DIVERSI MA UGUALI

  • Diversi ma uguali
Le politiche di austerità nascono in Europa ma si concretizzano nei nostri luoghi di lavoro, nei nostri spazi sociali. Proprio nei comuni, dove si tocca con mano la dura realtà dei tagli, esse appaiono in tutta la loro efferatezza antisociale e antioperaia. Dunque bisogna evitare di proseguire oltre nella contraddizione causata dall’essere contro le politiche di austerità in Europa e al contempo pensare di governarle sui territori. Questa confusione rischia di essere letale per il movimento comunista. Eppure dalle stanze della asinistra di governo non sembra provenire questa preoccupazione anzi si ode solo e sempre il solito grido di battaglia: “Levati di li che ci vo star io!”

di Pasquale Vecchiarelli

L’apertura dell’EXPO 2015 a Milano è prevista per il Primo Maggio, giorno della festa dei lavoratori. No, non è una barzelletta. È la dura realtà. Non è un caso che sia stata scelta questa data per l’inizio dell’Esposizione Universale: questa scelta riflette la precisa volontà politica di colpire il mondo del lavoro e dei suoi diritti anche sul piano simbolico. È la ciliegina che adorna la torta avvelenata del Jobs Act. “Chi  non lavora il primo maggio è un po’ ideologico”, si affretta a sostenere il  “seboso” –ma brava ed onesta persona- Pisapia, in trepidante e sudorifera attesa per l’inizio della grande fiera.

“Altrimenti che  figura ci facciamo”, come prontamente rimbecca una categorica e un po’ stizzita Carla Fracci, impettita e sulle punte. L’EXPO affronterà e dirimerà il problema della fame nel mondo: come se Totò ‘U Curtu organizzasse una conferenza per risolvere il problema della criminalità organizzata, o come se Pacciani organizzasse una convention sulla parità di genere.  L’EXPO si è già rivelato un grande affare per le mafie e, senza dubbio, si rivelerà altrettanto prezioso per le multinazionali in cerca di nuovi mercati. Ma sospendiamo per ora il tema EXPO -che merita  diversi e approfonditi ragionamenti- e torniamo per un attimo alla politica.

Il “seboso”, o meglio il “peloso” come lo chiamano a Milano, ci ha regalato in questi anni una eclatante dimostrazione di come i lacchè della borghesia spesso e volentieri si nascondano tra le fila della asinistra perbenista.  Egli, in pochi anni di governo, sgomberetto più sgomberetto meno,   ha rivelato la purulenza che si nascondeva dietro le belle parole d’ordine della campagna elettorale “aria nuova”: alla faccia dell’aria nuova, qui si sente la solita puzza! La puzza tipica  del nemico dei  lavoratori, sostenitore del lavoro volontario e sottopagato. Ma no, suvvia, egli è una brava ed onesta persona. Esattamente come il sindaco di Roma. “Marino sgomberino”, infatti, non è da meno,  in perfetta sintonia con i suoi bravi e onesti colleghi, tra uno sgombero e l’altro trova sempre il tempo per una privatizzazione nascosta. Ora non si usa più la volgare dicitura “privatizzazioni”, bensì si dice “razionalizzazione delle aziende partecipate”. E con questa forma si completa la svendita di Acea Ato 2 S.p.A. e delle farmacie comunali.

Insomma, nella sostanza, e senza proseguire oltre nei parallelismi perché la lista sarebbe lunga,  è possibile affermare che  tutte le giunte di centrodestra e centrosinistra -indifferentemente- che si sono succedute negli ultimi anni hanno portato avanti le stesse identiche politiche antisociali e antioperaie. Non a caso sono al governo insieme dal 2011. Questo avviene perché rimanendo nel solco delle cosiddette politiche di austerità [1], che più correttamente dovrebbero chiamarsi politiche di classe, i gradi di libertà a livello locale oggi (e domani) sono pari a zero. E l’unica via è rappresentata dai tagli e dalla svendita di patrimonio pubblico, ivi compresi gli alloggi popolari, i trasporti e il verde pubblico.

Gli esponenti della asinistra, quella di lotta e di governo per intenderci, SEL, Civatiani, Ex-Arcobalenisti, tanto per essere ancora più chiari, che ieri andavano dal PD col cappello in mano e oggi opportunisticamente  si riscoprono alternativi,  si guardano bene dal sollevare la contraddizione che sussiste nel voler governare la crisi all’interno dell’austerità, per giunta con rapporti di forza sfavorevoli. Sollevare  questo rilievo avrebbe come logica conseguenza un necessario quanto radicale cambio di strategia:  l’accumulazione delle forze e del consenso può avvenire solo, come in parte ci insegna Syriza,  dalla lotta politica lì dove il conflitto si sviluppa, cioè nei movimenti e nei luoghi di lavoro. Ma costoro, ormai li conosciamo bene, amano muoversi solo sul piano elettoralistico, il lavoro d’internità al conflitto non lo conoscono, non l’hanno mai fatto e dunque non si pongono neppure il problema.  Paradossalmente si propongono come dirigenti di un movimento di cui essi stessi, con il loro opportunismo d’accatto, ne frenano e ne deviano l’ascesa. Non a caso di tutta l’esperienza greca loro sembrano cogliere solo l’opportunità del franchising.

Le politiche di controtendenza [2] (rispetto alla caduta del saggio di profitto) come l’austerità, si rivelano nella loro essenza agli occhi delle masse proprio a livello locale. Ed è proprio a livello locale e sui luoghi di lavoro che le contraddizioni di tali politiche devono essere affrontate con più vigore: dunque non è più accettabile una confusione in tal senso.

L’opposizione ai partiti che sostengono queste politiche padronali deve essere senza sconti e senza confini, altrimenti il rischio è che per stare alla coda dei lacchè ci ritroveremo i lavoratori contro.

la città futura

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