Mariátegui e la rivoluzione permanente

Il pensiero di José Carlos Mariátegui ha in sé un enorme paradosso. L’uomo che ha cercato una via alla rivoluzione latinoamericana che non fosse la semplice copia carbone di altre esperienze di emancipazione ha subito invece l’esatta fotocopia del destino di altri grandi rivoluzionari: perseguitato, calunniato e odiato in vita, per essere trasformato in icona inoffensiva dopo la morte, ” castrando il contenuto della sua teoria rivoluzionaria“. Lo stesso suo notissimo appello a costruire la rivoluzione latinoamericana come “creazione eroica” e non come pedissequa ripetizione delle rivoluzioni europee è stato utilizzato non per portare avanti lo studio concreto della realtà concreta della nostra America (come Mariátegui voleva e come fece applicando  brillantemente l’analisi marxista), ma per commettere ciecamente gli stessi errori già commessi altrove inseguendo utopie riformiste.

Il contributo di Mariátegui mantiene tutta la sua forza e continua ad essere imprescindibile per chi debba confrontarsi con i grandi problemi della rivoluzione latinoamericana, le sue caratteristiche ed i suoi esiti, nonché le sue peculiarità – come la questione nazionale indigena. Certo, Mariátegui commise errori comuni alla sua epoca, come l’ indifferenza verso la scissione che maturava nel Partito Comunista dell’Unione Sovietica, la concezione degli Incas come “comunismo primitivo” o l’ affrontare la questione nazionale come una questione di “razza” (una concessione terminologica a teorie positivistiche e idealiste che tuttavia non sminuisce la sua visione concreta e politica del problema).

JCM 1929Tuttavia, una lettura attenta delle sue opere (dove Mariátegui dimostra di essere di quelli che imparano un libro alla volta – e che sono migliori di quelli che dimenticano un libro alla volta, come disse una volta Gramsci) non giustifica l’immagine di “marxismo romantico” con cui si è voluto liquidare il marxista peruviano. Vale anche per lui l’epitaffio di Lenin per Rosa Luxemburg: ” Può accadere che le aquile volino più basse delle galline, ma nessuna gallina potrà mai arrivare ad innalzarsi come un’aquila.”

Il percorso verso il marxismo

Mariátegui nacque il 14 giugno 1894 a Moquegua, nell’estremo sud del Perù, una regione agricola e indigena, terra di minatori e distillatori, la capitale peruviana del rame. Di famiglia assai umile, anche se José Carlos diverrà rapidamente il principale teorico del movimento operaio peruviano, la sua povera infanzia lo costrinse a interrompere gli studi molto presto. Un incidente all’età di otto anni lo costringerà per tutta la sua breve vita ad avere problemi alla gamba sinistra, in seguito amputata.  Con tutto ciò, riuscì ad iniziare una carriera nel giornalismo, dapprima come assistente tipografo e poi , nel 1914 , come editorialista per La Prensa.
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Nel 1919 fondò con Cesar Falcón un quotidiano, La Razón, dalle cui colonne propagandava la radicale opposizione al governo di Leguía, il quale aveva sciolto il Congresso autoproclamandosi presidente ad interim. Il quotidiano venne chiuso e alcuni redattori, tra cui Mariátegui, ottenne borse di studio per recarsi all’estero – in realtà, condanne all’esilio. Così Mariátegui poté dirigersi in Italia, dove giunse in tempo per vivere il processo rivoluzionario del Biennio Rosso, caratterizzato da un’ondata di scioperi nelle città del nord ed occupazioni di terre al centro-sud.

Nel 1920, i tentativi di ottenere aumenti salariali attraverso la trattativa si rivelarono inutili, e la Confederazione Generale dell’Industria che riuniva l’imprenditoria italiana, rispose con la una serrata. La FIOM rispose con l’occupazione delle fabbriche. Circa 400 fabbriche nel nord del paese furono occupate da operai armati e organizzati in milizie di autodifesa (Guardie Rosse) e Consigli di fabbrica, gli organismi di potere operaio che Gramsci,  aveva preconizzato dalle pagine della rivista L’Ordine Nuovo a Torino.
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Tuttavia, né il sindacato né  il Partito Socialista seppero approfittare della situazione orientando, organizzando e dirigendo il proletariato ed i contadini alla presa del potere, come aveva saputo fare in Russia il partito bolscevico. Se da un lato il Partito Socialista e i dirigenti sindacali negoziavano con il governo, dall’altro industriali e proprietari terrieri intensificavano il proprio appoggio alle bande fasciste di Mussolini, disposti a cedere a quest’ultimo il potere politico pur di salvaguardare il sistema di sfruttamento  capitalista.

L’esitazione della leadership politica del proletariato frustrò anche le aspettative della classe media e questa, che inizialmente simpatizzava con la rivoluzione socialista, si accostò poi alla demagogia fascista che univa la violenta repressione delle organizzazioni del movimento operaio ad una retorica antiborghese: era la demagogia dell’ordine opposto al caos – caos causato, però, non dalla rivoluzione, ma dalla rinuncia a portare a termine la conquista del potere. Nel 1921, dopo un accordo sui salari e sul controllo operaio che non fu mai applicato e che servì ai dirigenti riformisti del PSI per smobilitare la rivoluzione, lo stesso PSI subì una scissione in cui le correnti di avanguardia filosovietiche guidate da Gramsci e Bordiga abbandonarono il Congresso di Livorno per fondare il Partito Comunista d’Italia.

Mariátegui visse in prima persona tutti questi eventi, scrivendone in una serie di articoli per il quotidiano El Tiempo di Lima. Nei suoi articoli, raccolti e pubblicati sotto il titolo di Cartas de Italia (Lettere dall’Italia), Mariátegui si mostra ancora neutrale rispetto agli avvenimenti, che narra senza manifestare le proprie convinzioni, pur mostrando una profonda ammirazione per Gramsci e un grande interesse per tutte le questioni che accompagnarono la scissione di Livorno e l’ascesa del fascismo. L’esperienza italiana sarà fondamentale nella formazione di Mariátegui e lo familiarizzerà con questioni centrali per il marxismo come l’impossibilità di una collaborazione di classe, la tattica del fronte unico, la conquista del potere, la minaccia del fascismo  In Italia incontra anche la donna che sarà sua moglie, la genovese Anna Chiappa. Il periodo italiano completa un processo di maturazione e di avvicinamento al marxismo che lo stesso Mariátegui ha descritto così: “dal 1918 , nauseato dalla politica creola, mi orientai risolutamente verso il socialismo, rompendo con i miei primi tentativi letterari contaminati dal decadentismo e dal bizantinismo di fine secolo, allora al pieno apogeo [1].”

Sempre in Italia, insieme ad altri esuli come Falcón, fondò la prima cellula comunista peruviana. Tornato in Perù iniziò il suo febbrile lavoro di pubblicista e organizzatore politico, dapprima come direttore del giornale Claridad, fondato con Víctor Raúl Haya de la Torre – in esilio in Messico – per divenire presto il principale ispiratore e teorico della costituzione del Partito Socialista Peruviano nel 1928 e della Confederazione Generale dei Lavoratori del Perù l’anno successivo. È proprio all’apice della sua attività politica quando iniziano gli attriti con l’Internazionale Comunista ormai in piena degenerazione. Una ricaduta della malattia che già lo aveva privato di una gamba e le manovre burocratiche dell’Ufficio Politico dell’Internazionale in Sud America gli impediscono di combattere personalmente questa battaglia politica e quella per la propria sopravvivenza.

Mariátegui intendeva partecipare alla I Conferenza dei comunisti dell’America Latina (giugno 1929) a Buenos Aires, città nella quale riteneva di poter anche ricevere le cure mediche di cui necessitava. Progettava anche di trasferirsi per un certo tempo in questa città e di installarvi la sede della sua rivista Amauta. Ma questa opportunità gli fu negata: Le sue Tesis sobre el problema de la raza (Tesi sul problema della razza – dove egli affronta in maniera assolutamente originale la questione indigena dell’America latina) vi furono difese dal suo amico Hugo Pesce e respinte dall’Internazionale. La questione nazionale era stata proprio una delle cause che portarono alla scissione dell’Internazionale Comunista.

Approfittando della malattia di Mariátegui, l’allora capo dell’Internazionale Comunista in Sud America Eudocio Ravinez assunse la guida del Partito Socialista Peruviano. Lasciato solo ad affrontare i propri problemi di salute, Mariátegui stava ancora progettando il trasferimento a Buenos Aires quando, alla fine del marzo 1930, fu ricoverato con urgenza a Lima e morì il 16 aprile a soli 36 anni. Appena un mese dopo la sua morte, i dirigenti del partito che Mariátegui aveva fondato decisero di cambiarne il nome in Partito Comunista Peruviano. Per vari motivi Mariátegui si era sempre opposto a tale richiesta dell’Internazionale; ora questo atto, deciso solo al vertice, segnava il repentino inizio di un processo di “demariáteguizzazione”, di castrazione della forza del pensiero rivoluzionario di Mariátegui, teso a fare di quest’ultimo un’inoffensiva icona dell’ideologia ufficiale dell’Internazionale Comunista.

 

La degenerazione dell’Internazionale Comunista

Mariátegui non può essere “rivendicato” in maniera organica da nessuna delle correnti che hanno portato alla scissione dell’Internazionale Comunista. Meno che mai dagli stalinisti, che dapprima trasformarono il partito mondiale della rivoluzione in un’agenzia di politica estera a difesa degli interessi della burocrazia al potere in URSS per poi liquidarlo in un estremo atto di sottomissione agli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Quello che qui ci interessa è mostrare come, grazie ad un pensiero originale e indipendente e applicando il metodo marxista, Mariátegui sia giunto alle stesse conclusioni generali di Lenin e Trotskij sulla rivoluzione nei paesi coloniali, arricchendole da con l’analisi delle peculiarità della rivoluzione in America latina. Leggendo la diatriba tra Mariátegui e l’Internazionale Comunista, che lo considerava un “eretico” fuori controllo, non lascia dubbi su questa affermazione.

Mariátegui sottovalutò e non comprese appieno il processo di degenerazione dell’Internazionale. Ancora nel 1925 scriveva: “Ma il risultato della controversia [fra Opposizione di Sinistra di Trotskij e la maggioranza Stalin – Zinov’ev – Bucharin ] non sarà uno scisma. I dirigenti della vecchia guardia bolscevica … hanno già esplicitamente aderito alla tesi della necessità di democratizzare il partito [2]”. Questa affermazione e le conseguenti previsioni erano del tutto lontane dalla realtà; una realtà che, va ricordato, Mariátegui non conobbe mai di persona.

L’Internazionale Comunista fu fondata nel 1919. I suoi primi anni furono anni di guerra civile, di lotta in difesa della rivoluzione russa che passa inevitabilmente la vittoria della rivoluzione mondiale. Anche in questa situazione oggettivamente difficile, l’Internazionale tenne un congresso ogni anno fino al 1922: congressi nei quali si affrontarono e discussero con la massima democrazia  divergenze niente affatto secondarie, come la questione del fronte unico e la rivoluzione nei paesi coloniali. Dopo la morte di Lenin l’Internazionale tenne il V Congresso nel giugno 1924 ed il VI solo nel 1928: un intervallo di quattro anni utilizzato dalla maggioranza per liquidare burocraticamente l’Opposizione di Sinistra di Trotskij  impedendole ogni contatto con il resto dell’Internazionale.

Le misure eccezionali adottate nel 1921 dal X Congresso del PCUS vennero utilizzate per espellere l’Opposizione di Sinistra e metterne al bando i dirigenti. A quel congresso si era deciso di vietare temporaneamente formazione di frazioni nel partito, ma per Lenin si trattava di una misura appunto transitoria e d’interpretazione flessibile. Ad una mozione di Rjazanov che intendeva estendere il divieto ai congressi futuri, Lenin si oppose argomentando: “Questo congresso non può prendere decisioni vincolanti che potrebbero influenzare le del prossimo congresso. Se le circostanze provocano disaccordi fondamentali, come si può vietarne la presentazione alla disamina del partito nella sua totalità? Non è possibile! [3]”

La discussione democratica era stata sostituita dalle manovre burocratiche di dirigenti più attenti alla difesa della propria presunta infallibilità e dei propri prestigio e potere che alla formazione e all’istruzione dei quadri. La stessa selezione dei quadri ne risentiva: prima di qualsiasi capacità, si premiavano servilismo e opportunismo. Gramsci, in un certo senso maestro di Mariátegui, nel 1926 scrisse una lettera – in nome dell’Ufficio Politico del Partito Comunista d’Italia –  in cui (giustificando la linea della maggioranza del PCUS, ossia quella del blocco Stalin – Bucharin, con argomenti con i quali non siamo d’accordo e dei quali non possiamo qui approfondire l’analisi) faceva appello all’unità del “partito leader dell’Internazionale” in nome della quale esprimere l’ingenua convinzione che Stalin non avrebbe fatto ricorso a “misure eccessive”, come le espulsioni. Questo semplice appello, insieme a un passaggio dove Gramsci riconosce Trotskij, Zinov’ev e Kamenev come coloro che “hanno contribuito potentemente ad educarci  alla rivoluzione, ci hanno corretto, a volte molto energicamente e severamente, e sono stati i nostri maestri“, fu sufficiente a perché la sua lettera non fosse letta dal delegato del PCdI all’Internazionale, quel Palmiro Togliatti che Gramsci considerava un mediocre e che Stalin promosse a massimo dirigente dell’ Internazionale. Questa lettera è stata nascosta allo stesso PCI fino al 1964.

 

Mariátegui e i “personaggi” dell’Internazionale Comunista

Mariátegui, a differenza di Gramsci, non conobbe mai personalmente nessuno dei dirigenti dell’Internazionale. È interessante notare come la sua concezione della scissione in URSS maturasse per quanto poco potesse documentarsi. Egli stesso ci dice che poté solo leggere Il nuovo corso, il lungo articolo incentrato sulla difesa della democrazia interna con cui Trotskij iniziò la sua battaglia nel partito. Ancora nel 1925, Mariátegui fa eco alle calunnie contro Trotskij: lo considera  il leader di ” una frazione o una tendenza sconfitta all’interno del bolscevismo”, addirittura uno che “non è mai stato un bolscevico ortodosso. Apparteneva ai menscevichi fino alla guerra mondiale … e solo nel luglio del 1917 si unì ai bolscevichi“, e conclude che “l’opinione di Lenin differiva dal parere di Trotskij riguardo i problemi più seri della rivoluzione.”

Ma solo tre anni più tardi, nel pieno dello scontro personale con l’Internazionale, egli corregge radicalmente le proprie  valutazioni, scrivendo:
Trotskij esiliato dalla Russia sovietica: ecco un evento al quale la visione rivoluzionaria del mondo non può adattarsi facilmente. L’ottimismo rivoluzionario non ha mai ammesso la possibilità che questa rivoluzione si concludesse come quella francese, condannando i propri eroi … Il pensiero di Trotskij ha un ruolo utile nella politica sovietica. Volendolo definire in due parole, esso rappresenta l’ortodossia marxista in contrapposizione alla sfrenata e indisciplinato fluidità della realtà russa. Traduce il significato operaio, urbano, industriale della rivoluzione socialista. La rivoluzione russa deve il suo valore internazionale, universale, il suo carattere di fenomeno precursore della nascita di una nuova civiltà, al pensiero di Trotskij … Lenin, in modo intelligente e generoso, apprezzava il valore della collaborazione di Trotskij il quale, a sua volta – come attestano i suoi scritti sulla guida della rivoluzione – rispettò senza gelosie né riserve un’autorità consacrata dal’opera più suggestiva e coinvolgente per una coscienza rivoluzionaria. Ma se tra Lenin e Trotskij scomparve quasi ogni differenza, l’identificazione tra Trotskij e il partito in sé  non poté essere altrettanto completa. Trotskij non aveva la piena fiducia del partito … la sua singolare posizione – equidistante tra bolscevichi  e menscevichi – tra il 1905 e il 1917, oltre a  distanziarlo  da chi con Lenin aveva preparato e condotto a termine la rivoluzione, non gli permise di  prepararsi concretamente alla pratica della guida di un partito.[4]”

Tuttavia, anche in questo scritto Mariátegui continua a ritenere che “per la maggior parte di quanto riguarda la politica agraria e industriale e la lotta contro la burocrazia e lo spirito della NEP, il trotskismo sa di un radicalismo teorico incapace di condensarsi in formule concrete e precise. Su questo terreno Stalin e la maggioranza, insieme alla responsabilità dell’amministrazione, posseggono un senso più realistico delle possibilità.”
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L’Opposizione di Sinistra

Nel 1928, appena un anno dopo l’esilio di Trotskij e l’espulsione dell’Opposizione di Sinistra, i fatti si incaricarono di dimostrare la validità e la necessità della sua lotta. Già nel 1926 il 60 % di tutto il grano in vendita era nelle mani dei contadini ricchi, i kulaki, che rappresentano solo il 6% della popolazione ed il cui potere era in costante crescita. Nel 1928 le forniture di grano acquistate dallo Stato si erano ridotti da 428 milioni a 300 milioni di pud (il pud è pari a 16 chili) [5]. Il pericolo di carestia nelle città era imminente.

La guerra civile, la Nuova Politica Economica (NEP) e gli errori della direzione (alimentata dalle pressioni di un apparato burocratico sempre più famelico e poderoso) avevano cambiato la fisionomia del partito stesso. Come denunciava l’Opposizione di Sinistra nella sua piattaforma dell’agosto 1927, in quell’anno “al 1 gennaio solo un terzo del nostro partito erano operai (in realtà, solo il 31 %) … dopo il XIV Congresso il partito ha ammesso 100.000 contadini, molti dei quali sono contadini medi … in occasione del XIV Congresso, il 38% di coloro che avevano posizioni di responsabilità o direttive nella nostra stampa provenivano da altri partiti. [6]”

Mariátegui non conosceva la piattaforma dell’Opposizione di Sinistra, che iniziò a circolare al di fuori dell’URSS solo quando un delegato del Partito Comunista degli Stati Uniti ne trovò una copia tradotta nella sua cartella, messavi per sbaglio da una segretaria dell’Internazionale. Contrariamente al parere espresso dal Mariátegui, questa piattaforma presentava un’analisi realistica e proposte concrete per invertire il processo degenerativo dell’URSS e salvare la sua direzione proletaria.

C’erano proposte per l’economia che chiedevano di rendere meno conservatori i piani quinquennali di Stalin – Bucharin e una politica di industrializzazione che favorisse i contadini poveri e la collettivizzazione volontaria delle terre; proposte su temi specifici quali l’alloggio, il divieto di sfratto, la riduzione dell’orario di lavoro, scuole e servizi sociali in quartieri operai per mettere realmente il proletariato in condizione di dirigere lo Stato; proposte relative alla composizione sociale del partito, la questione nazionale e le questioni internazionali. Proposte in linea con la  battaglia di Lenin negli ultimi anni, quando suggerì l’ampliamento della base operaia del partito e nel Comitato Centrale per combattere quella che lui stesso definiva “la degenerazione burocratica”.

L’Opposizione di Sinistra non si opponeva alla teoria del “socialismo in un paese solo” in nome di un astratto radicalismo, ma attraverso la critica dei suoi fondamenti analitici e delle sue conseguenze pratiche. “Tutta la teoria del socialismo in un solo paese deriva essenzialmente  dal presupposto che la stabilizzazione del capitalismo è destinato a durare un certo numero di decenni ….[Questa teoria] sta svolgendo un ruolo disgregatore, e notoriamente ostacola il consolidarsi delle forze internazionali del proletariato intorno all’Unione Sovietica [7]”. Giova ricordare  che solo un paio di anni dopo, il mondo precipitava nella crisi più acuta e profonda che il capitalismo abbia conosciuto prima di quella odierna. La “teoria” del socialismo in un solo paese non preparava i quadri dell’Internazionale o del partito ad affrontare le tempeste che si avvicinavano.

 

Mariátegui e i contorsionismi dell’Internazionale

Di fronte alla crisi del grano del 1928, la burocrazia cadde nel panico e svoltò profondamente “a sinistra” passando dall’opportunismo al settarismo: i kulaki furono liquidati con metodi criminali, a prezzo di milioni di morti e di  un crollo della produzione agricola da cui l’Unione Sovietica non si riprese più. I piani di industrializzazione si erano fatti azzardati: un piano quinquennale doveva essere completato in quattro anni. Solo l’esiliato Trotskij comprese che la burocrazia tentava di applicare una caricatura di programma dell’Opposizione di Sinistra nel tentativo di stabilizzare il proprio potere, basato sull’economia pianificata allora minacciata dalla NEP.

Negli anni ’30 la macchina repressiva fu definitivamente rivolta contro ogni residuo di bolscevismo. Se negli anni ’20 la disputa riguardava chi fosse stato davvero bolscevico, negli anni ’30 essere stato bolscevico era la migliore garanzia per una condanna a morte. I liquidatori della vecchia guardia bolscevica erano uomini come Vyšinskij, giudice nei processi farsa di Mosca, che era stato menscevico fino al 1920 e che nell’estate del ’17 aveva firmato nell’estate del 1917 l’ordine di detenzione dello stesso Lenin! L’80 % del Comitato Centrale del PCUS che gestiva i processi erano menscevichi. Il processo di espropriazione del potere politico della classe operaia sovietica si era ormai concluso con la vittoria della burocrazia, che sarebbe divenuta il poliziotto mondiale della controrivoluzione.

Se in quegli anni persino dirigenti più esperti e competenti (come Preobraženskij o Zinov’ev) si arresero alla “svolta a sinistra” della burocrazia, non si può accusare Mariátegui per i giudizi da lui allora espressi sul “realismo” delle politiche di Stalin. Più dello stesso Gramsci, Mariátegui comprese che le misure di adottate contro l’opposizione non erano un semplice “eccesso”, un sovrappiù contingente,  bensì l’essenza e l’espressione della lotta di classe nella stessa URSS, lotta nella quale egli pose Trotskij a fianco del “marxismo ortodosso” e del “proletariato urbano”. Queste intuizioni sono chiari segni di un’intelligenza vivace alimentata dal marxismo: furono le circostanze della svolta a sinistra in URSS che lo tennero ai margini della scissione dell’Internazionale, e solo la morte improvvisa ne interruppe l’avido processo di formazione e informazione.

L’opposizione di colui che, in esilio, aveva creato la prima Cellula comunista peruviana a cambiare il nome del suo partito in “Partito Comunista del Perù” si può spiegare solo come sfiducia nell’Internazionale. L’Internazionale che Mariátegui conobbe non fu quella di Lenin e Trotskij, ma quella che esprimeva e premiava personaggi opachi come Ravinez (poi diventato un convinto anticomunista) o Codovilla (il dirigente del Partito Comunista Argentino che sarà ricordato solo per i suoi errori di fronte al peronismo e per la meticolosa persecuzione dei “trotskisti”). Erano quelli che respingevano le tesi di Mariátegui, il cui nucleo centrale è in ultima analisi una chiave riformulazione latinoamericana della rivoluzione permanente.

 

La teoria della rivoluzione permanente

Questa teoria, tanto mistificata e falsificata, sì può riassumere così: nei paesi coloniali e semicoloniali la soluzione completa e definitiva ai problemi irrisolti della rivoluzione democratica borghese è possibile soltanto con l’azione rivoluzionaria del proletariato, che alleandosi e dirigendo le masse contadine irromperebbe nel campo della proprietà privata, dando alla rivoluzione un carattere permanente di rivoluzione per il socialismo, la cui vittoria finale dipende  in definitiva dal trionfo della rivoluzione mondiale – e ciò è ancor più vero nei paesi a capitalismo arretrato. Il che significa che la rivoluzione nei paesi coloniali e semi-coloniali deve essere socialista e internazionale, o non sarà che un aborto.

Ciò che caratterizza i paesi coloniali e semi-coloniali sono arretratezza e dipendenza economica. La borghesia di questi paesi è apparsa in ritardo sulla scena della storia, quando il mondo era ormai stato diviso tra le grandi potenze capitaliste: è una borghesia parassitaria che partecipa come tirapiedi al saccheggio imperialista e vive del reddito e della domanda generati nelle aree di investimento dell’imperialismo. É una borghesia conservatrice a causa dei mille legami che uniscono alla grande proprietà fondiaria ed ai suoi metodi sanguinari di appropriazione delle terre.
In definitiva, si tratta di una borghesia incapace di portare a compimento i compiti della rivoluzione democratico-borghese: la liquidazione del feudalesimo, la riforma agraria, lo sviluppo delle forze produttive, la soluzione dei problemi delle nazionalità all’interno degli Stati e l’indipendenza nazionale. L’amalgama di interessi di questa borghesia con imperialisti e latifondisti ne fanno un nemico che, anche quando utilizza una fraseologia antiimperialista, capitola di fronte all’imperialismo quando si tratta di difendersi dall’ascesa rivoluzionaria delle masse.

La teoria della rivoluzione permanente ha trovato conferma in innumerevoli esempi storici, positivi e non, di cui la stessa rivoluzione russa è stata il primo: una volta rovesciato lo zar, la borghesia russa non seppe né poté soddisfare nessuna delle aspettative delle masse, e oltretutto appoggiò e continuò la guerra imperialista. Fino all’aprile 1917 la Pravda, il giornale ufficiale del partito bolscevico, diretto allora da Stalin, appoggiò criticamente il governo ad interim dell’ aristocratico liberale Georgij L’vov, oltre a sostenere la continuazione della guerra ed esortando i soldati russi a rispondere coi proiettili al fuoco tedesco.

Fu appunto solo in aprile – dopo che lo stesso Lenin ebbe rettificato la sua vecchia formula della “dittatura democratica di operai e contadini” per riorientare il partito alla presa del potere – che i bolscevichi dettero inizio alla conquista della maggioranza dei Soviet e della rivoluzione. La vecchia formula di Lenin propaganda svolto un importante ruolo propagandistico, ma si dimostrò inutile al momento di definire l’indirizzo della rivoluzione. Solo la presa del potere da parte della classe operaia poteva cominciare a risolvere i problemi in sospeso della democrazia borghese. Anche le successive rivoluzioni vittoriose, in Cina e a Cuba, poterono difendersi e risolvere l’assillante questione agraria solo rompendo coi limiti di una rivoluzione democratico-borghese, attraverso la completa nazionalizzazione dell’economia ed il conseguente sostegno delle masse, ossia attraverso una completa  rottura con il capitalismo.

All’opposto, la concezione stalinista che la rivoluzione nei paesi semicoloniali necessiti di una fase democratico-borghese e che l’emancipazione dall’imperialismo e lo sviluppo delle forze produttive debbano conseguirsi sostenendo la “borghesia progressista” ha causato innumerevoli sconfitte. La rivoluzione cinese del 1927 fu soffocata nel sangue dallo stesso Chang Kai Shek, capo del Kuomintang (Partito Nazionale del Popolo), che Stalin aveva invitato come delegato cinese all’Internazionale Comunista in nome di una politica di blocco, alleanza e collaborazione tra tutte le classi: politica fondata sull’idea che tutte le classi si opponessero allo stesso modo all’imperialismo. Chang ottemperò a questa alleanza partecipando insieme alle cannoniera imperialista al bombardamento di Shanghai, dove i lavoratori si erano sollevati, e al massacro di un milione di comunisti.

 

Mariátegui e la rivoluzione permanente

Sulla situazione cinese Mariátegui scrisse molti articoli, nei quali troviamo alcune intuizioni geniali sui fondamenti della rivoluzione in Cina e sul ruolo della penetrazione imperialista. In questi e in altri scritti sono evidenti il vivo interesse di Mariátegui per i problemi internazionali ed il suo processo di maturazione come marxista. Infatti, se nei primi articoli Mariátegui fa alcune concessioni al nazionalismo cinese e a certi suoi esponenti come Sun Yat Sen o lo stesso Chiang Kai Shek – da lui considerato, con una visione ancora romantica della rivoluzione, come  colui che poteva divenire tanto il liberatore che il traditore del suo popolo – negli scritti del 1929 e del 1930 sull’India non risparmia critiche a Gandhi, che egli considera un collaboratore degli inglesi, e pone le sole speranze della lotta per l’indipendenza indiana nel nascente movimento organizzato dei lavoratori di questo paese.

Ma è negli scritti sulle questioni peruviane e latinoamericane, che Mariátegui conosceva e aveva studiato personalmente, che si evidenzia il suo pensiero originale sulla rivoluzione nei paesi coloniali. Nelle tesi presentate alla prima Conferenza dei comunisti dell’America Latina del giugno 1929 a Buenos Aires scrive ad esempio: “L’anti-imperialismo, per noi, non è né può essere di per sé un programma politico, un movimento di massa adatto per la conquista del potere.  Anche ammettendo che possa mobilitare la borghesia e la piccola borghesia nazionaliste al fianco di operai e contadini (e già abbiamo definitivamente negato tale possibilità), l’anti – imperialismo non annulla l’antagonismo tra le classi, non ne sopprime la divergenza di interessi.[8]” .
Si confronti questo passo con quest’altro, con cui Trotskij si oppose alla politica di collaborazione di classe in Cina: “É un grossolano errore credere che l’imperialismo, in quanto agente esterno, fonda in un blocco unico tutte le classi della società Cinese …La lotta rivoluzionaria contro l’imperialismo non indebolisce, ma piuttosto rafforza la differenziazione politica tra le classi sociali. [9]” Trotskij non negava la possibilità di un’alleanza antimperialista con il Kuomintang: ciò cui si opponeva fermamente era l’aver considerato che fu combattuta frontalmente hanno considerato Chiang Kai Shek un alleato stabile, l’avere sciolto il partito comunista assoggettandolo alla disciplina del Kuomintang, scelte che contravvenivano a tutte le risoluzioni sulla rivoluzione coloniale adottate da Lenin nei primi quattro congressi dell’Internazionale Comunista.

 

La realtà peruviana

Non sorprende che le tesi di Mariátegui, corrette nella forma e nel contenuto, fossero respinte dall’ Internazionale. La sua esperienza con ciò che egli stesso definì “Kuomintang latinoamericano”, cioè l’Alleanza Popolare Rivoluzionaria Americana (APRA) e col suo fondatore Haya de la Torre, insieme allo studio della realtà peruviana gli permettevano ormai di mettere a fuoco scientificamente il problema della collaborazione di classe, appoggiata dall’Internazionale, e lo portavano a scontrarsi con quest’ultima.

Negli Ensayos de interpretación de la realidad peruana (Saggi interpretativi della realtà peruviana) del 1928, Mariátegui fa questo ritratto della borghesia peruviana, un ritratto che poteva facilmente applicarsi alla borghesia di tutta l’America Latina: “La classe dei proprietari terrieri non è riuscita a diventare un borghesia capitalista, padrona dell’economia nazionale. Miniere, commercio, trasporti, sono in mano al capitale straniero: i latifondisti si accontentano di servirlo come intermediari nella produzione di cotone e zucchero. Questo sistema economico ha mantenuto l’agricoltura in una condizione semifeudale che costituisce la zavorra più pesante  per lo sviluppo del Paese .”

A chi spetta, allora, il compito di risolvere i problemi della rivoluzione democratico-borghese contro questa borghesia intermediario, parassitaria e solo per caso anti – imperialista? Mariátegui lo spiega in maniera tagliente: “Il destino coloniale del Paese riprende il suo processo. L’emancipazione dell’economia nazionale è possibile solo attraverso l’azione delle masse proletarie, in solidarietà con la lotta antimperialista mondiale. Solo l’azione del proletariato può dapprima chiarificare e quindi eseguire i compiti della rivoluzione democratico-borghese che il regime borghese è incapace di sviluppare e di  portare a compimento.[10]”

Queste conclusioni di Mariátegui sono le stesse cui erano giunti Trotskij (in Bilancio e prospettive del 1905 e La rivoluzione permanente del 1929-30, due opere che Mariátegui non conosceva) e lo stesso Lenin nelle Tesi di aprile e in vari discorsi e risoluzioni dei primi quattro congressi dell’Internazionale Comunista. Inoltre, Mariátegui era pienamente consapevole del carattere necessariamente internazionale della rivoluzione. In Aniversario y Balance (Anniversario e bilancio), editoriale del N.17 della sua rivista Amauta (settembre 1928), scrisse: “La stessa parola Rivoluzione, in questa America di piccole rivoluzioni, si presta già a troppi equivoci. Dobbiamo rivendicarla in maniera rigorosa ed intransigente. Dobbiamo renderle il suo significato preciso e rigoroso. La rivoluzione latinoamericana sarà né più né meno che una tappa, una fase della rivoluzione mondiale. Sarà solo e semplicemente la rivoluzione socialista. A questa parola aggiungete pure, secondo i casi, tutti gli aggettivi che desiderate: ‘anti–imperialista’, ‘agraria’, ‘nazional- rivoluzionaria’. Il socialismo li presuppone, li precede, li include tutti.

La questione nazionale indigena

Una delle critiche più goffe (e che più si sono fatte e si continuano a fare) alla teoria della rivoluzione permanente è che essa trascura o minimizza a priori il problema delle masse contadine relegandole ad un ruolo ausiliario, basandosi sulla sfiducia nel potenziale rivoluzionario dei contadini. Come invece spiega lo stesso Trotskij, la teoria della rivoluzione permanente afferma semplicemente che la soluzione completa e definitiva della questione agraria e la questione della oppressione nazionale nelle sue “differenti combinazioni” sarebbe possibile soltanto adottando “le più audaci misure rivoluzionarie[11].” E’ per questo che Trotskij, in Il programma di transizione insiste sul fatto che gli operai debbano portare la lotta di classe nelle campagne, proponendo al proletariato agricolo e ai contadini poveri un patto di lotta comune contro gli sfruttatori e per un governo dei lavoratori e dei contadini [12].

Mariátegui, e qui sta la sua assoluta originalità, andò oltre, superando i pregiudizi liberali – e anche di certa sinistra – nell’affrontare l’enorme problema rivoluzionario dell’oppressione nazionale delle maggioranze indigene in paesi come Perù, Bolivia, Ecuador, Guatemala, Messico eccetera. Anche l’enfasi da lui posta sulla questione nazionale indigena lo indusse ad alcuni giustificabili errori teorici, il valore pratico e concreto della sua analisi mantiene inalterato tutta la sua forza.

Per Mariátegui la questione nazionale indigena, lungi dall’essere un problema storico, costituiva un enorme potenziale rivoluzionario. Ma “la rivendicazione indigena manca di specificità storica e rimane su di un piano filosofico e culturale. Per acquisire tale specificità – e cioè acquisire realtà e corporeità – deve trasformarsi in rivendicazione economica e politica. Il socialismo ci ha insegnato a delineare il problema indigeno in termini nuovi. Abbiamo smesso di considerarlo astrattamente un problema etnico o morale per riconoscerlo concretamente un problema sociale, economico e politico. E di conseguenza, per la prima volta lo abbiamo visto in modo chiaro e distinto[13].”

Il problema degli indiani è il problema della terra, il problema di un gamonalismo [in Perù, l’appropriazione con la forza delle terre collettive della comunità indigena] che è potere economico e politico semifeudale e che non è stato eliminato, ma si è anzi rafforzato con l’indipendenza dalla Spagna e col successivo sviluppo caratterizzato dalla penetrazione imperialista. Per Mariátegui gli indiani sono nazione oppressa e classe sfruttata, compreso “l’indiano alfabetizzato, che la città corrompe [e che] diventa regolarmente un tirapiedi degli sfruttatori della sua stessa gente.[14]”

L’oppressione nazionale e lo sfruttamento sociale degli indiani sono per Mariátegui un concreto problema politico prima che una questione teorica, e come tale la soluzione passa per gli stessi indigeni, che Mariátegui giustamente considera il naturale alleato del proletariato urbano nella lotta per il socialismo, l’unica via per l’emancipazione del lavoratore come dell’indigeno.
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Nelle Tesis sobre el problema de la raza (Tesi sul problema della razza) notava che “non meno del 90% della popolazione indigena così considerata lavora nell’agricoltura. Lo sviluppo del settore minerario ha portato in tempi recenti ad un crescente impiego di manodopera indigena nel settore minerario. Tuttavia una parte dei minatori rimangono anche contadini. Sono indiani di ‘comunità’ che trascorrono la maggior parte dell’anno nelle miniere ma che nel periodo dei lavori agricoli riprendono a coltivare i loro piccoli appezzamenti, insufficienti alla loro sussistenza.”

Questa situazione si ripete tuttora in paesi come la Bolivia e il Perù. Per Mariátegui la via concreta per la soluzione della questione indigena era la formazione di avanguardie tra gli indiani proletarizzati o semiproletarizzati perché possano organizzare le proprie  comunità superando la diffidenza di queste verso  “predicatori” meticci, di lingua spagnola e di modi europei.

In primo luogo era necessario educare i quadri politici a superare i propri pregiudizi verso gli indiani. Scriveva Mariátegui: “Non è raro trovare tra quegli stessi elementi cittadini che si proclamano rivoluzionari il pregiudizio dell’inferiorità degli indigeni, e la resistenza a riconoscere tale pregiudizio come una semplice eredità o contagio mentale dell’ambiente[15].” E ancora una volta era necessario opporsi alle erronee politiche dell’Internazionale Comunista, orientata alla rivendicazione dell’autodeterminazione indigena, cioè alla formazione di Stati indigeni indipendenti che per Mariátegui “oggi non condurrebbero alla dittatura del proletariato indiano né tantomeno alla formazione di uno Stato indiano senza classi, come qualcuno ha preteso affermare, ma per la formazione di uno Stato indiano borghese con tutte le contraddizioni interne ed esterne degli Stati borghesi[16].”
La natura dello Stato inca

Mariátegui riteneva che l’abitudine alla cooperazione tipica delle comunità indigene avrebbe potuto diventare un solido fondamento per la costruzione del socialismo nelle zone rurali, rappresentando così un forte impulso alla lotta per il comunismo e contro le tendenze capitalistiche. É la stessa posizione espressa da Marx in una lettera del 1881 alla rivoluzionaria russa Vera Zasulič, alle cui domande circa la possibilità di una rivoluzione nell’arretrata Russia e sul futuro della comunità agraria russa egli così rispondeva:

E mentre dissanguano e torturano la comunità, ne rendono sterile la terra e la esauriscono, i lacchè letterari dei ‘nuovi pilastri della società’ indicano ironicamente le ferite che hanno causato alla comunità presentandole come sintomi della decrepitezza spontanea di questa. Affermano che sta morendo di morte naturale e che sarebbe un bene abbreviarne l’agonia. Non si tratta più, quindi, di un problema da risolvere, bensì semplicemente di un nemico da annientare. Per salvare la comunità russa occorre una rivoluzione russa. Inoltre, il governo russo e i ‘nuovi pilastri della società’ fanno quel che possono per preparare le masse a una simile catastrofe. Se la rivoluzione arriva al momento giusto, se concentra tutte le sue forze per garantire il libero sviluppo della comunità rurale, questa presto si ergerà ad elemento rigeneratore della società russa e in elemento di superiorità sui Paesi resi schiavi dal sistema capitalista.”

Per rafforzare la sua posizione (un’altra dimostrazione di applicazione lucida del metodo marxista ad una realtà concreta) Mariátegui difese l’idea che lo Stato inca avrebbe potuto caratterizzarsi come “comunismo primitivo” e che da ciò derivasse l’abitudine alla cooperazione delle comunità agricole: per lui si trattava del comunismo possibile al livello di sviluppo delle forze produttive del tempo degli Inca.

Ma una società dove una casta liberata dal lavoro manuale si dedicava a studiare le stelle e vietava al popolo di mangiare certi alimenti, dove esisteva la schiavitù, dove un sottoutilizzo del territorio e il bisogno di nuova terra spingevano a guerre espansionistiche con soldati di professione e dove le divisioni interne impedirono la difesa dell’impero contro i conquistadores, non può essere considerata “comunismo primitivo”.

É piuttosto un’espressione del “modo di produzione asiatico”, una categoria che Marx applica alle società caratterizzate sostanzialmente da una divisione sociale poco sviluppata e dove una casta, simbolo dell’unità delle comunità agricole, consuma le eccedenze e assicura una ridistribuzione distribuzione della produzione agricola e le grandi opere (strade e irrigazione) necessarie per mantenerla. Ricordiamo i Grundrisse, dove Marx espone esaurientemente il concetto di modo di produzione asiatico, furono pubblicati per la prima volta alla fine degli anni ’30 e pertanto tale concetto era sconosciuto a Mariátegui.

Altri autori hanno ritenuto che questo errore teorico di Mariátegui ne invalidi tutta l’elaborazione.. Non siamo d’accordo: nelle comunità indigene l’abitudine alla cooperazione e la reciprocità del lavoro esistono realmente, e al di là della questione della natura degli Inca, resta valida la sua lettura rivoluzionaria della questione indigena ed il suo legame concreto con la lotta rivoluzionaria per il socialismo.

 

Mariátegui e l’APRA

La questione indigena fu uno dei motivi che condussero Mariátegui all’accordo del 1926-1928 con Haya de la Torre. Molto si è speculato su questa breve collaborazione con l’APRA, che allora non era ancora un partito. Si rivendica Mariátegui come uno dei fondatori dell’APRA, cosa che non sembra dare troppo fastidio alle organizzazioni comuniste che dichiarano di ispirarsi a lui. Insomma questo dimostrerebbe, contrariamente alla lettura che ne abbiamo dato finora, che Mariátegui non sarebbe stato contrario a politiche di collaborazione di classe.

Abbiamo già spiegato che il periodo tra il suo ritorno in Perù e il 1927-28 furono gli anni in cui Mariátegui consolidò l’adesione al socialismo e al marxismo maturata nell’esilio italiano. La rottura con l’APRA quando questo si trasformò da movimento antiimperialista in partito, e la contemporanea partecipazione alla fondazione di PSP e CGTP, dimostrano per lo meno che le intenzioni di Mariátegui riguardo lo stesso APRA non erano affatto quelle di delegare alla sua direzione piccolo-borghese il destino della rivoluzione peruviana.

Per Mariátegui fu chiara fin dall’inizio la necessità di un’organizzazione rivoluzionaria indipendente del proletariato: una consapevolezza rafforzata dall’esperienza del tradimento del Kuomintang e di Chiang Kai Shek, perché è proprio sul paragone tra APRA e Kuomintang che si sviluppa la successiva polemica con Haya de la Torre, come si vede chiaramente nelle tesi di Mariátegui alla Conferenza di Buenos Ayres.

In una lettera a Nicanor De la Fuente (20 giugno 1929, pubblicata nel terzo volume delle sue Correspondencias) Mariátegui chiarisce i suoi rapporti con l’APRA: “Noi lavoriamo con il proletariato e per il socialismo. Se ci sono gruppi disposti a lavorare con la piccola borghesia per un nazionalismo rivoluzionario, lo facciano. Non rifiuteremo di collaborare con loro, se realmente rappresentano una corrente, un movimento delle masse.” É la stessa posizione che Trotskij opponeva al servile opportunismo dell’Internazionale verso il Kuomintang.

In Punto di vista anti-imperialista, il suo scritto più polemico verso l’APRA e verso la stessa politica dell’Internazionale di Stalin, Mariátegui afferma: “Cosa può opporre alla penetrazione capitalista la piccola borghesia più demagogica? Nulla, se non parole. Nient’altro che una temporanea sbornia di nazionalismo. Anche se fosse possibile, la presa del potere da parte dell’anti imperialismo come movimento demagogico populista non significherebbe mai la conquista del potere per le masse proletarie, per il socialismo. Anzi, in una piccola borghesia che conquistasse il potere con le proprie parole d’ordine, la rivoluzione socialista si troverebbe di fronte il più acerrimo e pericoloso nemico  – pericoloso a causa della sua natura confusionaria e demagogica.” Queste parole del 1929 si riveleranno profetiche non solo per quanto riguarda l’APRA, ma anche i vari esperimenti populisti e delle Terze Vie nazionaliste che dal peronismo al boliviano MNR boliviano peronismo hanno caratterizzato la lotta rivoluzionaria del secolo scorso.
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Ma non è lontano il tempo in cui il vero pensiero di Mariátegui, il suo valore  ed il suo esempio animeranno la rivoluzione latinoamericana. La sua immagine sarà innalzata e rivendicata come quella di un autentico maestro del marxismo dai lavoratori, dai giovani, dai contadini e dagli indigeni, da tutti coloro che lottano per una Federazione socialista dell’America latina. In questa lotta le parole di Mariátegui, che tanto spaventavano gli ipocriti seguaci delle storture ideologiche d’una Terza Internazionale degenerata, saranno alito vitale e parola d’ordine per i rivoluzionari del nostro continente. Come Mariátegui “siamo antiimperialisti perché siamo marxisti, perché siamo rivoluzionari, perché opponiamo al capitalismo il socialismo come un sistema antagonista destinato a sostituirlo, perché nella lotta contro l’imperialismo straniero compiamo il nostro dovere di solidarietà con le masse rivoluzionarie d’Europa.

 

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Note

[1]  Appunti autobiografici, 1927.

[2 ] J. C. Mariátegui, El partido bolchevique y Trotsky, in Variedades, Lima, 31/1/1925.

[3]  Lenin, Opere complete, (Volume 33, p. 63 edizione inglese)

[4]  J. C. Mariátegui, El exilio de Trotsky, in Variedades, Lima, 23 /2/1929

[5]  A. Nove, An economic history of the URSS, p.149, citaz. in Ted Grant, Russia. Dalla rivoluzione alla controrivoluzione.

[6] Piattaforma dell’Opposizione di Sinistra.

[7]  ibidem

[8]  J. C. Mariátegui, Punto de vista anti-imperialista, 21/5/1929.

[9]  Trotskij, La rivoluzione cinese e le tesi del compagno Stalin, aprile 1927.

[10] Principios programáticos del Partido Socialista Peruano, ottobre1928.

[11] Trotskij, La rivoluzione permanente, cap. VII.

[12]  “Il coinvolgimento diretto dei contadini sfruttati nel controllo dei vari settori dell’economia consentirà loro di decidere da sé se gli convenga unirsi nel lavoro collettivo della terra, per quanto tempo e su quale scala. I lavoratori industriali si impegnano a collaborare pienamente con loro in questo cammino per mezzo dei sindacati, dei i comitati di fabbrica e, soprattutto, del governo operaio e contadino.”  Trotskij, Il programma di transizione.

[13] J. C. Mariátegui, prologo a L. Valcárcel, Tempesta en los Andes, 1927.

[14] J. C. Mariátegui e Hugo Pesce, El problema de la raza en América Latina, 1930.

[15] ibidem

[16] ibidem

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