La battaglia culturale contro la violenza

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di Alessandra Magliaro* – comune.info

Parità dei salari, parità di diritti, fine degli stereotipi di genere e dei ruoli – questo è da maschio, questo è da femmina – con cui condizionatamente si cresce, fine delle discriminazioni. La Giornata della Donna, antica di oltre un secolo, istituita ufficialmente dall’Onu nel ’77 non è la Festa della Donna, come comunemente si dice per annacquare il significato. Piuttosto è il giorno di un annuale bilancio sul ruolo delle donne e sulla strada fatta per la piena partecipazione. Non si scende più per strada, piuttosto si va al ristorante in comitive di donne con la mimosa tra le mani. Sul lavoro e in casa niente a che vedere con la realtà delle nostre antenate ma certo non siamo al punto di arrivo. Più imprenditrici, in tutti i settori – i comuni più rosa sono a Bolzano e a Parma – ma poi talvolta alle precarie si fa firmare di nascosto illegalmente un foglio di dimissioni se si resta incinte. Sulle quote rosa ci si è impantanati per anni persino tra donne ma è dentro le mura domestiche che tantissimo c’è ancora da fare per l’uguaglianza. Il tema è culturale, l’obiettivo è proporre modelli diversi alle nuove generazioni. Si può leggere così in positivo l’aumento in Italia dei centri per gli uomini maltrattanti. Le strutture sono 29 secondo l’ultimo censimento pubblicato a fine 20014 da Ediesse intitolato “Il lato oscuro degli uomini. La violenza maschile contro le donne: modelli culturali di intervento“. Realizzato da Alessandra Bozzoli, Maria Merelli e Maria Grazia Ruggerini il rapporto aggiorna una precedente ricerca del 2012. Il numero maggiore si trova nel centro nord del paese, di cui 5 nella sola Milano, 4 a Roma e altri 5 sparsi tra le varie province della regione Emilia Romagna. Ma la presenza dei centri si registra anche in Sardegna dove se ne contano tre e in Campania con due realtà censite, di cui una a Napoli e l’altra a Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta.

“La questione è semplice, anche se complessa – afferma Maria Grazia Ruggerini – Oggi guardare agli uomini che agiscono violenza sulle donne è un modo per chiudere il cerchio. E ciò non significa cambiare lo sguardo, ma allargarlo e completarlo. Ammettendo che quello della violenza di genere non è un problema delle donne, ma degli uomini. Bisogna mettere in evidenza la situazione di crisi degli uomini e della cultura patriarcale in genere. E necessario anche portare avanti delle azioni di sensibilizzazione e prevenzione tra le giovani generazioni. Bisogna lavorare – conclude – sulle culture maschili per vedere quali sono i meccanismi che determinano comportamenti di possesso, di arroganza e di negazione della volontà delle donne”.

I centri sono un’iniziativa recente di contrasto alla violenza sulle donne, in due anni sono aumentati di 12: il primo a nascere è stato il Cipm-Presidio criminologico territoriale di Milano seguito, seguito 5 anni dopo dal Centro di ascolto uomini maltrattanti di Firenze sorto nella sede della Asl. I Cam sono ormai diversi, tra Lombardia, Toscana, Emilia-Romagna. Il problema dei fondi è purtroppo rilevante: i centri nascono dall’iniziativa di operatrici di lunga esperienza all’interno del centri anti violenza, perchè rompere la dinamica dell’azione violenta è un passo decisivo non meno importante dell’aiuto alle donne che la violenza di genere l’hanno subita. Ma non mancano i centri nati dalle associazioni di uomini, Maschile Plurale ad esempio. Ci sono poi, come riporta Redattore Sociale sintetizzando la ricerca, le esperienze all’interno degli istituti di pena che hanno aperto un filone di intervento sui sex offenders e sugli uomini maltrattanti.

Quanto ai destinatari, aumenta con il passare del tempo il numero degli uomini che si rivolgono ai centri per chiedere aiuto, come racconta lo psicologo Daniele Guoli. Un andamento positivo non solo per i centri più consolidati come quelli Firenze (208 interventi in cinque anni e un aumento dai 9 nel 2009 ai 78 del 2013) e Torino (160 interventi in tutto), ma anche di quelli più recenti come il servizio di Modena, dove sono stati avviati 83 interventi in tre anni.

 

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