Italia, si svende tutto

Italia, si svende tutto

“L’Italia ha fatto molto più di altri paesi per ritirare progressivamente la presenza dello Stato dai settori dell’economia dove il mercato può essere più efficiente. Esistono ancora settori che possono essere aperti alla concorrenza con l’obiettivo di creare più efficienza, con servizi migliori per i cittadini. E’ il caso delle ferrovie e dei servizi postali. Tuttavia abbiamo voluto rinnovare i vertici delle aziende di proprietà pubblica che operano in questi settori perché non vogliamo svendere il patrimonio nazionale ma valorizzarlo. E per farlo abbiamo chiesto una revisione dei piani industriali. Nel 2015 apriremo ai privati il capitale di queste società, purché le condizioni dei mercati ci consentano di realizzare valori adeguati”.

L’intervista di Pier Carlo Padoan illustra chiaramente obiettivi e programmi del governo Renzi. Omette di dire quali interessi favorisce questa linea di politica economica, ma non si può chiedere a chi svende un patrimonio di confessare che sta facendo il danno dell’espropriato.

Integriamo noi questa parte. Ferrovie e Poste, come servizi di collegamento territoriale e di comunicazione, in tutta Europa – quindi anche in Italia – sono state create dallo Stato, utilizzando la fiscalità generale, perché “il mercato” non ha mai mandato avanti imprenditori interessati ad investire cifre colossali con tempi di ritorno del profitto calcolabili sulla base di decenni. Non chiedersi come mai lo Stato abbia invece fatto questi investimenti, e gestito di conseguenza per oltre un secolo le due reti (oltre a quella telefonica, per esempio) significa cosnegnarsi mani e piedi legati al primo pirla che soltanto adesso – quando le infrastrutture ci sono e i costi dell’investimento sono praticamente azzerati per un subentrante – si fa avanti dicendo “ve lo facccio vedere io come si gestisce il servizio”.

Non c’è bisogno di una grande cultura imprenditoriale per immaginarlo: via i “rami secchi”, avanti con i soli servizi ad alto ritorno immediato. Tra i “rami secchi”, parlando di ferrovie, ci sono tutte le tratte percorse quotidianamente dai pendolari (alcuni milioni di persone, in questo paese); tratte che presentano già adessso scene dantesche, con folle di lavoratori e studenti più spesso in piedi che seduti, senza aria condizionata, con porte rotte e pericolose, ecc. “In compenso” queste tratte sono frequentabili quotidianamente soltanto perché garantiscono tempi di spostamento comunque più rapidi che in automobili ea un costo minore.

Chiaro che la reddività di queste tratte, per le Ferrovie dello Stato, è bassa se non addirittura in perdita. Ma è la logica dei “servizi pubblici essenziali” quella che domina in certi settori. Lo sa persino la cosiddetta “commissione di garanzia” incaricata di scoraggiare gli scioperi, che non a caso è stata istituita proprio per impedire nei limiti del possibile  che dei “servizi pubblici essenziali” venissero minacciati nel loro funzionamento dal normale conflitto sindacale.

Lo sapeva anche Mauro Moretti, ex sindacalista della Cgil improvvisamente diventato amministratore delegato (prima di Rfi, poi dell’intero gruppo Ferrovie dello Stato, ora assiso sulla poltrona di Finmeccanica), che cercava di sbarazzarsi del trasporto ferroviario regionale scaricandolo appunto sulle Regioni, e puntando a far profitto solo con l’alta velocità.

E’ la logica dellimprenditoria privata, all’opera in Fs anche prima che la privatizzazione fosse soltanto immaginata. Ora Padoan l’annuncia come punto di programma immediato.

Ci chiediamo: qual’è il prezzo giusto per una rete infrastrutturale costruita in oltre un secolo? Quali saranno le garanzie per tutti quei “viaggiatori non per turismo” che ogni giorno devono far ricorso al treno?

Si potrebbe adare avanti a lungo e ogni lettore troverà certamente una domanda in più. Per esempio, quanto verranno svalutati gli immobili attualmente posizionati nei pressi delle stazioni ferroviarie delle linee locali?

Stesso discorso per le forniture elettriche, la cui vendita dipenderà dalle “condizioni di mercato”, perché “è una società quotata, la cessione di un pacchetto di azioni è un’operazione finanziaria da realizzare quando le condizioni di mercato saranno favorevoli. Nel caso di Poste invece si tratta di aprire il capitale per consentire ai privati di dare un contributo a una maggiore efficienza dell’azienda e del settore. L’Ipo sarà varata entro l’anno, ma anche in questo caso le condizioni dei mercati sono una variabile importante”.

Anche per le Poste le domande sono molte. Che fine faranno i risparmi finiti – tramite il deposito negli uffici postali – alla Cassa Depositi e Prestiti? Così, soltanto per curiosità…

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