolo, in cui c’è una parte che si arricchisce a ritmo veloce ed un’altra invece molto più lentamente. Si tratta di diseguaglianze necessarie (e temporanee) per far uscire l’intera popolazione dalla povertà (anche se a ritmi diversi) e garantire una reale emancipazione delle masse cinesi rispetto al resto del mondo. Lenin stesso d’altronde, era perfettamente consapevole quando faceva ricorso al capitalismo di stato, che ciò avrebbe comportato sì una crescita complessiva della ricchezza prodotta, ma anche delle diseguaglianze sociali: “L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo”.

 

Deng infatti ha sottolineato che il compito della Cina non è costruire il socialismo come equa distribuzione della miseria (i comunisti non sono una sorta di francescani della politica!), ma come eliminazione della miseria tramite lo sviluppo delle forze produttive. Riprendendo Marx, anche i dirigenti comunisti cinesi rifuggono da un’interpretazione del socialismo come un ascetismo universale e un rozzo egualitarismo. A giustificare l’inserimento di elementi di mercato pur di far crescere il Paese, Deng afferma molto pragmaticamente che “non importa se il gatto sia nero o bianco, purché acchiappi i topi”. Il topo da acchiappare è la lotta contro la povertà, anche a costo di introdurre delle diseguaglianze temporanee (che però sono in secondo piano rispetto alla necessità dell’indipendenza economica dall’imperialismo). Molti, anche a sinistra, consideranola Cinauno Stato capitalista. In realtà gli stessi compagni cinesi si considerano un Paese in via di sviluppo che opera nella fase primordiale dell’edificazione del socialismo. È grazie alla loro scelta strategica che oggila Cinapopolare è sopravvissuta al crollo del blocco sovietico. Pur inserendo elementi di mercato in un’economia socialista, il governo comunista mantiene i settori strategici dell’economia in mano pubblica ed opera con attenzione per uno sviluppo sociale il più possibile controllato e per limitare l’impatto ambientale.

 

In Cina si assiste a graduali aumenti di salario e di controlli sindacali. La povertà rimane (quasi 100 milioni di persone, circa il 7% della popolazione), ma bisogna tenere contro che è diminuita molto: solo una trentina di anni fa i poveri erano ben 600 milioni di persone (più del 60% della popolazione).La Cinaè diventata una grande potenza grazie alla cooperazione e non con l’uso delle armi e delle aggressioni imperialiste come è consuetudine in occidente.La Cinadetiene una parte importante del debito pubblico statunitense. Nel novembre del 2001la Cinaè ammessa nel WTO (organizzazione mondiale del commercio), mentre nella fine del 2014 l’economia cinese supera quella degli USA, diventando la prima potenza commerciale al mondo (contemporaneamente l’India sorpassa Giappone e Germania).La Repubblica PopolareCinese ha anche avviato collaborazioni strategiche per lo sviluppo dell’Africa, permettendo al continente nero di smarcarsi dalle politiche imperialiste e guerrafondaie.

 

Altre esperienze storiche concrete di costruzione del Socialismo

 

Senza poter qui tracciare un profilo completo delle altre forme socialiste nazionali concretizzatesi nel corso del ’900, ci si limiterà a rimarcare che alcune sono direttamente riconducibili ai percorsi ed alle esperienze qui finora ripercorse. Se oggi Cuba rimane tra gli esempi più avanzati di fedeltà al socialismo reale di stampo sovietico post-bellico (con recenti reintroduzioni di elementi di mercato nell’economia),la Coreadel Nord è assai più prossima alla fase staliniana dell’URSS, con ulteriori contraddizioni date dal carattere dinastico-religioso che trovano legittimazione nella dottrina ufficiale della Juche. Il Vietnam ha seguito il percorso intrapreso dalla vicina Cina, avviando dal 1986 un periodo di sempre crescente apertura al libero mercato guidato dal partito comunista saldamente al potere; un processo che ha permesso di abbattere sostanzialmente il numero relativo di poveri, che è diminuito dal 59% della popolazione nel 1993 al 35% nel 2000 al 18% nel2007. Insecondo luogo, la crescita, che per quasi due decenni si è assestata su livelli quasi cinesi – tra il 7% e l’8% del PIL su base annua – ha favorito la crescita del PIL pro-capite da 97 $ nel1989 a1,596 $ nel 2011. Ciò non è avvenuto attraverso una massiccia privatizzazione dell’economia nazionale o tramite la svendita di interi settori, ma, da un lato, mantenendo il controllo delle imprese strategiche al fine di dirigere lo sviluppo nazionale e tentando di migliorarne e rafforzarne la gestione, e, dall’altro, lasciando gradualmente ai privati i settori meno cruciali.

 

Se i vari regimi socialisti dell’Est Europa sono stati costruiti sostanzialmente sul modello sovietico (pur con diversità nazionali di non poco conto) una menzione a parte merita il modello jugoslavo di Tito, basato sull’altra strada indicata da Marx e progressivamente messa in secondo piano dai marxisti ortodossi. Il socialismo jugoslavo era insomma alternativo a quello sovietico perchè maggiormente fondato sulle aziende cooperative, che permisero al Paese di crescere rapidamente economicamente e socialmente. Il principale limite del socialismo jugoslavo fu però l’incapacità di razionalizzare la produzione su tutto il territorio nazionale risolvendo gli squilibri strutturali che invece si acuirono nel tempo. Ciò avvenne sia per l’ampia autonomia che era stata concessa agli stati che componevano la repubblica federale, sia per il principio dell’autogestione operaia, che consentiva sì una maggiore democrazia diretta, ma impediva un coordinamento con le altre realtà produttive del Paese oltre che una redistribuzione solidale con le aree più arretrate.

 

Rimane da citare in tempi recenti il cosiddetto “socialismo del XXI° secolo”, ossia il processo apertosi nell’era post-sovietica in America Latina. Questa parte del mondo è stata a lungo considerata dagli Usa il proprio cortile di casa: i Paesi del Sud sono stati sostanzialmente colonizzati e hanno vissuto anche feroci dittature da governi asserviti a Washington. Il processo di emancipazione si apre con la rivoluzione cubana del ’59, ma bisogna aspettare la salita al governo di Chavez in Venezuela (1999) per una vera e propria svolta. Cuba e Venezuela sono appunto promotori dell’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América), un progetto di cooperazione che vede partecipare anche Bolivia, Equador, Nicaragua e altri Paesi. Faceva parte dell’ALBA anche l’Honduras, che ne esce nel2009 inseguito al golpe militare contro il presidente Zelaya. I Paesi dell’ALBA operano per uno spazio democratico in una logica non concorrenziale e di solidarietà, mostrando un segno politico chiaramente progressista: lotta alla povertà, all’analfabetismo e all’esclusione sociale, diritto al lavoro, difesa dell’ambiente sono solo alcuni dei temi che caratterizzano l’ALBA come una chiara alternativa all’imperialismo neoliberista e come avanguardia del Socialismo del XXI° secolo. La diversità di impostazione nel modello in questo caso non riguarda solo il settore economico, ma anche l’impostazione politico-statale. In tali paesi infatti (con l’eccezione di Cuba), governi di tendenze socialiste non hanno considerato una necessità preminente, una volta preso il potere, procedere a fissarlo in maniera definitiva attraverso la costruzione di una dittatura del proletariato, ma hanno optato per il mantenimento della democrazia liberale borghese, con il rischio costante di perdere il potere politico ad ogni turno elettorale, ma tutelandosi dalle accuse di essere “anti-democratiche”, secondo il classico costume polemico borghese. La via scelta in questo caso trova la sua origine storica concreta nell’esempio dato dal governo cileno di Salvador Allende (1970-73) che provò a costruire il socialismo restando nei binari della democrazia borghese. In quel caso, di fronte a riforme avanzate in senso socialista il risultato fu la sollevazione militare orchestrata dai settori della borghesia e dell’imperialismo internazionale, che riuscirono a rovesciare Allende con l’uso della forza, instaurando al suo posto il laboratorio neoliberista guidato dal generale Pinochet. Oggi assistiamo costantemente all’opera di delegittimazione politica di tali processi emancipativi presenti in America Latina, portata avanti con ogni mezzo (primo tra i quali la disinformazione cronica e la qualificazione mediatica in occidente di tali Paesi come “regimi”). Questa alternativa politica socialista ha trovato diffusione in Occidente fin dagli anni ’70 inmaniera strategica (e non più tattica, come era per Gramsci) durante la segreteria Berlinguer del PCI e la teorizzazione formale del cosiddetto eurocomunismo, sviluppo (o estremizzazione) di alcuni temi posti da Togliatti nella “via italiana al socialismo” e nella critica al modello sovietico.

 

I problemi e i rischi della dittatura del proletariato

 

Tali critiche tendevano a rimarcare la mancanza di alcuni diritti umani fondamentali e la necessità per il socialismo di essere strettamente intrecciato con la democrazia (intendendo con ciò la concezione borghese del termine). L’ostilità reciproca tra Berlinguer e l’URSS portò nel corso degli anni ’70 ad un distacco progressivo che sfociò nella dichiarazione di Berlinguer del 1981 secondo cui “la capacità propulsiva di rinnovamento delle società, o almeno di alcune società, che si sono create nell’est europeo, è venuta esaurendosi”. Tali critiche hanno avuto origine storica in particolare in seguito alla cosiddetta “destalinizzazione”, in cui per la prima volta si introiettavano una serie di critiche e attacchi della borghesia al modello sovietico costruito nel trentennio dominato dalla figura di Stalin. In quello che secondo alcuni fu un vero e proprio “tradimento” politico e teorico dell’insegnamento leniniano il PCUS, nel fatidico XX° Congresso del Partito (quello del1956 in cui Chruscev avviò la discussa destalinizzazione riportando come giustificazione dati oggi riconosciuti dagli storici come fuorvianti, esagerati, ed in certi casi interamente falsi), si enunciò il seguente giudizio che rigettava l’opzione rivoluzionaria a favore di quella riformista, in discontinuità con la tradizione comunista finora esposta:

 

“Non vi è dubbio che in molti paesi capitalistici, dove il capitalismo è ancora forte, dove esso ha un enorme apparato militare e poliziesco a sua disposizione, l’acuto inasprimento della lotta di classe è inevitabile. Nello stesso tempo in seguito ai cambiamenti radicali a favore del socialismo nel mondo ed all’enorme aumento della forza di attrazione del socialismo tra gli operai, i contadini, gli intellettuali, si sono determinate condizioni più favorevoli per la vittoria del socialismo. La presente situazione offre inoltre alla classe operaia, guidata dalla sua avanguardia, in diversi paesi capitalisti la possibilità reale di unire la stragrande maggioranza del popolo sotto la sua direzione e di assicurare il passaggio dei mezzi fondamentali di produzione nelle mani del popolo. I partiti borghesi di destra ed i governi da essi formati falliscono sempre più frequentemente. In queste condizioni, la classe operaia, unendo attorno a sè le masse lavoratrici contadine, larghi strati di intellettuali e tutte le forze patriottiche e respingendo risolutamente gli elementi opportunisti che sono incapaci di rinunciare alla politica di conciliazione con i capitalisti e gli agrari, è in grado di sconfiggere le forze reazionarie contrarie all’interesse popolare, di conquistare una maggioranza salda nel parlamento e di trasformare quest’ultimo da organo di democrazia borghese in strumento genuino della volontà popolare.”

 

Sulla spinta di questa risoluzione, ne venne approvata una simile (in cui si parlava della possibilità di attuare una “realizzazione pacifica della rivoluzione socialista” attraverso la conquista di una “maggioranza stabile in parlamento”), anche dalla Conferenza dei rappresentanti dei partiti comunisti e operai di Mosca del 1960, cui presero parte le delegazioni di 81 partiti comunisti e operai di tutto il mondo. È indubbio insomma il ruolo avuto da quello che in molti definiscono un vero e proprio “revisionismo” prodotto in primo luogo dall’opera di Chruscev, che ebbe ampia influenza sul movimento comunista internazionale, Italia compresa. Tale tesi presenta ugualmente diverse contraddizioni e problematiche, come testimoniato dall’esempio già citato del Cile di Allende, ma anche dallo stesso caso italiano, in cui alla minaccia della vittoria comunista negli anni ’70 la borghesia rispose con le bombe nella nota “strategia della tensione”, oltre che con progetti di golpe militare già pronti e definiti da Gladio per ogni evenienza. La reazione dispone di mezzi molto potenti e versatili, tali da essere costantemente una minaccia capace di distruggere in ogni momento le importanti ma fragili e contraddittorie conquiste sociali finora ottenute in paesi che scelgano di coniugare il socialismo con la democrazia.

 

Occorre ricordare l’asprezza delle polemiche poste da Lenin nei confronti di tali tesi, come emerge perfino in una delle sue opere più “realiste” e “moderate”, ossia “L’estremismo malattia infantile del comunismo” (1920). Vi si dice espressamente che “non il Parlamento, ma soltanto i Soviet operai possono essere lo strumento atto a raggiungere gli scopi del proletariato, e chi non ha ancora capito questo sono -certo- i peggiori reazionari, anche se è la persona più dotta, il politico più esperto, il socialista più sincero, il marxista più erudito, il cittadino e il padre di famiglia più onesto.”

 

Sul tema d’altronde Lenin si era dilungato soprattutto nell’intera opera “Stato e Rivoluzione”, tesa a ridicolizzare Kautsky ed in generale tutta quella corrente definita “revisionista” che predicava la possibilità di giungere al socialismo attraverso la pacifica presa del potere ottenuta con la conquista della maggioranza delle elezioni dei parlamenti borghesi. Sarà il tempo e la realtà storica a fornire ulteriori prove sulla validità strategica di tale impostazione teorica, sulla quale al momento occorre certo manifestare il sostegno politico mantenendo però la consapevolezza della costante insicurezza delle conquiste sociali ottenute.

 

Naturalmente tutto ciò non deve portare a perdere di vista le contraddizioni presenti anche in seno al modello della dittatura del proletariato. Queste possono riassumersi in difetti storici ed errori concretizzatisi nella deriva verso il burocratismo, l’autoritarismo, la confusione tra contraddizioni in seno al popolo e contraddizioni antagonistiche, o nell’accettazione di un marxismo volgare che liquida come puramente formali i diritti umani. Gli errori possono essere anche di natura opposta, ossia di incapacità di far funzionare il sistema produttivo e di combattere l’anarchismo e il parassitismo sul luogo di lavoro, fatto che può portare sul lungo termine a rendere il sistema produttivo socialista meno competitivo a livello tecnologico e distributivo rispetto a quello capitalista più “sociale”, ossia impostato sul modello keynesiano (il quale però a sua volta ha presentato contraddizioni tali, prima tra tutte la caduta tendenziale del saggio di profitto, da decretarne o il naturale approdo verso forme sempre più tendenti al socialismo o la sua scomparsa attraverso la restaurazione di modelli neoliberisti).

 

Altro problema fondamentale, che è diventato motivo scatenante (ma non causa esclusiva) della fine dell’URSS, e che rappresenta un costante pericolo anche per il Partito Comunista Cinese, è quello di riuscire a selezionare costantemente nel corso del tempo una leadership capace di rimanere fedele alla meta del comunismo. Durante il lungo tragitto (finora si parla di diversi decenni, ma è impossibile quantificare un limite cronologico) che passa per il capitalismo di stato e per il socialismo la divisione in classi in seno alla società resta in vigore, e anche se il potere politico resta nelle mani del proletariato (per tramite della sua avanguardia, il partito comunista), una certa parte di potere economico resta in mano alla borghesia, la quale mantiene quindi spazi d’azione per influenzare le manovre del governo socialista. Centrale diventa quindi la selezione dei componenti del partito, vero centro di potere della dittatura del proletariato, e soprattutto dei suoi quadri dirigenti. Uno dei problemi storici fondamentali dell’URSS è stato proprio questo: dapprima con la morte di Lenin, si evidenziò l’incapacità di mantenere unito il gruppo dirigente bolscevico, che si frantumò in un conflitto interno capace di degenerare in certe fasi in vera e propria guerra civile interna. L’autocrazia staliniana che ne è conseguita, per quanto spiegabile con contingenze storiche ben precise, segna evidentemente un problema di fondo, avendo di fatto travalicato oltre ogni limite immaginato (da Marx, Engels, Lenin) il potere del partito a discapito dello stesso proletariato. Il rischio che la dittatura del proletariato diventi una dittatura personale slegata dalle masse è insomma un pericolo concreto. Altro problema evidenziato dalla storia dell’URSS è quello che riguardò la successione al potere di Stalin: a detta degli storici sia Chruscev che Breznev avevano scarsissime cognizioni in fatto di marxismo, mentre per quanto riguarda Gorbacev è ancora motivo di discussione storica (nonché di polemica politica) se le sue scelte strategiche (glasnost e perestrojka) siano state dovute a mera incapacità ed ingenuità politica, o se vi fossero anche dei legami di fondo con settori dell’imperialismo internazionale. Il fatto che sia diventato uno dei beniamini dell’Occidente capitalistico (omaggiato perfino con il premio Nobel per la pace nel 1990) e che egli stesso negli ultimi si sia vantato di aver voluto contribuire in modo cosciente alla liquidazione del socialismo nell’Est europeo, pone in primo piano la necessità per una dittatura del proletariato di scegliere con la massima cura (trovando dei meccanismi adeguati) i suoi massimi dirigenti, al fine di evitare possibili infiltrazioni di individui borghesi per appartenenza politica o ideologica. Questo è senz’altro uno dei motivi che ha spinto nel corso del tempo il Partito Comunista Cinese (PCC) a limitare drasticamente l’ingresso di nuovi iscritti al proprio interno, avviando una rigorosa selezione (comprensiva di 6 mesi di formazione teorica dedicata esclusivamente ai precetti fondamentali del marxismo) e un severo controllo della vita privata di ogni nuovo aspirante membro del partito. Nonostante ciò la dialettica presente all’interno del PCC rimane aperta ed è manifesta anche agli occhi dell’Occidente la presenza di diverse aree interne al partito in lotta tra loro per la direzione politica da far intraprendere al Paese.

 

In alternativa a tale modello occorre essere aperti all’idea di trovare dei correttivi alternativi attraverso cui rimediare a storture che sul lungo termine rischiano di minare anche un governo apparentemente saldo e prudente come quello cinese. Un tale compito rimane però aperto ai rivoluzionari del futuro, che avranno il compito di analizzare costantemente la realtà affrontandone nel corso del tempo le varie contraddizioni, ben consci che l’unico modello assoluto ed ideale è quello della meta ultima, ossia del comunismo. Ma fino ad allora occorre saper mantenere, in ossequio al materialismo dialettico, una visione ampia ed “aperta”, capace di innovarsi giorno per giorno in maniera antidogmatica attraverso l’osservazione diretta della realtà.

 

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