Quando la crisi arricchisce i super ricchi

«Possiamo avere una democrazia oppure una ricchezza concentrata in poche mani, ma non possiamo avere entrambe le cose». Non c’è davvero momento migliore di quello attuale per rispolverare la fulminante battuta formulata nel lontano 1941 da Louis Brandeis, avvocato progressista e giudice della Corte Suprema statunitense.

A tal proposito, soltanto un paio di dati tratti da un recente rapporto di Oxfam e riportati su queste colonne nel numero del 17 febbraio scorso: nel 2014 l’1% più ricco del globo ha posseduto il 48% dell’intera ricchezza mondiale, mentre all’80% più povero ne è toccata appena il 5,5%. Gli 80 miliardari in testa alla classifica di Forbes detengono oggi una ricchezza pari a quella di 3,5 miliardi di persone, la metà della popolazione più povera del pianeta. La crisi economica è stata la migliore alleata di questi personaggi, se è vero che tra il 2010 e il 2014 la loro ricchezza è cresciuta del 50%, 600 miliardi di dollari. Le cose vanno alla grande anche per i super-ricchi di casa nostra, come mostra un altro studio de la Repubblica su dati di Banca d’Italia. Nel 2008, agli albori della crisi, i 18 milioni di italiani più poveri avevano il doppio del patrimonio complessivo delle 10 famiglie più ricche (114 contro 58 miliardi di euro). Nel 2013, in soli cinque anni, è arrivato il sorpasso delle seconde sui primi (98 contro 96 miliardi).

Cifre e tendenze che parlano da sole, sufficienti a suggerire l’immagine di una mutazione oligarchica della democrazia, un processo caratterizzato da forme sempre più pervasive e sistematiche di influenza e controllo sulla vita pubblica da parte dei detentori di grandi patrimoni. All’insegna di una parola d’ordine che li mette tutti d’accordo: wealth defense , protezione della ricchezza. Gli oligarchi di oggi hanno in effetti ben poco da spartire – e ben poco vogliono spartire – con il resto della società; molto più dei loro nonni e padri, manifestano una vocazione secessionista . Vivono in quartieri esclusivi e protetti, si formano in scuole e università elitarie, condividono luoghi di vacanza e consulenti ed esperti che curano i loro interessi, s’incontrano e accordano in occasione di eventi dedicati in patria e all’estero, stabiliscono residenze e attività imprenditoriali dove pagano meno tasse. I loro figli, i rich kids , affollano palinsesti e copertine e sfoggiano sui social network il lusso più sfrenato.

Provinciali cosmopoliti, non sono portati a riconoscere vincoli e responsabilità nei confronti di chi non appartiene alle loro cerchie né a contribuire al benessere collettivo in proporzione alla loro ricchezza. Non amano il welfare e i servizi pubblici perché non ne hanno bisogno. Amano però proteggere i propri patrimoni: rappresentati da potenti lobby, finanziano campagne elettorali a destra e sinistra e coltivano rapporti privilegiati con i più alti esponenti politici e istituzionali. E presidiano in forze gli snodi cruciali della legislazione – dalla politica fiscale interna a quella economica internazionale – assicurandosi che vengano respinte le potenziali minacce alla loro ricchezza e ai loro investimenti, siano esse imposizioni fiscali progressive, limiti alle speculazioni finanziarie o accordi commerciali sfavorevoli per multinazionali e grandi investitori.

Nel 1995 Christopher Lasch scrisse: «La difficoltà di porre dei limiti al potere della ricchezza fa capire che è la ricchezza stessa che deve essere limitata. Quando il denaro parla, tutti sono costretti ad ascoltare. Per questo una società democratica non può permettere un’accumulazione illimitata». Si può forse dargli torto?

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