Una questione di credibilità

Una questione di credibilità

Il dibattito politico occidentale è ormai in balia di frasi che sembrano sensate solo se uno non si chiede se corrispondono o meno alla realtà che vorrebbero descrivere.

Prendiamo il toro per corna partendo da un politico molto meno sciatto di quelli italici, anzi dall’”unico statista” che l’Unione Europea sembra possedere al momento: Angela Merkel.

La Merkel, che in patria è amatissima perché capace di passare per una che sa tener in ordine i conti di casa, grazie a prudenza e saggezza nell’economia domestica, usa spesso queste parole: “la credibilità dell’Unione dipende dal rispetto delle regole e dall’essere affidabili”.

Cosa c’è di strano? In fondo una sola cosa: un organismo è “credibile” se applica le procedure decise in precedenza oppure se sa dare risposte efficaci ai problemi? L’esempio più banale è quello del medico: un dottore è “credibile” se applica alla lettera i protocolli oppure se salva il malato? Visto che spesso si ricorre alla metafora medica per spiegare cosa i paesi europei dovrebbero fare per “guarire” (ovvero uscire dalla crisi e riprendere a crescere) sembra chiaro che la “pignoleria formale” non può assolvere un medico incapace. La Troika – Ue, Bce, Fmi – è proprio quel medico. Dopo cinque anni di “cure” tutti i malati stanno peggio e uno, Atene, è sempre sul punto di tirare le cuoia.

Gli esempi italiani sarebbero infiniti, visto che abbiamo un premier mentitore seriale con tendenze dittatoriali e un’opposizione parlamentare che un giorno asseconda il “capo” ed un altro minaccia di ritirarsi sull’Aventino, dunque credibilità zero. Ma proviamo a tenere il tema della “credibilità” al centro del discorso.

Sabato a Roma molte delle anime della ex sinistra si sono ritrovate per un modesto corteo sostanzialmente a favore della Grecia e delle scelte politiche del governo Tsipras. Un corteo sostanzialmente “militante”, che ha raccolto insomma attivisti di lunga data, ma non “popolo”. Tutti i volti noti si sono seriamente soffermati sulle cose che non vanno, più d’uno ha detto speranzoso che “bisogna fare come la Grecia”. Bene. Quant’è credibile chi pronuncia queste frasi?

È forse credibile Susanna Camusso, segretario generale di quella Cgil che al momento della “riforma Fornero” ha proclamato appena tre ore di sciopero a fine turno? Un prolungamento della pausa pranzo, insomma, fatto per non incidere minimamente sulle imprese e sul loro governo.

È forse credibile quel Nichi Vendola che gorgheggiava al telefono con il pr di padron Riva, dell’Ilva, o che ha fiancheggiato per oltre 20 anni il Partito Democratico in ogni azione antipopolare (vedi il “pacchetto Treu”, che legalizzava la precarietà, del 1997 o le missioni militari in Afghanistan nel 2006/2008)?

È forse credibile quella parte di Rifondazione che – dopo aver partecipato a tutti i governi fino al 2008 – al vertice predica l’autonomia dal Pd ma nelle giunte locali troppo spesso partecipa in posizione subordinata ogni volta che serve?

Syriza, in Grecia, è una forza certamente riformista, ma credibile. Perché non ha mai partecipato a un governo col Pasok di Papandreou, non ha mai messo i suoi voti a disposizione delle prescrizioni della Troika, ha costruito reti sociali per alleviare le condizioni di vita della popolazione, ha partecipato ai 14 – quattordici! – scioperi generali indetti in poco più di quattro anni contro la Troika, Papandreou o Samaras.

I “nostri” sindacalisti confederali, così come molta “sinistra” governista, ci spiegavano fino a 20 giorni fa che fare degli scioperi generali non serviva a niente, che non si potevano per quella via ottenere risultati concreti. E facevano proprio l’esempio greco: tanti scioperi, vittorie zero.

La realtà è spietata, però. In quegli scioperi è infatti cresciuta un’opposizione di massa, dai ripetuti scontri con la polizia è venuta fuori una generazione di attivisti capaci di tenere la piazza come l’intervento sociale. In quel conflitto a lungo senza vittorie è cresciuta la credibilità di un gruppo di dirigenti che non erano imputabili di “compromessi” con i partiti di governo. Neanche per scavallare un quorum elettorale…

Ora governano e si trovano davanti sfide da far tremare i polsi. Possono vincere o perdere, piegarsi o incrinare – anche involontariamente – la crosta gelida dell’austerità, la rigidità acefala delle “regole” merkeliane. Se fossero stati più “flessibili” prima non sarebbero stati credibili; e non sarebbero arrivati a questo punto.

Insomma. È credibile che i rottami dell’ex sinistra radicale di questo paese si candidino ora a fare i “syrizisti”? Evidentemente no. Il blocco sociale di riferimento – lavoratori, precari, studenti, pensionati, ecc – li ha ormai messi da parte, classificati tra i “complici” di scelte economiche e sociali tragiche. Lo sanno anche loro. E infatti si atteggiano a seguaci di Tsipras, ma si guardano bene dal promuovere anche un grammo di conflitto. La manifestazione di Roma, per dire, era “per la Grecia”, come si potrebbe fare “per la Palestina” o per il Venezuela. Solo che la Grecia è parte del nostro stesso super-stato, l’Unione Europea. E quindi avrebbe senso indire manifestazioni “per noi”, per rovesciare – insieme ad altri paesi, ovvio – una governance criminale che sta affossando noi come loro.

Un movimento di massa contro l’Unione Europea è necessario e anche possibile, senza neppure soffermarci qui nella distinzione tra lotta per “rompere” la Ue (come a noi sembra indispensabile) oppure, come ritiene Syriza, per la sua “riforma”.

Ma la prima condizione perché possa nascere un movimento di tal genere è che tutti questi personaggi che hanno popolato il recente e ignobile passato della “sinistra radicale” o del sindacalismo confederale si facciano da parte. Per sempre. Sono una parte – e niente affatto piccola – del problema che va affrontato, non la “soluzione”.

Sappiamo bene che in quelle formazioni ci sono anche tanti compagni che hanno creduto, in buona fede, a linee politiche fallimentari. Se vogliono dare una mano, saranno benvenuti. Ma, per favore, lo facciano in silenzio, senza continuare a fare carte false per un’intervista o un seggio.

È una questione di credibilità. Chi l’ha persa, l’ha persa.

 

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