I danni erariali li pagano sempre i cittadini

  • I danni erariali li pagano sempre i cittadini

ROMA – Sempre più spesso ormai sui giornali si legge di politici, funzionari e dipendenti pubblici che con il loro comportamento hanno causato danni alla ”cosa pubblica”.

Quasi mai, però, ci si domanda chi paga per i danni causati da queste forme di  cattiva gestione. La risposta è semplice: non paga nessuno. O quasi.   Per la legge italiana si parla di “danno erariale” quando un soggetto che agisce per conto della pubblica amministrazione in quanto funzionario, dipendente o, comunque, inserito in un suo apparato organizzativo, con il proprio comportamento, causa un danno allo Stato o ad un altro ente pubblico.

Danni a volte causati da incompetenza o da errori, altre volte, invece, da comportamenti criminali.  Stando ai dati resi pubblici dalla Corte dei Conti, negli ultimi anni (dal 2009 al 2014), in Italia i danni erariali hanno raggiunto quasi i cinque miliardi di Euro (4 miliardi 898 milioni 4.014 Euro e 59 centesimi). Tanti soldi. Soldi che nessuno rivedrà mai: a fronte di quasi cinque miliardi di Euro da recuperare, nelle casse dello Stato sono “rientrati” solo 68 milioni 726.010 Euro e 44 centesimi. In pratica, lo Stato è riuscito recuperare solo l’1,4 per cento delle somme che avrebbe dovuto.

Un danno nel danno, quindi. E per di più un danno annunciato e, quindi prevedibile ed evitabile: la Corte dei Conti, infatti, denuncia questa situazione da molti anni. Da una parte aumentano i mancati incassi, dall’altra crescono impunità e comportamenti illegali nella Pubblica amministrazione.
Il problema è che, quasi sempre, dopo una condanna definitiva, i tempi della giustizia civile si sommano a quelli della giustizia contabile. E se il condannato presenta ricorso, anche questa procedura è facile che duri molti anni. A volte anche per più di un decennio. È così che molti processi scadono a causa della prescrizione dovuta al sovraffollamento delle aule dei tribunali.

Eppure la soluzione dovrebbe essere semplice: una volta che la sentenza è diventata definitiva, la Corte de Conti chiede alla Pubblica Amministrazione competente di provvedere alla riscossione delle somme. Somme che possono essere prelevate o “attingendo” alle ricchezze del funzionario (ad esempio tramite il blocco del quinto dello stipendio o del Tfr) o, nel caso in cui sia stata sottoscritta, attingendo alla copertura assicurativa. Nella maggior  parte dei casi, però, il dipendente non paga. L’amministrazione dovrebbe quindi procedere all’iscrizione a ruolo del credito e all’eventuale esecuzione forzata (ad esempio, il pignoramento degli immobili). Ecco che, come d’incanto, i tempi si allungano. Come ha detto il procuratore regionale Giuseppe Aloisio “nell’ambito delle procedure di esecuzione delle sentenze di condanna a carico di amministratori e dirigenti regionali, talvolta sono state rilevate condotte dilatorie della riscossione del credito”. A volte anche in modo strano (come nel caso di un dirigente della regione Sicilia che “ha intimato alla Serit di sospendere la procedura esecutiva senza alcuna apprezzabile giustificazione”). Lungaggini burocratiche che hanno un solo scopo: rallentare le procedure e ritardare le decisioni del giudice. Ritardi che ormai quasi sempre finiscono per permettere ai condannati di chiedere l’annullamento per prescrizione. E di non restituire i soldi sottratti illegalmente dalle casse pubbliche.

Il risultato è che, come confermano i dati della Corte dei Conti, sempre più spesso (e nella quasi totalità dei casi) a pagare non sono i “colpevoli pubblici”, non pagano nemmeno gli amministratori incapaci, o peggio, che si sono macchiati di reati, non pagano neanche i corrotti o gli esemplari di HOMOPOLITICUS sorpresi a gestire il denaro pubblico come se fosse il proprio. A pagare sono i contribuenti. E non una, ma due volte. La prima, pagando le tasse che dovrebbero servire ad ricevere servizi dalla pubblica amministrazione. La seconda  dovendo coprire i danni causati da soggetti giudicati colpevoli ma che non pagano un centesimo per i loro malefatti.

E anche quando non è la farraginosità della burocrazia e della giustizia a impedire ai cittadini di recuperare il maltolto, ci pensano le leggi. Nel 2005, è stato introdotto un condono proprio per il danno erariale: in pratica, a quanti erano stati condannati a pagare per i danni erariali causati è stato concesso di cavarsela con una pesante riduzione delle somme dovute (riduzione che nel 2013 è stata modificata e quantificata in non più del 75%: in pratica chi ha causato un danno erariale per 200 mila Euro potrà cavarsela restituendone 50 mila).

Un problema che, come ha denunciato la Corte dei Conti, se solo lo si volesse, potrebbe essere risolto facilmente: basterebbe riconoscere il principio che il credito dello Stato per danno erariale è “privilegiato”. Questo sarebbe sufficiente per snellire e accelerare molti processi. Ma anche per abolire il termine di prescrizione decennale per le esecuzioni a carico dei condannati a risarcire i contribuenti.

Il fatto è che molte soluzioni in Italia non sono invisibili o inattuabili. Semplicemente non le si vuole attuare. Tanto a pagare, anche per i danni erariali, sono sempre i cittadini.

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