LA CRISI, QUESTA SCONOSCIUTA

  • La crisi, questa sconosciuta - parte IIVenere degli stracci – Michelangelo Pistoletto, 1962

 Seconda parte dell’escursione a tappe tra le lacune dell’economia politica. Marx e la possibilità della crisi.

 di Ascanio Bernardeschi  – la città futura

“Le idee della classe dominante

sono in ogni epoca le idee dominanti”

(Karl Marx, L’ideologia tedesca)

L’attacco più radicale e coerente ai negazionisti proviene da Marx il quale ha dimostrato sia la possibilità della crisi, confutando la legge degli sbocchi, sia le cause che rendono concreta ed effettuale questa astratta possibilità.

Sul primo tema ha messo in risalto che la merce, questa “cellula elementare” del capitalismo è già in sé un oggetto contraddittorio essendo contemporaneamente un bene utile (valore d’uso) e un prodotto che sul mercato ha un valore di scambio. Per i consumatori vale solo come valore d’uso e per chi le produce solo come valore di scambio potenziale. Ma per realizzarsi come effettivo valore di scambio deve incontrare nel mercato qualcuno che le consideri un buon valore d’uso. Tale contraddizione interna alla merce si sviluppa in una contraddizione esterna tra merce e denaro, dove quest’ultimo rappresenta il contenitore adeguato di valore, senza avere un’utilità in sé.

Dopodiché ha evidenziato come la legge degli sbocchi funzioni solo in una società in cui predomina il baratto. Nel baratto, in ogni scambio, colui che vende è nello stesso istante colui che acquista e viceversa ed esiste l’identità tra vendita e acquisto. Con la circolazione della merce tramite il denaro lo scambio vine spezzato in due fasi, vendita e acquisto. Prima il possessore di una merce la vende e realizza il corrispondente denaro. Successivamente col denaro acquista una diversa merce a lui utile. Esiste quindi la possibilità che dopo la prima fase il venditore preferisca non spendere il suo denaro, ma tesaurizzarlo, togliendolo quindi dalla circolazione senza mettere in atto la domanda corrispondente. In tal modo un potenziale venditore non troverà l’acquirente.

Questa possibilità già insita nella circolazione della merce, si dilata nella circolazione del capitale. Tra la prima fase, l’acquisto dei mezzi di produzione e della forza lavoro, e la seconda, la vendita del prodotto, si interpone la produzione e il tempo di produzione, talvolta rilevante, nel corso del quale possono avvenire cambiamenti dei prezzi e altri rivolgimenti tali da non consentire l’avvio di un nuovo ciclo produttivo nella stessa scala del precedente periodo. Inoltre con il capitale, il movente predominante dell’attività economica diviene l’accumulazione di ricchezza astratta, a prescindere dall’utilità dei prodotti. La crisi giunge quindi per ricordare che il modo di produzione capitalistico non è naturale, ma dovendo ugualmente rispettare le leggi naturali va in fibrillazione se non si misura con i bisogni umani. La stessa presenza del credito, che si dirama e si interconnette tra vari produttori, amplifica la possibilità di crisi, in quanto il fallimento di un debitore può provocare il fallimento del suo creditore, il quale a sua volta non potrà onorare i suoi debiti nei confronti di terzi, innescando una reazione a catena. Anche per questo motivo le crisi si manifestano sempre come crisi finanziarie.

Per esaminare le condizioni necessarie affinché il sistema economico si riproduca senza crisi, Marx ha elaborato un importante strumento analitico, gli schemi di riproduzione ove dimostra che il plusvalore prodotto può incontrare la domanda necessaria alla sua realizzazione se i capitalisti nel loro complesso lo spendono interamente sia per il loro consumo che per ampliare la scala della produzione, acquistando nuovi mezzi di produzione e assumendo nuova forza-lavoro. Quindi la parte non consumata deve eguagliare l’investimento in nuovi mezzi di produzione. Si tratta della nota uguaglianza tra risparmi e investimenti ben nota ai moderni economisti, in Marx però arricchita da un’analisi dei rapporti necessari tra i vari settori produttivi.

Infatti, perché si realizzi tale uguaglianza, occorre che il surplus di merci dei settori che producono beni di consumo, venga in parte impiegato per assumere nuovi lavoratori nei settori stessi e in parte venduto ai settori che producono mezzi di produzione, di modo che anche questi possano assumere nuova forza-lavoro. Analogamente il surplus di mezzi di produzione deve essere in parte utilizzato all’interno dei settori in cui sono prodotti e in parte scambiato con gli altri settori di modo che anch’essi possano espandere la scala della produzione.

Perché tali scambi intersettoriali (eccedenza di beni di consumo contro eccedenza di mezzi di produzione) possano verificarsi, occorre che essi si bilancino in valore. In tal modo vengono determinati anche i rapporti di scambio necessari ad assicurare la riproduzione allargata.

Ma in un modo di produzione governato dagli interessi di capitalisti isolati niente può assicurarci che queste condizioni si realizzino. Da qui la possibilità della crisi.

Inoltre il carattere dinamico del capitalismo, le innovazioni tecnologiche e la tendenza a mutare la composizione del capitale, tendono a mutare continuamente le proporzioni necessarie trai settori ed è ragionevole presumere che si avrà piuttosto un continuo aggiustamento, una rincorsa per tentativi, errori ed oscillazioni più o meno importanti, verso una situazione ideale che, come la tartaruga di Achille, si sposta continuamente e diviene irraggiungibile.

Monetarismo.

Teoria economica il cui massimo esponente è Milton Friedman. Sostiene che l’unica causa dell’inflazione – la maggiore preoccupazione di questa scuola – sia un eccesso dell’emissione di banconote da parte delle banche centrali. Secondo questa teoria, occorre evitare che l’emissione di moneta (offerta) superi la domanda. Dovrebbe invece essere automaticamente quantificata, con l’obiettivo unico di regolare il livello di inflazione, attraverso parametri ben definiti, togliendo quindi margini di manovra alla Banca centrale e consentendo agli imprenditori e agli speculatori di conoscere in anticipo le scelte (se tali possano ancora essere considerate) di politica monetaria. Tale offerta dovrebbe arrestarsi ancor prima che sia raggiunta la piena occupazione, la quale è considerata in sé un male. Infatti i monetaristi ritengono che esista un livello naturale di disoccupazione da preservare onde evitare di produrre inflazione.

La spesa pubblica in disavanzo con finalità anticicliche è quindi considerata anch’essa un male in quanto tende a forzare in basso il tasso di disoccupazione, e a favorire così l’inflazione, e in quanto necessita di essere coperta o con l’emissione di banconote da parte della Banca centrale o con l’emissione di moneta di credito (titoli di stato) senza tenere conto delle rigide regole monetariste.

La preoccupazione prevalente verso l’inflazione e la tolleranza verso un tasso di disoccupazione naturale sono in realtà funzionali al mantenimento di un “esercito industriale di riserva” (Marx) e quindi a ridurre la forza contrattuale dei lavoratori e a ridurre così il costo della forza-lavoro e le condizioni di esistenza dei lavoratori.

Si svela così l’arcano del perché – nonostante alcuni ripensamenti teorici risalenti almeno a una decina di anni fa, tra cui quello dello stesso Friedman, e gli evidenti fallimenti – le politiche economiche dei maggiori paesi capitalisti, e sopratutto dell’Europa, abbiano perseguito stabilmente le ricette di questa scuola.

Più recentemente i monetaristi, di fronte a una disoccupazione ben al di sopra di quella che essi considerano “naturale” hanno ammesso la possibilità di aumentare le emissioni o di espandere il credito per contrastare la crisi, ma negano comunque la possibilità degli stati di spendere in disavanzo.

I parametri di Maastricht sul disavanzo e il debito rientrano a pieno titolo tra le politiche monetariste. Alcuni esperti hanno invece considerato che gli interventi annunciati e in parte attuati dalla Bce di Draghi per immettere liquidità nel sistema, rappresentino un superamento del monetarismo. In realtà, se pure costituiscano una violazione degli aspetti più insostenibili di questa ortodossia, proponendosi di rispettare comunque le regole di “stabilità” e negando la funzione anticiclica della spesa pubblica, si mantengono all’interno della logica generale del monetarismo. Si deve per esempio notare che lo stesso Draghi, annunciando l’avvio, del quantitative easing, cioè dell’acquisto massiccio di titoli nel mercato per immettervi liquidità, lo abbia motivato con l’esigenza di riportare il tasso di inflazione a valori adeguati, dopo che siamo caduti in deflazione. Il governo della moneta è quindi finalizzato sempre allo scopo dei monetaristi. In più si dichiara che debbono proseguire le politiche di rigore dei bilanci pubblici e deve essere avviata una stagione di “riforme”. Sappiamo bene quali riforme intendono, basta vedere quelle di Renzi.

 

Valore d’uso, Valore di scambio, Valore e Denaro

 

“La ricchezza delle società, nelle quali predomina il modo di produzione capitalistico, si presenta come una immane raccolta di merci”. Così Marx inizia il Capitale. I primi capitoli di tale opera sono dedicati all’analisi della merce, questa “forma elementare” delle nostre società.

 

La merce ha una duplice caratteristica:

 

È un bene utile, capace di soddisfare bisogni umani. Per questa sua capacità è un valore d’uso. Il valore d’uso conta per le sue proprietà merceologiche (caratteristiche fisico-chimiche, estetiche, attitudine a soddisfare i bisogni umani) e prescinde dal sacrificio necessario all’uomo per appropriarsene. Il lavoro impiegato per la produzione di valori d’uso conta solo per le sue qualità (per esempio il lavoro metalmeccanico, quello chimico, tessile ecc.), prescindendo dalla quantità, ed è denominato lavoro concreto.

 

Ha la proprietà di essere scambiata in determinate proporzioni con altre merci. Per questa caratteristica è un valore di scambio. Qui contano al contrario i rapporti quantitativi che si instaurano tra le merci da scambiare e si prescinde invece dalla qualità della merce. Da questo punto di vista le merci hanno tutte la stessa qualità (possibilità di essere scambiate) mentre hanno rilevanza solo i rapporti quantitativi dello scambio.

 

Ma per potersi scambiare in determinate proporzioni bisogna che le merci abbiano in comune “una sostanza” quantificabile. Questa sostanza comune è il lavoro necessario alla sua produzione. Il lavoro in questo caso, dovendo scambiarsi con altri lavori, deve essere della stessa qualità. Conta solo come lavoro astratto, a prescindere dal suo contenuto concreto.

Il lavoro astratto è la sostanza del valore delle merci, sostanza che è determinata dalla quantità di lavoro che la società destina alla sua produzione (lavoro socialmente necessario) e che si misura in tempo di lavoro (per esempio ore di lavoro). Tale valore è posseduto già a prescindere dall’avvenuto scambio e determina rapporti di scambio tra le merci. Pertanto il valore di scambio non è che il modo di espressione, la forma fenomenica, del valore. Parliamo di valore di scambio quando mettiamo in relazione tra di loro più merci, mentre ogni merce possiede una caratteristica immanente, il valore, che si manifesta esteriormente nel valore di scambio. Tale caratteristica, comune a tutte le merci, è quella di essere prodotto del lavoro.

Se il tempo di lavoro è la misura interna “immanente” del valore, la sua misura esterna è  una merce particolare, il denaro quale rappresentante universale di ricchezza astratta, depositario universale del lavoro sociale. Esso non possiede valore d’uso, o meglio il suo valore d’uso consiste nella possibilità di poterlo scambiare con ogni altra merce. La polarità interna alla merce tra valore d’uso e valore, si risolve quindi nella polarità esterna tra merce, che ora costituisce un valore d’uso e solo in potenza un valore, realizzabile attraverso la vendita, e denaro che funziona solo come valore, cristallizzazione di lavoro astratto della società.

 

Riferimento:

K. Marx, Il Capitale, Libro I, sezione prima, Ed. Riuniti, Roma, 1964.

Circolazione della merce o metamorfosi della merce

 

La merce, per il proprio produttore, non ha utilità (o valore d’uso). Essa è solo un concentrato di valore potenziale. Deve essere quindi venduta per realizzare tale valore di modo che, con il ricavato, il produttore possa acquistare sul mercato altre merci a lui utili. Usando le parole di Marx, “tutte le merci sono per i loro possessori valori non di uso e pei loro non possessori valori d’uso [Esse] debbono realizzarsi come valori prima di potersi realizzare come valori d’uso”.

Lo scopo della circolazione della merce è quindi quella di cambiare una merce non utile per il possessore con una per lui utile. Tale metamorfosi assume la forma M-D-M (Merce-Denaro-Merce) e si attua in due fasi. Con la prima, M-D, il produttore realizza il valore contenuto nella merce, vendendola e incamerandolo sotto forma di denaro. Con la seconda, D-M, il denaro viene speso per acquistare una merce utile.  Questa separazione costituisce la forma più astratta della crisi in quanto fa venire meno l’identità immediata, esistente nel baratto, tra l’atto di acquisto e quello di vendita e in questo modo falsifica la cosiddetta legge di Say.

“La prima metamorfosi di una merce, la sua trasformazione in denaro […], è sempre simultaneamente [per l’altro contraente, il compratore] la seconda metamorfosi opposta di un’altra merce, la sua ritrasformazione in merce dalla forma di denaro”. Però la sola possibilità di vendere non per comprare immediatamente, di rinviare il secondo atto (D-M), il quale è ovviamente il primo (M-D) per il potenziale venditore, può far sì che per qualche possessore di merci non possa avvenire l’avvio della prima fase della metamorfosi e conseguentemente neppure la seconda, spezzando il ciclo degli scambi.

 

Riferimento:

K. Marx, Il Capitale, Libro I, sezione prima, Ed. Riuniti, Roma, 1964.

Circolazione del Capitale o metamorfosi del capitale

 

La circolazione del capitale assume la forma D-M…P…M’-D’. Nella Prima fase, D-M, il capitalista impiega il denaro per acquistare delle merci necessarie al processo produttivo (mezzi di produzione e forza-lavoro). Tali fattori della produzione vengono messi in movimento. O meglio il lavoro mette in movimento i mezzi di produzione, siano essi materie prime, combustibili, macchinari, immobili, software. Essi vengono così consumati nel processo produttivo, P, per realizzare una nuova merce. La seconda fase M-D’, è la vendita della merce prodotta per realizzare denaro. Si noti che all’inizio e alla fine del ciclo figura la stessa merce, il denaro. Lo scopo quindi non è un cambiamento di qualità della merce, ma l’incremento della sua quantità. Per questo il denaro realizzato viene indicato con D’ che significa D+ΔD (denaro iniziale più un suo incremento). Infatti scopo del capitalista è di accumulare una valore sempre maggiore, a prescindere dalla qualità delle cose prodotte e dal benessere che esse possono apportare. La loro utilità non è lo scopo, ma solo il mezzo perché esse siano vendibili, mentre lo scopo è l’accumulazione di valore.

Abbiamo visto che il capitale anticipato è in forma di denaro, e solo dopo l’acquisto dei mezzi di produzione e della forza-lavoro esso assume la forma di merci. Secondo le più recenti interpretazioni della teoria di Marx, suffragate dall’evidenza testuale scaturente anche dalla poderosa ricostruzione in atto a partire dai manoscritti marxiani, in parte inediti, della MEGA2, il valore del capitale costante e del capitale variabile coincide con il lavoro astratto sociale rappresentato dal denaro speso per il loro acquisto. Acquisto che avviene ai prezzi di mercato. Questa circostanza assume un carattere particolarmente importante perché consente di replicare alle critiche più sensate rivolte alla procedura marxiana di trasformazione dei valori in prezzi di produzione.

 

Riferimento:

K. Marx, Il Capitale, Libro I, sezione seconda, Ed. Riuniti, Roma, 1964.

Per le nuove prospettive esegetiche aperte dai lavori della Mega2 si veda R. Fineschi, Ripartire da Marx. Processo storico ed economia politica nella teoria del “capitale”, La Città del Sole, Napoli, 2001.

Schemi di riproduzione.

 

Prendendo spunto dal Tableau économique di François Quesnay, principale esponente della scuola fisiocratica francese, il quale per primo aveva descritto il processo economico come un flusso circolare, Marx elaborò questo strumento analitico per illustrare le condizioni che debbono essere rispettate perché un sistema capitalistico si riproduca sempre sulla stessa scala (riproduzione semplice) o cresca senza intoppi (riproduzione allargata).

La riproduzione semplice è lo stato in cui il ciclo economico si ripete sempre uguale a se stesso, senza crescere. Essa è ovviamente la negazione della dinamica effettiva del capitalismo e viene introdotta a scopo introduttivo, perché di più semplice trattazione. Tuttavia le condizioni della riproduzione semplice debbono sempre essere rispettate e sono alla base della riproduzione allargata. In mancanza, sarebbe impossibile anche l’espansione delle forze produttive. Sempre per semplificare, Marx suddivide il sistema economico in due settori. Nel primo si producono i mezzi di produzione e nel secondo i beni di consumo.

In un simile contesto la condizione è che tutta la produzione venga venduta (i mezzi di produzione per ricostituire il capitale costante consumato nel processo produttivo dei due settori e i mezzi di consumo per i consumi dei lavoratori e dei capitalisti.

Se chiamiamo c1 il capitale costante impiegato nel primo settore, v1 il capitale variabile impiegato nel medesimo settore, pv1 il plusvalore estratto sempre nel primo settore e gli stessi simboli con indice 2 per il secondo settore, avremo che la produzione nel primo settore sarà

(1)

c1 + v1 + pv1 =  c1 + c2 (totale dei mezzi di produzione prodotti = C)

e nel secondo

c2 + v2 + pv2 =  v1 + v2 + pv1 + pv2 (totale dei mezzi di consumo prodotti = V + Pv)

 

Considerando che c1 viene direttamente reimpiegato nel settore in cui è prodotto, senza necessità di scambio con l’altro settore e  v2 + pv2 verranno analogamente consumati direttamente nel settore che produce mezzi di consumo, lo scambio trai settori dovrà essere di c2 ceduto dal primo settore

al secondo contro  v1 + pv1 dal secondo al primo. In sintesi c2 = v1 + pv1.

L’accumulazione e la crescita economica sono rappresentate invece nella riproduzione allargata. L’accumulazione è l’essenza del capitalismo. I capitalisti, “funzionari del capitale”, agiscono in vista dell’unico movente di accumulare ricchezza. In questo modo assolvono la funzione storica di sviluppare a un ritmo senza precedenti le forze produttive. Essi quindi, anziché consumare improduttivamente tutto il plusvalore, ne impiegano la maggior parte per incrementare i mezzi di produzione e la forza lavoro impiegati.

Chiamando ΔC la parte del plusvalore impiegata per incrementare i mezzi di produzione, ΔV la parte utilizzata per i consumi dei lavoratori aggiuntivi, B la parte impiegata per i consumi dei capitalisti, e utilizzando nuovamente i simboli minuscoli con indice per rappresentare tali grandezze riferite ai singoli settori, avremo:

 

(2)

c1 + v1 + pv1 = c1 + c2 + Δc1 + Δc2 (totale mezzi di produzione prodotti = C + ΔC)

e

c2 + v2 + pv2 = v1 + v2 +  Δv1 + Δv2 + b1 + b2 (totale dei mezzi di consumo prodotti = V+ΔV+B)

 

Anche in questo caso alcuni beni non vengono scambiati ma consumati nel settore in cui sono prodotti (c1 e Δc1 nel primo e v2, Δv2 e + b2 nel secondo).

Lo scambio tra i settori che garantisce la crescita equilibrata senza invenduto è quindi c2 + Δc2 contro v1 +  Δv1 + b1.

Continuando con l’esame della riproduzione allargata, proviamo a

-sommare tra di loro le equazioni (2),

-aggregare i due settori (per esempio c1+c2=C e così via),

-spostare al primo termine C, V e B, cambiati di segno.

Otteniamo così:

 

(3)

C +  V +  pV – C – V – B = ΔC + ΔV

 

oppure, semplificando,

 

(4)

Pv – B = ΔC + ΔV

 

Il primo termine della (3) indica la produzione totale (C +  V +  pV) dedotti i reintegri del capitale costante consumato (- C), dei consumi dei lavoratori (- V) e i  consumi improduttivi dei capitalisti (-B). Si tratta quindi della produzione non consumata, cioè del risparmio dalla società. Anche il primo membro della (4), più semplicemente indica il plusvalore risparmiato. Al secondo membro abbiamo l’incremento di mezzi di produzione e di mezzi di sussistenza, il che ci dice che tutto il plusvalore che non viene venduto per i consumi improduttivi (risparmi) deve essere venduto per incrementare la capacità produttiva (investimenti).

L’eguaglianza tra risparmi e investimenti (S=I) che è l’ABC di tutti i trattati odierni di macroeconomia è quindi già implicita negli schemi marxiani e non dice altro che il denaro ricavato dalla vendita dei prodotti deve essere interamente speso nel reintegro delle condizioni di produzione – includenti i consumi necessari alla riproduzione della forza-lavoro –, nel  loro accrescimento e nei consumi di lusso.

 

Riferimento:

K. Marx, Il Capitale, Libro II, sezione terza, Ed. Riuniti, Roma, 1965.

Capitale costante, Capitale variabile e Plusvalore 

 

Per Marx nello scambio non avviene nessuna produzione di valore e quindi nessuna valorizzazione del capitale. Se un capitalista si arricchisce nello scambio significa che lo fa a scapito di un altro. Ma per la classe dei capitalisti nel suo insieme non avviene nessun arricchimento. Presupponendo invece solo scambi tra equivalenti, l’arricchimento del capitalista può avvenire solo nella produzione. Egli impiega il denaro in suo possesso per acquisire i fattori della produzione che si distinguono in capitale costante e capitale variabile.

Il capitale costante (C) è composto dai mezzi di produzione (macchine, immobili, materie prime e ausiliarie, combustibili e forza motrice ecc., oggi ha grande rilevanza anche il software, i brevetti e altri beni immateriali, ma pur sempre prodotti del lavoro). I mezzi di produzione, essendo merci, vengono acquistati sul mercato al loro valore, dato dal lavoro socialmente necessario per la loro produzione. Il carattere utile del lavoro fa sì che essi, via via che si consumano nel processo produttivo, si trasformino in un nuovo valore d’uso, il prodotto. Se non si trasformassero in un un prodotto utile, andrebbe perduto il loro valore d’uso e con esso anche il loro valore. Invece, trasformandosi, il loro valore viene trasmesso, trasferito in quello del nuovo prodotto. In sostanza essi perdono la loro forma originaria di valore d’uso ma, trasformandosi in uno nuovo, conservano il loro valore nel prodotto. La denominazione di capitale costante (C) deriva quindi dal fatto che il prodotto riceve dai mezzi di produzione solo il valore da essi perso, senza alcun incremento.

L’altro fattore che il capitalista acquista è la forza-lavoro, o meglio il diritto di utilizzarla nella produzione per un dato tempo. Anche la forza-lavoro viene acquistata, come ogni altra merce, al suo valore che corrisponde al lavoro socialmente necessario per la sua riproduzione, cioè al lavoro condensato nei mezzi di sussistenza, che, sulla base di standard storicamente dati, sono necessari per la famiglia del lavoratore.

Il carattere astratto sociale del lavoro, permette di aggiungere nuovo valore al prodotto. Qui non conta il particolare contenuto utile del lavoro, ma come dispendio di forza lavoro umana, oggettivazione di tempo di lavoro, che è la fonte del valore. Poniamo che tale lavoro, chiamato lavoro necessario, corrisponda a 3 ore giornaliere.

Il diritto di utilizzo della forza-lavoro viene attuato facendo lavorare l’operaio per l’intera durata dell’orario di lavoro contrattuale, per esempio per 8 ore giornaliere. Se il lavoratore produce secondo standard sociali, cioè se il suo lavoro corrisponde a quello socialmente necessario per il prodotto del settore in cui è impiegato, in un giorno aggiunge al prodotto nuovo valore, equivalente a 8 ore.

Supponendo che il valore del capitale costante acquistato e poi consumato nella produzione condensi 6 ore di lavoro passato, il valore del prodotto sarà 6 di lavoro trascorso, “morto”, più 8 ore di lavoro “vivo” aggiunto = 14 ore. La messa in movimento della forza-lavoro per l’intera durata dell’orario di lavoro contrattuale consente quindi, oltre che a trasferire nel prodotto il valore del capitale costante (6), la riproduzione del suo valore (3 ore), e la produzione di un plusvalore (8-3=5 ore). Quindi il lavoro è l’unica fonte dell’eccedenza del capitale valorizzato su quello impiegato. Ed è per questo che la parte del capitale utilizzata per impiegare lavoratori viene da Marx denominata capitale variabile (V). In pratica è come se il lavoratore impiegasse 3 ore per produrre un equivalente del suo salario sociale e 5 ore per il capitalista.

Il capitale utilizzato per acquistare forza-lavoro, in considerazione della sua proprietà di immettere nel prodotto un valore superiore al suo valore di partenza, è detto capitale variabile (V). L’eccedenza che va al capitalista è detta invece plusvalore (Pv). Il plusvalore è anche la fonte di ogni guadagno dei capitalisti, siano essi industriali, commerciali, bancari ecc. Tutti i guadagni che questi soggetti realizzano non sono altro che quote di plusvalore scaturente dalla produzione e realizzato (e ripartito tra i vari capitalisti) nella circolazione.

Il valore finale del prodotto è dato quindi da C+V+Pv (capitale costante più capitale variabile più plusvalore). Il rapporto tra il plusvalore e il capitale variabile costituisce il saggio di sfruttamento ed è chiamato saggio del plusvalore (Pv/V) Nel nostro caso è 5/3 = 167% circa.

 

Riferimenti:

K. Marx, Il Capitale, Libro I, sezione terza, Ed. Riuniti, Roma, 1964.

Composizione del capitale.

 

Il rapporto tra capitale costante e capitale variabile svolge un ruolo importante nell’analisi di Marx. Egli distingue tra composizione tecnica riguardante la composizione tra i beni che fungono da capitale costante e l’insieme della forza lavoro utilizzata, e composizione di valore, che definisce il vero e proprio rapporto di valore tra il capitale costante e il capitale variabile (C/V). Fra le due esiste uno stretto rapporto in quanto la composizione di valore e le sue variazioni dipendono da quella tecnica. Marx denomina la composizione di valore del capitale composizione organica proprio per rimarcare questo rapporto.

Se aumenta la quota di capitale destinata all’acquisto di mezzi di produzione in confronto a quella destinata all’acquisto di forza-lavoro, aumenta la composizione organica del capitale e viceversa.

 

K. Marx, Il Capitale, Libro I, Capitolo 23, Ed. Riuniti, Roma, 1964.

 

 

Legge della caduta tendenziale del saggio del profitto.

 

Il mercato determina una tendenza al livellamento dei prezzi, cioè all’imposizione, per ogni merce prodotta di un valore medio di mercato, dato dal lavoro sociale necessario (a un livello medio di produttività) alla produzione di quella merce. Se un capitalista riesce a introdurre un’innovazione che accresce la produttività nella sua impresa e gli consente di produrre a costi inferiori di quello prevalente nel mercato, si assicurala possibilità di vendere realizzando un profitto superiore a quello medio. È proprio per questa ragione che vengono introdotte le innovazioni.

Ma si può produrre a costi inferiori al valore di mercato solo diminuendo la quantità di lavoro impiegata in quella produzione, cioè diminuendo nella propria impresa il valore di quel prodotto, portandolo al di sotto del valore di mercato. Così il capitalista può vendere al valore di mercato (o anche a un valore leggermente inferiore) e incrementare il suo margine di profitto.

Le cose vanno bene fintanto gli altri capitalisti non reagiscono introducendo anch’essi delle innovazioni che annullano il vantaggio competitivo iniziale, o addirittura mandano “fuori mercato” il primo innovatore. Nella incessante corsa della concorrenza, una volta incassati i vantaggi temporanei di chi è più veloce nell’introdurre l’innovazione, abbiamo come risultato che il valore delle merci ridotte diminuisce e che uno stesso numero di lavoratori mette in movimento una massa crescente di mezzi di produzione. In altri termini, con la generalizzazione dell’innovazione, in ogni merce sarà incamerata una minore quantità di lavoro mentre aumenterà il valore del capitale costante (C, macchine, materie prime ecc.) in proporzione a quello del capitale variabile (V, forza-lavoro).

Certamente, nell’ipotesi ragionevole che nel tempo le innovazioni interesseranno tutti i settori, tenderà a diminuire anche il valore dei singoli elementi unitari che costituiscono sia C e che V, in quanto è possibile produrre in meno ore di lavoro sia i beni di consumo dei lavoratori che i mezzi di produzione. I  questo modo diminuisce anche il costo di riproduzione della forza-lavoro, quindi il lavoro necessario. E pertanto aumenterà sia saggio del plusvalore che il plusvalore in termini assoluti. Tuttavia l’accresciuta produttività farà sì che nello stesso tempo di lavoro aumenti la massa dei mezzi di produzione messi in movimento dal singolo operaio. Pur tenendo conto della riduzione dei valori unitari, tale processo si risolve in un accrescimento della composizione di valore del capitale (C/V) e in una sostituzione di lavoratori con macchine.

Per il sistema economico nel suo complesso il saggio medio del profitto è dato dal rapporto tra il plusvalore realizzato e il capitale impiegato, cioè da Pv/(C+V). Se analizziamo questa espressione in termini di plusvalore, capitale costante e capitale variabile per unità di lavoro (basta dividere l’espressione generale per il numero totale dei lavoratori impiegati) vediamo che:

– il numeratore, Pv, pur ipotizzando che aumenti spettacolarmente il grado di sfruttamento e che quindi il valore della forza-lavoro tenda a zero, ha un limite nella durata dell’orario di lavoro (anche se il lavoratore campasse di sola aria e tutto il suo lavoro si traducesse in plusvalore, e anche se l’orario di lavoro si protraesse oltre ai limiti biologici, in una giornata di lavoro un lavoratore non può produrre più plusvalore di quello corrispondente a 24 ore lavorative);

– il denominatore invece, pur considerando la riduzione dei costi unitari dei mezzi di produzione, non ha un limite nel suo aumento; o meglio il limite è dato solo dall’arresto del processo di accumulazione, che non è solo accumulazione di mezzi di produzione, ma soprattutto è accumulazione di valore.

Pertanto la tendenza generale sarà alla diminuzione del saggio del profitto, pur con interruzioni, rimbalzi e fasi – anche prolungate nel tempo – in cui prevale la tendenza opposta.

 

Riferimento:

K. Marx, Il Capitale, Libro III, Sezione terza, Ed. Riuniti, Roma, 1965.

 

Moltiplicatore degli investimenti.

 

Se un’economia non è in piena occupazione, cioè ha forza lavoro e mezzi di produzione inutilizzati perché c’è carenza di domanda, una spesa aggiuntiva in investimenti si traduce immediatamente un incremento della domanda di pari importo. Ma le imprese che si accingono a soddisfare questa domanda, per poterlo fare devono acquisire nuovi mezzi di produzione presso altre imprese e nuova forza lavoro. I nuovi assunti avranno a disposizione nuovo reddito, che spenderanno in buona parte. Anche le imprese che forniscono mezzi di produzione alle prime, vedranno aumentata la domanda e dovranno quindi sia assumere nuovi lavoratori che acquisire nuovi mezzi di produzione, attivando così a loro volta una domanda aggiuntiva di beni di consumo e di mezzi di produzione nei confronti di altre imprese… e così via. Il meccanismo, già noto a Marx, è stato formalizzato da Keynes nel modo seguente.

Per non rimanere invenduto, il prodotto di una nazione, come risulta anche dagli schemi di riproduzione, deve essere speso o in consumi o in investimenti. Chiamando Y il reddito nazionale, C il consumo, I gli investimenti, allora il reddito prodotto deve essere uguale ai consumi più gli investimenti. Cioè

 

(1)

Y = C + I

 

Chiamiamo ora c la propensione al consumo (cioè la quota di reddito che mediamente viene consumata). Il valore di c è compreso tra zero (nel caso estremo che tutto il reddito venga risparmiato) e uno (nel caso opposto in cui tutto il prodotto venga speso in consumi). Il consumo è dato allora dal prodotto tra c e Y. Sostituendo detto valore a C della (1) avremo

 

(2)

Y = cY + I

 

Trasportando cY al primo membro e raccogliendo Y, otteniamo

 

Y (1 – c) = I

 

e, portando 1-c al denominatore del secondo membro,

 

(3)

Y = I / (1 – c)

 

La (3) ci dice che un aumento degli investimenti di mille euro, produce, per effetto della domanda indotta da detto investimento un aumento complessivo della domanda pari a 1.000/(1-c). Rammentando che c è compreso tra 0 e 1, e quindi il denominatore è minore di 1, il risultato è superiore a mille. Poiché è probabile che c sia più vicino a 1 che a zero, 1-c sarà più vicino a zero che a 1. Di conseguenza l’espressione alla destra della (3) avrà un denominatore piccolo e i mille euro iniziali di investimento potranno innescare una domanda aggiuntiva di alcune migliaia di euro. Facendo un esempio numerico, se c è uguale a 0,8, cioè se  l’80 per cento dei redditi viene consumato, e quindi 1-c è uguale a o,2, allora un investimento aggiuntivo di mille euro comporterà un aumento della domanda pari a

 

1000 / 0,2 = 5.000

 

Nell’ipotesi che il sistema economico non sia in piena occupazione ogni investimento addizionale comporterà un aumento della domanda, e quindi del reddito pari a 5 volte l’investimento  aggiuntivo. La stessa cosa avviene se lo Stato pone in essere una domanda aggiuntiva attraverso la spesa pubblica o comunque se si introduce qualsiasi altro fattore che aumenta la domanda (per esempio un aumento del saldo tra le esportazioni e le importazioni).

Dato che il moltiplicatore è tanto maggior quanto più alto è la propensione al consumo, hanno ragione gli esperti che hanno criticato il bonus di Renzi degli 80 euro e previsto il suo fallimentare risultato. Avendolo dato a soggetti che hanno un reddito medio e che avevano visto falcidiati i loro risparmi dalla crisi, solo una limitata parte del bonus è stata da loro spesa, mentre il resto è servito per ripristinare le loro riserve monetarie. Inoltre per finanziare il bonus, si sono sottratte risorse per altri interventi sociali e quindi l’incremento netto di spesa pubblica è stato modesto. Se si fosse dato invece il bonus agli incapienti, lo avrebbero con certezza speso nella quasi totalità e quindi il risultato sarebbe stato superiore. Specialmente s enon fossero stati effettuati tagli in altri comparti della spesa sociale.

 

La (3) può essere più semplicemente ricavata nel modo che segue. Sia s = 1-c la propensione al risparmio, scriviamo la condizione di uguaglianza fra risparmi e investimenti

 

(2 bis)

sY = I

 

da cui ricaviamo

 

(3 bis)

Y = I / s

 

La (3bis) coincide con la (3) in quanto s=1-c.

 

Dati un investimento aggiuntivo e la propensione al risparmio, si raggiunge l’uguaglianza tra risparmi e investimenti attraverso l’aumento del reddito indotto da tale investimento, che determina l’adeguamento dei risparmi. Gli economisti “ortodossi”, al tempo di Keynes, sostenevano che i risparmi, fornendo le risorse necessarie, determinano gli investimenti. Vediamo invece che quando vi sono risorse produttive inutilizzate, sono gli investimenti che determinano i risparmi.

 

Riferimento:

J.M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, Capitolo 10, Ed. Utet, Torino, 1978.

 

 

 

Frammento sulle macchine

 

Come abbiamo visto a proposito della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto Marx analizza gli effetti del progressivo accrescimento della produttività che avviene con la progressiva sostituzione del lavoro umano con le macchine. Dal punto di vista dei capitalisti, ne conclude che sempre meno il lavoro sarà in grado di valorizzare l’enorme massa di capitale accumulato.

Nei Grundrisse (manoscritti in preparazione del Capitale che sono importanti, dato che il 2° e 3° libro del capitale ci sono giunti come abbozzi incompiuti, editi da Engels con qualche rimaneggiamento) affronta l’argomento dal punto di vista dei lavoratori e della società nel suo complesso. Si tratta del famoso Frammento sulle macchine, citato a proposito e a sproposito.

Vi si trova ovviamente conferma dei limiti della valorizzazione, ma si ragiona sulle conseguenze più generali di una tale prospettiva.

La tesi è che, con l’incorporazione della scienza nelle macchine, il lavoratore si riduce a un’appendice delle macchine stesse. La massa di valori d’uso prodotti (di ricchezza reale, di cui il valore è solo un aspetto) dipende più dalle potenze della scienza che dal lavoro vivo.

Perdendo importanza il lavoro vivo nella produzione di valori d’uso, perde importanza anche il tempo di lavoro come misura del valore. E anche il plusvalore prodotto cessa di essere la condizione per lo sviluppo della ricchezza. Sarà possibile cioè sviluppare la ricchezza materiale, moltiplicare i beni utili prodotti, a prescindere dall’accumulazione capitalistica, che invece tenderà a rallentare il suo ritmo. In tal modo il non lavoro, il dedicarsi alla ricerca, alla scienza, all’arte ecc. non sarà più, come adesso, una prerogativa di pochi.

“Il capitale è esso stesso la contraddizione in processo, per il fatto che tende a ridurre il tempo di lavoro a un minimo, mentre, d’altro lato, pone il tempo di lavoro come unica misura e fonte della ricchezza. Esso diminuisce, quindi, il tempo di lavoro nella forma del tempo di lavoro necessario, per accrescerlo nella forma del tempo di lavoro superfluo; […]. Da un lato esso evoca, quindi, tutte le forze della scienza e della natura, come della combinazione sociale e delle relazioni sociali, al fine di rendere la creazione della ricchezza (relativamente) indipendente dal tempo di lavoro impiegato in essa. Dall’altro lato esso intende misurare le gigantesche forze sociali così create alla stregua del tempo di lavoro, e imprigionarle nei limiti che sono necessari per conservare come valore il valore già creato”.

Viene così ribadito il concetto che lo sviluppo capitalistico tende a ridurre il tempo necessario ma, contraddittoriamente, pone il tempo di lavoro e l’eccedenza di lavoro come unica fonte di arricchimento.

La pulsione del capitalismo di appropriarsi del pluslavoro, introducendo le macchine, crea le condizioni per ridurre anche il lavoro stesso e accrescere il tempo di non lavoro disponibile per l’umanità. Quando riesce a realizzare l’accumulazione di plusvalore a prescindere dai valori d’uso genera una sovrapproduzione, una crisi e un’interruzione dell’accumulazione stessa. Emerge così che la crescita delle forze produttive non può essere subordinata all’estorsione di pluslavoro; che la classe lavoratrice deve divenire padrona del prodotto del proprio lavoro; che è possibile regolare questa produzione sulla base dei bisogni, e dell’obiettivo di liberare progressivamente gli uomini dal lavoro. La vera misura della ricchezza sarà appunto questo tempo liberato e non il tempo di lavoro.

Se il valore di scambio diventa inessenziale, allora la produzione basata sulla sua accumulazione, il capitalismo, corolla, con tutto il suo antagonismo e le sue contraddizioni. La possibilità di produrre con meno lavoro apre nuove possibilità di sviluppo umano, grazie al tempo di lavoro liberato. O, detto con le parole di Marx:

“Con ciò la produzione basata sul valore di scambio crolla e il processo produttivo materiale immediato viene a perdere esso stesso la forma della miseria e dell’antagonismo. Subentra il libero sviluppo delle individualità, e dunque non la riduzione del tempo di lavoro necessario per creare lavoro eccedente, ma in generale la riduzione del lavoro necessario alla società ad un minimo, a cui poi corrisponde la formazione artistica, scientifica, umana degli individui grazie al tempo divenuto libero e ai mezzi creati per essi tutti”.

Non si deve però pensare che Marx ipotizzasse un crollo automatico. Egli voleva dirci piuttosto che la società capitalistica crea le condizioni del suo superamento. In un altro passo dei Grundrisse egli scrive: “se nella società così com’è (divisa in classi) non trovassimo già le condizioni materiali di produzione e i rapporti umani ad essa corrispondenti per una società senza classi, tutti i tentativi di farla saltare sarebbero donchisciotteschi”. Cioè che si possono realizzare con le lotte di classi, solo le rivoluzioni sociali che le condizioni oggettive permettono.

 

 

Riferimenti:

K. Marx,  Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, La Nuova Italia 1968-70, Vol. II. pp.389-411.

 

 

 

Capitale fittizio

 

Marx dedicò ben 4 capitoli del terzo libro del Capitale all’analisi della finanza del suo tempo, individuando i meccanismi speculativi e monetari del capitalismo britannico.

Egli ne individuò l’origine nel capitale produttivo d’interesse (per lo più capitale bancario) che finanzia la produzione e la circolazione dei beni ma che circola anche a prescindere dalla produzione e circolazione di merci. La Borsa valori è uno strumento di tale circolazione.

Naturalmente non poteva immaginare il grado di sviluppo attuale dei prodotti finanziari. Oggi si fanno scommesse sull’andamento futuro dei prezzi, futures, siano essi prezzi di beni materiali (per esempio petrolio), che beni cartacei (titoli), tassi di interesse o quotazioni delle valute estere. Si scommette sull’esigibilità o meno dei crediti (credit default swap), su aggregati complessi di vari tipi di titoli (titoli compositi, strutturati o sintetici), su aggregati di tali aggregati e così via, giungendo al non onorevole traguardo del valore complessivo delle transazioni finanziarie che supera 60 volte il valore delle transizioni aventi per oggetto beni reali, e alla situazione paradossale che nessuno sa ormai cosa sta veramente dietro questi castelli di carte. Tuttavia già ai suoi tempi, non gli sfuggì né la tendenza di fondo del capitale verso la finanziarizzazione, né il fatto che spesso è impossibile sapere se i titoli  di credito abbiano o meno a vedere con vendite e acquisti effettivi di merci.

Le transazioni finanziarie riguardavano allora o i crediti, comprese le cambiali di comodo cui non sottostava un reale scambio di merci, ma che servivano per ottenere credito dalle banche, i titoli del debito pubblico, le azioni e le obbligazioni. Marx definì l’emissione di tali “puri e semplici mezzi di circolazione”, capitale fittizio perché o rappresentava una duplicazione del capitale reale o addirittura rappresentava un capitale inesistente. Per esempio le azioni sono un valore cartaceo che rappresenta quote del capitale reale di una società per azioni, capitale che a sua volta figura già nella contabilità di quella società, le azioni e le obbligazioni hanno un valore che viene calcolato “attualizzando”, cioè scontando al tasso di interesse di mercato i rendimenti futuri attesi, e quindi hanno a che vedere solo parzialmente col capitale che esse rappresentano. Quindi il capitale fittizio non aggiunge niente al capitale esistente, ma è costituito da diritti sulla produzione futura di plusvalore.

Nelle richiamate pagine di Marx è espresso pure un altro concetto di grande attualità. Chi opera nella finanza spesso sottoscrive titoli senza disporre del denaro liquido per acquistarli. Se sottoscrive azioni di una SpA, per esempio, versa un anticipo all’atto della sottoscrizione e spera di poter versare il resto se gli affari gli vanno bene.

Si tratta di passi che contengono spunti aventi anche oggi validità, nonostante l’attività speculativa si sia sviluppata enormemente con il passaggio dal capitalismo prevalentemente concorrenziale a quello monopolistico, in cui l’egemonia è esercitata dalle grandi multinazionali, le quali a loro volta sono più attente ai rendimenti e alle quotazioni di borsa delle loro azioni che alla produzione e in cui l’intreccio tra capitale industriale e bancario è strettissimo e governato da ben note oligarchie. E i mezzi per operare senza disporre denaro si sono moltiplicati. Per esempio si possono acquistare “allo scoperto” titoli a termine (in ipotesi a 3 mesi) senza versare il loro importo. Dopo 3 mesi, se il prezzo dei titoli è aumentato, conviene acquistarli effettivamente al prezzo inferiore pattuito, salvo rivenderli immediatamente al nuovo prezzo e lucrare la differenza. Se la scommessa è andata male possiamo lo stesso rivenderli, e se,speriamo (la parola speculazione deriva da spes, speranza) in un loro apprezzamento futuro, sottoscrivere un altro contratto a termine, versando solo la differenza tra il prezzo originariamente sottoscritto e il valore reale del titolo.

La ricerca di facili guadagni speculativi in sostituzione dei profitti industriali, spinge comunque a effettuare operazioni finanziarie in una misura che non corrisponde ai mezzi liquidi effettivamente disponibili. Finché l’economia “tira” alche le borse e la speculazione, tra alti e bassi, daranno risultati mediamente positivi, in quanto tali profitti non vengono creati dal nulla ma non sono altro che una quota del plusvalore realizzato nell’economia reale e poi ripartito tra capitalisti industriali e capitalisti finanziari. Quando nell’economia reale il plusvalore non viene realizzato, allora si avranno ripercussioni violente in borsa, con una serie di fallimenti.

Gli economisti ortodossi si limitano a rappresentare in modo apologetico e in veste apparentemente scientifica le pulsioni e le aspirazioni dei capitalisti. E lo fanno rimanendo alla superficie dei fenomeni, senza sondare la realtà immanente di cui questi fenomeni sono una manifestazione esteriore. Per questo si limitano a constatare che la crisi viene provocata dallo scoppio delle bolle finanziarie e quindi confondono le schegge che fuoriescono dalla bomba, con l’esplosivo che la bomba contiene; le manifestazioni esteriori con le cause della crisi, che invece stanno nell’economia reale.

Il formarsi e lo sgonfiarsi della bolla dei mutui subprime (i mutui concessi a coloro che non avevano un reddito adeguato per onorare le rate di restituzione, ma che venivano rinnovati e aumentati fintanto l’aumento del valore degli immobili posti a garanzia lo consentiva; che poi venivano “cartolarizzati”, cioè trasformati in titoli ceduti ad altre banche), per esempio viene fatto dipendere dalla cattiva gestione del sistema bancario e viene identificato con la causa iniziale della crisi iniziata nel 2007. In realtà il credito, sia esso fra imprese oppure credito al consumo, funziona sempre per “dimenticarsi” i problemi di realizzo, per ovviare ad essi per un certo periodo di tempo. Nel caso dei subprime, si è realizzato per un po’ di tempo il miracolo sognato da tutti i capitalisti: pagare poco i lavoratori, ma averli come buoni consumatori. Ci si è illusi cioè che si poteva mantenere bassi i redditi dei lavoratori, permettendo loro di consumare ugualmente indebitandosi. Finché, inevitabilmente è scoppiata la bolla. Lo scoppio della bolla può essere l’espressione di un inceppamento della produzione e della circolazione capitalistica, ma in sé non determina un reale impoverimento dell’economia reale. La causa della crisi, comunque, sta nelle contraddizioni del modo di produzione capitalistico.

 

 

Riferimenti:

K. Marx, Il Capitale, libro III, capitoli dal 29 al 32, Editori Riuniti, Roma 1965.

 

Clicca qui per leggere la prima parte di “La crisi, questa sconosciuta”

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