Renzi scrive una lettera, ma le bugie hanno le gambe corte

  • Renzi scrive una lettera, ma le bugie hanno le gambe corte

ROMA – Nei giorni scorsi, su molti giornali nazionali (e anche su qualcuno estero) è stata pubblicata una lettera a firma Matteo Renzi, tratta dal sito che porta il suo nome (eNEWS 391).

Come al solito tra le righe non mancano promesse e slogan. E, come ormai abitudine, non mancheranno polemiche per i numeri riportati dal premier. Numeri che, spesso, non trovano riscontro nei dati ufficiali.

A cominciare dall’inizio. “Il Paese si sta rimettendo in moto. L’Italia sta davvero cambiando verso, passando dal meno degli ultimi anni al più, ma proprio per questo adesso dobbiamo intensificare gli sforzi” scrive Renzi. Di tutt’altro parere l’Istat e il Fondo Monetario Internazionale. Presentando il rapporto del Fmi sul nostro Paese, il direttore esecutivo Andrea Montanino ha detto che “L’Italia, nelle condizioni attuali, non è un Paese per cui si possa assicurare un futuro radioso, o quantomeno sereno”.

“Lo spread non fa più paura: il decennale con i Bund era oltre 200 nel febbraio 2014, adesso sta sotto i 90 e ancora non è partito il Quantitive Easing”, si legge nella lettera del premier. Renzi non se ne è accorto, ma mentre lui era impegnato a farsi pubblicità sui quotidiani di mezza Italia, la Banca Centrale Europea ha già fatto partire il “Quantitative Easing” (quello che lui chiama “Quantitive Easing”). La BCE sta già acquistando titoli, in gran parte titoli di Stato, allo scopo di far risalire l’inflazione nell’Eurozona. Ma con la crescita dell’inflazione, se da un lato molti Paesi si salveranno, forse, dal rischio deflazione, dall’altro potrebbe tornare a salire anche lo spread. Spread che è diminuito anche grazie all’aumento degli interessi pagati dai Bund tedeschi (aumentati a 0,392 per cento).

“In un anno sono aumentati i posti di lavoro, più 134mila” ha gongolato il premier. Ancora una volta numeri che non trovano riscontro nelle statistiche dell’ISTAT che parla 88.000 unità in più. Posti di lavoro, però, che per la maggior parte vedono assunti gli immigrati: se si considerano i dati degli italiani, nel 2014 si sono persi 23.000 posti di lavoro. In compenso ad essere aumentata, in Italia, è la disoccupazione: del 5,5% solo nel 2014.

“L’Unione Europea sta attenta ai vincoli di bilancio ma finalmente si torna a parlare di crescita e investimenti (piano Juncker) e la nostra battaglia sulla flessibilità ha visto dei risultati concreti (la comunicazione sulla flessibilità della Commissione Europea)”. Nel documento citato dal Premier (http://www.upbilancio.it/wp-content/uploads/2015/01/Focus_1_Upb.pdf) si legge: “Tuttavia, per il 2014 viene stimato un peggioramento strutturale di -0,3 per cento. Quindi, considerando la media del biennio 2014 – 15, permarrebbe il rischio di deviazione dal sentiero di aggiustamento”.

“Nel primo trimestre è probabile che il Pil torni positivo dopo decine di rilevazioni negative”, sono state le parole di Renzi. Secondo l’ISTAT, nel 2014, il Pil è sceso dello 0,4%. È il terzo anno di seguito che il Prodotto interno lordo risulta in calo (dal 2012). Per contro il rapporto deficit/Pil non è diminuito nemmeno dopo l’inserimento di voci come prostituzione e contrabbando nel calcolo del Prodotto Interno Lordo. Stando ai dati del Fiscal monitor, il rapporto sull’evoluzione dei conti pubblici dei diversi Paesi redatto dal Fondo Monetario Internazionale, in Italia, il rapporto tra deficit e Pil nel 2014, non scende sotto il 3%.

Nel documento si parla anche di “recuperata credibilità internazionale del Paese”. Forse sarà per questa credibilità che il presidente della Commissione Europea, Junker, ha deciso di affiancare alla nostra Federica Mogherini, Alto rappresentante e Vicepresidente della Commissione Europea, un “consigliere speciale per la politica europea di sicurezza e di difesa” di sua fiducia. Una credibilità che pare essere venuta meno anche alle agenzie di rating: a dicembre, Standard & Poor’s ha abbassato il rating del Bel Paese da BBB a BBB- (a un passo dalla cosiddetta “spazzatura”).

“Il quadro economico non è mai stato così invitante” ha scritto il premier. Di diversa opinione il presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi che a settembre ha detto:  “Restano rischi sulle possibilità del governo italiano di centrare l’obiettivo di un deficit di bilancio pari al 2,6% del Pil nel 2014, soprattutto dopo che il quadro economico è risultato peggiore del previsto”. Rischi confermati dal presidente della Corte dei Conti, Raffaele Squitieri, che durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2015, alla presenza del nuovo capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha espresso timori per “la crisi e il ripetersi di fenomeni di malagestione e corruzione che pensavamo di aver lasciato alle spalle” e ha ribadito che il “quadro generale rimane estremamente fragile”.

A proposito della riforme costituzionali Renzi ha scritto: “Puntiamo al referendum finale (perché per noi decidono i cittadini, con buona pace di chi ci accusa di atteggiamento autoritario: la sovranità appartiene al popolo e sarà il popolo a decidere se la nostra riforma va bene o no. Il popolo, nessun altro, dirà se i parlamentari hanno fatto un buon lavoro o no)”. In realtà il ricorso al referendum costituzionale è non sarebbe stata una decisione del governo: è imposto dall’articolo 138 della Costituzione nel caso in cui, nel procedimento di revisione costituzionale non si raggiunga una certa maggioranza (che Renzi non ha raggiunto). Senza dire che, fino ad ora il governo, è andato avanti a colpi di decreti legge e di voti di fiducia.

“Legge elettorale. Certezza del vincitore, ballottaggio, garanzia di governabilità, parità di genere, metà preferenze e metà collegi”. Dopo un anno di governo la “nuova” legge elettorale non è stata ancora approvata. E c’è chi come Massimo Villone, costituzionalista all’università Federico II di Napoli ed ex senatore, ritiene che, come il famoso Porcellum, anche la nuova legge elettorale, l’Italicum, presenti rischi di incostituzionalità…

Renzi ha parlato anche di “Rai”, di “Scuola” e di “Riforma della Pubblica Amministrazione”. In tutti e tre i casi, però, il “governo del fare” non ha parlato di cose “fatte” ma di cose “ancora da fare”, di azioni future. E lo ha fatto a colpi di “sarà”, “iniziamo l’esame”, “dovrebbe dare” e sempre se, come ha detto lo stesso Renzi, “le opposizioni non fanno ostruzionismo”. Forse il premier, distratto in qualche selfie, non se ne è accorto, ma a criticare le ultime norme proposte dal governo non sono stati solo i partiti dell’opposizione, ma i suoi stessi colleghi di partito (e per di più membri delle Commissioni parlamentari, come la senatrice Erica D’Adda, che ha accusato il governo di non tenere conto del giudizio delle Commissioni).

“Sappiamo di avere una questione Mezzogiorno ancora aperta. Al Sud la ripresa non è ancora arrivata e non sarà qualche decimale di punto a farci cambiare idea. Ho molta fiducia nella capacità di alcuni progetti simbolo di trainare la ripresa” ha detto ancora il premier. Difficile risolvere la “questione Mezzogiorno” dopo che il CIPE ha cancellato tutte le voci di spesa per finanziare le grandi opere da realizzare in regioni come la Sicilia e la Calabria. L’unica cosa che è stata approvata è il “DL Taranto”, un decreto che pare essere stato scritto su misura per l’ILVA (impresa «di interesse strategico nazionale in crisi») e il suo assetto finanziario (cui sono state aperte nuove possibilità di finanziamento svincolando 156 milioni di Euro dell’accantonamento Fintecna, autorizzati i commissari a contrarre un prestito di 400 milioni garantito dallo Stato, e cambiata la modalità di gestione di 1,2 miliardi di Euro sequestrati ai Riva nel 2013 per presunti reati fiscali e valutari).

Anche sul rientro dei capitali dall’estero, è ancora presto per cantare vittoria: sono molti i nuovi paradisi fiscali e sono parecchi i dubbi sull’efficacia della “voluntary disclosure” introdotta durante il governo Renzi.

“Se possiamo portare questo primo carnet di risultati, ancora per me non sufficiente ma certo superiore rispetto anche alle mie aspettative, il merito non è mio. E non è nemmeno della squadra che mi aiuta. Lasciate che lo dica chiaro, per la prima volta: tutto il merito di questo lavoro è del 41% delle elezioni europee”. E qui, forse, per una volta il premier ha detto la verità: dopo le primarie che lo hanno portato ad essere segretario del PD (ma sulle quali si fanno ancora molte polemiche), l’unico dato elettorale è quello delle europee. In realtà, però, una volta dichiarato  incostituzionale il Porcellum, si sarebbe dovuti andare di nuovo alle urne con la precedente legge elettorale. E, invece, l’Italia continua ad essere governata da governi tecnici e da governi di larghe intese che non si intendono più

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