FACILI OTTIMISMI E IMBONITORI DA FIERA

La Repubblica “ Draghi: via al piano, la ripresa c’è”; Il Corriere della Sera “Bce ottimista sulla ripresa”.

Facili entusiasmi quindi sugli effetti del “quantitave easing” che il presidente della BCE Mario Draghi comincerà a mettere in circolazione da lunedì prossimo nella misura di 60 miliardi il mese, escludendo dai benefici i reprobi ateniesi, in attesa di un loro completo allineamento sulla linea dell’austerità liberista.
L’occhiello di Repubblica aggiunge: “60 miliardi il mese fino a quando l’inflazione non sarà al 2%”.
Insomma un armamentario vecchio per rifinanziare le banche e mettere in circolo un po’ di speculazione e un po’ di consumismo: almeno nelle aree dell’Unione dove questi elementi possono essere praticati, sia pure in una forma ridotta.
Il principe degli illusionisti, nel panorama del giornalismo economico italiano, Eugenio Scalfari è arrivato a scrivere: “ il Qe farà tirare un respiro di sollievo a tutta l’Europa e può sbloccare il credit crunch che ancora affligge i paesi dell’Eurozona”; altri hanno scritto dello stesso Qe dell’arma nucleare “capace di rimettere in moto l’economia del continente”.
Tutte dichiarazioni che, prima di tutto, non tengono conto dell’esito di analoghe operazioni avvenute in Paesi dove il processo di finanziarizzazione dell’economia era esploso in enormi bolle speculative da almeno un decennio: Stati Uniti, Giappone, Regno Unito.
Analizzando ciò che è avvenuto da quelle parti questo facile ottimismo non parrebbe proprio giustificato: nonostante l’immissione sul mercato di fiumi di liquidità (ben più consistenti di quelli previsti dalla Bce) all’economia reale sono arrivate soltanto le briciole.
La gran parte di quella massa monetaria è finita, come scrive oggi Thomas Fazi su “Sbilanciamoci”, è finita nelle tasche di chi ne aveva meno bisogno.
Il motivo di questo esito è molto semplice: il Qe consiste nell’iniettare liquidità nelle banche, nella speranza che quella liquidità si traduca in credito per le famiglie e per le imprese; ma in una situazione nella quale soffrono sia la domanda, sia la crescita, da un lato le banche sono frenate dall’investire e a concedere prestiti e dall’altro le famiglie e le imprese sono poco inclini a indebitarsi. Salvo quelle che già dispongono di un elevato “credit rating”.
Il tutto rapportato all’interno di un sistema bancario italiano laddove sono emersi elementi molto forti sul terreno della questione morale (Monte dei Paschi, CARIGE, Banca Etruria: tanto per fare degli esempi); le grosse concentrazioni assumono sempre più l’aspetto del “cartello”; è in atto una furiosa battaglia per impadronirsi del tesoro delle popolari; le consorterie e i gruppi di potere che, in Italia, si autodefiniscono “sistema politico” continuano a tenere i piedi nel piatto con grande invasività.
In realtà non si affrontano i nodi di fondo della situazione di fortissima difficoltà nella quale ci stiamo trovando: quello dell’assenza di una politica industriale , in particolare settori più innovativi (anzi, si sta facendo al contrario: vedi cessione dell’Ansaldo tecnologia ai giapponesi); quello di una crescita abnorme delle diseguaglianze; quello dell’assenza di un moderno stato sociale in grado di proteggere davvero il tenore di vita dei singoli e delle famiglie in un Paese dove la generalità dei salari è da fame, per non pensare alle pensioni.
L’esito dell’operazione Qe, inoltre, è naturalmente legate agli “imponderabili”(?) fattori del mercato e alle distonie delle borse: il tutto a disposizione del vecchio e sempre nuovo meccanismo dell’insider trading.
Quest’operazione del Qe è anche lontana dallo stesso insegnamento di Lord Keynes (maestro del grande Federico Caffè, cui lo stesso Draghi dice di ispirarsi): “ in una situazione in cui il problema principale è la stagnazione della domanda, le politiche monetarie, per quanto espansive, non sono sufficienti a rimettere in moto l’economia, servono politiche fiscali altrettanto espansive che immettano denaro nell’economia reale”.
Da un punto di vista di semplice riformismo di stampo socialdemocratico la questione sarebbe quella del rilancio dell’intervento pubblico in economia e a questo dovrebbe contribuire l’Europa, se questo soggetto politicamente esistesse al di fuori dal “pensiero unico” liberista.
Non è comunque questa la nostra preoccupazione: abbiamo costatato la crescita, nel corso di questi anni, della contraddizione di classe in vasti settori della società italiana ed europea; abbiamo assistito a una contrazione di democrazia nel mondo del lavoro e più in generale nel rapporto tra la politica e la società; troviamo intere zone del nostro Paese in condizioni di sottosviluppo, con una disoccupazione a livelli mai visti e – per chi si trova occupato – livelli di sfruttamento mai raggiunti.
IL Qe non raggiungerà queste situazioni e questi settori sociali ed è questo il punto politico che va indicato a una sinistra coerentemente collocata all’opposizione di questo sistema che provoca impoverimento e barbarie.

Franco Astengo

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