Tempi lunghi, domande e pensiero critico

Il grande nemico di ogni crescita culturale sta nella semplificazione. Nella scuola dovremmo fare di tutto per tutelare il tempo lungo necessario all’ascolto e al confronto, alla pratica individuale e collettiva del ragionamento che non semplifica. Per farlo abbiamo bisogno di ripensare a fondo i metodi di insegnamento. Servirebbe un’immersione di un cospicuo numero di insegnanti in laboratori, corsi, ricerche-azioni che mettano al centro della didattica il dialogo e il confronto tra le argomentazioni come ambienti di apprendimento. In realtà, ci sono già insegnanti che da decenni, in situazioni assai difficili, propongono metodologie attive, e fanno della scuola il luogo nel quale si promuove la cooperazione. Risorse umane per questo tipo di formazione, dunque, ci sono e in gran parte si trovano già nelle scuole, se si fosse in grado di individuare, valorizzare e diffondere la didattica che è capace di promuovere il confronto e il sostare attorno a domande aperte di difficile risposta, la capacità di intrecciare saperi e di sviluppare pensiero critico

FYSOP

di Franco Lorenzoni* comune.info

Ragionando intorno alla “Retorica” di Aristotele e intervistando Martha NussbaumArmando Massarenti è tornato a proporre con insistenza l’arte del discorrere e la pratica della logica come esperienze necessarie per un’educazione alla cittadinanza consapevole e responsabile. La questione, tuttavia, non credo si possa affrontare aggiungendo qualche ora di logica – magari all’interno di quell’ambito multidisciplinare chiamato “Cittadinanza e costituzione” – perché la mancanza che si avverte è assai più radicale e ci obbliga a ripensare a fondo i metodi di insegnamento di gran parte delle discipline.

Al ministero dell’Istruzione sembra sia scoccata l’ora del Clil (acronimo che nomina il Content and Language Integrated Learning), cioè l’idea che le lingue si imparino per immersione, utilizzandole nell’apprendimento di diverse discipline. Pare certo che una delle proposte che uscirà dal progetto Buona scuola disporrà l’uso dell’inglese in una disciplina già in 5° elementare. Ora, poiché la nostra scuola non dispone attualmente di un numero sufficiente di docenti in grado di insegnare in inglese, dovrà essere messo in atto un investimento economico e culturale di grande portata, capace di rendere in pochi anni l’inglese seconda lingua correntemente parlata da un notevole numero di docenti, come avviene nei paesi del nord Europa. La differenza è che in quei paesi alla televisione i film di lingua inglese non vengono doppiati e, dunque, in quell’immersione linguistica si nuota fin da piccoli, in diversi contesti.

Se davvero si deciderà di investire in modo consistente nella formazione iniziale e in servizio dei docenti riguardo all’inglese, perché non immaginare un’analoga immersione di un cospicuo numero di insegnanti in laboratori, corsi, ricerche-azioni e minisperimentazioni sul campo che mettano al centro della didattica il dialogo e il confronto tra le argomentazioni come ambienti di apprendimento privilegiati?

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Ci sono insegnanti che da decenni, anche in situazioni assai difficili, propongonometodologie attive che partono da un ascolto attento dei ragazzi e praticano la conversazione euristica. Risorse umane per questo tipo di formazione ci sono, perché in gran parte si trovano già nelle scuole, se si fosse in grado di individuare, valorizzare e diffondere la didattica che è capace di promuovere il confronto esostare attorno a domande aperte di difficile risposta.

L’obiezione che ascolto, quando mi capita di discutere con gruppi di docenti sul metodo, è che non c’è il tempo per ascoltare i ragazzi perché il programma è vasto, le ore sono poche e gli allievi nelle classi sono troppo numerosi (sull’opportunità di ripensare il rapporto tra apprendimento e tempo suggeriamo la lettura di Città e scuole senza orologi e di No Sav, Scuola ad alta velocità).

Queste obiezioni nascondono a volte pigrizia mentale e scarsa volontà di mettersi in gioco, sollevando tuttavia una questione rilevante, che è quella del tempo lungo necessario all’ascolto e al confronto, alla pratica individuale e collettiva del ragionamento. Personalmente ritengo che dovremmo proporre meno contenuti e svolgerli con cura e profondità, perché il grande nemico di ogni crescita culturale sta nella semplificazione. Finora l’autonomia scolastica è stata ben poco utilizzata nelle sue potenzialità, perché dotata di fondi miseri, ridottisi a più riprese negli ultimi anni. E invece sarebbe importante offrire a ogni istituto risorse finanziarie per sperimentare di più e scegliere, ad esempio, alcune discipline a cui dedicare maggiore tempo, adottando orari flessibili. Così, accanto ai docenti che si azzarderanno a cominciare a insegnare le loro discipline in inglese, si potrebbero formare in ogni scuola gruppi di docenti che si cimentino a educare intrecciando diversi saperi, avendo come priorità lo sviluppo del pensiero critico e argomentativo dei ragazzi, dando valore, nella conversazione, ai loro pensieri autonomi – sia spontanei che più strutturati – in un intreccio forte che colleghi continuamente intuizioni, emozioni e conoscenze.

Sarebbe interessante che reti di scuole promuovessero poi ricerche per studiare le differenze tra l’argomentare logico in matematica o in storia, scambiandosi suggerimenti e sperimentando come riuscire concretamente, oggi, a coinvolgere i ragazzi nell’incontro con la letteratura, l’arte o la scienza, dando loro pienamente dignità e voce.

Le scuole potrebbero così divenire ciò che dovrebbero essere, cioè luoghi in cui si promuove la cooperazione tra chi educa. Ma per farlo ci si deve guardare dal proporre misure che inevitabilmente minerebbero ogni comunità docente, come quella di pagare un po’ di più alcuni insegnanti con gli scatti di anzianità tolti ai meno impegnati, con la pericolosa illusione che si possa ridare dignità al mestiere di chi insegna a costi zero. Se nel presentare i diversi saperi non riusciamo a dare ai ragazzi la possibilità di rispecchiarsi e in qualche modo riconoscersi, almeno qualche volta, nelle complesse costruzioni umane del pensiero, se non riusciamo a proporre la cultura come specchio capace di farci vedere e capire qualcosa di più di noi stessi, tutto il percorso scolastico rischia di perdere senso e di risultare fallimentare per i più.

Lo sganciamento, il distacco tra ciò che gli adulti propongono e ciò che passa per la testa dei ragazzi sta sempre più provocando uno stato di alienazione che porta troppi studenti alla passività scontrosa o alla fuga, sia dentro al cellulare nascosto sotto al banco o fuori dall’edificio scuola, sentito come estraneo e in alcuni casi nemico.

Al contrario, sentirsi di casa e ritrovarsi dentro un racconto, una pittura, una scoperta matematica possono generare aperture inaspettate nella sensibilità dei ragazzi e offrire parole e senso ai loro sentimenti più intimi. Possono contribuire a far nascere in loro l’adesione a una comunità culturale, a partire da un’attenzione alla qualità di gesti e parole, che è alla base di ogni pratica di convivenza.

Ma per attivare questo rispecchiamento c’è bisogno di lunghe manovre di avvicinamento. C’è bisogno in primo luogo che ci si metta in gioco e che si cerchi quale musica, letteratura, scoperta scientifica o manufatto culturale apra a quel gruppo di ragazze e ragazzi la possibilità di un rispecchiamento culturale, che èl’opposto della contemplazione narcisistica di sé.

Se sono affranto dalla gelosia Otello parla proprio a me, e dona al mio sentimento parole e respiro, offrendomi la possibilità di non sentirmi solo al mondo. Mi aiuta a comprendere che ciò che mi succede è certamente cosa unica e irripetibile, ma accadimenti simili son stati vissuti da altri e altri ancora, ed è questa tensione tra l’unicità della mia esperienza individuale e i caratteri generali della natura umana che rende possibile il linguaggio, il dare nome a emozioni, pensieri ed esperienze, che costruiscono il terreno per la condivisione ragionata, che è qualità propriamente umana, senza la quale l’apprendimento non può avere respiro.

Nessuna ragazza o ragazzo è superficiale, nonostante ciò che pensino i suoi insegnanti. I sentimenti che prova sono potenti e profondi. Ciò di cui spesso manca sono le parole e un linguaggio capace di dare orizzonti vasti al suo pensare se stesso e il mondo, se stesso nel mondo. Perché non proviamo ad accogliere questa sfida?

 

Articolo apparso anche nella pagina facebook della Casa-laboratorio Cenci e nel supplemento culturale domenicale del Sole 24 ore del 15 febbraio 2015 (con il titolo Non si può educare alla logica senza un rispecchiamento culturale).
* Franco Lorenzoni, maestro elementare, è  tra i fondatori della Casa-laboratorio Cenci ad Amelia (Terni): impegnato nel Movimento di cooperazione educativa è autore di saggi e libri (l’ultimo è I bambini pensano grande. Cronaca di una avventura pedagogica, Sellerio) Altri articoli di Lorenzono sono qui

 

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