Crisi della democrazia? E’ qui, nel cuore d’Europa

Crisi della democrazia? E' qui, nel cuore d'Europa

A che cosa serve eleggere Alexis Tzipras e un programma di rottura con l’Europa della troika se poi non cambia niente e Tzipras è costretto a seguire le orme di Antonis Samaras, il predecessore deprecato per gli eccessi di austerità che hanno travolto la Grecia?

La domanda posta da Adriana Cerretelli – su IlSole24Ore, peraltro, non su il manifesto – centra con precisione il problema su cui da tempo invitiamo a riflettere la sinistra antagonista italiana (o comunque la vogliate chiamare: quella fuori e contro il “sistema Pd”): la natura dell’Unione Europea è quella di una superstruttura quasi-statuale fortissima con i paesi deboli (vuoi perché piccoli o perché indebitati), non altrettanto con quelli forti (soltanto uno e mezzo: Germania e Francia), e comunque inpegnatissima a ridisegnare lo spazio continentale come un’area avanzata a disposizione del capitale multinazionale, esattamente come avviene per molti “paesi emergenti”. Un’area imperialista in grado di competere con altri nella spartizione del mercato globale (di “globalizzazione, dovreste esservene accorti, non parla più nessuno).

Cerretelli, da tempo voce autorevole del mondo delle imprese schierato sul fronte anti-tedesco, sottolinea il pericolo rappresentato dal “doppiopesismo democratico” vigente all’interno dell’area (sia dell’eurozona propriamente detta che dell’Unione a 28): “le cessioni di sovranità restano ineguali. La Germania è l’unico paese la cui Corte costituzionale prende decisioni di valenza europea. Di più, il Bundestag è autorizzato a approvare o respingere le decisioni del Governo adottate in sede europea per verificarne la conformità con la Legge fondamentale tedesca. Governi, parlamenti e strutture democratiche, soprattutto dei paesi debitori, risultano invece sempre più ‘minorat’ dai nuovi patti sull’euro-governance. Non a caso, e da molto prima che arrivasse Tzipras, la legittimità della troika è messa seriamente in dubbio”.

Difficile difendere con la forza delle ragioni uno squilibrio istituzionale del genere. Più facile farlo con le ragioni della forza: la Germania ce l’ha, soprattutto sul piano economico-industriale, gli altri no. E, potremmo aggiungere, ne avrà sempre di più visto che le regole che imposto attraverso l’Unione Europea avvantaggiano soprattutto Berlino (vedihttp://contropiano.org/economia/item/29288-l-europa-tedesca-vista-dalle-banche, ma anchehttp://contropiano.org/interventi/item/29276-l-italia-ha-perso-nella-guerra-tra-capitali).

La situazione può essere ovviamente vista da diversi lati. Il punto di osservazione di Cerretelli è pro-imprese, dicevamo, e non mette affatto in discussione l’assunto base su cui l’Unione Europea è stata costruita: “nella gerarchia delle regole, quelle europee prevalgono su quelle nazionali. A maggior ragione quelle del patto di stabilità e consimili vanno rispettate a prescindere, non possono nella sostanza soggiacere agli incerti e ai malumori delle democrazie”. E quindi, certo, viva le “riforme strutturali” consigliate dalla Troika…

Già, ma cosa accade quando un paese è invece visibilmente al di sopra delle regole comuni? Per esempio la Germania che non rispetta affatto il vincolo del surplus di bilancio, da molti anni stratosfericamente più alto di quanto consentito dalle regole di Maastricht (e, in un sistema idraulico comune, se qualcuno è in forte surplus, qualcun altro dovrà necessariamente essere in deficit). O che, come detto, è l’unico che può permettere a una sua istituzione nazionale di bocciare le decisioni europee (addirittura quelle della Bce, in violazione palmare della presunta indipendenza della banca centrale).

Una situazione del genere non può reggere a lungo, e il mondo delle imprese di medio livello, quelle che non possono darsi una dimensione multinazionale (quella che consente, all’occorrenza, di “sganciarsi” da una certa area e paracadutarsi in un’altra), guarda con crescente preoccupazione la crescita inarrestabile di “fermenti ribellisti e assalti all’ordine costituito dei vari Podemos, Sinn Fein, Front National, dei movimenti nazional-populisti”. Elenco fastidioso, diciamolo subito, perché accomuna opposti. Ma si tratta esattamente di quelle forze che non sono al guinzaglio della Troika e degli altri governi nazionali. Forze che perseguono obiettivi di fase decisamente diversi (la “riforma” dell’Unione Europea oppure il ritorno al nazionalismo puro e semplice, con tutto il codazzo di conflitti infraueropei che diventano prevedibili), ma tutti in diversa misura incompatibili con l’attuale configurazione continentale e soprattutto con “le regole” vigenti.

Ci sarebbe molto da ragionare sul fatto che questa costruzione quasi-statuale sia diventata così tecnocraticamente rigida da costringere anche il più tranquillo dei riformismi al di fuori delle opzioni accettate o praticabili. L’articolo di Cerretelli è in realtà un invito rivolto alla Troika a tenere un margine di mediazione accettabile per Syriza, di modo che sia praticabile anche per altri paesi con problemi minori ma simili a quelli della Grecia. Non perché quella formazione le sia simpatica, ma per il suo esser sintomo della rabbia che monta da tutto il continente verso una costruzione “lunare”, che dispensa solo sacrifici, disoccupazione, povertà: “la sua Grecia sovversiva e nazionalista esprime il primo vero rigurgito democratico contro il sistema-eurozona”.

Se questo “primo rigurgito” verrà soffocato nella culla, come certamente Germania e partner hanno la forza di fare, e come Schaueble e Dijsselbloem hanno deciso di fare per “dare una lezione” a un governo che osa sfidarli almeno un po’, allora non ci saranno strumenti per contenere quanto fermenta nelle viscere delle società europee. “La stabilità economico-finanziaria dell’euro è prioritaria per tutti ma non può prescindere dalla stabilità democratica e sociale dei paesi che lo compongono. Altrimenti, scongiurato il default greco, prima o poi arriverà quello europeo”. Traduzione: se si soffocano i rigurgiti democratici, ci si deve attendere quelli nazifascisti.

La nostra posizione è nota: bisogna rompere la gabbia rappresentata dall’Unione Europea e lavorare fin da subito per la definizione di quella che chiamiamo “Alba euro-mediterranea” (senza alcun confine prefissato, ovvio). E’ l’unico modo per impedire che l’inevitabile esplosione di una costruzione mal progettata, mal gestita, preda di interessi nazionali camuffati da “regole super partes”, finisca per produrre un caos continentale da cui nessuno uscirebbe questa volta vivo. E’ anche l’unico modo per fare un passo avanti – concreto, possibile – verso un mondo che mette le logiche del capitale nell’unico posto in cui meritano di stare: nella fogna della Storia.

«Doppiopesismo» ed eurodemocrazia

di Adriana Cerretelli

A che cosa serve eleggere Alexis Tzipras e un programma di rottura con l’Europa della troika se poi non cambia niente e Tzipras è costretto a seguire le orme di Antonis Samaras, il predecessore deprecato per gli eccessi di austerità che hanno travolto la Grecia?

In breve, in una democrazia indebitata dell’area euro vale ancora la pena di votare? L’ordine regna a Bruxelles il giorno dopo il sudato accordo politico tra Atene e i partner della moneta unica. Sospiro di sollievo generale. Scongiurato il peggio, il default ellenico, allontanata l’ombra di Grexit e del salto nel buio. Salvaguardate regole e patti europei. La vera partita negoziale però comincia solo ora e si annuncia per tutti una nuova corsa ad ostacoli. Piena di insidie.
Tutti hanno l’amaro in bocca, creditori e debitori: chi ha vinto, anzi stravinto, ma continua a non fidarsi del proprio successo perché continua a non fidarsi di chi ha sconfitto. E chi ha perso e fa finta di no, come Yanis Varoufakis: «Ormai sono finiti i tempi in cui le cose ci venivano imposte e non erano attuate. Ora saremo noi a decidere insieme ai nostri partner ristabilendo l’indipendenza nazionale della Grecia».

L’autodifesa del ministro delle Finanze suona patetica, se si mette a confronto il povero risultato con ambizioni e toni roboanti dell’inizio. Né smentisce questa istantanea dell’Eurogruppo, tornata prepotentemente in voga a Bruxelles subito dopo la capitolazione di Atene: Eurogruppo? Un tavolo intorno al quale siedono periodicamente 19 giocatori ma vince sempre uno solo, lo stesso, la Germania.

Perché dunque affossare il centro-destra e affidarsi alla sinistra radicale se poi devono comunque governare allo stesso modo? L’interrogativo sul peso effettivo della dinamica democratica e sui suoi reali margini di manovra ai tempi dell’euro e del patto di stabilità non è certo nuovo. Ma la Grecia di Tzipras lo ripropone a tutti senza veli, perché la sua Grecia sovversiva e nazionalista esprime il primo vero rigurgito democratico contro il sistema-eurozona. Non sarebbe mai nata, quella Grecia, se l’Europa non se la fosse ottusamente allevata in seno con la cecità delle sue politiche tecnocratiche eccessivamente punitive, socio-economicamente insostenibili, politicamente suicide.

 

Colpirne uno per educarne cento: l’Europa ha adottato la vecchia massima maoista nella speranza di bloccare il contagio: ieri come oggi Atene è la cavia ideale per neutralizzare sul nascere fermenti ribellisti e assalti all’ordine costituito dei vari Podemos, Sinn Fein, Front National, dei movimenti nazional-populisti.
L’assunto di partenza è chiaro: nella gerarchia delle regole, quelle europee prevalgono su quelle nazionali. A maggior ragione quelle del patto di stabilità e consimili vanno rispettate a prescindere, non possono nella sostanza soggiacere agli incerti e ai malumori delle democrazie.
Se l’Europa non fosse, come è, una proterva Unione di Stati nazionali sovrani ma una vera entità federale dotata di una propria Costituzione, di una propria politica macro-economica e finanziaria e di un bilancio comune adeguato, il teorema potrebbe anche avere una logica inattaccabile.
Non è così. Nel 2005 un tentativo di euro-Costituzione fu bocciato da Francia e Olanda e dimenticato. Nonostante, complice l’euro, l’interdipendenza tra Stati si approfondisca, in parallelo si accentuano spinte centrifughe e arroccamenti nazionalisti, soprattutto nell’euronord.

 

Senza contare che le cessioni di sovranità restano ineguali. La Germania è l’unico paese la cui Corte costituzionale prende decisioni di valenza europea. Di più, il Bundestag è autorizzato a approvare o respingere le decisioni del Governo adottate in sede europea per verificarne la conformità con la Legge fondamentale tedesca. Governi, parlamenti e strutture democratiche, soprattutto dei paesi debitori, risultano invece sempre più “minorati” dai nuovi patti sull’euro-governance. Non a caso, e da molto prima che arrivasse Tzipras, la legittimità della troika è messa seriamente in dubbio.
Fino a che punto però questo doppiopesismo democratico, questa eurozona di sovrani ineguali di diritto e di fatto è sostenibile senza provocare guasti irrimediabili alla convivenza europea e alla tenuta dell’euro, che per durare ha tra l’altro urgente bisogno di unione economica e politica? Commissariata ieri come oggi, la Grecia sembra tornata all’ovile ma il suo profondo disagio europeo non può essere liquidato con un duro e semplicistico richiamo alla disciplina dei patti europei (forse un po’ più flessibili).
La stabilità economico-finanziaria dell’euro è prioritaria per tutti ma non può prescindere dalla stabilità democratica e sociale dei paesi che lo compongono. Altrimenti, scongiurato il default greco, prima o poi arriverà quello europeo.

 

 

 

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