Netanyahu l’«americano» e la strategia del panico

Il miglior con­si­gliere dei fal­chi repub­bli­cani al Con­gresso sta­tu­ni­tense è stato applau­dito, rin­gra­ziato, omag­giato. Il grande primo mini­stro israe­liano, Ben­ja­min Neta­nyahu, che alle ultime pre­si­den­ziali aveva sfac­cia­ta­mente appog­giato Mike Rom­ney con­tro Obama, ha usato i suoi amici della destra repub­bli­cana per cer­care di dare scacco matto al pre­si­dente sta­tu­ni­tense e per miglio­rare la pro­pria situa­zione interna.

Neta­nyahu è arri­vato con due obiet­tivi ugual­mente cinici e peri­co­losi: il primo era — teo­ri­ca­mente — impe­dire il pos­si­bile accordo fra Occi­dente e Iran sul con­trollo di un pos­si­bile svi­luppo delle armi nucleari. Il secondo era recu­pe­rare punti in una cam­pa­gna elet­to­rale che sem­bra esser­gli sfavorevole.

La poli­tica israe­liana rispetto all’Iran pre­senta vari capi­toli pro­ble­ma­tici. Secondo fonti stra­niere, Israele ha un arse­nale ato­mico di 150–200 bombe, e con­ti­nua a rifiu­tare i con­trolli che invece chiede per Teh­ran. Quando il pre­si­dente dell’Iran Mah­moud Ahma­di­ne­jad minac­ciava fre­quen­te­mente di eli­mi­nare Israele, faceva il gioco dell’estrema destra israe­liana ali­men­tando la linea dei fal­chi che pre­ten­dono di fon­dare la poli­tica estera sulla neces­sità di difen­dere l’esistenza dello Stato ebraico.

Nella fase in cui un accordo pareva impos­si­bile e teo­ri­ca­mente l’Iran si stava avvi­ci­nando alla crea­zione di una bomba ato­mica, tanto gli sta­tu­ni­tensi quanto gli israe­liani comin­cia­rono ripe­tu­ta­mente a par­lare dell’opzione mili­tare. Washing­ton sem­brava comun­que pre­fe­rire la via diplo­ma­tica, men­tre Neta­nyahu e l’allora mini­stro della difesa Ehud Barak si vede­vano alle­gri trion­fa­tori.
Israele inve­stì somme enormi pre­pa­rando l’attacco. Para­dos­sal­mente furono i mili­tari e la cupola dei ser­vizi segreti a impe­dire l’avventura i Neta­nyahu e Barak che avrebbe potuto por­tare il paese a una guerra tra­gica e sanguinosa.

Che si può fare quando la cor­ru­zione nella casa del primo mini­stro diventa mate­ria di discus­sione e la Corte dei conti pub­blica un rap­porto che imputa l’enorme aumento del costo della vita ai governi degli ultimi sette-otto anni? È rela­ti­va­mente facile: Neta­nyahu dice al popolo che, sì, il costo della vita è pro­ble­ma­tico, ma che il primo com­pito del governo è pro­teg­gere la vita, poi ci si può dedi­care al suo costo. E il peri­colo sta­volta è l’Iran; così il primo mini­stro si mette d’accordo con i suoi com­pari della destra sta­tu­ni­tense per otte­nere un invito al Con­gresso.
I repub­bli­cani, felici di un amico tanto spe­ciale, sanno che l’invito al Con­gresso è stato come met­tere un dito nell’occhio di Obama, un affa­rone per loro. Neta­nyahu, dal canto suo, sa che que­sto gli farà recu­pe­rare qual­che seggio.

Ancora una volta, il primo mini­stro israe­liano mostra la forza enorme della poli­tica della paura. In que­ste ele­zioni non cerca il voto di cen­tro, si rivolge all’estrema destra.
Ma a parte far leva sulla paura, non ha ancora dichia­rato niente di con­creto che impli­chi un reale cam­bia­mento nel regime neo­li­be­ri­sta impe­rante. Il mal­con­tento in Israele per i risul­tati di tanti anni di neo­li­be­ri­smo viene usato con timi­dezza dall’opposizione ma senza indi­care una vera alter­na­tiva.
Il cosid­detto cen­tro e la presu nta sini­stra mode­rata del labu­ri­smo hanno timore a ela­bo­rare una reale alter­na­tiva. Abbon­dano le frasi alti­so­nanti: dob­biamo risol­vere il pro­blema delle con­di­zioni di vita, il costo della vita è molto alto, i poveri, gli ospe­dali, è tutto molto triste.

Un mini­stro che ha lasciato il Likud e che è molto popo­lare per­ché ha ridotto il costo delle tele­fo­nate ha già fon­dato un par­tito che magari otterrà dieci seggi; e il mini­stro delle finanze Lapid, neo­li­be­ri­sta super­fi­ciale con­ti­nua a essere rela­ti­va­mente popo­lare ricor­rendo al meglio a una dema­go­gia popu­li­sta che attrae la classe medio-alta e gli imbe­cilli.
Il labu­ri­smo non fa meglio e in que­ste ele­zioni si dà a record inar­ri­va­bili quanto a vuoto ideo­lo­gico. Quando Neta­nyahu si reca in visita al Con­gresso, l’opposizione lo accusa — a ragione – per il danno che pro­voca alle rela­zioni stra­te­gi­che con Obama e l’amministrazione Usa, però non mette in discus­sione il fatto che l’Iran sia un peri­colo, né pre­senta un’alternativa reale alla poli­tica di Israele, alla man­canza di pace, al con­ti­nuo degrado delle con­di­zioni nei ter­ri­tori occupati.

Il raz­zi­smo galoppa, la corsa ad acca­par­rarsi i voti dell’estrema destra è evi­dente nel Likud di Neta­nyahu; il suo mini­stro degli esteri si pro­nun­cia con sem­pre mag­giore estre­mi­smo per­ché il suo par­tito, coin­volto in diversi casi di cor­ru­zione, perde votanti, e il par­tito dell’ultra-estremista Nef­talì Benet cerca di con­qui­stare voti con parole d’ordine ultra­na­zio­na­li­ste.
Al cen­tro o presso i labu­ri­sti non c’è una vera oppo­si­zione. Meretz, par­tito libe­rale di sini­stra — mode­rata — ha perso voti a favore dei labu­ri­sti e comin­cia a chia­rire le sue posi­zioni solo dopo aver capito che avan­zare come unica richie­sta la scon­fitta di Ben­ja­min Neta­nyahu non è sufficiente.

Gra­zie alla destra che ha par­to­rito una legge desti­nata a lasciar fuori dal par­la­mento le pic­cole liste arabe, si è creata un’alleanza che potrebbe essere la sor­presa delle ele­zioni e che magari potrebbe far tor­nare a votare molti pale­sti­nesi israe­liani, dopo anni di apa­tia e pre­senza via via più ridotta nella vita elet­to­rale. La lista unita è l’unica voce radi­cale, ma pur­troppo com­prende ele­menti fon­da­men­ta­li­sti; le discus­sioni interne sono molte.

La poli­tica della paura, neces­sa­rio com­ple­mento del neo­li­be­ri­smo, diventa domi­nante e sta­volta le ele­zioni sem­brano pro­met­tere solo un peg­gio­ra­mento della situa­zione attuale.

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