L’URGENZA DI UN MOVIMENTO CONTRO IL RIARMO, CONTRO LA NATO, CONTRO LA GUERRA

di Bruno Steri 

In questi giorni le grandi leve dell’apparato informativo non indugiano più di tanto sullo squallido teatro politico italico e concentrano tutta la loro potenza di fuoco sulle urgenze della politica internazionale. A turbare il sonno dei nostrani costruttori di opinione pubblica era già stato il pensiero dell’incerto destino dell’Unione europea, scossa dal “caso greco” e dai suoi imprevedibili effetti. Ma ora torna a fare irruzione sulla nostra scena quotidiana il tema della pace e della guerra: e, con esso, puntualmente arrivano le manipolazioni orchestrate da quella che un bel libro di Vladimiro Giacché chiamava “la fabbrica del falso”. Negli ultimi due decenni, a giustificare il ricorso alle armi, ci hanno propinato ogni sorta di bufala: dalle boccette di antrace fasulle, agitate davanti all’assemblea dell’Onu da un ineffabile segretario di stato Usa per giustificare l’attacco all’Iraq, agli eccidi inventati per consegnare il Kosovo alle mafie balcaniche. Anche oggi, il copione non cambia: ripetute omissioni, distorsioni dei fatti, flagranti menzogne concorrono a orientare il giudizio dei teleutenti, indotti così a ritenere che il pericolo globale annidato nel cuore dell’Europa, già divenuto olocausto di vittime civili, sia stato attizzato dalle mire espansioniste dell’orso russo e che, sul fronte mediterraneo, la sicurezza dei nostri confini (e delle nostre famiglie) coincida con un secondo intervento armato in Libia, ancorché non immediato e concordato sotto l’egida dell’Onu. Nel pantano melmoso della disinformazione di regime, purtroppo stenta a farsi largo a sinistra l’urgenza di un movimento contro il riarmo, contro la Nato, contro la guerra.

Eppure è di questo che, come comunisti, dovremo occuparci da qui in avanti: provando intanto a sfondare il muro di cartone eretto davanti alla verità dei fatti, quella che caratterizza la questione ucraina così come quella sottesa alla chiamata alle armi dell’Occidente contro i tagliagole dell’Isis. Proviamo a uscire dal circo mediatico e a mettere i piedi nella realtà. La disinformazione sulla tragedia ucraina è coerente con l’appartenenza del nostro Paese all’Alleanza Atlantica, ispiratrice e aperta sostenitrice di un golpe che ha deposto Janukovic, un presidente tutt’altro che limpido ma legittimamente eletto, e che ha insediato un governo in cui trovano posto ministri nazisti: reinnescando così una guerra fratricida e riaccendendo la miccia separatista. Le tensioni e gli strappi successivi (compreso il referendum in Crimea e la riannessione di questa alla madre Russia) sono stati conseguenze prevedibili di tale innesco.

Tutto questo è stato preparato dall’escalation di una nuova “guerra fredda”. Su quest’ultima l’informazione irreggimentata (embedded) ha la memoria corta o tace del tutto. Da qualche tempo infatti sono ricomparse nella discussione interna all’Alleanza Atlantica nozioni che sembravano sepolte dalla storia: in particolare, quelle di “deterrenza” (deterrence) e “contenimento” (containment). Mosca si è infatti rivelata sempre meno un partner e sempre più un avversario, deludendo quanti confidavano in una sua progressiva integrazione all’Occidente. Ha ammainato la bandiera rossa sulle torri del Cremlino; ma poi ha ricostruito la sua autonomia politica (e il suo sistema di difesa), operando in collisione con il mondo unipolare e le impellenti esigenze dell’ ”american way of life”. E, quel che è peggio, ha rafforzato i suoi rapporti internazionali in direzione dell’Asia, in particolare con la Cina. Insieme hanno dato vita alla Banca Brics, in aperta concorrenza con i tassi da usura praticati dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (evento salutato come una provvidenza per la parte diseredata del pianeta dal leader cubano Fidel Castro). La vicenda ucraina è solo l’ultima e più pericolosa riprova che in casa Nato l’umore è cambiato: l’impressione è che la Russia di Putin (quale che sia la valutazione che si dà di essa e del suo presidente) non stia pianificando il suo futuro dentro l’Occidente capitalistico ma fuori di esso.

Dal canto suo quest’ultimo, incalzato da una crisi strutturale e sistemica – la più profonda dopo quella degli anni 30 dello scorso secolo – non ha perso tempo e ha piazzato colpi decisivi sullo scacchiere della Vecchia Europa, tesi a “contenere” e accerchiare il suo antico avversario. All’indomani della caduta del muro di Berlino e del ritiro da parte di Mosca delle sue truppe dalla Germania Est, Washington dichiarò di impegnarsi a non allargare la Nato nell’Europa decolonizzata dal comunismo. Tutt’al contrario si stava già pianificando l’assedio alla Russia disastrata. Accanto alle due Germanie unificate, venivano arruolate alla Nato una dopo l’altra Estonia, Lituania, Lettonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Polonia. Stretto lungo le frontiere della Russia, veniva in questo modo dislocato un ventaglio di missili intercontinentali.

La vicenda ucraina è solo l’ultimo tassello – particolarmente grave – di tale pianificataescalation, il cui ineluttabile corollario è il riarmo. E’ di questi giorni, la conferma dell’acquisto da parte dell’Italia dei cacciabombardieri F35, nonostante la richiesta delle opposizioni di ritornare sulla decisione o quanto meno di limitarne il numero. La logica bellica è ferrea: deterrenza e contenimento significano riarmo. Lo sapeva bene il Segretario generale Nato Rasmussen quando non molto tempo fa dichiarava: “Basta con i tagli alle spese militari, adesso l’Europa deve difendersi” (La Repubblica, 5 maggio 2014). Difficile trovare nel nostro sistema informativo qualche cenno su questa corsa al riarmo e, tanto meno, sulle connesse responsabilità di Stati Uniti e Nato. Tocca a noi allertare l’opinione pubblica e provare in tutti i modi a intralciare i disegni guerrafondai.

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Sul fronte Sud e mediorientale i venti di guerra nascondono imbrogli altrettanto eclatanti, celati dietro un canovaccio di provata efficacia: la diffusione della paura. Un esercito – addirittura uno stato! – di feroci tagliagole, espressione dell’integralismo islamico più estremo, è nato improvvisamente come un fungo tra la Siria e l’Iraq, pescando proseliti in giro per il mondo: gente spietata, che diffonde video di efferate esecuzioni capitali, immagini di teste mozzate e uomini arsi vivi in gabbia. La missione del civile Occidente è quindi: tagliamo la testa al mostro, prima che lui arrivi nel cuore delle nostre città e tagli la nostra testa. Sembrerebbe un ragionamento plausibile, oltre ad essere oltremodo convincente. E invece esso è il frutto di gigantesche omissioni. Non è un mistero che gli Stati Uniti – in particolare i servizi Usa e ambienti politicineocons – e i loro alleati mediorientali abbiano contribuito a creare nonché abbondantemente foraggiato il nuovo satana. Ha fatto il giro della rete la foto del senatore repubblicano John McCain ritratto accanto ad alcuni esponenti del neonato califfato, tra cui Bakr al-Baghdadi, colui che nel giugno 2014 ne ha proclamato la nascita. Del resto, un esercito con qualche decina di migliaia di effettivi, perfettamente equipaggiato e armato, non nasce nel giro di pochi mesi senza consistenti finanziamenti: non c’è alcun commentatore o esperto di cose mediorientali che metta oggi in dubbio il ruolo giocato in merito dall’Arabia Saudita, fedele alleato degli Usa; o che non veda quanto ambigua sia la posizione della Turchia, pur membro della Nato, assai più preoccupata delle mire di autodeterminazione del Pkk kurdo che non delle truci imprese del califfato.

Anche i fatti più anomali hanno una loro logica. Lo Stato saudita nel tempo ha mitigato le forme più estreme del Wahabismo, branca del sunnismo di rigidissima ispirazione ideologico-teologica, stringendo un patto politico ed economico con l’Occidente: ma è in questo stesso terreno dottrinale che affondano le radici dell’estremismo sunnita. Wahabismo, salafismo, jiadismo: è stato questo il “nemico” fondamentalista contro cui le potenze occidentali hanno combattuto e combattono in Afghanistan, da quando Bush figlio lanciò la sua indefinita “guerra contro il terrorismo”. Nello stesso tempo (e con qualche contraddizione di troppo), lo stesso Occidente capitalistico ha utilizzato strumentalmente questo stesso “nemico” in Libia e in Siria, dove ha deliberatamente chiuso gli occhi sulla reale composizione delle cosiddette forze “ribelli”. Così si esprimeva  su Panorama nel 2011, a ridosso dell’intervento in Libia,  Gianandrea Gaiani, un giornalista “al di sopra di ogni sospetto” (direttore di Analisi Difesa, collaboratore de Il Sole 24 Ore e opinionista del Giornale Radio Rai e di Radio Capital): “Li abbiamo combattuti per dieci anni in Iraq e in Afghanistan, ma da un anno a questa parte gli estremisti islamici sembrano diventati i nostri migliori alleati. In Libia la Nato ha combattuto al loro fianco insieme all’esercito del Qatar portando nell’ex regno di Gheddafi la sharia e mettendo la città di Tripoli nelle mani di un ex prigioniero delle carceri segrete della Cia, Abdehakim Belhaj, già legato al regime talebano afghano e fondatore del Gruppo Combattente islamico Libico affiliato a Al Qaeda”. Ovviamente, come nel caso dell’apprendista stregone, le forze demoniache possono sfuggire di mano e torcersi contro chi le ha evocate.

Oggi ci risiamo, è la volta dell’Isis. E l’Italia è chiamata a fare i conti con gli ultimi adepti del califfato comparsi all’improvviso sulla sponda sud del Mediterraneo. Certo, accanto al destino di centinaia di rifugiati costretti a tentare la sorte (e probabilmente a trovare la morte) sulle carrette del mare, sono anche in campo questioni più prosaiche. Sotto Gheddafi la Libia era il primo fornitore di greggio dell’Italia, arrivando ad assicurare il 25% dell’import complessivo. Dopo la morte Gheddafi e il tracollo produttivo determinato dal conseguente caos politico ed economico, la produzione energetica e le relative forniture sono risalite a buoni livelli, attestandosi a giugno del 2014 al 21% (corrispondente a un milione e 400 mila barili al giorno) dell’import italiano. Ma successivamente, a seguito degli attacchi ad oleodotti e terminali petroliferi da parte di milizie l’un contro l’altra armate e dei nuovi protagonisti dell’Isis, la produzione è precipitata a 180 mila barili/giorno. Un bel problema per l’Italia, che si aggiunge all’azzeramento del progetto di gasdotto europeo South Stream, imposto dagli Usa all’Unione europea nel quadro della crisi ucraina. Sulla scia di tali urgenze, è stato auspicato un secondo intervento, stavolta a guida italiana in Libia: beninteso, non si tratterebbe più di “mantenere la pace” (peace-keaping) ma di “imporla con la forza”  (peace-enforcing), seppure previa autorizzazione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Quest’ultimo ha tuttavia provveduto a calmare gli ardori interventisti di alcuni nostri esponenti governativi, evidentemente sulla base di un’analisi delle forze in campo e in considerazione dell’altissimo coefficiente di rischio di una simile impresa. Ma evidentemente il problema resta; e non sono certo le propensioni dei diversi imperalismi in campo a poter rassicurare.

D’altra parte, cosa hanno prodotto in questi ultimi 30 anni i ripetuti interventi del democratico e civile Occidente? L’Iraq oggi è un Paese devastato, la sua popolazione ridotta in miseria, la struttura economica dissolta, l’organismo statuale in perenne emergenza. Questo è il risultato concreto dei suddetti interventi, fatti in nome della democrazia e di una pretesa superiore civiltà. Lo stesso tragico resoconto può esser fatto per tutte le altre aggressioni belliche, dall’ex Jugoslavia, all’Afghanistan, fino alla missione libica iniziata il 19 marzo 2011, giorno in cui è partito in direzione del Paese nordafricano l’ennesimo soccorso “umanitario”. A proposito di quest’ultima e dei suoi effetti, mentre La Repubblica  trionfalmente celebrava l’avvento della democrazia in Libia, c’era chi (inviato sul posto e non embedded) raccontava una realtà assai diversa: “Le divisioni tra filo e anti-Gheddafi ricompaiono in un contesto in cui tutte le parti sono armate fino ai denti e nel quale non c’è più uno Stato in grado di arbitrare le controversie. Nelle città e nelle zone di frontiera ci si batte spesso per controllare traffici di tutti i tipi, che fioriscono in assenza di struttura statale (…).  Dietro l’immagine di una Libia unita, sulla via della prosperità e della democrazia, si nasconde una realtà più preoccupante. Mai, in effetti, il mosaico di regioni, città e tribù è sembrato così frammentato, come altrettante piccole entità feudali dotate di propri signori e di forze militari autonome. Nessuno è in grado di prevedere quale forma possano prendere i cambiamenti, questa situazione rischia di perdurare con un elevato livello di violenza residua”. (Patrick Haimzadeh, Le Monde Diplomatique, luglio 2012).

C’è di che riflettere su tutto questo, su quanto è stato prodotto e si continua a produrre sulla base di interessi geopolitici ed economici, che è bene continuare a definire “imperialistici”: aggressioni militari che hanno determinato lo smembramento, nel migliore dei casi l’indebolimento, di intere strutture statuali. Anche qui ritroviamo l’urgenza di un movimento contro il riarmo, contro la Nato, contro la guerra: tutti a sinistra dovranno misurarsi senza ambiguità con tale dirimente questione.

VALORIZZARE IL SAPER FARE

Area politico-culturale del PRC

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