Capracotta, la comunità della neve

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di Gianluca Carmosino – comune info

Le foto spettacolari di questa pagina rimbalzano da alcune ore su siti e social network. Anche le tv nazionali hanno mandato inviati a Capracotta (1421 slm, il secondo più alto dell’Appennino, il tetto dell’Altosannio), paese della provincia di Isernia, sepolto il 5 e 6 marzo da una nevicata straordinaria: sono caduti oltre due metri di neve in meno di 17 ore (pare abbattendo così il limite storico di 193 centimetri in 24 ore misurato nel 1921 a Silver Lake, in Colorado). Tuttavia sotto quella neve ci sono alcune cose che i media distratti non sanno riconoscere e vedere.

Capracotta, come molti paesi dell’Appennino, è prima di tutto una comunità che resiste, un paese sempre più disabitato. Dei quasi 5.000 residenti negli anni Venti ne sono rimasti 600. La scuola elementare e quella media (per lo Stato sono solo piccole aziende in perdita), la farmacia comunale, le piste di sci di fondo, il meraviglioso Giardino della flora appenninica, le strade (la cui spalatura, con la soppressione delle province, è ora priva di responsabili), i sentieri dell’antica transumanza, la casa degli anziani, sono alcuni presidi intorno ai quali i cittadini costruiscono ogni giorno relazioni solidali. Qui una Casa della paesologia potrebbe diventare qualcosa di bello. In un paese come questo, segnato dalla migrazione all’estero e nelle grandi città italiane, la parola comunità ha per molti ancora un significato importante. Non è un caso che quando la neve rende impossibile uscire di casa sono molti a prendere ciaspole e sci per portare soccorso ai più anziani.

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Non sono neanche trenta i chilometri che separano Capracotta da Roccaraso (L’Aquila), ma la distanza tra le due località di montagna è abissale. Gli oltre cento chilometri di piste da discesa, gli alberghi e ristoranti di lusso, gli impianti per l’innevamento artificiale che hanno reso nota la piccola località abruzzese per alcuni capracottesi sono motivo di invidia. Per altri, invece, la fortuna di Capracotta è di non averli. Da queste parti prevale ancora un’idea di turismo leggero, poco urlato, in grado di rispettare il respiro delle montagne (da Monte Campo a Monte Capraro passando per Prato Gentile) e di intrecciarsi con la vita quotidiana degli abitanti. Qui sciare significa prima di tutto sci da fondo, cioè camminare in montagna, muoversi lentamente per prendersi cura di boschi di abeti e faggi e prati.

È nata a Milano ma l’associazione Vivere con cura ha trovato nelle montagne di Capracotta il suo habitat naturale. Negli ultimi tre anni sono state numerose e partecipate le iniziative promosse da Vivere con cura per imparare a riconoscere leerbe spontanee, per riscoprire l’autoproduzione, per sperimentare ecologia e convivialità, a cominciare dagli appuntamenti proposti a grandi e piccoli in estate, quando il paese accoglie chi ha qui le sue origini e diversi turisti. Grazie a Vivere con cura (il nome del’associazione è un’espressione cara a Carla Lonzi, scrittrice e critica d’arte, che ha segnato la storia del femminismo italiano) è nata una vera scuola all’aperto itinerante (ne parliamo in La ribellione fatta in casa, in particolare a proposito dell’ortica) per dimostrare che le erbe spontanee sono nutrienti, gratuite, buone e che il loro utilizzo non si limita al cibo. Da Vivere con cura è nata anche la proposta di aprire Case delle erbe in molti quartieri e paesi (Diffondiamo le Case delle erbe).

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Via Fratelli Fiadino è una piccola traversa del quartiere San Giovanni di Capracotta. Per sapere chi sono Rodolfo e Gasperino Fiadino basta percorrere un chilometro della strada che porta a San Pietro Avellana e che accoglie una lapide importante. Subito dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943 numerosi prigionieri di guerra alleati, fuggiti dal campo di concentramento di Sulmona, vagavano per i boschi abruzzesi e molisani cercando di ricongiungersi alle truppe alleate che risalivano la Penisola. Nel loro vagabondare e nel nascondersi ai tedeschi furono spesso aiutati e sfamati dai contadini italiani che divisero con loro il poco che avevano nonostante fossero minacciati di morte dalle ordinanze tedesche. A Capracotta (comune situato all’interno della linea Gustav e per questo completamente distrutto dai tedeschi, citato anche da Ernest Hemingway in Addio alle armi) il 4 novembre 1943 i fratelli Rodolfo e Gasperino Fiadino furono portati fuori dal paese e fucilati per aver nascosto e sfamato alcuni prigionieri. Spezzare il pane con chi non ne ha, resistere alla violenza della guerra restano parte della Memoria di questa gente di montagna, amica delle neve e dello sci da fondo.

 

Le foto sono tratte dalle pagine facebook della Pro loco e dello storico Sci Club di Capracotta.
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