Guerre guerreggiate e guerre tra capitali

[[Carta di Laura Canali tratta da Moneta e impero]

A febbraio, dopo sette mesi di continui ribassi, il prezzo del petrolio è aumentato. Più precisamente, il Brent, benchmark per l’Europa e l’Asia, è significativamente cresciuto, passando da 53,53 a 62,32 dollari al barile ($/b).

Il Wti, riferimento statunitense, è invece rimasto pressoché invariato pur in presenza di una marcata volatilità. I 48,42 $/b di inizio mese sono stati oltrepassati in chiusura (49,55 $/b) sulla scia dell’informazione relativa alla “riduzione del numero di trivelle attive negli Usa (oltre 1/3 in meno nel giro di 4 mesi)”.

 

Al contempo, il cambio euro/dollaro ha oscillato attorno a quota 1,12/14 €/$, per poi toccare 1,08 €/$ all’inizio di marzo (minimo da 11 anni) a dimostrazione di come il mercato dei cambi stia già scontando l’immissione di liquidità (Qe) da parte della Bce. Il rublo invece si è apprezzato sia nei confronti dell’euro sia del dollaro, a dimostrazione che le azioni messe in campo dal Cremlino per far fronte all’attacco valutario stanno ottenendo gli effetti auspicati.

 

L’attuale divaricazione di prezzo verificatasi tra le due qualità di petrolio (quasi 13 $/b) è anzitutto riconducibile agli effetti delle politiche valutarie delle banche centrali e del conseguente ruolo della speculazione. Infatti, se con la fine dei vari Qe negli Stati Uniti si è determinato uno spostamento degli investimenti di brevissimo periodo dal greggio al dollaro (i Treasury Bonds rendono più dell’inflazione), l’annunciato Qe della Bce e il piano di acquisto di titoli della Banca centrale del Giappone (BoJ) tuttora in corso potrebbero aver indirizzato la speculazione verso il Brent, favorendone il rialzo. Oltre a ciò, l’ennesimo crollo della produzione petrolifera libica da 600 mila a 200 mila barili al giorno (erano 1.6 milioni nell’era Gheddafi) e la minore quantità di scorte Brent rispetto a quelle Wti (scorta=offerta) sono stati ulteriori fattori rialzisti per il benchmark europeo e asiatico.

 

Secondo i dati forniti dall’International Energy Agency (Iea), l’offerta globale di petrolio è diminuita di 235 mila barili al giorno (b/d) a gennaio 2015 (totale 94.1 milioni di b/d), riuscendo comunque a soddisfare ampiamente la domanda. In prospettiva, la Iea stima che la produzione Usa nel 2015 calerà di ulteriori 200 mila b/d rispetto a quanto indicato nel precedente report mensile, mentre la domanda globale crescerà di 0.9 milioni di b/d (quella attuale è pari a 93.4 milioni di b/d). L’eventuale calo dell’estrazione statunitense potrebbe essere dovuto a una frenata del tight oil prima del previsto con conseguente innesco di default nel settore, nonostante il record di 9.27 milioni di b/d di greggio raggiunto a fine febbraio 2015, di cui 5.52 milioni di b/d (59,5%) è output non convenzionale. L’Energy Administration Information Agency (governo Usa) e l’Energy Outlook 2035 di Bp suggeriscono previsioni differenti.

 

L’eventuale coinvolgimento militare in Libiacomunque in aperta violazione dell’articolo 11 della Costituzione italiana a prescindere dalla presenza di un quadro di presunta legalità internazionale sancito dall’Onu è stato definito da Lucio Caracciolo come “puro avventurismo geopolitico, che fra l’altro significherebbe esporci gratuitamente al terrorismo jihadista sul nostro territorio molto più di quanto non lo si sia adesso”, tenendo conto che “contrariamente a quanto affermano i suoi portavoce, lo Stato Islamico non sta conquistando la Libia”.

Secondo il quotidiano La Stampa, “i sostenitori del generale libico Haftar hanno chiesto le dimissioni dell’ambasciatore statunitense in Libia e la riesumazione dei vecchi accordi tra Libia e Russia sulla compravendita di armi firmati diversi mesi fa durante una visita di un alto ufficiale dell’esercito russo nel paese nordafricano”.

 

Se così fosse, il generale “laico” Haftar rivelerebbe l’intenzione di voler seguire le orme del presidente egiziano al Sisi in merito alle relazioni con gli Stati Uniti. Il rischio è tuttavia quello di fare la fine di al Maliki, colpevole di aver tentato di indirizzare l’Iraq verso “una linea di equilibrio tra gli Usa da una parte e Iran/Cina/Russia dall’altra”.

 

Dal momento che del nuovo sbarco sulla quarta sponda si discetta nelle cancellerie europee e nei palazzi dei monarchi e delle giunte militari arabe, con il discreto ma pressante incoraggiamento americano”, il parlamento italiano non ripeta gli errori fatti nel recente passato nascondendosi dietro l’ombrello dell’Onu.

 

In Ucraina, gli elementi chiave per leggere gli “accordi di Minsk 2” sono la vittoria militare dei cosiddetti filorussi e l’assenza dal tavolo delle trattative degli Stati Uniti, fautori del colpo di Stato a Kiev, nel febbraio 2014. Da agosto 2014, in merito alle parole della neoeletta rappresentante della politica estera dell’Ue Federica Mogherini (“non esiste più un partenariato strategico fra Unione europea e Russia per scelta di Mosca”), invitammo l’ex ministro a valutare attentamente l’evolversi dei rapporti di forza tra le opposte fazioni in Ucraina prima di giungere a conclusioni affrettate, il cui eventuale prezzo politico sarebbe emerso nel corso del futuro tavolo negoziale.

 

Lo Stato ucraino si trova in sostanziale bancarotta (min. 2:00 di questo video): oltre ai 30 miliardi di dollari che deve alla Federazione Russa, nei prossimi 4 anni, riceverà prestiti per 40 miliardi da Fmi, Unione Europea e singoli paesi (erano 17 miliardi di dollari all’inizio della guerra). Dunque l’Italia si adoperi per il rispetto della tregua e, a partire dall’incontro tra Matteo Renzi e Vladimir Putin, per l’implementazione di un piano volto al graduale rientro delle sanzioni.

 

La maggioranza del Congresso statunitense potrebbe in realtà decidere di scaricare l’attuale presidente ucraino Petro Poroshenko. Senza dubbio, essa non è intenzionata ad accettare passivamente il riavvicinamento tra la Federazione Russa e le principali economie dell’Ue.

 

Chiunque fossero gli assassini di Boris Nemcov, hanno forse approfittato di tale contesto? Prima che la Bce, il 9 marzo, desse il via al piano di 1.100 miliardi di euro di Quantitative easing, nella notte tra il 20 ed il 21 febbraio a Bruxelles era stato raggiunto un accordo provvisorio e pieno di ambiguità in merito al caso Grecia.

 

Nel contesto di una guerra tra capitali che prosegue anche in seno all’Eurozona – nonostante il calo, pur positivo, dello spread Btp-Bund – si presti attenzione alle parole di Paolo Savona, già ministro dell’Industria del governo Ciampi, secondo il quale “la decisione di immettere base monetaria attraverso il canale dell’acquisto di titoli di Stato per un totale di 130 miliardi da parte della Banca d’Italia ha due conseguenze. Mina il bilancio di Palazzo Koch impegnando – in maniera obbligatoria, pare – le riserve ufficiali anche auree. E impedisce in futuro allo Stato italiano ogni genere di rinegoziazione o di dichiarare default del proprio debito senza determinare gravi conseguenze anche per la ‘sua Banca centrale’. Il Qe funziona come un’ulteriore bardatura che impedirà al paese scelte diverse da quelle di stare in Europa, obbedendo a Berlino-Bruxelles a rischio di trasformarci in colonia politica”.

 

Tenendo conto che Alan Greenspan – se mai ce ne fosse stato bisogno – ha ribadito che “L’oro è una valuta. È ancora, in tutta evidenza, una valuta di primaria importanza. Nessuna moneta a corso forzoso, incluso il dollaro, la può uguagliare” e che i dati forniti dalWorld Economic Forum smentiscono l’esistenza di una correlazione positiva tra politiche monetarie ultra espansive e crescita economica (min. 7:50-8:55 di questo video), se qualcuno pensa che al tavolo delle trattative europee l’Italia sieda dalla parte dei creditori rischia di confondere lucciole con lanterne.

 

Per approfondire: Moneta e impero

 

Demostenes Floros è un analista geopolitico ed economico. Insegna presso il Master di 1° Livello in “Relazioni Internazionali di impresa: Italia-Russia” (Modulo: Energia) dell’Università di Bologna”.

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